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Possono arrivare all’improvviso e senza un motivo apparente, tra sintomi fisici spaventosi e decisamente reali e la paura di morire o di impazzire: gli attacchi di panico sono eventi terrificanti che possono condizionare la nostra vita in molti modi, fino ad arrivare a diventare un vero e proprio disturbo. Cosa bisogna sapere su di loro? Cosa possiamo fare per affrontarli e superarli?

attacchi di panico

È una serata come tante e sei seduta comodamente sul divano di casa, lo sguardo rivolto alla tv ma la mente attorcigliata tra mille pensieri sulla tremenda giornata che ti aspetta domani. All’improvviso senti come un formicolio alle mani, che iniziano a tremare e a sudare.

Quella sensazione la senti poi salire anche alle braccia (qualcosa ti dice che è soprattutto il braccio sinistro a essere “strano”) e poco dopo senti il cuore che inizia a correre così forte che ti sembra persino di sentirlo battere nel petto. Senti che c’è qualcosa che non va, ti sembra di non essere realmente lì, la testa sembra essere piena d’aria e in quel momento tutto sembra congelarsi. Che sta succedendo? Avresti voglia di alzarti in piedi e di urlare, ma vedi i bambini che giocano sul tappeto davanti a te e non vuoi spaventarli. Allora cerchi di mantenere la calma, ma dentro di te una voce sembra dirti: “ci siamo, stai avendo un infarto”.

Ti alzi col massimo contegno che puoi importi, ovviamente per non far preoccupare i bambini, e raggiungi tuo marito nell’altra stanza. Il tuo corpo continua a tremare e senti distintamente il battito del cuore all’interno dell’orecchio, ma a fatica riesci a trovare le parole da dire: «Mi sento male, portami al pronto soccorso.»

I sintomi di un attacco di panico sono decisamente terrificanti e maledettamente reali

Sperimentare un attacco di panico è qualcosa di assolutamente terrificante. E non solo la prima volta che accade: ogni volta è un’esperienza tremenda. Innanzitutto perché gli attacchi di panico sembrano sempre comparire all’improvviso dal nulla e, non avendo a disposizione spiegazioni plausibili sui sintomi che si sperimentano, si finisce per spiegarsi quelle sensazioni come il segnale che qualcosa di tremendo sta succedendo al nostro corpo o alla nostra mente.

Un attacco di panico, infatti, si accompagna a una serie di sintomi fisici molto allarmanti e inquietanti: battito cardiaco accelerato, dolore al petto, tremori, respiro corto, sensazione di mancanza d’aria, sudorazione, nausea, intorpidimento e formicolio agli arti, capogiri e sensazione di stordimento.

E non solo. Possiamo persino sentirci come se in quel momento non fossimo più noi o come se tutto intorno a noi fosse strano e irreale, come se lo vedessimo dall’esterno. Insomma, se in quei momenti non stiamo temendo di morire, ad esempio per un attacco cardiaco, potremmo benissimo arrivare a pensare che stiamo diventando pazzi, di poter perdere il controllo di noi stessi e delle nostre azioni. E non è per nulla una bella sensazione.

…ma quello che si sperimenta, in realtà, è soltanto una reazione di allarme

I sintomi di un attacco di panico sono essenzialmente il risultato di una risposta di allarme del nostro organismo. In pratica, quando il nostro cervello etichetta un determinato evento come “minaccia”, attiva una serie di reazioni nel nostro corpo allo scopo di prepararci ad affrontare il pericolo, o combattendo o scappando (quella che viene definita reazione di “attacco o fuga”). Quindi i cambiamenti che avvertiamo nel nostro corpo durante un attacco di panico, come l’incremento del battito cardiaco, il respiro accelerato o l’aumento della sudorazione, derivano semplicemente dall’attivazione di questo sistema di allarme.

Ora, prova a immaginare: se durante un safari in Africa ti trovassi faccia a faccia con un leone, cosa proveresti? Cosa pensi accadrebbe al tuo corpo? Molto probabilmente arriveresti a percepire qualcosa di simile a un attacco di panico, ma la differenza è che lì di fronte a te hai un leone in carne e ossa, mentre adesso, sul divano di casa, non c’è alcun leone.

Quando sperimenti questa attivazione in assenza di un pericolo evidente, per poter dare un senso all’esperienza non ti resta che attribuire un significato a ciò che stai provando, come la manifestazione di un infarto improvviso, di uno shock anafilattico, di un imminente svenimento o altro ancora. E che succede se pensi che stai per avere un infarto? Esatto: il cervello percepisce quella possibilità come una minaccia e continua a promuovere la risposta di attacco o fuga, proprio quella responsabile dei sintomi che si sperimentano. In poche parole, ancora più panico.

Gli attacchi di panico sembrano venire dal nulla, ma in realtà non è proprio così

Uno degli aspetti più terrorizzanti degli attacchi di panico è il loro apparire in maniera improvvisa, quasi come se non ci fosse un motivo o una causa che può averli determinati. In alcuni casi si riesce a individuare con facilità quale può essere stato il motivo di un’ansia così intensa, come quando ci troviamo davanti a una situazione particolarmente destabilizzante, come il trovarsi coinvolti in un grave incidente stradale o il perdere il posto di lavoro. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, non sembrerebbe esserci una causa chiara ed evidente.

In realtà c’è sempre un perché agli attacchi di panico, anche se non sempre è così palese da riuscire a vederla con facilità. Spesso gli attacchi di panico si presentano in periodi in cui siamo sottoposti a forti stress, o quando ci troviamo a dover affrontare dei cambiamenti significativi nella nostra vita, ma non è detto che non si possano verificare anche molto tempo dopo aver superato questi momenti difficili. Quindi cos’è realmente che attiva questa risposta di allarme?

Molto spesso, lo stimolo che può dare il via a una reazione di panico è qualcosa di molto sottile e difficile da percepire, come nel caso di un improvviso pensiero disturbante, un’immagine terrificante o l’interpretazione catastrofica di una sensazione fisica. Tanto basta per scatenare una reazione a catena che culminerà in un attacco di panico.

Quindi, anche quando sembra che un attacco di panico sia venuto dal nulla, può essere utile riflettere (da soli, ma anche con l’aiuto di un professionista) su cosa può averlo scatenato: “Cosa stavo facendo prima di avere l’attacco? Cosa ho pensato? Cosa mi è passato per la mente?”.

Come il panico può diventare un disturbo vero e proprio

Potenzialmente ciascuno di noi può avere un attacco di panico nel corso della propria vita. Ma sperimentare un singolo attacco di panico non significa necessariamente che ne seguiranno altri. Si, alcune persone possono in qualche modo essere “predisposte” a provare reazioni d’ansia anche molto intense e in diverse situazioni, ma è anche il modo in cui affrontiamo quel primo attacco di panico che può fare la differenza.

Alcune persone possono sperimentare uno o due attacchi di panico anche in brevi periodi di tempo e non spaventarsi più di tanto. Altri, invece, giù dal primo episodio possono arrivare a preoccuparsi molto per quanto è accaduto loro e sviluppare un’estrema paura di avere altri attacchi di panico. È assolutamente comprensibile preoccuparsi quando succede un qualcosa di spaventoso e apparentemente inspiegabile come un attacco di panico, ma se cominciamo a preoccuparci eccessivamente di riprovare quell’esperienza rischiamo, paradossalmente, di avere altri attacchi di panico.

L’attacco di panico in sé finisce per diventare un pericolo, e come reagisce il nostro cervello quando percepisce la presenza di un pericolo? Cosa succede al nostro organismo se, per qualche motivo, pensiamo che ciò che stiamo provando in questo momento potrebbe sfociare in un attacco di panico? Si crea così un circolo vizioso. Gli attacchi di panico cedono il posto alla paura di avere degli attacchi di panico. È la cosiddetta “paura della paura”.

Non solo, se abbiamo paura di un futuro attacco di panico, potremmo poter cercare di mettere in atto dei comportamenti che in qualche modo possano scongiurare la possibilità di avere altri attacchi di panico. Ad esempio, potremmo finire per evitare quelle situazioni nelle quali abbiamo sperimentato un attacco di panico. Il problema è che le cause non sono quasi mai esterne, e così ci illudiamo che basta evitare determinate situazioni per poterci sentire al sicuro. Ma non funziona così. Di solito, infatti, la lista dei posti da evitare finisce per allungarsi al punto da costringerci a chiuderci in casa pur di non sperimentare altri episodi. E così la paura aumenta ancora di più.

Quando siamo in presenza di numerosi e improvvisi attacchi di panico, assieme a una marcata e persistente paura di avere altri attacchi di panico o alla tendenza a mettere in atto una serie di comportamenti per cercare di evitarli, potremmo trovarci in presenza di un vero e proprio disturbo, il Disturbo da Attacchi di Panico (DAP). In questi casi, è decisamente opportuno rivolgersi a uno psicoterapeuta.

attacchi di panico

Allora cosa fare quando si prova un attacco di panico?

Anche se sembra che non finiscano mai, gli attacchi di panico in realtà non durano a lungo. L’episodio in sé può durare al massimo una decina di minuti, mentre la spossatezza (fisica e mentale) e la paura che seguono all’attacco possono persistere per molto più tempo. È importante quindi tener presente che, qualunque cosa si stia provando, anche se decisamente spaventosa e apparentemente inspiegabile, è destinata a terminare entro pochi minuti. E questo semplicemente perché il nostro organismo non può sostenere per molto tempo questa risposta di allerta.

Ad ogni modo, quando ci si trova nel bel mezzo di un attacco di panico, ci sono alcune strategie che si possono mettere in atto e che potrebbero portare un po’ di beneficio:

  • Rassicurarsi. Lasciarsi andare a una catena di valutazioni e pensieri catastrofici prima, durante e dopo l’episodio di panico non è certamente d’aiuto. In quei momenti è più utile e ragionevole riconoscere che si tratta semplicemente di un attacco di panico e che, come per ogni cosa nella vita, anche questo è destinato a finire.
  • Distrarsi. Fin quando l’attenzione è totalmente centrata sui sintomi fisici c’è il rischio di amplificare ancora di più le sensazioni sgradevoli e, di conseguenza, di mantenere attivo lo stato di allarme. Prova quindi a portare la tua attenzione verso altri stimoli esterni.
  • Respirare. Calmando il ritmo respiratorio si può “disattivare” lo stato di allerta del nostro organismo e tornare a uno stato di maggiore calma. Puoi aiutarti facendo dei respiri lenti e profondi, inspirando con il naso ed espirando con la bocca. Continua a respirare in questo modo fin quando non ti senti più rilassato e disteso.

Queste semplici strategie possono essere d’aiuto in diversi casi, ma il consiglio più importante che posso darti è sicuramente quello di consultare un professionista. Innanzitutto per avere una diagnosi corretta, ma anche per capire quali sono le cause che ti portano a soffrire di attacchi di panico e, soprattutto, per poter sviluppare delle strategie efficaci per aiutarti a gestirli al meglio.

Se già soffri di attacchi di panico potresti pensare che è impossibile uscirne o che sia troppo difficile, ma la verità è che gli attacchi di panico si possono assolutamente affrontare e superare, sia che si tratti di singoli episodi sia che si tratti di un vero e proprio Disturbo da Attacchi di Panico.

Soffrire di attacchi di panico non può e non deve essere una condanna. Si può tornare a vivere la propria vita con maggiore serenità e senza farsi paralizzare dalla paura del prossimo attacco. Per farlo, non devi fare altro che chiedere aiuto.

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L’ansia, come qualunque altra emozione negativa, è un’esperienza decisamente spiacevole, al punto che certe volte sembra impossibile da tollerare. E se invece non fosse così? Cosa potremmo scoprire se solo provassimo a stare semplicemente con questa emozione?

Tollerare

In breve, un’emozione rappresenta la risposta del nostro corpo a un dato evento. Accade qualcosa, il nostro cervello lo registra, lo interpreta e il nostro organismo risponde con delle modificazioni fisiologiche che ci preparano a una reazione congruente.

Il tutto avviene in pochi millisecondi, non è possibile interrompere il percorso già avviato e prevenire il “sentire” dell’emozione. Quindi mettiamoci l’anima in pace: le emozioni ci sono e si fanno sentire in tutta la loro prepotenza.

Questo però non significa che non sia possibile fare qualcosa al riguardo. Preso atto dell’inevitabilità delle emozioni, non resta che chiederci: è possibile vivere le emozioni senza farci sopraffare da queste?

Ma partiamo dall’inizio, da dove tutto in qualche modo si origina: il nostro cervello.

Emozioni e cervello

La sequenza descritta in precedenza è di una complessità e di una magnificenza uniche, come del resto lo sono tutte le espressioni del nostro organismo, che è una “macchina” meravigliosa e ineguagliabile nella sua efficienza e rapidità.

I meccanismi legati all’espressione delle emozioni hanno un’origine antica, tant’è che i circuiti cerebrali responsabili risiedono nelle parti del cervello più primitive. Sempre per semplificare: quelle che ci accomunano agli animali. Proprio per questo carattere “istintivo”, rapidissimo e automatico, non è per nulla facile riuscire a controllare questi processi. Anzi, a dirla tutta è praticamente impossibile.

Ma l’essere umano, nel corso di moltissimo tempo, ha sviluppato nuove e uniche aree cerebrali che vanno oltre i circuiti più antichi e che ci consentono di vivere le emozioni in maniera più complessa, potendo noi riconoscere, etichettare e, in qualche misura, persino inibire le reazioni emotive.

In ultima analisi, quindi, non siamo completamente schiavi delle nostre emozioni, anche se i meccanismi arcaici che ne sono alla base sfuggono da qualsiasi nostro tentativo di controllo. Ma se non possiamo controllare l’emergere delle emozioni, cosa possiamo fare per gestirle?

Attacco e fuga

Riepilogando, il primo meccanismo che si innesca è una sequenza automatica che è al di fuori del nostro raggio di azione: il cervello interpreta degli eventi e prepara l’organismo a reagire.

Prendiamo ad esempio una delle emozioni più basilari: la paura. Quando proviamo paura è perché c’è qualcosa che sta accadendo (o pensiamo stia per accadere) e che rappresenta una minaccia per la nostra persona. Le risposte possibili, a dar retta al nostro istinto, sono due: o attacchiamo o fuggiamo.

Se davanti a noi c’è un mastino sbavante, chiaramente arrabbiato e minaccioso, sicuramente proveremo paura, ma ancora prima di rendercene conto è probabile che siamo già scappati a gambe levate (di “attaccare” non se ne parla proprio). Qui si vede la potenza del nostro sistema automatico di interpretazione degli eventi e reazione emotiva: non abbiamo bisogno di pensare per sapere cosa fare. Un attimo in più a ragionare sulla situazione e il cagnaccio potrebbe facilmente farci a pezzettini.

In questi casi, gestire l’emozione non avrebbe molto senso. Ma se il cane non c’è? Cioè: se il pericolo non fosse reale, ma solo immaginato?

Pericolo in anteprima

Possiamo dire che, per eccesso di sicurezza, a volte il nostro cervello tende a sovrastimare il pericolo. È, ad esempio, quello che accade quando proviamo ansia. L’ansia, sempre semplificando, è frutto di un’esagerazione della probabilità che possa verificarsi un pericolo, o comunque un evento a noi avverso.

Paura è avere un cane minaccioso davanti, ansia è prefigurarsi la possibilità di trovarselo avanti. E qui le cose si complicano. Se pensiamo di trovarci davanti il temuto Cerbero nel tragitto da percorrere, chiaramente proveremo ansia nel fare quella strada. Come reagiamo allora? Molto semplicemente, evitiamo quel percorso.

Fin qui nulla di male. Impostiamo il navigatore mentale per percorre una strada alternativa e tutto andrà bene. Magari allunghiamo un po’, ma almeno saremo salvi. Non sempre però è possibile percorrere un’altra strada. E se quello che temiamo non fosse un animale (cioè, un qualcosa di tangibile, di concreto), ma qualcosa di più astratto, come ad esempio la paura di sentirsi male? Come si fa a scappare da ciò?

Effetti collaterali

Il nostro cervello, anche se vincolato ad alcuni meccanismi rigidi, è in realtà molto, molto creativo. Che sia un pericolo “fisico” o “mentale”, troverà sempre il modo di evitarlo. Può scoprire e imparare, ad esempio, che se si ha paura di sentirsi male, avere al fianco una persona che può aiutarci in caso di bisogno può farci sentire più sicuri.

Soluzioni come questa, però, anche se geniali e utili nell’immediato, possono avere degli importanti effetti collaterali. Spesso, persino peggiori del pericolo inizialmente temuto. Chi ricerca aiuto psicologico per problematiche legate all’ansia, spesso lo fa perché le soluzioni attuate fino a quel momento sono andate fuori controllo.

Certo, la persona è consapevole che la base di tutto è la paura che c’è dietro certi comportamenti, ma non chiederebbe aiuto se la soluzione individuata funzionasse davvero. Il problema, quindi, è che le strategie attuate non sono più funzionali.

Leggere, rileggere, verificare

Poiché i meccanismi cerebrali inducono una risposta emotiva in seguito a una determinata interpretazione degli eventi, il problema quindi potrebbe essere nella lettura delle situazioni e dei possibili pericoli associati.

Questa è una prima e importantissima chiave di lettura (perdonate il gioco di parole!). Se è l’interpretazione dell’evento a essere sbagliata, è chiaro che è fondamentale imparare a rileggere le situazioni in maniera più oggettiva ed equilibrata. Tenendo inoltre presente che non va valutato solo il presunto pericolo, ma anche le possibilità che abbiamo per poterlo affrontare, spesso fortemente sottostimate (al contrario della minaccia, che viene solitamente ingigantita).

Riuscire a valutare “le cose come stanno” in maniera più obiettiva e razionale è un punto molto importante, ma non è la soluzione definitiva né tantomeno l’unica strategia da perseguire. Un altro elemento fondamentale per riuscire a comprendere e affrontare l’ansia (ma il discorso, tenuto conto delle differenze, è valido per qualunque emozione vissuta come negativa) è affrontarla concretamente.

In sostanza, non è importante solo mettere in discussione il presupposto “ho bisogno di qualcuno che mi stia sempre vicino altrimenti se mi sento male sono spacciato”, è altrettanto importante verificarlo concretamente, in questo caso evitando di ricercare la presenza di una persona che (nella nostra testa) ci tiene al sicuro e vedere cosa succede.

Tra il dire e il fare

Ed è qui che il gioco si fa duro. Non è facile, soprattutto che chi combatte da molto tempo con presupposti e comportamenti disfunzionali, riuscire a mettersi in discussione e affrontare nel concreto l’ansia.

Pur arrivando a comprendere cosa c’è dietro quell’emozione, cioè perché leggiamo la situazione proprio in quel modo (un processo che sopra ho espresso in maniera molto sintetica ma che in realtà è decisamente più complesso), quando ci troviamo davanti all’emozione nuda e cruda ci tremano le gambe.

Del resto, è più che normale. L’ansia è un’emozione assai spiacevole, e siamo automaticamente portati a trovare modi per eliminarla, o comunque per non sentirla. Il pericolo di cadere nelle vecchie abitudini (cioè, le passate strategie disfunzionali per gestirla) è sempre dietro l’angolo.

Ma perché non sopportiamo di sentirla? Perché non tolleriamo assolutamente le possibilità di provare qualcosa di negativo? Perché le emozioni ci fanno così paura?

Tollerare la spiacevolezza

Perché, ancora una volta, entrano in gioco gli automatismi cerebrali. Quando ci troviamo faccia a faccia con l’ansia, ad esempio, noi leggiamo il nostro stato attuale come effettivamente spiacevole, se non pericoloso. Al nostro cervello non piace soffrire (e come biasimarlo?), così urla con forza che dobbiamo scappare da quella situazione, e più cerchiamo di resistere, più le sue grida d’aiuto si intensificano. A un certo punto, quasi inevitabilmente, cediamo. E torniamo al punto di partenza.

Ma se il cervello si sbagliasse? Se l’emozione che proviamo fosse sì spiacevole (inutile negarlo!), ma essenzialmente tollerabile? Cosa succederebbe se, in qualche modo, riuscissimo a stare con la nostra emozione negativa?

Semplicemente, accadrebbe qualcosa di impensabile: se riusciamo a stare abbastanza tempo con le nostre emozioni, ignorando i pianti disperati frutto di un sistema di allarme ricco di pregiudizi sugli effetti delle emozioni, ecco che, a un certo punto, il cervello capìtola.

In sostanza, lo prendiamo per sfinimento. Dopo che si sarà sfogato per bene, capirà che non non gli servirà più urlare, che non c’è niente che possa fare. Allora si zittisce. E l’emozione, pian piano, scemerà. Fino a scomparire.

Tollerare

Stare con l’emozione

Questi miei discorsi, ovviamente, possono solo solleticare la parte razionale del cervello. Per quanto ragionevoli, c’è un solo modo per scoprire se le emozioni sono davvero tollerabili: provare a stare con loro.

Quando ci sentiamo un po’ preoccupati, in ansia o agitati, proviamo semplicemente a stare con queste emozioni. Non c’è bisogno di fare molto altro. Prendiamoci un po’ di tempo, anche solo qualche minuto, e vediamo cosa succede.

Anche se sicuramente sentiremo l’impulso di fare qualcosa (di solito mettere in atto i soliti meccanismi che nel corso del tempo abbiamo escogitato pur di non sentire il dolore, oppure metterci a pensare intensamente alle nostre preoccupazioni), proviamo, solo per questi pochi minuti, a non fare nulla. Volendo, possiamo aiutarci portando la nostra attenzione al respiro, un modo per restare in contatto con noi stessi e non perderci nei bla bla della nostra mente, sempre pronta a farci qualche “sgambetto” per farci desistere.

L’idea di stare semplicemente con un’emozione negativa spaventa, me ne rendo conto. Di solito temiamo che possa accaderci qualcosa di spiacevole, anche se non sappiamo bene cosa. Ma provare a stare con l’emozione, senza cercare di sfuggirvi, è l’unico modo che abbiamo per scoprire cosa succede davvero.

Iniziamo a sperimentare quando le emozioni non sono troppo intense, così sarà più facile metterle alla prova. Dopo un po’ di pratica, nulla ci vieta di provare anche quando le emozioni sono più forti. Se poi hai bisogno di aiuto, io ci sono.

 

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Le emozioni sono il modo che il nostro organismo ha per segnalarci che c’è qualcosa che sta accadendo dentro o fuori di noi. Si tratta quindi di segnali molto importanti, ma quando le emozioni sono troppo intense corriamo il rischio di farci trascinare verso conseguenze che non sempre sono positive per noi.

emozioni

Le emozioni sono una parte fondamentale della nostra vita interiore. Sono il modo che il nostro organismo ha per segnalarci che sta accadendo qualcosa, positivo o negativo che sia, e che istintivamente ci consente di reagire. Vengono elaborate in maniera rapidissima dai circuiti più primitivi del nostro cervello e per questo tendono ad innescarsi in maniera automatica.

Proprio a causa di questa automaticità, a volte non è facile riconoscerle. Quello che potremmo sentire, quando proviamo un’emozione, sono dei cambiamenti a livello fisiologico e un certo “prurito” ad agire. Ad esempio, quando proviamo rabbia potremmo avvertire una generica attivazione  del nostro corpo così come altri segnali più o meno diversi per ciascuno di noi: mani serrate, spalle tese, un “fuoco” dentro. Allo stesso modo, la felicità si può comunemente associare alle classiche “farfalle nello stomaco”.

Ciò che sentiamo può essere così intenso e totalizzante che facilmente si può credere che si tratti di un qualcosa di assolutamente ingestibile o inevitabile. Quasi una forza inarrestabile che agisce contro la nostra volontà, un qualcosa che è altro da noi e che può fortemente condizionare la nostra vita. Ma è davvero così? Davvero non possiamo fare nulla per gestirle?

Quali sono le emozioni?

Non è semplicissimo riuscire a dare una forma a qualcosa di così intimo e “sfuggente” come le emozioni. Numerosi ricercatori e studiosi hanno elaborato altrettante classificazioni degli stati emotivi, ma sicuramente una delle più importanti è quella elaborata da Paul Ekman, un pioniere dello studio delle emozioni.

Lo psicologo statunitense, dal quale tra l’altro hanno preso spunto  i creatori della serie tv “Lie to me”, distingue le diverse emozioni in primarie e secondarie. Le emozioni primarie hanno la caratteristica di essere innate e comuni a tutti gli esseri umani, sono cioè universali. Le emozioni secondarie sono per di più il frutto della combinazione tra quelle primarie e le variabili legate alle diverse culture.

Le emozioni primarie, quelle che sono alla base del patrimonio emotivo di ognuno di noi, sono la gioia, la tristezza, la paura, la rabbia, il disgusto, la sorpresa e il disprezzo (a proposito di cinematografia, forse avrete notato come le prime cinque siano quelle rappresentate nel film “Inside Out”).

Quelle secondarie, che si originano nel corso dello sviluppo individuale a partire dalla cultura di riferimento, sono più numerose e complesse. Tra queste troviamo l’ansia, l’invidia, la vergogna, la nostalgia, la gelosia, la delusione, il rimorso, la speranza e la rassegnazione.

A cosa servono le emozioni?

Per dirla in parole povere, le emozioni sono il punto di incontro tra noi (l’interno) e il mondo che ci circonda (l’esterno). Sono le reazioni che si manifestano dentro di noi quando accade qualcosa di significativo nel “nostro” mondo. In particolare, nascono dalla interazione tra i nostri bisogni e desideri e le circostanze che possono avere un’influenza su questi.

Ad esempio, se sto camminando per strada e mi imbatto in un tipo sospetto con un coltellaccio in mano, proverò immediatamente paura. Questo perché la circostanza esterna (il tipo col coltellaccio) rappresenta una potenziale minaccia al bisogno fondamentale di sopravvivere.

Oppure, tra il banco carni del supermercato sento una puzza tremenda e provo un forte disgusto. Che faccio, lo compro quel filetto? No, perché istintivamente il mio corpo mi ha segnalato: “Se mangi questo puoi sentirti male, potresti addirittura morire”.

Ovviamente, in quanto reazioni, sono piuttosto rapide e automatiche. Ma va benissimo così! Immaginiamo di dover analizzare ogni singolo dettaglio per capire, ad esempio, se scappare o andare avanti ignorando l’altro umano col coltello, o se mangiare comunque quel pezzo di carne perché sempre di cibo si tratta: ci saremmo già estinti da tempo.

Insomma, le emozioni sono il segnale istintivo che il nostro organismo innesca quando si trova in determinate circostanze che possono avere un impatto significativo su noi stessi e la nostra vita (non necessariamente negativo, la gioia infatti ci segnala che c’è qualcosa di positivo per noi). Che questo segnale sia sempre accurato e ci conduca a scelte funzionali, però, non è sempre detto.

Emozioni = Azioni

La parola emozione viene fatta derivare dal latino ex-movere, letteralmente “muovere fuori”, ovvero smuovere, portare fuori. La chiave, qui, è il verbo muovere. Muoversi significa agire. E alle emozioni, di solito, seguono delle azioni.

Se ho paura, scappo. Se provo disgusto, evito. Se provo rabbia, aggredisco. Agire d’istinto, sull’onda dell’emozione, in alcune circostanze può salvarci la vita, ma altre volte può invece complicarcela.

Immaginiamo di aspettare il nostro turno per un temutissimo esame orale e di provare una forte ansia. Siamo estremamente preoccupati di fare una brutta figura davanti al professore e temiamo le conseguenze che ne potrebbero derivare. Percepiamo, cioè, un pericolo. Istintivamente si tratta di un pericolo molto reale, perché per noi è molto importante essere apprezzati dagli altri, e fare una brutta figura è una cosa che assolutamente non vogliamo.

In una situazione del genere, se l’emozione che proviamo è molto forte (alimentata da credenze e desideri rigidi e altrettanto forti) tendiamo a re-agire allontanandoci dal pericolo. Alziamo i tacchi e, quatti quatti, andiamo via dall’aula. Ben fatto! Anche oggi abbiamo evitato di fare una brutta figura! Certo, manca un esame sul libretto (e la prossima volta non è detto che ci sentiremo abbastanza preparati per affrontarlo senza perdere la faccia), ma almeno le apparenze sono salve!

In questo caso, l’emozione si è tradotta effettivamente in azione. Le conseguenze che ne deriveranno (un altro esame da dare, stress, senso di colpa, e-ora-chi-glielo-dice-ai-miei?) saranno il frutto della reazione istintiva che si è innescata in risposta a ciò che è stato provato. La domanda è: potevano andare diversamente le cose?

Emozioni disfunzionali

Le emozioni possono essere un potente strumento per guidarci tra le vicissitudini della vita. In un certo senso, rappresentano il nostro “angelo custode”. Solo che a volte questo angelo custode è un po’ troppo pedante, per non dire paranoico. Per stare sul sicuro, infatti, tende a sopravvalutare qualunque cosa possa rappresentare un pericolo per la nostra sopravvivenza (o meglio, per ciò che riteniamo essere sopravvivenza).

Capita, allora, che un’emozione sia troppo intensa o dolorosa e che possa prendere il sopravvento sulla ragione facendoci re-agire senza starci troppo a pensare, solo perché l’istinto ci dice che è così che dobbiamo fare.

A volte ci va bene, altre volte ci va decisamente male. Pensando soltanto all’emergenza, infatti, si rischia di perdere la prospettiva del quadro più generale: rispondendo solo alle circostanze immediate, rischiamo di compromettere aspetti molto più importanti della nostra vita. Pensando all’esempio di prima, evitare di sostenere un esame ci tiene al riparo dalla sofferenza di quel momento, ma è nulla rispetto alle ripercussioni che alla lunga potrebbero dipendere da quell’evitamento, soprattutto se si ripete nel tempo.

Così, un’emozione può rivelarsi disfunzionale perché, in ultima analisi, potrebbe portarci a reagire in modi che non ci sono utili e che non fanno il nostro interesse. Se l’emozione non ci consente di pensare con chiarezza e quindi di agire in maniera efficace rispetto ai nostri desideri e obiettivi più importanti, allora potrebbe non essere funzionale ai nostri scopi.

Gestire le emozioni

Per farla breve, le emozioni rappresentano nient’altro che dei segnali. Dei segnali sicuramente importanti, visto che in passato hanno salvato la vita ai nostri progenitori e hanno contributo persino a strutturare le prime società, ma che in certe occasioni, specialmente nell’età moderna dove tutto è più facile ma allo stesso tempo tremendamente più complicato, possono rivelarsi inesatti, se non addirittura dannosi.

Il problema, quindi, non sono le emozioni in sé, ma la lettura che ne facciamo. Ignorarle è quasi impossibile (e non è detto che sia utile), seguirle pedissequamente è sbagliato. Se al solo pensiero dell’esame lasciamo che l’ansia prenda il sopravvento, potremmo leggere lo stesso paragrafo per ore ma non saremo in grado di concentrarci al punto da capirne il significato.

Se però ci prendiamo del tempo per capire cosa ci sta succedendo e quali paure e credenze ci sono dietro a quell’emozione, se cioè ci concediamo la possibilità di ascoltare davvero cosa il nostro istinto ci sta comunicando, allora forse potremmo capire davvero cosa fare in quel momento.

“Ho paura di fallire, questo sì, ma se mi lascio prendere da questa paura al punto da non riuscire nemmeno a studiare, non sarebbe ancora più probabile il fallimento? Cosa posso fare per lenire questa sofferenza? Ma, in fondo, sarebbe davvero così tremendo fallire questo esame? Sarebbe davvero irrimediabile?”

emozioni

Tutto scorre

E nel frattempo, mentre cerchiamo di ascoltarci con apertura e senza giudizio, potremmo anche fare una scoperta interessante: quell’ansia non è più. Adesso, proprio ora, non si tratta più di ansia, ma semplice preoccupazione. Un lieve mormorio interno che ci esorta a fare di più se vogliamo riuscire in quell’esame, piuttosto che un tumulto assordante che, invece di aiutarci, non fa altro che spaventarci, confonderci e bloccarci.

Lottare contro il proprio istinto, contro delle emozioni così intense da sentirle nelle ossa e che sembrano essere parte di noi, è molto difficile. In un certo senso, è lottare contro sé stessi.

Le emozioni sono una grande risorsa. Sono la porta che può condurci al nostro mondo interiore, fatto di sogni, desideri, ma anche di paure. Non bisogna avere paura di quale paesaggio ci troveremo a contemplare, perché è un qualcosa che dentro di noi esiste a prescindere da se lo vediamo o no. Osservarlo, conoscerlo e capirlo può invece fare una grande differenza.

Perché è solo se riusciamo a capire cosa vogliamo e cosa non vogliamo, cosa possiamo e cosa non possiamo, che potremo davvero andare incontro alla nostra felicità.

Se vuoi, sono pronto per accompagnarti lungo la tua strada.

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