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Ogni giorno la vita ci pone di fronte a eventi, grandi e piccoli, che in qualche modo ci fanno stare male o comunque ci creano un senso di disagio. Si tratta di esperienze che sono parte integrante della vita e che spesso non è possibile evitare. Ma è possibile imparare a comprenderle e a valutarle da un’altra prospettiva, così da evitare di soffrire più del dovuto?

sofferenza

Tanto tempo fa, quando la psicologia come la conosciamo non era ancora nata, un semplice uomo scoprì una verità tanto semplice quanto apparentemente difficile da comprendere e da applicare. E cioè che quando ci capita qualcosa di negativo, non soffriamo solo per l’esperienza dolorosa in sé, ma anche e soprattutto per il modo in cui reagiamo a questa esperienza.

Egli trasmise questo insegnamento tramite l’immagine di un uomo che, dolorante per essere stato colpito da una freccia, si lascia catturare da un vortice di valutazioni sull’esperienza stessa e finisce per soffrire molto più del necessario. Come se fosse stato colpito non da una, ma da due frecce.

Insomma, costui fu tra i primi a rendersi conto dell’effetto che i nostri pensieri possono avere sulle esperienze che viviamo. E certamente fu anche uno dei primi a cercare e a tracciare un sentiero che potesse condurre alla fine dell’universale condizione di sofferenza dell’essere umano. Questo semplice uomo altri non è che colui che viene comunemente riconosciuto come il Buddha.

Le parole che seguiranno non hanno né lo scopo né la pretesa di risolvere una volta per tutte ogni tua sofferenza, ma sono piuttosto una riflessione su alcuni meccanismi, comuni a tutti, che non fanno altro che ingigantire qualunque sofferenza a cui andiamo inevitabilmente incontro …e chissà, magari scoprire cosa si può fare per evitare di soffrire più del necessario.

Tiro al bersaglio

Ogni giorno, inevitabilmente, ci troviamo a vivere esperienze più o meno spiacevoli. Si va dai piccoli inconvenienti, come il pc che si “impalla” all’improvviso o il rosso del semaforo che scatta proprio quando toccava a noi passare (e siamo già in ritardo), a eventi più significativi e dolorosi, come la perdita del lavoro, la fine di una relazione o il ripresentarsi di un dolore cronico.

Queste esperienze, inutile girarci intorno, fanno parte della vita. Alcuni giorni va tutto relativamente bene, e nulla di negativo (o di significativo) sembra colpirci, mentre in altri siamo costantemente bombardati da eventi spiacevoli, piccoli o grandi che siano. Come se fossimo un bersaglio da arciere, impotenti in attesa della prossima freccia che ci verrà scoccata contro.

Insomma: normalmente veniamo sottoposti, contro la nostra volontà, a numerosi stimoli che possono causarci sofferenza. E già così la nostra vita appare già sufficientemente dura. Ma non finisce qua. Non facciamo neanche in tempo a renderci conto di essere stati colpiti da una freccia che, quasi istantaneamente, ne arriva subito una seconda.

La seconda freccia

In pratica, succede questo: quando ci capita qualcosa di spiacevole, piccola o grande che sia, invece che semplicemente riconoscerla e cercare, se possibile, di rimediare, ci lasciamo catturare da un flusso di pensieri ed emozioni negative su quanto orrenda sia la situazione nella quale ci siamo trovati.

Se attiviamo un interruttore e si brucia la lampadina, invece che riconoscere che è un qualcosa che può capitare (e che, a conti fatti, non è poi tutto questo dramma) e che basterebbe sostituirla con una nuova, automaticamente si attiva una reazione negativa sotto forma di pensieri tipo “Perché deve sempre capitare a me? Perché proprio adesso che ho tante cose più importanti da fare? Sono sicuro che anche se la cambio fra una settimana mi capiterà di nuovo!”. Praticamente non ci diciamo mai “Perdindirindina, è saltata la lampadina! Fa nulla, ora la cambio!”, ma piuttosto tendiamo a reagire in maniera spesso spropositatamente negativa.

Questa è la seconda freccia: una serie di reazioni che si attivano automaticamente quando ci capita qualcosa di spiacevole. Ed è proprio questa seconda freccia che può farci più male. Perché è proprio questo flusso di pensieri, emozioni e sensazioni negative a potenziare ulteriormente la sofferenza dell’esperienza originale e a provocare, in ultima analisi, livelli di ansia e di stress ancora più elevati del dovuto.

Quello della lampadina è un esempio di un evento relativamente insignificante, eppure potrebbe scatenare una reazione negativa e stressante che spesso è peggiore dell’esperienza originale in sé. E quanto possono essere dolorose le emozioni e i pensieri che possono scaturire da sofferenze ben più grandi? Cosa possiamo arrivare a dirci quando finisce una relazione (“Non me ne va mai bene una, resterò solo per tutta la vita) o quando perdiamo il lavoro (“Sono rovinato, resterò per sempre disoccupato e finirò sotto i ponti”)?

Tra l’arciere e il bersaglio

Ma se la prima freccia viene scagliata, diciamo così, “dalla vita” …chi è che scaglia la seconda? Esatto, siamo noi stessi a scagliarla. Noi, che in quei momenti siamo sia vittima che carnefice, sia arciere che bersaglio.

È chiaro che non è un qualcosa che facciamo volontariamente (chi mai lo farebbe, e soprattutto: perché farlo?!), eppure le cose stanno così. Non è colpa nostra, sia ben chiaro: sono abitudini che abbiamo appreso, sviluppato e rinforzato per tutta la nostra vita, supportati dalla naturale tendenza dell’essere umano a “usare troppo il cervello”.

Non è colpa nostra, sì, ma resta comunque una nostra responsabilità non permettere di farci ferire anche dalla seconda freccia. Se la prima è inevitabile, la seconda si può evitare. Anche se non è sempre facile.

L’esperienza in prospettiva

Non è facile proprio perché questa seconda freccia viene scagliata in maniera automatica, e non abbiamo quasi mai la prontezza di accorgerci di cosa ci sta accadendo in quel momento, osservarlo nella giusta prospettiva e rispondere nella maniera più adeguata. È tutta una vita che ci portiamo dietro queste abitudini a esagerare e ad aspettarci il peggio, a giudicare negativamente non soltanto quello che ci capita, ma spesso soprattutto noi stessi. Per questo non è facile.

Ma le abitudini si possono cambiare, per fortuna. E il primo passo è proprio quello di rendersi conto di come le nostre tendenze a ingigantire, amplificare e dilatare la negatività di ciò che ci succede nella vita fanno sì che la nostra vita appaia ancora più difficile di quanto normalmente lo sia già. E di come la sofferenza che proviamo sia maggiore di quella che potremmo realmente provare.

Occorre cioè mettere le cose in una nuova prospettiva. Come? Puoi provare con le “4 R”:

  1. Respira. Quando succede qualcosa, prenditi qualche istante di pausa. I problemi e gli inconvenienti non scappano, ma tu puoi concederti un piccolo momento per fermare tutto e portare l’attenzione a cosa sta succedendo.
  2. Ricorda che le esperienze spiacevoli, piccole o grandi che siano, o il fatto che le cose non sempre vadano come desideri, sono aspetti inevitabili e normali della vita.
  3. Riconosci i pensieri che sono emersi col sorgere dell’esperienza. Cosa hai pensato? Cosa ti è passato per la testa?
  4. Rivaluta questi pensieri sull’esperienza spiacevole secondo una diversa e più ragionevole prospettiva. È possibile che ciò che hai pensato sia esagerato se non addirittura falso? Come puoi pensarla diversamente?

Piccoli passi

Insomma, sii consapevole del flusso di pensieri che si è innescato in seguito all’esperienza e mettili in discussione adottando una prospettiva più ragionevole su ciò che in realtà è accaduto o sta accadendo in questo momento.

È chiaro che un conto è rivalutare la frustrazione per una lampadina che si è bruciata, un altro è considerare sotto una luce diversa un evento come la fine di una relazione. Ma il meccanismo è lo stesso. Comincia quindi dalle cose più facili, come quando ti si “impalla” il computer o versi una bevanda sul pavimento.

Più diventi bravo a mantenere la calma e a non lasciarti catturare dalla corrente dei pensieri e delle emozioni negative quando ti capita qualcosa di “piccolo”, più sarà facile affrontare anche le situazioni più “grandi”. Tornando alla metafora della seconda freccia: prima impari a evitare le freccette, prima riuscirai a evitare i giavellotti.

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Dolore e sofferenza

Il messaggio di fondo, comunque, è una grande verità che purtroppo non è così facile comprendere, almeno all’inizio. Questo messaggio è molto semplice, e viene così riassunto in un bel libro di Henepola Gunaratana: “il dolore è inevitabile, la sofferenza no”.

In pratica: ci sono sì cose che ci fanno male, ma è il nostro modo di reagire a queste cose che può finire per farci ancora più male.

…e visto che siamo in vena di riflessioni, augurandovi (per quanto possibile) la cessazione di ogni sofferenza, vi lascio con una riflessione del saggio Thich Nhat Hanh:

Il dolore può anche essere inevitabile, ma il fatto di soffrire o meno dipende da te. Soffrire è una scelta, tu scegli se soffrire o meno.

Nascita, vecchiaia e malattia sono naturali. È possibile non soffrire a causa loro, quando hai scelto di accettarle come parte della vita. Puoi scegliere di non soffrire benché vi siano dolore o malattia.

Come vedi la vita e la tua particolare situazione dipende dal tuo modo di guardare.

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Preoccuparsi è normale, a volte persino utile. Quando però la preoccupazione diviene un’attività fine a sé stessa, che non porta a nulla se non a disperarci, l’unica cosa che ci resta da fare è passare all’azione. O accettare l’incertezza.

preoccupazione

Preoccuparsi può sembrare una buona cosa. E, in effetti, in certi casi lo è. Ad esempio, quando le nostre preoccupazioni ci aiutano nel mantenere un buono stato di salute: sottoporsi a screening periodici, seguire una dieta salutare o rivolgersi ad uno psicologo(!) sono tutti esempi di comportamenti motivati da una qualche preoccupazione.

Insomma: potremmo dire che una preoccupazione è “buona” quando ci porta ad agire nel nostro interesse, ovvero a misurare i rischi potenziali di alcune situazioni e prendere provvedimenti per scongiurarli. Preoccuparsi può diventare un problema quando diventa un’attività fine a sé stessa, senza alcuna rilevanza pratica. Cioè un semplice esercizio di pensiero con contenuti ripetitivi, intrusivi, incontrollabili e, soprattutto, decisamente catastrofici.

Preoccuparsi in maniera eccessiva può essere fortemente debilitante. Le preoccupazioni attivano inevitabilmente una normale e funzionale reazione di stress nel nostro organismo, ma quando questa reazione viene sollecitata frequentemente può portare a conseguenze decisamente negative. Inoltre preoccupazioni eccessive possono facilmente portarci a sperimentare vissuti di impotenza e di mancanza di controllo, che, oltre ad essere di per sé spiacevoli, non hanno altro che generare ulteriori preoccupazioni o potenziare quelle che già abbiamo.

Viaggio nelle preoccupazioni

Anna lavora come segretaria in uno studio medico. È una ragazza precisa, puntuale e affidabile. In un giorno qualunque, però, si ritrova alla fermata dell’autobus insieme a molti altri pendolari che aspettano, ormai da molto tempo, un mezzo che non accenna ad arrivare. Già dopo i primi minuti di ritardo comincia ad affacciarsi una prima preoccupazione: “Farò sicuramente tardi… E se il dottore dovesse arrabbiarsi?”

I minuti passano, le persone in attesa aumentano, ma dell’autobus non c’è traccia. Anna cammina su e giù, persa nel filo dei suoi pensieri: “Ci saranno delle persone in attesa di entrare, sicuramente arrabbiate per averle fatte aspettare tutto questo tempo. E se se ne lamentassero con il dottore? Potrebbe arrabbiarsi ancora di più! E se decidesse di licenziarmi?”

Quando finalmente arriva il mezzo, Anna si prepara all’assalto dell’autobus. Sgomitando, riesce a salire a bordo, ma si ritrova stipata tra una moltitudine di persone arrabbiate e infreddolite, qualcuna pure maleodorante. Al suo fianco, un signore di una certa età starnutisce senza sosta. Costui purtroppo ha le mani occupate a reggerlo agli “appositi sostegni”, quindi non può disporle a conchetta per contenere i germi espulsi dal naso e dalla bocca.

Anna vede i germi atterrare dolcemente sui suoi vestiti, sui suoi capelli, sul suo viso. “Che schifo! Ci manca soltanto che mi ammali! Oddio, non voglio ammalarmi! Se dovessi prendermi dei giorni al lavoro… non voglio nemmeno pensarci! Il dottore andrà su tutte le furie! Dopo il ritardo e tutti i disagi che ho causato, sarebbe la goccia che fa traboccare il vaso!”

Il tragitto verso il lavoro è, ovviamente, costellato da ulteriori ritardi: traffico, lavori in corso, resse e risse ad ogni successiva fermata. Anna ha avuto tutto il tempo di continuare a rimuginare su tutte le preoccupazioni che le sono passate per la testa, ed ormai è praticamente convinta che verrà disprezzata e umiliata dal datore di lavoro e dai pazienti, perderà quindi il lavoro e si troverà senza una lira. E per di più ammalata.

Il rimuginio

In psicologia, la preoccupazione “patologica” viene chiamata rimuginio. Il rimuginio consiste essenzialmente in una modalità di pensiero che presenta le seguenti caratteristiche:

  • Ripetitivo: il pensiero si ripresenta di continuo
  • Negativo: il contenuto del pensiero è incentrato su eventi negativi che potrebbero succedere o che sono già accaduti
  • Incontrollabile: il pensiero sembra non possa essere fermato
  • Astratto: il pensiero non è orientato all’azione, ma solo alla produzione di altri pensieri
  • Assorbente: il pensiero impedisce di concentrarsi su altri pensieri al di fuori di quelli legati alla preoccupazione

Ma a che serve un pensiero di questo tipo? Lo scopo del rimuginio, in ultima analisi, è quello di ridurre l’incertezza. Se ci sentiamo poco capaci di controllare eventi dall’esito incerto, ecco che il rimuginio ci aiuta, seppure in modo perverso, a darci un falso senso di prevedibilità e di controllo.

Questa modalità di pensiero si serve infatti della nostra immaginazione per presentarci diversi scenari possibili (di solito decisamente catastrofici) in modo da poter anticipare e indirettamente controllare un futuro evento temuto (o le conseguenze di un evento passato). E qui si scopre la trappola:

  • se l’evento temuto si verifica (può sempre capitare, ma di solito non in maniera così catastrofica come immaginato), rimuginare si rivela utile perché effettivamente ci ha fatto prevedere cosa sarebbe accaduto (“Te l’avevo detto io!”)
  • se l’evento temuto non si verifica, rimuginare può averci aiutato a prepararci al peggio o a risolvere un problema, o addirittura ha “magicamente” impedito che l’evento si verificasse

Perché è una trappola? Perché, di riffa o di raffa, il rimuginare ha funzionato. E puoi scommetterci che la prossima volta sarà più probabile adottare questa strategia. Che, come la prima volta, continuerà a funzionare. Fin quando non diventerà, inevitabilmente, una delle modalità di fronteggiamento dell’incertezza più efficaci (!?) del tuo repertorio.

Oltre al rafforzamento di questa risposta, però, c’è un altro aspetto che tenderà ad ingigantirsi: la tua percezione di essere insicuro, debole, spaventato e in balia degli eventi. Il che ti renderà ancora più preoccupato di fronte a eventi del cui esito sei incerto o che sono al di fuori del tuo totale controllo.

Insomma, il rimuginio ci illude di poterci fornire una qualche forma di controllo di fronte all’ignoto ma ci mantiene in una condizione di ansia che diventerà via via sempre più invalidante.

Tra palco e realtà

Possiamo quindi immaginare il rimuginio come una versione estremizzata della tipica preoccupazione. Un’importante differenza tra le due è che il rimuginio è una strategia che viene scelta dall’individuo come strategia per risolvere un problema, che però sfugge di mano fino ad essere percepita come incontrollabile.

Di base, però, sia il rimuginio che la “normale” preoccupazione si presentano come catene di pensieri di carattere negativo, ridondanti e orientati all’astratto. Queste catene di pensieri – composte da frasi, immagini, ricordi – finiscono per piazzarsi al centro del palco, mentre noi puntiamo un bel riflettore a illuminarli. A un certo punto, non vediamo che loro. Non sentiamo che loro, sia con la testa che con il cuore.

Noi, ignari spettatori, pendiamo dalle loro labbra e, in men che non si dica, il veleno è entrato in circolo. Ma se invece che semplici spettatori fossimo dei registi o degli sceneggiatori, cosa noteremmo in realtà? Che questi lunghi e tormentati monologhi interiori sono quasi sempre poco credibili. Insomma, suscitano un’emozione nello spettatore, ma di per sé non hanno molto senso.

I pensieri che accompagnano le preoccupazioni, insomma, risultano piuttosto artificiosi a ben guardare. Questo perché:

  • Non sono importanti: nella prospettiva generale della propria vita, quanto può essere importante il prendersi un raffreddore o fare tardi un giorno al lavoro? Quante cose ci sono successe in passato che lì per lì ci sembravano immense e che ora nemmeno ricordiamo? Si tratta davvero di eventi significativi?
  • Non sono probabili: l’immaginare scenari catastrofici – e le preoccupazioni vanno tutte in quella direzione – non li rende necessariamente probabili. Vabbè che la realta a volta supera la fantasia, ma quanto è probabile che Anna venga licenziata o trattata male perché ha fatto ritardo? Quanto è probabile che finisca a elemosinare a causa di circostanze totalmente al di fuori del suo controllo?

Occuparsi del preoccuparsi

Le argomentazioni che ci presentano le preoccupazioni sono, quindi, piuttosto deboli. Basta un po’ di attenzione ai contenuti e le immense costruzioni che abbiamo immaginato finiscono per dissolversi. Quando sei preoccupato per qualcosa, quindi, puoi provare a porti alcune domande per “tornare” alla realtà:

  • Ammesso che ciò che temo dovesse succedere davvero, qual è il peggior esito possibile? Qual è l’esito più realistico?
  • Ammesso che ciò che temo dovesse succedere davvero, quanto è probabile che fra una o due settimane lo ricordi ancora?
  • Quanto mi è utile, in questo momento, concentrarmi sull’immaginare possibili scenari negativi? Cosa posso fare in questo momento per scongiurare le conseguenze temute? E se non c’è niente che io possa fare, a cosa mi serve perdermi in questi pensieri?

Se hai difficoltà a rispondere a queste domande è possibile che tu sia più dalle parti del rimuginio che della “semplice” preoccupazione. Forse ritieni il preoccuparsi una strategia utile e funzionale, ovvero hai investito le tue preoccupazioni di una rilevanza e di un valore che semplicemente non meritano. In questo caso, il mio consiglio è di cercare una guida e un supporto professionale per uscire da questa trappola, che ha come ultimo effetto soltanto il prolungare la tua sofferenza.

Esistono però anche delle preoccupazioni “pratiche” e maggiormente orientate alla realtà. In questi casi lo scopo non sarà quello di sbugiardare i pensieri negati, ma di trovare delle soluzioni ai problemi per poi lasciar andare le preoccupazioni. Tutto quello che devi fare è agire:

  • Se puoi fare qualcosa, fallo. Considera le varie opzioni, prepara un piano di azione e mettilo in pratica.
  • Se puoi farlo adesso, fallo. Se non puoi farlo adesso aspetta il momento di poterlo fare, ma nel frattempo smetti di angustiarti rimuginando sulle tue preoccupazioni: sposta la tua attenzione verso qualcosa di piacevole o di utile.
  • Se devi necessariamente affrontare qualcosa, non evitarla. Se hai una scadenza da rispettare non ha alcun senso preoccuparsene per giorni: non ti fa bene né ti porta a risolvere il problema. La soluzione, anche qui, è solo una: agire.
  • Se non puoi far nulla, non ha senso preoccuparsi.

preoccupazione

Preoccup-azioni!

Preoccuparsi è normale, fa parte del gioco. Il problema è quando il preoccuparsi non porta a nulla di concreto, se non a una concreta sofferenza.

Spesso dimentichiamo che abbiamo più potere di quanto pensiamo. Ci facciamo schiacciare da prospettive immaginate di disastri incombenti e inevitabili, ma il più delle volte – per fortuna – si tratta sono di innocue allucinazioni.

Perdiamo di vista il fatto che ciò che immaginiamo, le fantasie catastrofiche che ci proiettiamo in testa, anche se incredibilmente coinvolgenti, non sono nulla di reale. Non esistono. Esiste solo la possibilità di prendere in mano la propria vita e affrontare, concretamente, ciò che ci fa stare male.

Invece che perderci in sceneggiati immaginari, agiamo. Perché c’è sempre qualcosa che possiamo fare. Fosse anche l’accettare di non poter fare nulla.

Che non sia questa la chiave per la liberazione?

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Il modo in cui reagiamo di fronte a un evento dipende sostanzialmente dal modo in cui lo valutiamo. Ma se queste valutazioni fossero in realtà frettolose e imprecise? Se ci fossero degli errori nel nostro modo di pensare? Che effetto avrebbero questi errori sul nostro modo di rispondere a quello che ci succede?

distorsioni cognitive

Come rispondiamo a determinate situazioni dipende fondamentalmente dal modo in cui le vediamo, cioè da come vengono automaticamente valutate dalla nostra mente. Il meccanismo, già introdotto in un precedente articolo, è molto semplice: se il nostro sistema cognitivo valuta la situazione come pericolosa, l’intero organismo scatta sull’attenti e si predispone a reagire al presunto pericolo.

Essere in grado di valutare per tempo una situazione potenzialmente pericolosa può fare la differenza tra il vivere e il morire, o quantomeno così è stato così in epoche più remote, quando il pericolo di lasciarci le penne era all’ordine del giorno. Immaginiamo di passeggiare in un bosco e di intravedere una sagoma lunga e sottile e di avvertire un rumore sospetto tra il fogliame: a cosa pensa il nostro cervello? È un serpente o un rametto? Nel dubbio, automaticamente punta sul serpente. La conseguenza è un’attivazione fisiologica che facilita la fuga dal pericolo e l’azione relativa di allontanarsi dal posto.

A questo punto importa poco se si trattasse davvero di un serpente o se fosse invece un rametto inoffensivo: ciò che ci interessa è osservare come ciò che proviamo e ciò che facciamo dipenda da come valutiamo una data situazione, cioè da come la pensiamo.

Falsi allarmi

…alla fine era soltanto un rametto, e il rumore chissà da cosa è stato causato. Per fortuna nessun pericolo immediato. Certo, ci siamo presi un bello spavento, ma alla fine tutto è bene quel che finisce bene, giusto?

Oggigiorno è molto più difficile imbattersi in un serpente mentre si passeggia in mezzo alla natura, ma il meccanismo di valutazione resta comunque attuale ed è più vivo che mai. Tant’è che è esattamente ciò che si attiva quando ci troviamo di fronte a un qualunque evento, piccolo o grande che sia.

E così come per il serpente/rametto, è sempre possibile fare errori di valutazione, soprattutto considerata la chiave di lettura “allarmistica” di un cervello che si è evoluto nel corso di centinaia di migliaia di anni proprio per tenerci alla larga da potenziali pericoli.

Insomma, falsi allarmi possono capitare e alla fine va bene così, soprattutto se parliamo di situazione estreme. “Better safe than sorry”, direbbero gli inglesi. Ma come può tradursi questo meccanismo automatico e dal carattere allarmistico nella vita di tutti i giorni? Cosa succede se sistematicamente tendiamo a valutare delle situazioni come se fossero “pericolose” quando in realtà non lo sono?

Nuovi pericoli, vecchie abitudini

A questo punto potremmo anche chiederci: quante nostre reazioni emotive e comportamentali dipendono da una valutazione troppo frettolosa e imprecisa della realtà?

Pericolo, oggi, non è più il morso velenoso di un serpente. Pericolo, oggi, è restare soli, non avere abbastanza soldi, sentirsi inutili, non riuscire a svolgere un lavoro in tempo. Questo e molto altro è ciò che in quest’epoca si teme, e ognuno di noi teme alcune cose più di altre. Ma anche se il mondo è cambiato, i bisogni sono cambiati e le paure sono cambiate, il modo in cui funziona il nostro cervello è sempre lo stesso: rapido, automatico, prepotente.

Se ci lasciamo trascinare da meccanismi di valutazione immediati ma altamente fallibili, si corre il rischio di commettere errori importanti nel nostro modo di vedere le cose, con conseguenze spesso significative rispetto a come ci sentiamo e a cosa facciamo.

Fumo negli occhi

Già, perché il nostro cervello sbaglia molto più di quanto immaginiamo. E lo fa in maniera molto sottile, forte di un’autorità che acriticamente gli attribuiamo data la nostra tendenza a considerare “verità” qualunque cosa ci passi per la testa.

Se però ci fermiamo un attimo a valutare quei pensieri automatici, frutto di una prima valutazione rapidissima e inconsapevole, potremmo scoprire che alcune delle cose che pensiamo sono in realtà assolutamente sbagliate, se non addirittura assurde.

Siamo davanti a quelle che vengono tecnicamente definite distorsioni cognitive: errori logici del pensiero che influenzano il nostro modo di valutare le situazioni, e quindi ciò che proviamo e le azioni che compiamo. Nient’altro che fumo negli occhi, che ci impedisce di vedere con chiarezza ciò che abbiamo davanti.

Le distorsioni cognitive

Esistono diversi tipi di distorsioni cognitive, ed è importante imparare a riconoscerle in modo da individuarle tempestivamente quando si presentano, così da poter valutare se in quel momento stiamo ragionando in maniera lucida o se invece ci siamo lasciati trascinare dai nostri abituali e a volte controproducenti modi di pensare.

Quella che segue è una lista delle distorsioni cognitive più frequenti:

  • Pensiero “tutto o nulla”. Vedere le cose per categorie opposte e senza gradazioni intermedie: “Se non sono il più bravo significa che faccio schifo”.
  • Catastrofizzazione. La tendenza a considerare solo gli esiti negativi di una situazione, ignorandone possibili altri, specialmente se positivi o neutri: “Se sbaglio la presentazione sarà un disastro, verrò umiliato davanti a tutti e perderò il lavoro”.
  • Doverizzazioni. La visione rigida che alcune cose debbano essere in un determinato modo, altrimenti si andrebbe incontro a conseguenze spiacevoli: “Devo essere sempre gentile e accondiscendente, altrimenti lui si stancherà di me e mi lascerà”.
  • Ipergeneralizzazione. Dare importanza a un singolo evento al punto da considerarlo come prova di un aspetto più generale, o, in parole povere, fare di tutta l’erba un fascio: “Se non ha voluto uscire con me significa che nessuno vorrà mai farlo”.
  • Etichettamento. Attribuire un giudizio globale a sé stessi o agli altri invece che circoscriverlo ad una determinata circostanza: “Non sono in grado di compilare questo documento, quindi sono un fallimento”.
  • Squalificare/sminuire il positivo. Trascurare le prove o le esperienze positive o non dar loro peso quando si valuta una certa situazione: “Se gli altri mi fanno dei complimenti è solo perché sono gentili, in realtà non sono in grado di fare nulla”.
  • Ragionamento emotivo. Confondere ciò che si sente (si crede) con quello che è: “Sento che non ce la farò, quindi sicuramente andrà male”.
  • Astrazione selettiva. Prestare attenzione a un singolo dettaglio piuttosto che considerare il quadro generale. Ad esempio, al termine di un primo appuntamento ricco di momenti positivi: “Non mi ha dato neanche un bacio sulla guancia, si vede che non le piaccio”.
  • Lettura del pensiero. Ritenere di sapere cosa pensano gli altri e valutare la situazione in base a questo senza considerare ulteriori prove: “Ha sbadigliato, starà pensando che sono noioso”.
  • Personalizzazione. Attribuire determinati comportamenti degli altri a fattori personali senza considerare altre possibili spiegazioni: “Se mi ha salutato frettolosamente e non si è fermato a parlare con me è perché gli sto antipatico”.

distorsioni cognitive

Sbagliando si impara?

Insomma, non sempre il nostro modo di ragionare è così “ragionevole”! Anzi, molto spesso ci lasciamo condizionare dalle nostre abituali modalità di pensiero e finiamo per valutare alcune situazioni in maniera sostanzialmente errata.

Cosa può significare per una persona che soffre di depressione etichettarsi come incompetente davanti a una banale difficoltà? Come può una persona gestire la propria ansia se è convinta che ciò che accadrà sarà sicuramente un disastro e non c’è nulla da fare per rimediare? Come può una persona vivere serenamente la relazione con il proprio partner se è sottoposta a doveri, obblighi o regole senza senso?

Che effetto può avere su di noi considerare corrette conclusioni sbagliate alle quali crediamo ciecamente? Quanto di ciò che proviamo, quante delle azioni che facciamo dipendono da errori logici come quelli che abbiamo visto?

Oltre la cortina

La prima impressione conta solo se la accettiamo come vera, senza metterla in alcun modo in discussione. Ma se ci fermiamo a osservare cosa pensiamo e come pensiamo, potremmo scoprire che i nostri atteggiamenti, le nostre emozioni e le nostre azioni potrebbero nascere da semplici errori di ragionamento. Semplici, ma dalle conseguenze a volte estremamente significative.

Ma agli errori, spesso, si può rimediare. Imparare a riconoscere le distorsioni cognitive tipiche del proprio modo di pensare e non saltare immediatamente alle conclusioni può essere il primo passo per una maggiore consapevolezza delle nostre reazioni.

Per imparare a pensare, emozionarsi e agire in maniera più funzionale e adeguata. Oltre che più corretta, per noi stessi e per gli altri.

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Dai nostri pensieri dipende ciò che proviamo e ciò che facciamo. È possibile conoscere le ragioni per le quali alcune situazioni ci fanno pensare male e, dunque, ci fanno stare male? E cosa c’è dietro questi pensieri?

pensieri

Molte persone vivono le proprie emozioni o mettono in atto dei comportamenti senza essere consapevoli del perché siano presenti. Gli stati emotivi possono così essere vissuti come misteriosi, improvvisi, inspiegabili. Il che, in molti casi, tende a renderli anche peggiori di quello che già sono. Quando una persona prova una forte ansia all’improvviso, oltre al dover fare i conti con la spiacevolezza di quell’emozione, si trova infatti a fronteggiare un evento emotivo che sembra sbucato dal nulla, e questo aumenta la sensazione di paura e di incertezza.

Anche alcune delle azioni che compiamo vengono spesso agite in maniera pressocché automatica. Pensiamo all’accendersi una sigaretta: cosa c’è dietro? Perché lo facciamo? Spesso non ne siamo per nulla consapevoli, al massimo ci limitiamo a dire che stiamo rispondendo a una “sensazione” interna.

Nei disturbi d’ansia è molto frequente il ricorso ai meccanismi dell’evitamento e della fuga: se c’è qualcosa che temo, la evito; se ci sono già in mezzo, fuggo. Perché lo facciamo? Se ci riflettiamo su, scopriamo molto facilmente che mettiamo in atto questi comportamenti semplicemente perché temiamo quello che potrebbe accadere se affrontassimo la situazione. Quello che temiamo, quindi, ha un ruolo fondamentale nel dettare questo genere di azioni. Di conseguenza, ciò che facciamo (e ciò che proviamo) dipende dal modo in cui valutiamo la situazione come più o meno pericolosa o neutra.

Cogito ergo patior

Detto in parole povere: ciò che pensiamo in una data circostanza è direttamente responsabile di come ci sentiamo e di quello che facciamo.  Con il termine “pensiero” si intende, in questo caso, tutto ciò che ci passa per la testa in merito alla valutazione di una situazione. Da questa lettura dipende in larga parte ciò che proveremo in quella circostanza e come potremmo (re)agire in quel contesto.

Quando si è felici, perché si è felici? Proviamo felicità quando constatiamo che è accaduto qualcosa di bello per noi. E anche i comportamenti che potremmo agire rifletteranno questa valutazione. Potrebbe essere lo stesso anche per emozioni che giudichiamo negative, come l’ansia, la tristezza, la rabbia?

Certo che sì. Inevitabilmente, il modo in cui vediamo e giudichiamo la realtà e cosa ci accade conduce a sperimentare delle reazioni emotive congruenti. Semplificando: se ci sentiamo in ansia, è perché valutiamo che c’è qualcosa che ci mette in allarme; se ci sentiamo tristi, è perché valutiamo in maniera estremamente negativa la situazione nella quale ci troviamo.

Pensieri in superficie

Il modo in cui valutiamo le situazioni è in buona parte “inconsapevole”, quindi non è un qualcosa che si fa di proposito. Si tratta dunque di un meccanismo prevalentemente automatico, con i contenuti della valutazione che rifletteranno alcune delle nostre credenze su chi siamo, su chi sono gli altri e sul mondo che ci circonda. Non è facile riuscire a cogliere l’essenza alla base dei nostri modi di valutare la nostra realtà interna ed esterna, ma alcuni pensieri più superficiali (e quindi più facili da osservare) possono darci indizi importanti sul perché pensiamo in determinati modi.

Spesso basta un minimo di sforzo e di attenzione per cogliere quelle brevi frasi (o immagini, il pensiero può anche esprimersi sotto forma di rappresentazioni visive) che ci passano per la testa un momento prima di sperimentare una determinata emozione. Alcune persone hanno più facilità nel riuscire a cogliere questi pensieri automatici, altre hanno bisogno di maggiore allenamento per poter “fotografare” le rapidissime impressioni che determinano le reazioni emotive, ma in ogni caso è possibile riuscire ad afferrare questi veloci indizi.

Dai pensieri superficiali, poi, è possibile andare via via a ritroso fino a giungere a quelle che vengono definite “credenze di base”, cioè quelle concettualizzazioni su noi stessi, sugli altri e sul mondo che ci portiamo dietro da tutta una vita (ad esempio, “sono un perdente, non valgo niente, sono sbagliato”), e che per tutta la vita hanno avuto un certo grado influenza sul nostro modo di pensare, di sentire e di agire.

Grattando la superficie

Scendendo più in basso, al di sotto della superficie dei pensieri automatici, troviamo inoltre un altro livello, quello delle “credenze intermedie”. Si tratta grossomodo di una serie di assunzioni, regole e atteggiamenti più o meno esplicite che derivano direttamente dalle credenze di base e che dettano la “linea editoriale” dei pensieri più superficiali. Che a loro volta determinano ciò che proviamo e come agiamo.

Le credenze intermedie, semplificando, possono essere viste come una serie di condizioni del tipo “se… allora…”, che connettono le nostre paure più profonde con la lettura della situazione in cui ci troviamo in quel momento. Se quella ragazza mi rifiuta, allora vuol dire che faccio schifo (e nessuno mi può amare). Se non riesco a fare bene questa cosa, allora vuol dire che non sono in grado di fare niente (e sono un fallito). Se non reagisco a questo sopruso, allora vuol dire che gli altri possono approfittare di me (e sono vulnerabile).

Queste condizioni si declinano poi in atteggiamenti, modalità di condotta, regole di comportamento (proprio e altrui) che guidano in maniera molto concreta la vita delle persone. E così come i pensieri automatici si “appoggiano” alle credenze intermedie, queste ultime si declinano a partire dalle credenze di base che ciascuno di noi ha e che spesso si rivelano eccessivamente rigide, ipergeneralizzate e globali, ma soprattutto fondamentalmente sbagliate. Idee sballate che possono purtroppo avere conseguenze molto reali.

L’esame dello studente

Un ipotetico studente universitario potrebbe provare un grado considerevole di ansia nel momento in cui è chiamato a sostenere un esame, mentre un suo collega potrebbe avvicinarsi al professore fischiettando con nonchalance. Qual è la differenza tra i due? Il primo, molto probabilmente, ha valutato la situazione come in qualche modo “pericolosa”, mentre il secondo no. Ma perché la situazione viene valutata come “pericolosa”?

Provando a immaginare quello che può essere successo nella mente del primo studente, potremmo individuare un pensiero [automatico] del tipo: “Non sono abbastanza preparato, non riuscirò a rispondere e farò una figuraccia” (di solito questi pensieri sono molto più coloriti), forse c’è stata anche la visualizzazione di un’immagine degli altri esaminandi che ridono di lui. Questo però non ci dice un granché sul perché gli siano venuti in mente proprio queste cognizioni.

Andando ad esaminare un po’ più in dettaglio questi pensieri, magari si va a scoprire che per il nostro amico “fare una figuraccia” sarebbe semplicemente terribile perché per lui significherebbe che, a differenza degli altri, non è in grado di sostenere una situazione di esame [credenza intermedia]. E cosa implicherebbe il non essere in grado di sostenere una situazione di esame? Sarebbe la prova dell’idea che lo studente ha di non essere in grado di fare nulla, di essere un fallimento, di essere un perdente [credenze di base].

Il ragazzo è all’oscuro di tutto ciò, a malapena può avvertire qualche fuggevole pensiero superficiale (se vi presta abbastanza attenzione) e quello che sente in quella situazione è solo la “strizza”. Cosa fa, allora, il nostro amico? È quasi arrivato il suo turno, l’ansia continua a crescere, e continua a ripetersi “non ce la posso fare!”. Allora, zitto zitto, ripone i libri nello zainetto, si alza e, mestamente, se ne va a casa.

L’esame non l’ha dato (e starà male per questo), ma vuoi mettere questo con il rischio di trovarsi faccia a faccia con un fallimento e con tutto quelle che ne conseguirebbe?

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Sconfiggere i cattivi pensieri

Come abbiamo visto, i pensieri sono strettamente legati a cosa si prova e a cosa si fa. Cioè alle conseguenze più concrete che possiamo sperimentare nelle nostre vite, che potrebbero diventare i motivi che ci spingono, in determinati momenti, a cercare un aiuto per le nostre sofferenze psicologiche.

A ogni emozione e a ogni comportamento corrispondono dei pensieri che li hanno originati. Vedere questi eventi mentali, comprenderne il significato e imparare a gestirli, a dibatterli, a verificarli (cioè a non darli per scontati) comporta un cambiamento in quello che si prova e in quello che si fa. Cosa sarebbe successo se il nostro amico studente avesse pensato: “Sì, l’esame potrebbe anche andarmi male… ma sarebbe davvero così terribile? Cosa potrebbe davvero accadermi? Rinunciare e andare a casa non sarebbe stato comunque un fallimento?”. Avrebbe provato lo stesso grado di ansia?

L’obiettivo è passare dalla sofferenza automatica e passiva a una maggiore consapevolezza di ciò che viviamo e di come agiamo. Arrivando a mettere in discussione anche le credenze su noi stessi, sugli altri e sul mondo che si trovano più nascoste, in profondità, ma che riecheggiano costantemente nella nostra quotidianità.

Non è facile compiere da soli questo viaggio all’interno di noi stessi, ma è un’esplorazione che vale la pena di tentare, così da raggiungere il centro delle nostre paure e da lì ripartire con maggiore serenità e consapevolezza. Per riprendersi la vita, un passo dopo l’altro.

Se vuoi, possiamo farlo insieme.

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Riconoscere e capire cosa proviamo e come reagiamo alle situazioni è la base per poter cambiare. Per farlo, bisogna imparare a guardarsi dentro e osservare cosa ci accade quando siamo in contatto con noi stessi o con gli altri. Vediamo insieme alcune strategie per cominciare a osservare i propri pensieri, il primo passo per conoscersi davvero.

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Qualche giorno fa, una mia amica e collega mi stava raccontando di come avesse conosciuto una persona molto interessante che le aveva fatto sentire, dopo tanto tempo, le famose “farfalle nello stomaco”. Mi ha anche raccontato di come si fosse trovata spesso a fantasticare di un possibile futuro con lui, e di come, inevitabilmente, queste fantasie finissero sempre male!

Solitamente cominciavano con belle scene di loro che passeggiano sul lungomare, cene a lume di candela, pargoli che scorrazzano di qua e di là… e alla fine inevitabilmente si rivedeva triste e sola, di nuovo single dopo anni felici trascorsi con lui, che l’aveva lasciata perché ormai diventata brutta e noiosa.

Da bravi psicologi, ovviamente, ci siamo confrontati sul perché di questi finali drammatici a seguito di immagini ricche di amore e felicità (ma di che parlano ‘sti psicologi??), e la risposta è arrivata immediatamente: sono il riflesso delle sue paure. In particolare, la paura di essere abbandonata perché non meritevole di amore.

La mia amica era già ben consapevole di questa sua paura sotterranea, infatti una volta emersa non c’è rimasta male più di tanto. Sa benissimo che quello è un suo punto debole ed è in grado sia di vedere i fenomeni mentali che derivano da questa sua paura sia di contrastarli non facendosi coinvolgere emotivamente da queste fantasie. Un’altra stranezza da psicologi!

Pensieri fuori luogo

In letteratura esistono diversi modi per definire quei pensieri che hanno un effetto particolarmente disturbante rispetto alle emozioni che proviamo e ai nostri comportamenti: pensieri irrazionali, pensieri disfunzionali, pensieri inadeguati… In questo caso mi è venuto spontaneo chiamarli “pensieri fuori luogo” perché, in effetti, in quel momento davvero non avevano nulla a che fare con le fantasie di amore e felicità della mia amica.

E anche la reazione che hanno immediatamente scatenato era fuori luogo: un’ombra di tristezza su un dipinto gioioso e luminoso. Fortuna che, essendo consapevole del processo, la mia collega non s’è lasciata “agganciare all’amo” da questi pensieri e la tristezza è stata solo una nuvola passeggera.

La fortuna è che lei è ben consapevole di questi fenomeni e di come gestirli. Ma la maggior parte delle persone non lo è e spesso se ne lascia coinvolgere. E non sto parlando soltanto di quei pensieri “fuori luogo” che sembrano completamente estranei alle fantasie del momento, lo stesso discorso vale per tutti quegli eventi della mente che, in un modo o nell’altro, hanno un effetto sul nostro umore e sul nostro modo di comportarci. Siano essi pensieri, immagini, fantasie, stimoli interni o esterni.

La mente scimmia

La nostra mente saltella di qua e di là, è un incessante flusso di parole, immagini, sensazioni che non si ferma mai. In alcune tradizioni buddhiste viene definita la “mente scimmia”, proprio perché si lancia senza sosta da un ramo all’altro, un’immagine che secondo me rende benissimo l’idea. Pertanto, è difficile riuscire a “fermare” la nostra scimmia interiore e guardarla bene in faccia.

Spesso non ci accorgiamo nemmeno di tutto questo girovagare della nostra mente, perché la maggior parte del tempo siamo troppo occupati a “vivere” la nostra vita e non ci riesce quasi mai di fermarci un attimo per osservare cosa accade dentro di noi. Di passare cioè dal ruolo di attore a quello di spettatore.

Cioè che succede, quindi, è che ci troviamo a “subire” quello che la nostra mente ci propone, senza nemmeno essere consapevoli di qual è stata la molla che ci ha fatto scattare una certa emozione o un qualunque altro tipo di reazione. Senza alcuna capacità di osservazione, restiamo in balìa di ciò che i nostri bisogni più profondi, i nostri abituali modi di fare e di vedere la realtà ci impongono automaticamente. A-criticamente.

Osservare i pensieri

Di per sé, osservare la propria mente al lavoro non è una cosa complicata. In realtà è davvero un’attività molto semplice, anche se alle prime può sembrare un compito arduo. Questo perché, come dicevo prima, non siamo abituati a farlo e non abbiamo alcune idea di come si fa.

Ci sono diversi modi per imparare l’arte dell’autosservazione, ciascuno con le sue metodologie e le sue finalità. In particolare, secondo me, risultano molto utili le tecniche proprie della mindfulness (o meditazione di consapevolezza) e della psicoterapia cognitiva. Entrambe ovviamente richiederebbero una trattazione molto ampia e particolareggiata, perciò qui mi limiterò a fare una brevissima sintesi di ognuna di queste “strategie” per imparare a osservare i propri pensieri.

  • Nella pratica della mindfulness, per osservare davvero i pensieri abbiamo bisogno di due componenti: la concentrazione e la consapevolezza. Semplificando, possiamo dire che la concentrazione serve a predisporci all’osservazione, mentre con la consapevolezza possiamo osservare i pensieri (le immagini, le fantasie, eccetera) per quello che realmente sono: eventi mentali con un inizio, uno sviluppo e una fine. Con la giusta dose di concentrazione e consapevolezza, diventa sempre più facile riuscire a vedere questi fenomeni e osservarli da una prospettiva diversa, così da riuscire a notare anche gli effetti che questi eventi mentali hanno sul nostro modo di emozionarci e di agire.
  • Con le tecniche di automonitoraggio e autosservazione proprie della psicoterapia cognitivo comportamentale, spesso può essere utile iniziare la propria osservazione a partire dalle emozioni che proviamo, per poi andare a ritroso e scoprire i pensieri che le hanno determinate. Ad esempio, quando ci sentiamo tristi, possiamo fermarci un attimo e cercare di andare con la mente a quali pensieri hanno preceduto questa emozione. Se lo facciamo ogni volta che sentiamo un’emozione negativa, poco alla volta impariamo ad essere maggiormente consapevoli dei pensieri che ci sono dietro, così da riconoscerli per tempo ed eventualmente affrontarli con le giuste tecniche. Così da non restare invischiati in reazioni emotive e comportamentali che possono farci del male.

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La punta dell’iceberg

Quella appena presentata è ovviamente una sintesi estrema di due strategie di autosservazione molto potenti che richiedono pratica, tempo, pazienza e costanza per essere applicate al meglio. In ogni caso non si tratta di un’impresa titanica, ed entrambi i percorsi possono essere intrapresi da chiunque; non è richiesto alcun prerequisito specifico, se non un’adeguata motivazione e un approccio equilibrato al fenomeno.

È anche vero, però, che i pensieri che possiamo più facilmente osservare sono spesso “superficiali” e non necessariamente rendono conto di tutto ciò che c’è in profondità. Inizialmente, quindi, saremo in grado di vedere solo la cosiddetta “punta dell’iceberg”. Per andare più in profondità è più utile rivolgersi a un esperto per imparare “come osservare” ciò che davvero ci passa per la testa.

Non è così semplice fare ciò che la mia amica ha fatto: partire da un’immagine e riconoscere i paesaggi del proprio mondo interiore. Ma la buona notizia è che se c’è riuscita lei, possono riuscirci tutti. Basta solo sapere cosa e dove guardare.

Gestire i pensieri

Osservare i pensieri è semplice ma allo stesso tempo difficile, ma solo perché la nostra mente scimmia non è addestrata a farlo. Gestire i pensieri, quello è un altro paio di maniche.

Con questo non voglio dire che non si possa fare, perché in realtà è più che possibile (anzi, direi che anche è consigliato farlo!) ma si tratta di un livello superiore che richiede certamente un’attenzione diversa e, spesso, l’aiuto di un professionista che possa guidarci alla scoperta del nostro mondo interiore.

Nel momento in cui ci fermiamo a osservare davvero, infatti, potremmo accorgerci di alcune cose che potrebbero anche farci provare emozioni particolarmente spiacevoli. Prendendo l’esempio della mia amica, arrivare a vedere chiaramente le nostre paure, come quella di essere soli e abbandonati a sé stessi, può essere un’esperienza disarmante e mortificante. Ma se si impara a farlo nel modo giusto, vedendo ciò che temiamo come una semplice manifestazione dei nostri bisogni, possiamo alla fine capire cosa possiamo realmente fare per soddisfarli, nella maniera migliore possibile e nel rispetto della propria natura.

Guardare in faccia le proprie paure non è per nulla facile. Soprattutto se abbiamo paura di ciò che possiamo trovare. Ma non è il guardare in faccia le proprie paure che fa più male, è ignorarle che ci fa davvero danno. Perché se non siamo consapevoli di ciò che ci accade, di ciò che proviamo, di ciò che facciamo, saremo sempre in balìa degli eventi.

Lasciandoci trascinare dalle onde non andremo mai dove vorremmo davvero andare. Solo imparando a governare la nave possiamo giungere alla serenità e al benessere. E imparare a osservarci è il primo passo verso la felicità.

 

Esercizio! Prova a osservarti, appena te la senti: appena noti un’emozione, fermati un attimo e porta la tua attenzione ai pensieri. Cosa hai pensato un istante prima di sentirti così? A quel pensiero ne sono seguiti altri? Cosa dicevano? Oppure non c’erano pensieri, ma solo immagini? Cosa hai visto?
Se ti va, fammi sapere come è andata lasciando un commento. Sono curioso di sapere cosa ti passa per la testa!

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Il nostro modo di vedere e valutare la realtà che ci circonda è condizionato fortemente dai nostri bisogni più profondi, quindi anche ciò che la mente ci racconta dipende da questi. Non sempre, però, quello che ci passa per la testa corrisponde alla verità…

mente

Quando ci si ferma a pensare alla complessità del corpo umano non si può non provare meraviglia. Proprio mentre stai leggendo queste parole nel tuo corpo stanno accadendo tante piccole cose che ti consentono di fare quest’esperienza: il tuo cuore spinge il sangue ricco di ossigeno lungo il sistema cardiocircolatorio, l’ossigeno nutre i muscoli che consentono ai tuoi occhi di muoversi tra una parola e l’altra, mentre una parte del tuo cervello è in grado di attribuire un significato alla serie di segni impressi sulla pagina per darne un senso compiuto.

Senza dimenticare che nel frattempo il sistema nervoso centrale e quello periferico ti consentono di respirare (l’ossigeno da qualche parte dovrà pure arrivare), di dirigere la tua attenzione sullo stimolo visivo e di fare un mucchio di altre cose che nel complesso consentono all’incredibile macchina umana di continuare a vivere (regolare i livelli ormonali, silenziare alcuni muscoli e attivarne altri, controllare il livello di fame, restare all’erta nei confronti di stimoli improvvisi e tanto, tanto altro!).

Un’orchestra di milioni di strumenti che suona perfettamente ogni singola nota, diretta da un organo, il cervello, che lavora silenziosamente ed efficacemente per garantire al tuo corpo di continuare a cantare la melodia della vita.

L’uomo: l’animale dal cervello più complesso

Il cervello è un organo presente in tutti gli organismi più complessi e ha il ruolo, appunto, di dirigere le diverse funzioni vitali necessarie a un organismo per continuare a vivere.

Con il passare del tempo (molto, molto tempo!), l’essere umano ha sviluppato alcune capacità uniche rispetto ad altre forme di vita animale che gli hanno consentito di raggiungere livelli di complessità incredibili, andando oltre la semplice soddisfazione dei principali bisogni biologici o l’istintiva risposta a stimoli ambientali. Questo ovviamente non significa che gli altri esseri viventi siano “semplici” o “inferiori”: in natura ogni cosa è fonte di meraviglia, se ci ferma a guardarla con la giusta prospettiva.

Con lo sviluppo delle funzioni cerebrali, l’uomo è diventato sempre più in grado di modificare il proprio ambiente, di acquisire nuove abilità e di trasmetterle ai suoi simili. Ha sviluppato complesse capacità di comunicazione e di ragionamento che gli hanno consentito di dare un nome a qualunque cosa, anche a quelle che non si possono “toccare” e che esistono solo dentro di noi, come i sentimenti, o le idee.

Questo ha fatto sì che l’essere umano potesse andare oltre la “semplice” sopravvivenza, sviluppando sistemi di ragionamento complessi basati sulla capacità di “pensare su se stesso” che hanno portato alla nascita di culture e società che rendono l’uomo, nel bene e nel male, un organismo unico e inimitabile.

Cogito ergo sum

Senza le nostre uniche ed eccezionali capacità di pensiero non ci sarebbero mai state la filosofia, la matematica, la poesia, l’arte. Certo, le scuole sarebbero state meno noiose… ma a pensarci bene non ci sarebbe stata nemmeno la scuola! Il che per qualcuno potrebbe sembrare una buona notizia, ma non ci sarebbero stati nemmeno internet e gli smartphone, la musica o i videogiochi. Ma neanche bollette da pagare, scadenze, impegni, traffico!

Tutti noi però avremmo vagato per la Terra senza nulla da fare che annusarci a vicenda cercando l’ennesima bacca che ci avrebbe consentito di vivere un giorno di più. Bello, eh?

E poi non ci sarebbe stata l’amicizia, la solidarietà, l’amore («Magari!», dirà qualcuno che adesso ha il cuore infranto). Insomma: non ci sarebbe stato l’essere umano così come lo conosciamo, con i suoi pregi e i suoi difetti.

È il cervello che ci fa pensare

Nonostante qualcuno pensi che nel genere maschile le capacità di pensiero risiedano in altri organi, la banale verità è che pensiamo col cervello. Può sembrare una cosa scontata (infatti lo è), ma spesso tendiamo a mettere da parte le cose scontate e a non considerarle quando si analizzano alcuni fenomeni.

Facciamo un passo indietro: per quale motivo il cervello è così fondamentale? È il cervello a dirigere i complessi meccanismi che ci consentono di continuare a vivere (come respirare, nutrirsi, muoversi), quindi la funzione principale del cervello è far sì che tutto funzioni alla perfezione per continuare a sopravvivere.

Lo sviluppo delle capacità cognitive ha svolto un ruolo importantissimo ai fini della preservazione degli esseri umani: nuove capacità significano nuove possibilità, nuove possibilità significano maggiori probabilità di sopravvivere e di trasmettere i propri geni. Ed è sostanzialmente per questo che l’evoluzione ha mantenuto (e migliorato nel tempo) queste caratteristiche della mente umana.

Attenzione! Non sto dicendo che le facoltà di pensiero si riducono a questo, ma è indubbiamente questo il punto di partenza. È questa la base dalla quale partire per poterci poi meravigliare di tutto il bello che il cervello umano è stato in grado di creare.

Il nocciolo della questione

Spogliando di ogni poesia la nostra capacità di pensare, scopriamo appunto che essenzialmente la sua funzione è legata alla sopravvivenza. Ma la sopravvivenza, per l’essere umano, non si può ridurre al semplice “mangiare-respirare-scappare-riprodursi”. Per quanto alla base di tutto ci sia questo, sarebbe paradossalmente contronatura limitarsi a considerare solo questi aspetti. Contronatura perché contro la natura umana. Perché è proprio grazie alle nostre umane capacità cognitive che la vita per noi è diventata più di questo.

Noi siamo più di questo. Siamo così complessi che non possono che essere complessi anche i meccanismi che ci rendono umani e che rendono la vita degna di essere vissuta.

Per “vivere” c’è bisogno anche di sentirsi soddisfatti, amati, protetti, parte di un gruppo. Per noi è diventata questa la “vera” sopravvivenza. E il nostro cervello, il cui ruolo è quello di consentirci di sopravvivere, ci spinge a considerare questi aspetti come fondamentali (e lo sono). Il problema, però, è che come per la maggior parte delle funzioni che ci consentono di sopravvivere, anche questi aspetti vengono gestiti in maniera automatica dal nostro cervello. Cioè senza pensare.

Automatica-mente

Intendiamoci: il fatto che una cosa sia automatica non significa anche che sia dannosa!

Prendiamo ad esempio il respirare: è un meccanismo che funziona bene proprio perché è automatico. Proviamo a pensare a come sarebbe la nostra vita se dovessimo stare ogni momento concentrati sull’immettere ed espellere aria. Non avremmo sicuramente la possibilità di fare altre cose con la nostra mente, e guai a distrarsi anche solo per un attimo! Un discorso simile è quello del guidare: chi guida abitualmente lo fa in maniera automatica, senza pensare ogni volta a sollevare un piede, schiacciare un pedale, girare lo sterzo, spostare la leva del cambio… tutto questo mentre guardi la strada e valuti il percorso, cerchi possibili pericoli ecc. Insomma, sarebbe un incubo (ed è molto probabile che non riusciremmo nemmeno a guidare).

Però c’è da considerare che alcuni comportamenti (nota: anche il pensare è un comportamento), se automatizzati, potrebbero non essere adatti per ogni situazione. Con l’automatismo si risparmia, ma si perde in efficienza. A una persona che reagisce automaticamente di fronte a un evento potrebbe andare bene una volta, ma in una situazione leggermente diversa la reazione automatica potrebbe addirittura essere dannosa! Un esempio è quello degli attacchi di panico, quando la reazione automatica di allarme risulta ingiustificata e può portare a conseguenze molto significative.

mente

Ciò che vediamo è ciò di cui abbiamo bisogno

Il nostro modo di vedere e valutare la realtà che ci circonda è condizionato fortemente dai nostri bisogni più profondi. Ad esempio, se per una persona è estremamente importante che gli altri abbiano un’opinione positiva di lei, sarà sicuramente molto attenta alle valutazioni degli altri e queste giocheranno un ruolo fondamentale nel determinare la visione di sé e, di conseguenza, il proprio livello di benessere psicologico.

Questi bisogni sono così radicati in noi che il più delle volte non sono consapevoli, o quantomeno non vi è una consapevolezza tale da farci ammettere “ciò che pensano gli altri di me è fondamentale per definire il mio valore”. Consapevoli o no, se sono presenti dei bisogni così importanti da determinare il modo in cui ci valutiamo (o valutiamo gli altri, o la realtà esterna), è chiaro che possono condizionare in maniera importante il modo in cui funziona la nostra mente.

Con tante cose da fare, la nostra mente (senza addentrarci in discorsi infiniti su cos’è: io qui la intendo come l’insieme delle facoltà cognitive) non è che può mettersi a ragionare su ogni piccolo aspetto di ciò che ci capita nelle nostre vite: sarebbe antieconomico, come abbiamo visto sopra. Allora, nel normale funzionamento quotidiano, spesso funziona col pilota automatico.

Ma in che senso la mente “mente”?

Se valutiamo la realtà in funzione dei nostri particolari bisogni ma in maniera automatica, cioè senza valutare attentamente cosa ci circonda e cosa ci accade, rischiamo di basarci su una valutazione assolutamente frettolosa e parziale della realtà, il che potrebbe condizionare fortemente il nostro modo di pensare, le emozioni che proviamo e i comportamenti che mettiamo in atto.

La mente quindi “mente” quando ci dice cose (e facendoci pensare cose, provare cose e fare cose) che in realtà non sono necessariamente vere, soltanto perché è guidata da processi automatici.

La mente, poverina, non lo fa apposta! È che è fatta così: parla senza pensare! In realtà vorrebbe solo aiutare… Sa che a noi alcune cose vanno bene e alcune male, e si basa soltanto sui segnali che sembrano confermare queste cose, senza fermarsi a valutare con precisione la realtà che è spesso più complessa di quanto sembra!

Così, ad esempio, se dopo aver completato un compito non ci viene data una bella pacca sulla spalla e qualche bella parola di apprezzamento, potremmo concludere che il lavoro svolto non è poi ‘sto granché, che un frettoloso «Hai fatto un buon lavoro» è in realtà soltanto una frase di circostanza. Da qui al valutarci come non in grado di fare quella cosa è un passo molto breve (per chi ha bisogno di sentirsi apprezzato dagli altri per poter apprezzare sé stesso). Non ci fermiamo a valutare che magari la persona aveva semplicemente fretta, anche se l’abbiamo vista allontanarsi a tutta velocità dopo aver dato una rapida occhiata a quanto abbiamo fatto.

Ragionevol-mente

Al di là del concetto errato che sta sullo sfondo (“valgo solo se valgo per gli altri”), valutando la realtà unicamente rispetto ai nostri bisogni e alle nostre aspettative, rischiamo di farci pesantemente condizionare dagli elementi che automaticamente la nostra mente ricerca, arrivando poi a conclusioni che non necessariamente sono vere soltanto perché ci passano per la testa.

Mettendo per il momento da parte il pesante fardello delle nostre più profonde credenze errate (basate su bisogni così importanti per noi da poter essere considerati fondamentali per la nostra “sopravvivenza” o comunque per il nostro senso di benessere), una cosa che si può fare concretamente quando sentiamo che da una certa situazione abbiamo sperimentato significative emozioni negative è fermarsi un attimo e disattivare il pilota automatico.

Le stesse facoltà che hanno consentito agli esseri umani di progredire, di immaginare, di creare, possono essere messe al nostro personale servizio se consapevolmente mettiamo in discussione quello che in automatico la nostra mente ha partorito.

A nessuno piace vedersi come un “credulone”. Allora perché tante volte ci facciamo abbindolare da una nostra prima, rapida valutazione? Solo perché sentiamo che viene da dentro di noi? E solo per questo dovrebbe necessariamente essere “vera”?

La verità è che quando si tratta di valutare la realtà, la mente mente (automaticamente). La prossima volta teniamolo “a mente”!

Non lasciamoci usare dalla mente, piuttosto usiamola! ?

 

P.S. Ringrazio una mia paziente, C., per avermi fornito l’ispirazione per il titolo!

 

E a te è mai capitato di mettere in discussione ciò che la mente ti suggeriva? Hai mai pensato che forse non tutto quello che ti passa per la testa corrisponde a verità? Cosa ne pensi del concetto che i nostri bisogni più importanti possono incidere su come valutiamo la realtà? Se hai voglia di condividere i tuoi pensieri lascia pure un commento!

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