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Ogni giorno la vita ci pone di fronte a eventi, grandi e piccoli, che in qualche modo ci fanno stare male o comunque ci creano un senso di disagio. Si tratta di esperienze che sono parte integrante della vita e che spesso non è possibile evitare. Ma è possibile imparare a comprenderle e a valutarle da un’altra prospettiva, così da evitare di soffrire più del dovuto?

sofferenza

Tanto tempo fa, quando la psicologia come la conosciamo non era ancora nata, un semplice uomo scoprì una verità tanto semplice quanto apparentemente difficile da comprendere e da applicare. E cioè che quando ci capita qualcosa di negativo, non soffriamo solo per l’esperienza dolorosa in sé, ma anche e soprattutto per il modo in cui reagiamo a questa esperienza.

Egli trasmise questo insegnamento tramite l’immagine di un uomo che, dolorante per essere stato colpito da una freccia, si lascia catturare da un vortice di valutazioni sull’esperienza stessa e finisce per soffrire molto più del necessario. Come se fosse stato colpito non da una, ma da due frecce.

Insomma, costui fu tra i primi a rendersi conto dell’effetto che i nostri pensieri possono avere sulle esperienze che viviamo. E certamente fu anche uno dei primi a cercare e a tracciare un sentiero che potesse condurre alla fine dell’universale condizione di sofferenza dell’essere umano. Questo semplice uomo altri non è che colui che viene comunemente riconosciuto come il Buddha.

Le parole che seguiranno non hanno né lo scopo né la pretesa di risolvere una volta per tutte ogni tua sofferenza, ma sono piuttosto una riflessione su alcuni meccanismi, comuni a tutti, che non fanno altro che ingigantire qualunque sofferenza a cui andiamo inevitabilmente incontro …e chissà, magari scoprire cosa si può fare per evitare di soffrire più del necessario.

Tiro al bersaglio

Ogni giorno, inevitabilmente, ci troviamo a vivere esperienze più o meno spiacevoli. Si va dai piccoli inconvenienti, come il pc che si “impalla” all’improvviso o il rosso del semaforo che scatta proprio quando toccava a noi passare (e siamo già in ritardo), a eventi più significativi e dolorosi, come la perdita del lavoro, la fine di una relazione o il ripresentarsi di un dolore cronico.

Queste esperienze, inutile girarci intorno, fanno parte della vita. Alcuni giorni va tutto relativamente bene, e nulla di negativo (o di significativo) sembra colpirci, mentre in altri siamo costantemente bombardati da eventi spiacevoli, piccoli o grandi che siano. Come se fossimo un bersaglio da arciere, impotenti in attesa della prossima freccia che ci verrà scoccata contro.

Insomma: normalmente veniamo sottoposti, contro la nostra volontà, a numerosi stimoli che possono causarci sofferenza. E già così la nostra vita appare già sufficientemente dura. Ma non finisce qua. Non facciamo neanche in tempo a renderci conto di essere stati colpiti da una freccia che, quasi istantaneamente, ne arriva subito una seconda.

La seconda freccia

In pratica, succede questo: quando ci capita qualcosa di spiacevole, piccola o grande che sia, invece che semplicemente riconoscerla e cercare, se possibile, di rimediare, ci lasciamo catturare da un flusso di pensieri ed emozioni negative su quanto orrenda sia la situazione nella quale ci siamo trovati.

Se attiviamo un interruttore e si brucia la lampadina, invece che riconoscere che è un qualcosa che può capitare (e che, a conti fatti, non è poi tutto questo dramma) e che basterebbe sostituirla con una nuova, automaticamente si attiva una reazione negativa sotto forma di pensieri tipo “Perché deve sempre capitare a me? Perché proprio adesso che ho tante cose più importanti da fare? Sono sicuro che anche se la cambio fra una settimana mi capiterà di nuovo!”. Praticamente non ci diciamo mai “Perdindirindina, è saltata la lampadina! Fa nulla, ora la cambio!”, ma piuttosto tendiamo a reagire in maniera spesso spropositatamente negativa.

Questa è la seconda freccia: una serie di reazioni che si attivano automaticamente quando ci capita qualcosa di spiacevole. Ed è proprio questa seconda freccia che può farci più male. Perché è proprio questo flusso di pensieri, emozioni e sensazioni negative a potenziare ulteriormente la sofferenza dell’esperienza originale e a provocare, in ultima analisi, livelli di ansia e di stress ancora più elevati del dovuto.

Quello della lampadina è un esempio di un evento relativamente insignificante, eppure potrebbe scatenare una reazione negativa e stressante che spesso è peggiore dell’esperienza originale in sé. E quanto possono essere dolorose le emozioni e i pensieri che possono scaturire da sofferenze ben più grandi? Cosa possiamo arrivare a dirci quando finisce una relazione (“Non me ne va mai bene una, resterò solo per tutta la vita) o quando perdiamo il lavoro (“Sono rovinato, resterò per sempre disoccupato e finirò sotto i ponti”)?

Tra l’arciere e il bersaglio

Ma se la prima freccia viene scagliata, diciamo così, “dalla vita” …chi è che scaglia la seconda? Esatto, siamo noi stessi a scagliarla. Noi, che in quei momenti siamo sia vittima che carnefice, sia arciere che bersaglio.

È chiaro che non è un qualcosa che facciamo volontariamente (chi mai lo farebbe, e soprattutto: perché farlo?!), eppure le cose stanno così. Non è colpa nostra, sia ben chiaro: sono abitudini che abbiamo appreso, sviluppato e rinforzato per tutta la nostra vita, supportati dalla naturale tendenza dell’essere umano a “usare troppo il cervello”.

Non è colpa nostra, sì, ma resta comunque una nostra responsabilità non permettere di farci ferire anche dalla seconda freccia. Se la prima è inevitabile, la seconda si può evitare. Anche se non è sempre facile.

L’esperienza in prospettiva

Non è facile proprio perché questa seconda freccia viene scagliata in maniera automatica, e non abbiamo quasi mai la prontezza di accorgerci di cosa ci sta accadendo in quel momento, osservarlo nella giusta prospettiva e rispondere nella maniera più adeguata. È tutta una vita che ci portiamo dietro queste abitudini a esagerare e ad aspettarci il peggio, a giudicare negativamente non soltanto quello che ci capita, ma spesso soprattutto noi stessi. Per questo non è facile.

Ma le abitudini si possono cambiare, per fortuna. E il primo passo è proprio quello di rendersi conto di come le nostre tendenze a ingigantire, amplificare e dilatare la negatività di ciò che ci succede nella vita fanno sì che la nostra vita appaia ancora più difficile di quanto normalmente lo sia già. E di come la sofferenza che proviamo sia maggiore di quella che potremmo realmente provare.

Occorre cioè mettere le cose in una nuova prospettiva. Come? Puoi provare con le “4 R”:

  1. Respira. Quando succede qualcosa, prenditi qualche istante di pausa. I problemi e gli inconvenienti non scappano, ma tu puoi concederti un piccolo momento per fermare tutto e portare l’attenzione a cosa sta succedendo.
  2. Ricorda che le esperienze spiacevoli, piccole o grandi che siano, o il fatto che le cose non sempre vadano come desideri, sono aspetti inevitabili e normali della vita.
  3. Riconosci i pensieri che sono emersi col sorgere dell’esperienza. Cosa hai pensato? Cosa ti è passato per la testa?
  4. Rivaluta questi pensieri sull’esperienza spiacevole secondo una diversa e più ragionevole prospettiva. È possibile che ciò che hai pensato sia esagerato se non addirittura falso? Come puoi pensarla diversamente?

Piccoli passi

Insomma, sii consapevole del flusso di pensieri che si è innescato in seguito all’esperienza e mettili in discussione adottando una prospettiva più ragionevole su ciò che in realtà è accaduto o sta accadendo in questo momento.

È chiaro che un conto è rivalutare la frustrazione per una lampadina che si è bruciata, un altro è considerare sotto una luce diversa un evento come la fine di una relazione. Ma il meccanismo è lo stesso. Comincia quindi dalle cose più facili, come quando ti si “impalla” il computer o versi una bevanda sul pavimento.

Più diventi bravo a mantenere la calma e a non lasciarti catturare dalla corrente dei pensieri e delle emozioni negative quando ti capita qualcosa di “piccolo”, più sarà facile affrontare anche le situazioni più “grandi”. Tornando alla metafora della seconda freccia: prima impari a evitare le freccette, prima riuscirai a evitare i giavellotti.

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Dolore e sofferenza

Il messaggio di fondo, comunque, è una grande verità che purtroppo non è così facile comprendere, almeno all’inizio. Questo messaggio è molto semplice, e viene così riassunto in un bel libro di Henepola Gunaratana: “il dolore è inevitabile, la sofferenza no”.

In pratica: ci sono sì cose che ci fanno male, ma è il nostro modo di reagire a queste cose che può finire per farci ancora più male.

…e visto che siamo in vena di riflessioni, augurandovi (per quanto possibile) la cessazione di ogni sofferenza, vi lascio con una riflessione del saggio Thich Nhat Hanh:

Il dolore può anche essere inevitabile, ma il fatto di soffrire o meno dipende da te. Soffrire è una scelta, tu scegli se soffrire o meno.

Nascita, vecchiaia e malattia sono naturali. È possibile non soffrire a causa loro, quando hai scelto di accettarle come parte della vita. Puoi scegliere di non soffrire benché vi siano dolore o malattia.

Come vedi la vita e la tua particolare situazione dipende dal tuo modo di guardare.

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Le festività natalizie dovrebbero essere un periodo di gioia e serenità, almeno in teoria. Per alcuni, però, invece che essere un’occasione per rilassarsi e staccare dalla vita di tutti i giorni, questo periodo può diventare fonte di stress e preoccupazioni. Cosa possiamo fare per rendere questo periodo dell’anno il più possibile piacevole e senza inutili stress?

natale stress

Eccoci qua: un altro anno sta finendo («e meno male!», aggiungerà inevitabilmente qualcuno) e le festività natalizie sono alle porte! Per qualcuno è senz’altro una buona notizia: c’è chi le considera una specie di “stacco” invernale, spesso atteso già da settembre, e per i bambini è sicuramente un periodo di soprese e regali, ma anche di pausa dalla scuola (che non guasta).

Ma non è così per tutti. In teoria, questo periodo di feste dovrebbe essere uno dei periodi più gioiosi dell’anno, ma per qualcuno può diventare un vero incubo: tra regali da fare all’ultimo minuto, in tempi sempre più stretti, in negozi affollati e con i portafogli piangenti, e gli incontri forzati con parenti solitamente evitati nel resto dell’anno, il rischio è di vedere salire il proprio livello di stress invece di semplicemente rilassarsi e godersi queste giornate.

Insomma, tra aspettative irrealistiche di divertimento e felicità assoluti e i piccoli grandi inconvenienti che sicuramente incontreremo nel nostro cammino, il Natale può trasformarsi nell’ennesima occasione in cui stressarci ulteriormente e, in definitiva, complicarci la vita.

Come limitare al massimo i potenziali “danni” delle feste natalizie? Cosa possiamo fare per rendere questo periodo dell’anno il più possibile piacevole e gioioso? Di seguito una serie di consigli e riflessioni su come affrontare al meglio le festività natalizie in modo da poter trascorrere il più possibile un Buon Natale e un Felice Anno Nuovo!

Scegli le tue priorità

In un periodo così denso di impegni e cose da fare, spesso l’ultima cosa che ci passa per la testa è proprio ciò che potrebbe essere più piacevole e utile per noi. Per questo, cominciamo con un consiglio pratico: fai una lista delle tue priorità.

Scegli le tre cose per te più importanti e più in linea con i tuoi valori, in modo da rendere davvero queste festività il più possibile positive e realmente piacevoli. Una volta scelti i tuoi “obiettivi”, usa questa lista come guida per organizzare le prossime giornate.

Ad esempio, se per te è molto importante passare del tempo con i tuoi familiari o con i tuoi amici, stabilisci questa come priorità e organizzati affinché i prossimi giorni siano ricchi di occasioni di incontro e di tempo da passare insieme a chi vuoi più bene. Ovviamente questo potrebbe significare mettere da parte altre cose (ad esempio, girovagare per centri commerciali alla caccia dell’ultimo, disperato regalo), ma il senso dello stabilire delle priorità è proprio questo.

Cosa ti piace? Cosa ti fa star bene? Attivati per farlo!

Un’ultima cosa: sii realista con il tempo che hai a disposizione. Se ti metti in testa di fare troppe cose potresti stressarti ancora di più: lasciati guidare dal cuore e scegli con intelligenza come spendere il tuo tempo.

Regali imperfetti

Un altro aspetto piuttosto stressante delle feste possono essere i regali, specialmente se abbiamo il conto in arancione tendente al rosso. Personalmente, ritengo abbastanza inutile sprecare tempo e denaro per regalare qualcosa a qualcuno che potrebbe anche non averne bisogno, o col rischio che il nostro regalo possa addirittura non piacere. Ma questa è solo la mia opinione.

Ma cos’è un regalo, in fin dei conti? Se si tratta di una “semplice” manifestazione di affetto e di attenzione, perché svenarsi o rompersi la testa alla ricerca del regalo perfetto? Non è meglio qualcosa di autentico, di sentito, che viene dal cuore, anche se è qualcosa di semplice? Potrebbe trattarsi anche solo di una buffa foto in cornice di te e la persona a cui destinare questo dono, oppure dei coupon per regalare delle “pulizie in casa” (perfetto per la mamma!). Che importa? Alla fine quello che conta non è sorprendere e far sorridere?

Se invece sei come me, che quando si tratta di fare dei doni mi vengono le palpitazioni al solo pensiero di cosa potrei regalare, perché non fare qualcosa di più estremo? Che ne dici di una donazione in beneficenza a nome della persona a cui fare il regalo? Un dono sicuramente più utile dell’ennesimo maglioncino con le renne a chi sicuramente non ne avrebbe bisogno.

Eventi inutili e cene tranquille

È arrivata anche a te la richiesta di partecipazione al party aziendale? Improvvisamente hai avvertito un fastidioso prurito per tutto il corpo? È normale, fa parte del pacchetto natalizio. Ma non sarebbe meglio declinare con gentilezza ed eliminare dalla tua agenda eventi di questo genere, potenzialmente assai stressanti? Non sarebbe meglio dedicarsi a frequentare posti e persone con le quali vuoi davvero stare? Insomma, ritorniamo al punto di sopra: stabilisci le tue priorità e cancella il superfluo.

Molto meglio i mega menù delle feste, a casa tua, con decine e decine di persone in attesa delle tue prelibatezze, vero? Già, sto parlando proprio di quelle cene in cui TU devi cucinare ogni singola pietanza per nutrire orde di affamati commensali, vivendo nella perenne ansia che l’arrosto in forno possa irrimediabilmente bruciarsi se solo ti soffermi a parlare un po’ di più con un invitato. Non proprio delle cene all’insegna della gioia e del relax.

Scherzi a parte, se questi “cenoni delle feste” ti stressano, semplicemente non farli. O meglio: fai qualcosa di semplice che possa permettere anche a te di godere della serata, della compagnia dei tuoi amici e di un buon calice di vino, in un’atmosfera di natalizia serenità. Ah, potresti anche chiedere ai signori ospiti di aiutarti a cucinare e a sparecchiare, qualcuno disposto a farlo si trova sempre!

Dinamiche familiari e dispute culinarie

Ah, le cene in famiglia! Se anche tu hai un parente che sembra aspettare l’arrivo delle feste solo per poterti sottoporre a veri e propri interrogatori con domande quali “Quando ti laurei?”, “Quando ti sposi?”, “Quando lo fate un figlio?”, o per condividere con te gioviali commenti come “Ti vedo ingrassata”, “Mamma mia quanti capelli bianchi!”, “La lasagna la faccio meglio io” … ti scongiuro: respira e mantieni la calma.

Certe persone sono fatte così (e purtroppo sono nostri parenti), non c’è motivo per prendersela. Ma già che lo sai, pianifica in anticipo come rispondere a queste simpatiche interazioni. Non è necessario essere sarcastici o imbufalirsi, a volte può bastare un sorriso sornione o un’alzata di spalle, l’importante è che passi il messaggio: “nulla di ciò che puoi dire mi rovinerà questa giornata di gioia e di amore”.

In generale, comunque, consiglio in queste occasioni di evitare argomenti “caldi” quali, ad esempio, la politica, l’immigrazione o la classica disputa su guanciale o pancetta nella carbonara (SPOILER: ci va il guanciale).

Ok, torno serio. Il Natale e le altre feste del periodo sono una splendida occasione per un po’ di leggerezza, che spesso sembra mancare nel resto dell’anno. Quindi perché non restare “leggeri”, evitando baruffe, polemiche e frecciatine? Ad ogni modo, se sai di poter andare incontro a situazioni difficili da gestire o semplicemente spiacevoli, anche (e soprattutto) se si tratta di parenti, imponi loro i tuoi limiti. Anche al costo di limitare il tempo da dedicare loro: ne hai tutto il diritto e ne va del tuo benessere.

Perché a Natale siamo tutti più buoni, ma zia Adelina no.

Spiritualità e prospettiva

Con il termine spiritualità non intendo parlare di religione. Mi riferisco invece a quel qualcosa che a volte si riesce a percepire, come flebile sottofondo a questo particolare periodo dell’anno. Forse è l’eccitazione per un nuovo anno che sta per cominciare e promette un destino migliore di quello precedente, o forse è qualcosa di completamente diverso, che ha a che fare più con il presente che con il dopo o il prima: la sottile sensazione che tutto sia a posto così.

Ti guardi intorno: c’è la tavola riccamente imbandita, le risate e le corse dei bambini, il calore del camino, le luci e i colori dell’albero di Natale, le persone a cui vuoi bene riunite attorno a te.

Allora senti di poter prendere un po’ di distanza dai problemi di ogni giorno (puoi permetterti di mollarli, almeno per po’, tanto non andranno da nessuna parte) e aprirti a una prospettiva diversa. Scegliere di guardare a quello che di buono c’è, piuttosto che a quello che manca o che non vorresti.

Se sei preoccupata per quei chili di troppo al punto da immedesimarti con Babbo Natale; se ti fa arrabbiare che la promozione al lavoro che aspettavi da tanto se l’è beccata il nipote preferito di zia Adelina; se sei rimasto deluso dall’ennesimo maglioncino con le renne (che poi ti sentirai pure obbligato a mettere), fermati. Questi sono problemi da “primo mondo”.

Guardati intorno.

Apprezzare quel che si ha, pure se è poco, anche se spesso lo si dà per scontato, ed essere grati per il fatto di averlo: questo, per me, è lo spirito del Natale. Anche questa, per me, è spiritualità.

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Propositi e speranze

Abbiamo un’idea di come dovrebbero essere queste festività, ma inevitabilmente qualcosa non va per il verso giusto, e finiamo così per stressarci e stare male. Prova invece ad affrontare i prossimi giorni seguendo quelle che sono le tue priorità, eliminando il superfluo o ciò che potrebbe mettersi in mezzo tra te e questo periodo di potenziale serenità e positività.

E, se riesci, prova a “colorare” l’atmosfera natalizia con quello spirito di gratitudine che ci consente di apprezzare e di gioire di ciò che abbiamo. Non c’è antidoto migliore per contrastare lo stress delle festività. Alla fine può bastare davvero poco per rendere queste “feste da calendario” dei giorni di festa veri e propri.

A questo punto non mi resta che augurarti, di tutto cuore, delle splendide giornate da passare all’insegna della gioia, della pace e dell’armonia!

Buone Feste, e prenditi cura di te.

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Preoccuparsi è normale, a volte persino utile. Quando però la preoccupazione diviene un’attività fine a sé stessa, che non porta a nulla se non a disperarci, l’unica cosa che ci resta da fare è passare all’azione. O accettare l’incertezza.

preoccupazione

Preoccuparsi può sembrare una buona cosa. E, in effetti, in certi casi lo è. Ad esempio, quando le nostre preoccupazioni ci aiutano nel mantenere un buono stato di salute: sottoporsi a screening periodici, seguire una dieta salutare o rivolgersi ad uno psicologo(!) sono tutti esempi di comportamenti motivati da una qualche preoccupazione.

Insomma: potremmo dire che una preoccupazione è “buona” quando ci porta ad agire nel nostro interesse, ovvero a misurare i rischi potenziali di alcune situazioni e prendere provvedimenti per scongiurarli. Preoccuparsi può diventare un problema quando diventa un’attività fine a sé stessa, senza alcuna rilevanza pratica. Cioè un semplice esercizio di pensiero con contenuti ripetitivi, intrusivi, incontrollabili e, soprattutto, decisamente catastrofici.

Preoccuparsi in maniera eccessiva può essere fortemente debilitante. Le preoccupazioni attivano inevitabilmente una normale e funzionale reazione di stress nel nostro organismo, ma quando questa reazione viene sollecitata frequentemente può portare a conseguenze decisamente negative. Inoltre preoccupazioni eccessive possono facilmente portarci a sperimentare vissuti di impotenza e di mancanza di controllo, che, oltre ad essere di per sé spiacevoli, non hanno altro che generare ulteriori preoccupazioni o potenziare quelle che già abbiamo.

Viaggio nelle preoccupazioni

Anna lavora come segretaria in uno studio medico. È una ragazza precisa, puntuale e affidabile. In un giorno qualunque, però, si ritrova alla fermata dell’autobus insieme a molti altri pendolari che aspettano, ormai da molto tempo, un mezzo che non accenna ad arrivare. Già dopo i primi minuti di ritardo comincia ad affacciarsi una prima preoccupazione: “Farò sicuramente tardi… E se il dottore dovesse arrabbiarsi?”

I minuti passano, le persone in attesa aumentano, ma dell’autobus non c’è traccia. Anna cammina su e giù, persa nel filo dei suoi pensieri: “Ci saranno delle persone in attesa di entrare, sicuramente arrabbiate per averle fatte aspettare tutto questo tempo. E se se ne lamentassero con il dottore? Potrebbe arrabbiarsi ancora di più! E se decidesse di licenziarmi?”

Quando finalmente arriva il mezzo, Anna si prepara all’assalto dell’autobus. Sgomitando, riesce a salire a bordo, ma si ritrova stipata tra una moltitudine di persone arrabbiate e infreddolite, qualcuna pure maleodorante. Al suo fianco, un signore di una certa età starnutisce senza sosta. Costui purtroppo ha le mani occupate a reggerlo agli “appositi sostegni”, quindi non può disporle a conchetta per contenere i germi espulsi dal naso e dalla bocca.

Anna vede i germi atterrare dolcemente sui suoi vestiti, sui suoi capelli, sul suo viso. “Che schifo! Ci manca soltanto che mi ammali! Oddio, non voglio ammalarmi! Se dovessi prendermi dei giorni al lavoro… non voglio nemmeno pensarci! Il dottore andrà su tutte le furie! Dopo il ritardo e tutti i disagi che ho causato, sarebbe la goccia che fa traboccare il vaso!”

Il tragitto verso il lavoro è, ovviamente, costellato da ulteriori ritardi: traffico, lavori in corso, resse e risse ad ogni successiva fermata. Anna ha avuto tutto il tempo di continuare a rimuginare su tutte le preoccupazioni che le sono passate per la testa, ed ormai è praticamente convinta che verrà disprezzata e umiliata dal datore di lavoro e dai pazienti, perderà quindi il lavoro e si troverà senza una lira. E per di più ammalata.

Il rimuginio

In psicologia, la preoccupazione “patologica” viene chiamata rimuginio. Il rimuginio consiste essenzialmente in una modalità di pensiero che presenta le seguenti caratteristiche:

  • Ripetitivo: il pensiero si ripresenta di continuo
  • Negativo: il contenuto del pensiero è incentrato su eventi negativi che potrebbero succedere o che sono già accaduti
  • Incontrollabile: il pensiero sembra non possa essere fermato
  • Astratto: il pensiero non è orientato all’azione, ma solo alla produzione di altri pensieri
  • Assorbente: il pensiero impedisce di concentrarsi su altri pensieri al di fuori di quelli legati alla preoccupazione

Ma a che serve un pensiero di questo tipo? Lo scopo del rimuginio, in ultima analisi, è quello di ridurre l’incertezza. Se ci sentiamo poco capaci di controllare eventi dall’esito incerto, ecco che il rimuginio ci aiuta, seppure in modo perverso, a darci un falso senso di prevedibilità e di controllo.

Questa modalità di pensiero si serve infatti della nostra immaginazione per presentarci diversi scenari possibili (di solito decisamente catastrofici) in modo da poter anticipare e indirettamente controllare un futuro evento temuto (o le conseguenze di un evento passato). E qui si scopre la trappola:

  • se l’evento temuto si verifica (può sempre capitare, ma di solito non in maniera così catastrofica come immaginato), rimuginare si rivela utile perché effettivamente ci ha fatto prevedere cosa sarebbe accaduto (“Te l’avevo detto io!”)
  • se l’evento temuto non si verifica, rimuginare può averci aiutato a prepararci al peggio o a risolvere un problema, o addirittura ha “magicamente” impedito che l’evento si verificasse

Perché è una trappola? Perché, di riffa o di raffa, il rimuginare ha funzionato. E puoi scommetterci che la prossima volta sarà più probabile adottare questa strategia. Che, come la prima volta, continuerà a funzionare. Fin quando non diventerà, inevitabilmente, una delle modalità di fronteggiamento dell’incertezza più efficaci (!?) del tuo repertorio.

Oltre al rafforzamento di questa risposta, però, c’è un altro aspetto che tenderà ad ingigantirsi: la tua percezione di essere insicuro, debole, spaventato e in balia degli eventi. Il che ti renderà ancora più preoccupato di fronte a eventi del cui esito sei incerto o che sono al di fuori del tuo totale controllo.

Insomma, il rimuginio ci illude di poterci fornire una qualche forma di controllo di fronte all’ignoto ma ci mantiene in una condizione di ansia che diventerà via via sempre più invalidante.

Tra palco e realtà

Possiamo quindi immaginare il rimuginio come una versione estremizzata della tipica preoccupazione. Un’importante differenza tra le due è che il rimuginio è una strategia che viene scelta dall’individuo come strategia per risolvere un problema, che però sfugge di mano fino ad essere percepita come incontrollabile.

Di base, però, sia il rimuginio che la “normale” preoccupazione si presentano come catene di pensieri di carattere negativo, ridondanti e orientati all’astratto. Queste catene di pensieri – composte da frasi, immagini, ricordi – finiscono per piazzarsi al centro del palco, mentre noi puntiamo un bel riflettore a illuminarli. A un certo punto, non vediamo che loro. Non sentiamo che loro, sia con la testa che con il cuore.

Noi, ignari spettatori, pendiamo dalle loro labbra e, in men che non si dica, il veleno è entrato in circolo. Ma se invece che semplici spettatori fossimo dei registi o degli sceneggiatori, cosa noteremmo in realtà? Che questi lunghi e tormentati monologhi interiori sono quasi sempre poco credibili. Insomma, suscitano un’emozione nello spettatore, ma di per sé non hanno molto senso.

I pensieri che accompagnano le preoccupazioni, insomma, risultano piuttosto artificiosi a ben guardare. Questo perché:

  • Non sono importanti: nella prospettiva generale della propria vita, quanto può essere importante il prendersi un raffreddore o fare tardi un giorno al lavoro? Quante cose ci sono successe in passato che lì per lì ci sembravano immense e che ora nemmeno ricordiamo? Si tratta davvero di eventi significativi?
  • Non sono probabili: l’immaginare scenari catastrofici – e le preoccupazioni vanno tutte in quella direzione – non li rende necessariamente probabili. Vabbè che la realta a volta supera la fantasia, ma quanto è probabile che Anna venga licenziata o trattata male perché ha fatto ritardo? Quanto è probabile che finisca a elemosinare a causa di circostanze totalmente al di fuori del suo controllo?

Occuparsi del preoccuparsi

Le argomentazioni che ci presentano le preoccupazioni sono, quindi, piuttosto deboli. Basta un po’ di attenzione ai contenuti e le immense costruzioni che abbiamo immaginato finiscono per dissolversi. Quando sei preoccupato per qualcosa, quindi, puoi provare a porti alcune domande per “tornare” alla realtà:

  • Ammesso che ciò che temo dovesse succedere davvero, qual è il peggior esito possibile? Qual è l’esito più realistico?
  • Ammesso che ciò che temo dovesse succedere davvero, quanto è probabile che fra una o due settimane lo ricordi ancora?
  • Quanto mi è utile, in questo momento, concentrarmi sull’immaginare possibili scenari negativi? Cosa posso fare in questo momento per scongiurare le conseguenze temute? E se non c’è niente che io possa fare, a cosa mi serve perdermi in questi pensieri?

Se hai difficoltà a rispondere a queste domande è possibile che tu sia più dalle parti del rimuginio che della “semplice” preoccupazione. Forse ritieni il preoccuparsi una strategia utile e funzionale, ovvero hai investito le tue preoccupazioni di una rilevanza e di un valore che semplicemente non meritano. In questo caso, il mio consiglio è di cercare una guida e un supporto professionale per uscire da questa trappola, che ha come ultimo effetto soltanto il prolungare la tua sofferenza.

Esistono però anche delle preoccupazioni “pratiche” e maggiormente orientate alla realtà. In questi casi lo scopo non sarà quello di sbugiardare i pensieri negati, ma di trovare delle soluzioni ai problemi per poi lasciar andare le preoccupazioni. Tutto quello che devi fare è agire:

  • Se puoi fare qualcosa, fallo. Considera le varie opzioni, prepara un piano di azione e mettilo in pratica.
  • Se puoi farlo adesso, fallo. Se non puoi farlo adesso aspetta il momento di poterlo fare, ma nel frattempo smetti di angustiarti rimuginando sulle tue preoccupazioni: sposta la tua attenzione verso qualcosa di piacevole o di utile.
  • Se devi necessariamente affrontare qualcosa, non evitarla. Se hai una scadenza da rispettare non ha alcun senso preoccuparsene per giorni: non ti fa bene né ti porta a risolvere il problema. La soluzione, anche qui, è solo una: agire.
  • Se non puoi far nulla, non ha senso preoccuparsi.

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Preoccup-azioni!

Preoccuparsi è normale, fa parte del gioco. Il problema è quando il preoccuparsi non porta a nulla di concreto, se non a una concreta sofferenza.

Spesso dimentichiamo che abbiamo più potere di quanto pensiamo. Ci facciamo schiacciare da prospettive immaginate di disastri incombenti e inevitabili, ma il più delle volte – per fortuna – si tratta sono di innocue allucinazioni.

Perdiamo di vista il fatto che ciò che immaginiamo, le fantasie catastrofiche che ci proiettiamo in testa, anche se incredibilmente coinvolgenti, non sono nulla di reale. Non esistono. Esiste solo la possibilità di prendere in mano la propria vita e affrontare, concretamente, ciò che ci fa stare male.

Invece che perderci in sceneggiati immaginari, agiamo. Perché c’è sempre qualcosa che possiamo fare. Fosse anche l’accettare di non poter fare nulla.

Che non sia questa la chiave per la liberazione?

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Non c’è niente di male nel fare del proprio meglio o nell’avere obiettivi elevati, ma quando facciamo coincidere i risultati ottenuti con il nostro valore come persona ci esponiamo inevitabilmente al fallimento. Ma cosa c’è dietro il perfezionismo e quando questo diventa un problema?

perfezionismo

Claudia è una perfezionista. L’attenzione al dettaglio è sempre stato un suo grande vanto, e in ogni pagina che scrive cerca di descrivere al meglio ogni particolare, in modo da riuscire a trasmettere al lettore ogni emozione presente nelle sue storie.

Claudia è un’affermata scrittrice e una perfezionista, ma sono tre mesi che non riesce più a completare il capitolo finale del suo ultimo libro. Scrive una frase, a volte due, poi torna indietro e cancella. “Così non va bene”, si dice ogni volta, “non ci siamo”.

Claudia è una perfezionista ma ha delle scadenze. L’editore le ha chiesto più volte la bozza del suo ultimo romanzo, ma non riesce a completarlo. Sembra arrivata al limite: ci sono giorni che non ci prova nemmeno a scrivere, sente che non sarebbe in grado di farlo in maniera accettabile. Non solo in quei giorni, ma praticamente sempre, si sente tesa, stressata ed estremamente triste.

Claudia è una perfezionista, eppure in questo periodo si sente inutile, una nullità. Si vergogna di sé stessa, passa il tempo a ripetersi che non è in grado di fare niente, di essere una perdente, un fallimento completo.

Il problema della perfezione

Per molti, la ricerca della perfezione è un pregio. Specialmente per chi si ritiene un perfezionista. È chiaro che avere degli standard elevati e fare del proprio meglio è, generalmente, una buona cosa.

Il problema nasce quando quegli stessi standard elevati sono l’unica e sola meta da raggiungere. A volte può andare bene, se si lavora sodo e l’obiettivo è realistico. Ma cosa succede se l’asticella viene posta troppo in alto e non è possibile raggiungere quel livello?

E quali sono i costi da sostenere per arrivare fin lassù? E, una volta arrivati, il beneficio che se ne potrebbe trarre potrebbe giustificare tutti i sacrifici, le rinunce e le notti in bianco?

Perfezione a tutti i costi?

Non sempre le cose vanno nel verso giusto, o certi obiettivi si rivelano irraggiungibili. Chi ha tendenze perfezionistiche non sa quando è il momento di alzare bandiera bianca e di accettare che ciò che si poteva fare è già stato fatto. No, il vero perfezionista persevera. Semmai, è che non si è impegnato abbastanza.

Specialmente davanti a un obiettivo irrealistico, l’effetto di raddoppiare gli sforzi è di aumentare anche lo stress, la tensione e la fatica. E in queste condizioni di solito si commettono anche più errori. Diventa un circolo vizioso, dove a un maggiore sforzo corrisponde una performance peggiore, che viene compensata da uno sforzo ancora maggiore.

Ammesso e non concesso che si raggiungano gli standard desiderati, quale sarebbe il costo in termini di benessere personale? Tutti i sacrifici, la tensione, l’isolamento dagli altri o dai semplici piaceri della vita, visti come distrazioni che distolgono dall’obiettivo ultimo, hanno davvero senso? Il gioco vale davvero la candela?

O perfetti, o nulla

La domanda che viene spontanea, quando ci si trova davanti a persone che sacrificano tutto pur di tentare di raggiungere la “perfezione”, è piuttosto ovvia: perché?

La risposta, spesso, ha a che fare con l’idea che il proprio valore personale dipende dagli obiettivi raggiunti. Per un vero perfezionista, il valore di una persona coincide con ciò che si fa, non con ciò che si è. E quando è così, la prospettiva di “fallire” equivale al proprio fallimento come persona.

Così, ogni qualvolta ci si trova davanti a un obiettivo da raggiungere per confermare il proprio valore come essere umano, ci si espone inevitabilmente al fallimento. Se l’obiettivo è di prendere 30 e lode a ogni esame, cosa accadrà quando il professore-cerbero proporrà un 28? Cosa significherà per il perfezionista in erba quel “misero” voto?

Che non è stato abbastanza bravo? Che non si è impegnato abbastanza? Che non è in grado di andare avanti nel proprio percorso di studi? Che è un fallimento completo, una persona inutile, nemmeno in grado di superare degnamente uno stupido esame?

Vivere così è decisamente stressante. Ogni occasione può essere un pretesto per mettere in discussione il proprio valore, per considerarsi un fallimento, una persona indegna. Tutto questo perché si parte da una premessa tanto estrema quanto errata: io valgo per ciò che faccio.

Dietro la perfezione

Questa ricerca della perfezione come unico mezzo per confermare il proprio valore spesso ha radici antiche. Questa credenza potrebbe essersi sviluppata in un ambiente familiare in cui l’unico modo per ricevere affetto e attenzione era quello di eccellere. Ogni fallimento veniva decisamente criticato, ogni successo fortemente incoraggiato.

Non è l’unica spiegazione possibile, ovviamente. Ciò che è probabile, però, è che dietro il perfezionismo ci siano all’opera uno o più dei seguenti meccanismi:

  • L’illusione del controllo. La vita è innanzitutto incertezza, e l’incertezza spaventa. L’idea di avere controllo in determinate aree della propria vita è rassicurante, perché sappiamo che, almeno in certi contesti, siamo noi a poter controllare le cose. A patto però che vadano come diciamo noi. Cioè, che sia tutto perfettamente come lo vogliamo noi.
  • Il timore delle conseguenze. Riassumibile nell’assunzione: “se non sono perfetto potrebbero accadere brutte cose”. Se non si è perfetti, tutto potrebbe andare a rotoli. Se non si lavora al massimo, si potrebbe perdere il lavoro, la casa, finire sotto i ponti. Se l’arrosto non è perfettamente delizioso, i miei amici non verranno più a casa mia, nessuno vorrà avere a che fare con me, resterò sola e morirò sola.
  • Il bisogno di approvazione. Forse riflesso di un’infanzia dove l’affetto era condizionato al soddisfare l’altro, alcune persone tendenti al perfezionismo ripropongono la stessa dinamica nelle relazioni interpersonali. Coloro i quali ritengono di dover soddisfare perfettamente i bisogni degli altri per poter essere davvero amati e accettati si trovano davanti a un compito impossibile ed emotivamente assai impegnativo.

 

perfezionismo

Perfetto, così come sei

Che il tuo perfezionismo sia relativo al lavoro, alle relazioni interpersonali, allo status sociale o al vestiario, se sei un vero perfezionista conosci molto bene il prezzo che stai pagando per mantenere certi standard. Ansia, insicurezza, stanchezza, tensione, vergogna, timore di essere umiliati sono solo alcune delle condizioni che possono associarsi al perfezionismo.

Se associ il tuo valore esclusivamente agli standard che ti sei posto, o agli obiettivi che hai in mente di raggiungere, stai dimenticando un concetto tanto semplice quanto realistico: nessuno è perfetto. E la vita, quella vera, non è soltanto raggiungere un obiettivo o mantenere un determinato livello raggiunto. La vita è molto, molto di più. TU sei molto, molto di più.

Prenditi un momento: cosa c’è oltre l’oggetto del tuo perfezionismo? Cos’è che ti piace, che ti scalda il cuore, che ti fa sentire vivo? Cos’è che ti fa ridere?
Pensi di poter dedicare del tempo (per quanto poco pensi di averne) alle cose che ti fanno stare bene? Cosa potrebbe accadere se provassi a farlo davvero?

Pensaci: potrebbe essere un tuo nuovo obiettivo, di quelli però decisamente raggiungibili! Dedicare del tempo a ciò che ti piace e ti fa stare bene, ricercare un po’ di leggerezza in questo mondo sempre più frenetico e pesante.

E magari così scoprire che il tuo valore non si può misurare in base a ciò che fai, ma piuttosto dipende da quanto te ne dai.

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Andare in vacanza significa prendersi una pausa dallo stress della vita quotidiana, ma se la vacanza stessa diventa fonte di stress rischiamo di tornare al punto di partenza. Forse occorre ripensare alla vacanza non come fuga dallo stress, ma come occasione per dedicarci a ciò che ci fa stare bene e a chi vogliamo bene.

stress vacanza

Hai già pianificato la tua vacanza perfetta? Non vedi l’ora di poter finalmente lasciarti alle spalle tutto lo stress, i problemi e le preoccupazioni di ogni giorno? Già ti vedi su una spiaggia bianchissima e le palme tutte intorno o a passeggiare per un fresco sentiero con imponenti montagne sullo sfondo?

Andare in vacanza significa mettere da parte le responsabilità, gli impegni e le scadenze che quotidianamente riempiono le nostre giornate. Significa partire con la voglia di divertirsi e rilassarsi, per ritrovare le energie perse da tempo e riuscire a prendersi una pausa da tutto lo stress che pervade le nostre esistenze.

A volte, però, alcuni nostri atteggiamenti possono portarci a vivere anche le vacanze in maniera stressante. E forse può essere utile rivedere il concetto di vacanza non come fuga dallo stress, ma semplicemente come occasione per dedicarci a ciò che più ci piace e per stare con chi vogliamo bene.

Stress da vacanza

Il senso ideale della vacanza è “staccare” dalla vita di tutti i giorni, una pausa dallo stress che ci accompagna per tutto l’anno. Paradossalmente, però, la stessa vacanza può diventare una fonte di stress, ancor prima che questa inizi: la pianificazione, il budget da destinare, le valigie, il viaggio sono tutti elementi che possono dare origine a preoccupazioni e tensioni.

Andare in vacanza, inoltre, rappresenta un cambiamento significativo rispetto all’ordinario. Ci troviamo cioè in una finestra temporale in cui tutto (o quasi) cambia: gli orari, le routine quotidiane, ma anche gli spazi e i momenti in cui troviamo conforto quando ne sentiamo il bisogno.

Eppure, nonostante molte cose possano apparire diverse, siamo sempre noi ad andare in vacanza. Noi, con le nostre aspettative, i nostri problemi, le nostre necessità. Con le nostre idee su come devono essere le cose, su come devono andare, su cosa fare e cosa non fare.

In un certo senso, quindi, possiamo ritrovarci a partire solo con il corpo, non con la mente. Tutto quello che è già nella nostra testa viene in valigia con noi. Il rischio è di aver aspettato un intero anno per poi ritrovarci, sebbene in vacanza, al punto di partenza. Staccare, ma senza staccare.

Aspettative di relax

Diciamoci la verità: il fatto che siamo in vacanza non vuol dire necessariamente che lo stress sparisca immediatamente dalle nostre vite una volta scesi dall’aereo. Si parte sempre con l’aspettativa di “rilassarsi”, di vivere finalmente un periodo senza pensieri né preoccupazioni, di solo divertimento e pace interiore.

Partiamo cioè orientati verso quello che immaginiamo sarà un periodo bellissimo della nostra vita, senza problemi né ansietà. Con questa idea fortemente radicata nella nostra testa, cosa accadrà al primo imprevisto? Può essere un ritardo all’aeroporto, una fila interminabile in autostrada o il proprietario dell’appartamento che abbiamo affittato che non si fa vedere e non risponde al telefono.

Il sogno è già parzialmente infranto. In un attimo sentiamo nuovamente montare lo stress, magari accompagnato da frasi quali: “Ecco, non me ne va mai bene una!”, “Sono venuto per rilassarmi e mi sento peggio di prima!”.

Intendiamoci, non sto dicendo di aspettarsi il peggio dalla nostra vacanza. Piuttosto, che è importante partire con la consapevolezza che “vacanza” non significa “sfuggire allo stress”. Se partiamo con questa aspettativa, al primo imprevisto torneremo inevitabilmente al punto di partenza.

Il dovere di divertirsi

Quando si parte, ma anche giorni prima di farlo effettivamente, la testa comincia a riempirsi di immagini e pensieri su come si deve stare in vacanza. “Devo divertirmi, devo rilassarmi, devo mettere da parte i pensieri, devo godere di ogni momento al massimo, non devo avere preoccupazioni, non devo stressarmi”.

Insomma: messi da parte i “doveri” della vita ordinaria, li sostituiamo subito con i “doveri” da vacanza. Niente di male in questo, per carità. Anche se, a ben guardare, sembra quasi di essere di nuovo in ufficio con le mille cose da dover fare o in casa con i mille problemi da dover risolvere.

A volte, le doverizzazioni prendono la forma di programmi di attività ben strutturati: la prima sera cenetta a base di pesce in riva al mare, la mattina seguente corsetta in spiaggia alle 6, il terzo giorno con tutta la famiglia al parco divertimenti, il giorno dopo sci d’acqua e quello dopo ancora parapendio.

Che siano programmi o atteggiamenti, il rischio è di strutturarsi mentalmente una serie di condizioni che, qualora non dovessero verificarsi, possono diventare esse stesse condizione di stress e di disagio. Accade così che la vacanza, fuga a lungo attesa dal carico di sofferenze quotidiane, diventi uno schema rigido nel quale ci sentiamo incastrati nel disperato tentativo di stare meglio.

Come non rovinarsi una vacanza

In definitiva, tra aspettative irrealistiche di assoluto relax e rigide idee su come devono andare le cose, la nostra vacanza rischia di diventare una situazione ancora più stressante di quelle che vorremmo, almeno temporaneamente, lasciarci alle spalle.

Occorre, forse, un cambio di prospettiva. Vedere cioè la vacanza che ci aspetta non come la soluzione di tutti i mali, ma come un’opportunità di vivere un’esperienza nuova che ci consenta, almeno temporaneamente, di mettere da parte ciò che ogni giorno sembra consumarci. Altrimenti, perché scomodarsi a prendersi un periodo di pausa se dobbiamo poi viverlo allo stesso modo di sempre?

Quindi, innanzitutto:

  • Non aspettarti “risultati”. Non partire con l’idea di rientrare più rilassato, più tonico o più pimpante. Il rischio è di non riuscirci, per una ragione o per un’altra. Vivere una vacanza come un’esperienza orientata verso degli obiettivi assomiglia più a un lavoro che a un periodo di riposo!
  • Non fermarti agli imprevisti. Capitano e capiteranno senz’altro: gli imprevisti sono all’ordine del giorno, che tu sia o meno in vacanza. Non farne un dramma, vivili per quelli che sono: dei semplici contrattempi. Davvero un piccolo intoppo ha il potere di condizionare l’intera vacanza?
  • Non programmare ogni cosa. Lo scopo non è “occupare il tempo”, semmai può esserlo di viverlo a pieno. Non è necessario essere sempre impegnati in qualcosa, anche nei momenti di relativa inattività, di ozio o di “noia” si può stare bene. Magari rappresentano proprio un’opportunità per rifiatare… che poi era l’idea iniziale, giusto?
  • Non portarti dietro il lavoro. Non parlo solo delle carte arretrate alle quali pensavi di dedicarti in alternativa alla siesta, ma soprattutto di tutto ciò che è per te fonte di preoccupazione o di disagio. In altre parole: di stress. Più facile a dirsi che a farsi, lo so. Per riuscirci, è necessario tenere “impegnata” la mente in altri modi, alcuni dei quali sono elencati di seguito.

Come godersi una vacanza

Come si può fare, quindi, per vivere la nostra vacanza in modo da renderla davvero un’esperienza significativa e rigenerante? Ecco alcuni consigli per una vacanza meno “impegnativa” ma, forse, più soddisfacente:

  • Rinnovare i propri interessi. Mettere da parte la solita routine non significa necessariamente rivoluzionare la nostra vita, lasciare in stand-by ogni aspetto del nostro essere o abbandonarsi all’ozio più assoluto. Anzi, la vacanza può essere un ottimo momento per riprendere in mano le cose che più ci piace fare e viverle con rinnovata passione: approfittiamo dunque delle ferie per dedicarci ai nostri interessi, siano essi la lettura o la fotografia, il visitare musei e luoghi d’arte o il gustare le prelibatezze locali.
  • Fare attività fisica. Non è necessario frequentare una palestra quando si è in villeggiatura, in realtà basta anche un po’ di ginnastica dolce o passeggiate più o meno lunghe. Quanto basta per restare attivi, insomma. L’obiettivo non è “mantenere la forma” o tornare in ufficio più tonici di prima, quanto piuttosto di dare modo anche al nostro corpo di rigenerarsi, di ritrovare le energie e la vitalità che spesso sembrano mancarci nei lunghi periodi in cui ci alterniamo tra la seduta della scrivania e il divano di fronte alla tv. Insomma, perché non approfittare per ridare vigore al nostro corpo, oltre che alla nostra mente?
  • Vivere nuovi stimoli. Le vacanze sono anche un’ottima occasione per sperimentare nuove esperienze, in un contesto in cui siamo meno vincolati dal tempo e dagli impegni quotidiani. È anche un modo per ritornare più “ricchi” di nuove avventure e prospettive. Non è necessario programmare chissà quali esperienze, a volte può bastare davvero poco: assaggiare un cibo esotico, esplorare un fondale marino, fare due chiacchiere con un pescatore locale. Insomma, sperimentare l’insolito e aprirsi a nuove esperienze: ecco come con la vacanza si può andare oltre l’ordinario.
  • Condividere i momenti. Sembra banale, ma uno degli aspetti più significativi di una vacanza è la possibilità di ritrovare il semplice piacere di stare con chi vogliamo bene. Che sia il proprio partner, i propri parenti, gli amici di una vita o nuove conoscenze non importa: ciò che davvero conta è l’opportunità di condividere questa esperienza tenendo da parte i soliti problemi e le solite preoccupazioni, che a volte ci sono d’ostacolo nel vivere quotidianamente l’altro. E magari riscoprire le piccole gioie dello stare insieme, del sentirsi parte di qualcosa di più grande di questo o quello. Sentirsi a casa, ovunque ci si trovi.

In definitiva, prenditi cura di te stesso a partire da ciò che ti piace, da ciò che ti fa stare bene, da ciò che ti stimola e da chi ti vuole bene.

stress vacanza

Il rientro

Capitolo a parte, il famigerato rientro. La bestia nera. Lo spettro che si aggira tra le stanze della nostra mente ancor prima di partire per le vacanze. Rientrare significa tornare alla “normalità”, quindi chiudere la finestra temporale delle ferie appena trascorse e prepararsi a tornare alla routine, cioè alle solite preoccupazioni e ai problemi di sempre.

Innanzitutto, un ultimo consiglio: fate in modo di lasciare almeno un paio di giorni dalla fine delle vacanze al momento del rientro effettivo alle attività di sempre, siano esse il lavoro, la gestione della casa o altro. Datevi il tempo di riabituarvi, con gentilezza, ai soliti ritmi. Lasciate che sia una transizione morbida e cominciate con gradualità, non gettatevi a capofitto sulle cose da riprendere.

E non indugiate troppo sul pensiero che le vacanze sono ormai finite. Le esperienze fatte e i momenti belli passati con chi volete bene non è detto che non possano ripresentarsi al di fuori di quel limitato periodo di riposo. Ogni giorno ne potete fare esperienza. Che sia durante una gita fuori porta la domenica o in un piovoso lunedì di Ottobre, c’è sempre la possibilità di mettere da parte la consueta routine e prendersi del tempo per sé stessi.

Allora, ancora una volta, buone vacanze! :)

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Arriva, inevitabilmente, il momento in cui il nostro unico desiderio è mettere da parte tutto per poterci, finalmente, fermare. Ma non è necessario aspettare le tanto sognate vacanze, ogni giorno abbiamo la possibilità di dedicarci a ciò che ci fa stare bene e che può aiutarci a recuperare le energie per continuare ad andare avanti.

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Siamo in un periodo critico dell’anno: fa caldo – ogni anno sempre di più,  le energie vengono meno e le nostre fantasie sono tutte orientate al fatidico momento in cui potremo, finalmente, partire per delle meritate vacanze. Per chi se le può permettere, ovviamente.

Dopo un anno di lavoro, che sia dietro una scrivania o tra le mura domestiche, di corse qua e là, di impegni, di incombenze e di preoccupazioni, sentiamo il forte bisogno di una pausa dai soliti ritmi infernali. Poterci finalmente fermare, che sia in riva a una spiaggia assolata o sul cucuzzolo di una montagna non importa. L’importante, comunque, è staccare.

Ma dobbiamo davvero aspettare il momento delle tanto agognate ferie, per riuscire a mettere da parte le nostre vite frenetiche e godere di qualche momento di riposo e di benessere?

Se non ti fermi tu, mi fermo io

Il problema fondamentale è che la vita non si ferma. Se sentiamo il bisogno di rifiatare, restano comunque delle cose da fare: bisogna continuare a lavorare, a produrre, a rispettare gli impegni e le scadenze. Nonostante sentiamo che le forze non ci siano più.

Ma se la vita non si ferma, possiamo fermarci noi? In attesa delle ferie, è possibile ritagliarsi comunque dei momenti di vacanza dalla quotidianità? È possibile trovare degli spazi e dei momenti di riposo in cui immergerci per ricaricarci, quanto basta per poter tornare a prendere fiato?

Forse sì. Forse è possibile prendersi del tempo per sé stessi, per ritrovare quelle energie che possono sostenerci nei periodi – più o meno lunghi – in cui sentiamo di non avere più le forze. Ma cos’è che potremmo fare concretamente per ricaricarci?

Un tempo solo per noi

Ciascuno di noi ha delle cose che gli piacciono (e che teoricamente ci fanno stare bene) e altre che piacciono meno o per nulla, ma che purtroppo tocca fare. La situazione diventa molto più pesante da sopportare se, al di là della stanchezza e della mancanza di energie, la nostra vita è sbilanciata soprattutto verso le cose che si devono fare, con poco o nessuno spazio per le attività che possono produrre su di noi effetti benefici.

Poiché – fortunatamente – non siamo tutti uguali, non è possibile elencare una lista di attività da fare per farci stare bene. Ognuno di noi sa cosa gli piace e cosa non gli piace, cosa lo fa sentire vivo o produttivo, cosa gli restituisce energie o una maggiore serenità.

Quindi, il primo passo è piuttosto semplice: prendi carta e penna e scrivi almeno 5 attività che siano per te fonte di piacere e gioia o che ti restituiscano un senso di efficacia e di produttività. Meglio ancora sarebbe se queste attività incarnassero entrambe queste caratteristiche, ma non è facile trovarne di così “complete”.

Se hai difficoltà nel trovarle, di seguito troverai alcuni spunti che spero possano esserti utili.

Alcune idee

Ci sono alcune attività che hanno un solo scopo: quello di farci rilassare e stare bene. Spesso si tratta di attività che ci consentono di immergerci completamente in quel momento, mettendo da parte stanchezze, pensieri e incombenze. Sono piuttosto facili da trovare se le cerchiamo tra i nostri interessi, ovvero tra le cose che ci piacciono. Ad esempio:

  • Leggere un libro
  • Fare una passeggiata immersi nella natura
  • Fare una gita fuori porta
  • Scrivere una poesia, una lettera o un racconto
  • Mangiare un bel gelato
  • Giocare con i propri figli (o con un amico a quattro zampe)
  • Uscire con gli amici

Altre attività, invece, possono sembrare meno piacevoli a prima vista, ma hanno il pregio di restituirci qualcosa in termini di “efficacia”. Sono tutte quelle iniziative che mirano a tenerci attivi, ottenendo possibilmente anche dei risultati, piccoli o grandi che siano. Tra queste troviamo:

  • Sistemare il giardino
  • Riparare il lavandino che perde
  • Preparare una bella cena
  • Imparare a suonare uno strumento musicale
  • Fare le parole crociate
  • Creare con le proprie mani un pensierino per qualcuno a cui vogliamo bene
  • Fare delle attività di volontariato

Ci sono poi delle attività “bingo” con le quali prendere i proverbiali due piccioni con una fava, attività complete che ci fanno stare bene e che ci restituiscono anche un senso di efficacia, come il fare attività fisica e sportiva. Tra queste, comunque, la mia preferita è senza dubbio la meditazione, che rappresenta la perfetta sintesi del “prendersi del tempo per sé stessi”.

Perché staccare ci fa bene?

Innanzitutto “staccare” ci fa bene proprio perché ci consente di uscire, anche se solo per un attimo, dagli automatismi di una vita che sempre più spesso viene sentita come troppo piena ma contemporaneamente svuotata da piaceri e soddisfazioni.

Altri benefici del dedicare del tempo a sé stessi dipendono, ovviamente, anche dal tipo di attività che si decide di svolgere. Ad esempio, farsi fare un massaggio dal proprio partner (un altro spunto, per la gioia del partner!) può favorire non solo un rilassamento psicofisico, ma anche portare vitalità e risvegliare sentimenti positivi nei confronti dell’altro. In generale, comunque, svolgere delle attività che ci permettono di staccare dalla routine può portarci effetti benefici rispetto a diverse aree:

  • Umore. Impegnarsi in attività che ci fanno stare bene o che ci fanno sentire efficaci può migliorare nettamente il nostro umore. Può sembrare ovvio, ma quando stiamo un po’ giù non è facile pensare che a volte basta davvero poco per sentirci meglio.
  • Energia. Alcune attività, in particolare quelle che richiedono un certo grado di movimento, possono avere un importante effetto energizzante. Sembra quasi paradossale, ma spendere energie per poi ritrovarsene ancora di più è un piacevole effetto collaterale.
  • Efficacia. Riuscire a ottenere dei risultati, per quanto piccoli possano sembrare, ci restituisce un senso di efficienza e di adeguatezza che spesso ci motiva a fare di più, per noi stessi ma anche per gli altri.
  • Benessere e connessione. Dedicarsi ad attività che ci consentono di andare oltre la routine ci aiuta a mettere in prospettiva molte cose: l’ammirare un paesaggio o il prendersi cura di un fiore o di una pianta possono risvegliare in noi il senso del bello e la meraviglia per tutto ciò che ci circonda. Spesso, cambiare punto di osservazione può consentirci di aprirci gli occhi verso la realtà delle cose e farci sentire pienamente connessi con un mondo nel quale possiamo faticare a trovare il nostro posto.
  • Creatività. Non è insolito che le migliori idee vengano nel momento in cui ci dedichiamo ad attività che possono sembrare, di per sé, soltanto occasioni di svago. Ma è proprio nei momenti in cui riusciamo a distanziarci dai soliti pensieri e rimuginii dedicandoci pienamente ad altro, che possono emergere intuizioni, idee e persino soluzioni a problemi che sembravano irrisolvibili.
  • Rapporti con gli altri. Se dedichiamo del tempo per noi stessi, per stare bene con noi stessi, non possono che verificarsi degli effetti positivi anche nelle nostre relazioni. Che sia il partner, il vicino di casa, il capo o il postino non importa: una persona che sta bene con sé stessa è in grado di tollerare meglio le tante piccole cose che ci infastidiscono degli altri, è in grado di ascoltare con più attenzione, di essere più gentile e più comprensiva. E questo gli altri lo sentono, magari restituendo il favore e generando così un circolo virtuoso.

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Vorrei, ma non posso

A questo punto, se non hai ancora elaborato una lista di possibili attività da svolgere ora è il momento di farlo. Siamo arrivati, infatti, al secondo passo: scegliere quando e come svolgere queste attività.

È importante trovare ogni giorno il tempo necessario per svolgere almeno un’attività. È facile ricadere nuovamente nella routine e riabbandonarsi ai ritmi che in questo periodo è sempre più difficile sostenere. Per questo, è fondamentale riuscire a ritagliarsi uno spazio per sé stessi da dedicare alle attività che abbiamo scelto.

Sulla carta è facile, ma non appena proviamo a definire con maggiore precisione le attività che vogliamo svolgere, ecco che appaiono dubbi, incertezze e presunte difficoltà. In particolare, le obiezioni che più frequentemente possono venirci in mente per “sabotare” le nostre buone intenzioni sono:

  • Non ne ho il tempo. Sicuro? Davvero non hai cinque minuti per fare una passeggiata intorno al palazzo? Basta cominciare con poco, anche solo pochi minuti, e vedere cosa accade. Se noti qualche effetto positivo, anche solo se riesce a “staccare” per pochi minuti, magari poi riuscirai a trovare qualche altro minuto in più da dedicare a queste attività. Forse, togliendo un po’ di tempo ai social network o allo zapping compulsivo…
  • Sarebbe da egoisti. Prendersi del tempo per sé stessi, a volte, viene visto come un qualcosa di profondamente ingiusto nei confronti degli altri. “Non posso dedicare del tempo a me: già non ne ho di tempo, quello che mi avanza non posso sottrarlo agli altri” oppure “Ci sono sempre così tante da fare per mandare avanti la baracca, cosa penserebbero gli altri di me se io, invece di darmi da fare, mi mettessi a fare i fatti miei?”, sono alcuni possibili pensieri che possono passarci per la testa. La verità è che non c’è assolutamente alcun motivo per considerarsi egoisti solo perché si fa qualcosa per sé stessi. Anzi, se dedicarci a noi stessi ci fa stare bene e ci rende più sereni e meglio disposti nei confronti degli altri, non è che forse sarebbe “da egoisti” non cogliere queste opportunità?
  • Non serve a nulla fare cose così insignificanti, ho solo bisogno di una vacanza! Certo, quale migliore modo per “staccare” dalla quotidianità dello spaparanzarsi all’ombra di una palma, facendoci cullare dal ritmo dell’amaca e dalla musica delle onde che si infrangono sulla spiaggia? Ma se al mare non ci puoi andare? Se non puoi permetterti una vacanza? Se sei ancora a Febbraio e le ferie sono più che un miraggio? E poi, le vacanze finiscono. Imparare a prendersi del tempo per sé stessi resta, potenzialmente per tutta la vita. Può sembrare cosa da poco, ma avere la possibilità di fermarci a rifiatare prima di immergerci nuovamente nell’apnea del solito tran-tran, può fare la differenza. Non solo in estate, ma ogni qualvolta ne sentiremo il bisogno.

Ricapitolando

Che le vacanze siano prossime o lontane, impossibili o già finite, possiamo trovare il modo di staccare temporaneamente la spina e ricaricare le nostre batterie, semplicemente dedicando del tempo a noi stessi e a quello che più ci piace.

Prima occorre individuare almeno 5 attività che potrebbero fare al caso nostro (anche di più, se ci va), poi bisogna decidere quando, dove ed eventualmente con chi farle. Questa, forse, è la parte più difficile: trovare il tempo da dedicare a noi stessi quando pensiamo che di tempo non ce n’è più.

In realtà, si tratta di un vero e proprio investimento: come abbiamo visto, anche solo pochi minuti da destinare a ciò che ci fa stare bene possono fruttarci maggiori energie, un innalzamento dell’umore, migliori rapporti con gli altri. Non si tratta quindi della quantità di tempo “perso”, ma della qualità del tempo “guadagnato”.

E poi, diciamoci la verità, sicuri che quando andiamo in vacanza riusciamo davvero a “staccare”? ;)

Buone vacanze (lunghe o temporanee) a tutti!

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Con giornate sempre più piene di impegni e tante piccole cose da fare, abbiamo la sensazione di non avere tempo da dedicare a noi stessi. Ma siamo davvero sicuri di non averne? Possiamo ritagliarci un po’ di tempo per noi? E per farne cosa?

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Sveglia, doccia, colazione al volo, scappa di casa, macchina, traffico, Salaria, Nomentana, GrandeRaccordoAnulare, traffico, semaforo (sempre) rosso, clacson, traffico, niente parcheggio, forsesièliberatounposto.

Ascensore, timbrailcartellino, carte, telefonate, pausapranzaconlavoro, arretrati, vogliadiMaldive, lavoro, lavoro, lavoro.

Esci, traffico, GrandeRaccordoAnulare, Nomentana, Salaria, prendiilfiglioascuola, niente parcheggio, portaloabasket, intantoallaposta (“perchèdiaminenonapronoglialtrisportelli?”), supermercato, fila (“perchédiaminenonapronolealtrecasse?”), riprendiloabasket.

Torna a casa, nonvuolefareicompiti, lavatrice, quandofacciolepulizie?, stiro?, checucino?, cena, sonnecchiasuldivano, preparalacartella+mettiloaletto, mettitialetto. Occhi sbarrati, (dopo un tempo indefinito) sonnocomatoso.

Ripeti.

Correre senza meta

Può variare nei dettagli, ma nella sostanza la sequenza giornaliera della maggior parte di noi è composta da ripetitive azioni come quelle elencate sopra. Le nostre vite, in pratica, tendono sempre più ad assomigliare ad una folle corsa in una ruota da criceti, e spesso abbiamo il sospetto che questi ritmi siano inevitabili.

Alcune cose sono sicuramente inevitabili. Se avete dei figli, è inevitabile che dobbiate prendervi cura di loro e adeguare i vostri tempi ai loro e a quelli della scuola o delle associazioni sportive. Se avete un lavoro, è inevitabile che dobbiate recarvi sul posto di lavoro e dedicare il vostro tempo a determinate attività (in cambio però ricevete un compenso, se siete fortunati). A meno che non viviate in albergo o in una grotta rapida da pulire, è inevitabile che dobbiate affrontare dei compiti domestici. E così via.

Non tutto ciò che fa parte del nostro vivere quotidiano però è inevitabile. Una cosa che sicuramente può essere diversa è il modo in cui ci approcciamo a tutto ciò che non possiamo evitare. Intendiamoci: non sono qui a dirvi che è il caso di mollare tutto e andare e vivere sul cucuzzulo di una montagna (che noia!), ma che è invece possibile mettere da parte tutto quello che è in più rispetto a quanto ci è dato fare.

E non sto parlando solo di delegare ad altri alcuni dei vostri impegni (che è comunque cosa buona e giusta, almeno per voi), ma piuttosto di cominciare a rivalutare il modo in cui solitamente facciamo ciò che facciamo: come se ne andasse della nostra vita e della nostra stessa felicità.

Chi si ferma è perduto

Viene da sé che se ciò che facciamo è questione di vita o di morte, anche il più piccolo degli impegni assume proporzioni gargantuesche. E se riteniamo di non poterci fermare o riposare o essere felici e soddisfatti se non prima di aver concluso tutto o di essere arrivati dove volevamo arrivare, è chiaro che potremmo raramente concederci il lusso di apprezzare noi stessi e il momento in cui dimoriamo.

Siamo sempre sotto pressione, travolti da un enorme mucchio di cose-da-fare e di aspettative sulle cose-da-fare. E, più spesso di quanto ce ne rendiamo conto e proprio a causa di questo pesante carico, finisce che non riusciamo nemmeno a svolgere “come si deve” le tante cose-da-fare. Se siamo sempre agitati, preoccupati, stravolti, stanchi, come possiamo essere davvero efficaci ed efficienti?

Fermarsi? E perché mai? No no, questa cosa è troppo importante! Ma se è troppo importante, non conviene forse fermarsi un attimo, rifiatare e pensare a come farla bene, invece che andare avanti come dei robot?

Se non ci fermiamo, inoltre, corriamo un rischio di cui raramente siamo consapevoli: quello di trascurare completamente i nostri bisogni e i nostri desideri (quelli veri, non “lavacanzaalleMaldive”, che tanto saremmo distratti anche lì), ma anche di non essere presenti agli altri, a chi amiamo e chi ci sta più a cuore. E intanto continuiamo a ripeterci che molto di quello che facciamo lo facciamo solo per noi stessi, o per loro.

Tempo libero(?)

A dirla tutta, abbiamo un gran paura di fermarci. La prova è la tendenza a riempire ogni singolo momento con qualcosa da fare. Apparentemente per la paura di annoiarsi, ma secondo me è la paura del silenzio e di quello che sentiamo nella quiete. Nel vuoto spaventoso dove echeggiano i nostri pensieri.

Perché appena abbassiamo la guardia, ecco che tornano a infestarci tutte le nostre preoccupazioni, le nostre ansie, le nostre paure, i nostri rimuginii su chi siamo, cosa facciamo, dove stiamo andando. No: meglio accendere la tv, giocare a Candy Crush, scorrere pigramente il feed di Facebook, aprire il frigo e ingozzarsi. Tutto, pur di riempire il tempo.

Così, passiamo dalle cose-da-fare alle cose-contro-la-noia, in un’incessante sequela di azioni per riempirci la vita. E poi diciamo di non avere tempo.

E in tutto questo, noi dove siamo? Cosa facciamo davvero per noi? E gli altri? Ci siamo per gli altri (al di fuori di Facebook, intendo)?

“Passiamo” il tempo, ma non lo viviamo.

tempo

Prendersi tempo

Al di là delle cose-da-fare, quelle che consideriamo inevitabili, cosa ci porta a occupare il breve tempo a nostra disposizione di altro fare-fare-fare? Quali impulsi ci spingono a riempire così la nostra vita, che poi ogni tanto percepiamo come “troppo piena”, senza un attimo per rifiatare, e magari ne soffriamo pure? Cosa ci porta a colmare la nostra clessidra, per poi chiederci dov’è andata tutta la sabbia?

Quando siamo tra le cose-da-fare, perché non fermarsi un attimo e vedere cosa stiamo facendo, cosa stiamo provando, cosa stiamo pensando? Chissà, forse così potremmo riuscire ad assumere una prospettiva leggermente diversa, riuscire ad alleggerire il carico che aggiungiamo alle cose-da-fare. Vedere il traffico mentale mentre siamo nel traffico stradale, e scoprire l’effetto che fa. A lavoro dovrai andare lo stesso, il traffico non lo potrai evitare, ma chissà che non scopri qualcosa di diverso.

Quando siamo in procinto di fare le cose-contro-la-noia, perché non fermarsi un attimo e scoprire cosa ci spinge a fare qualcosa? Cosa senti, cosa provi? Dove sei in questo momento, tra i rimorsi e i rancori del passato o tra le ansie e le cose-da-fare del futuro? Quali emozioni si affacciano? Riesci a starci per un po’ a contatto? Cosa ti dicono? Riesci a starci qualche altro secondo in più? Che effetto fa? Cosa succede? Anche così, chissà di non scoprire qualcosa di diverso.

Un minuto

Ammazza quante domande! Te ne faccio un’altra (l’ultima, promesso!): perché non provi?

Ovunque tu sia, qualunque cosa tu stia facendo o senti il bisogno di fare, prova a fermarti, a chiudere gli occhi (non se stai guidando) e sentire cosa sta succendo in quel momento. Anche solo per un minuto, prova a metterti in contatto con quello che sta accadendo. Respira, non fare altro, ciò che devi sentire verrà da sé. E non aver paura di ciò che potrai trovare, al massimo dopo quel minuto non ci sarà più e potrai tornare a immergerti a pieno nel solito tran-tran, se lo vorrai.

Un minuto, e scopri cosa succede. Prendilo come un gioco. Magari, di minuto in minuto, potremmo capire come riuscire a gestire meglio il tempo nella nostra vita. Che in fondo, parafrasando i Litfiba, è solo un gioco di equilibrio. Bisogna solo farci un po’ la mano.

 

Hai provato? Ti sei preso un minuto per te? Troppo difficile o pensi di non sapere bene come fare? Se vuoi posso darti una mano. Tu intanto prova, e se vuoi fammi sapere com’è andata!

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