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Ogni giorno la vita ci pone di fronte a eventi, grandi e piccoli, che in qualche modo ci fanno stare male o comunque ci creano un senso di disagio. Si tratta di esperienze che sono parte integrante della vita e che spesso non è possibile evitare. Ma è possibile imparare a comprenderle e a valutarle da un’altra prospettiva, così da evitare di soffrire più del dovuto?

sofferenza

Tanto tempo fa, quando la psicologia come la conosciamo non era ancora nata, un semplice uomo scoprì una verità tanto semplice quanto apparentemente difficile da comprendere e da applicare. E cioè che quando ci capita qualcosa di negativo, non soffriamo solo per l’esperienza dolorosa in sé, ma anche e soprattutto per il modo in cui reagiamo a questa esperienza.

Egli trasmise questo insegnamento tramite l’immagine di un uomo che, dolorante per essere stato colpito da una freccia, si lascia catturare da un vortice di valutazioni sull’esperienza stessa e finisce per soffrire molto più del necessario. Come se fosse stato colpito non da una, ma da due frecce.

Insomma, costui fu tra i primi a rendersi conto dell’effetto che i nostri pensieri possono avere sulle esperienze che viviamo. E certamente fu anche uno dei primi a cercare e a tracciare un sentiero che potesse condurre alla fine dell’universale condizione di sofferenza dell’essere umano. Questo semplice uomo altri non è che colui che viene comunemente riconosciuto come il Buddha.

Le parole che seguiranno non hanno né lo scopo né la pretesa di risolvere una volta per tutte ogni tua sofferenza, ma sono piuttosto una riflessione su alcuni meccanismi, comuni a tutti, che non fanno altro che ingigantire qualunque sofferenza a cui andiamo inevitabilmente incontro …e chissà, magari scoprire cosa si può fare per evitare di soffrire più del necessario.

Tiro al bersaglio

Ogni giorno, inevitabilmente, ci troviamo a vivere esperienze più o meno spiacevoli. Si va dai piccoli inconvenienti, come il pc che si “impalla” all’improvviso o il rosso del semaforo che scatta proprio quando toccava a noi passare (e siamo già in ritardo), a eventi più significativi e dolorosi, come la perdita del lavoro, la fine di una relazione o il ripresentarsi di un dolore cronico.

Queste esperienze, inutile girarci intorno, fanno parte della vita. Alcuni giorni va tutto relativamente bene, e nulla di negativo (o di significativo) sembra colpirci, mentre in altri siamo costantemente bombardati da eventi spiacevoli, piccoli o grandi che siano. Come se fossimo un bersaglio da arciere, impotenti in attesa della prossima freccia che ci verrà scoccata contro.

Insomma: normalmente veniamo sottoposti, contro la nostra volontà, a numerosi stimoli che possono causarci sofferenza. E già così la nostra vita appare già sufficientemente dura. Ma non finisce qua. Non facciamo neanche in tempo a renderci conto di essere stati colpiti da una freccia che, quasi istantaneamente, ne arriva subito una seconda.

La seconda freccia

In pratica, succede questo: quando ci capita qualcosa di spiacevole, piccola o grande che sia, invece che semplicemente riconoscerla e cercare, se possibile, di rimediare, ci lasciamo catturare da un flusso di pensieri ed emozioni negative su quanto orrenda sia la situazione nella quale ci siamo trovati.

Se attiviamo un interruttore e si brucia la lampadina, invece che riconoscere che è un qualcosa che può capitare (e che, a conti fatti, non è poi tutto questo dramma) e che basterebbe sostituirla con una nuova, automaticamente si attiva una reazione negativa sotto forma di pensieri tipo “Perché deve sempre capitare a me? Perché proprio adesso che ho tante cose più importanti da fare? Sono sicuro che anche se la cambio fra una settimana mi capiterà di nuovo!”. Praticamente non ci diciamo mai “Perdindirindina, è saltata la lampadina! Fa nulla, ora la cambio!”, ma piuttosto tendiamo a reagire in maniera spesso spropositatamente negativa.

Questa è la seconda freccia: una serie di reazioni che si attivano automaticamente quando ci capita qualcosa di spiacevole. Ed è proprio questa seconda freccia che può farci più male. Perché è proprio questo flusso di pensieri, emozioni e sensazioni negative a potenziare ulteriormente la sofferenza dell’esperienza originale e a provocare, in ultima analisi, livelli di ansia e di stress ancora più elevati del dovuto.

Quello della lampadina è un esempio di un evento relativamente insignificante, eppure potrebbe scatenare una reazione negativa e stressante che spesso è peggiore dell’esperienza originale in sé. E quanto possono essere dolorose le emozioni e i pensieri che possono scaturire da sofferenze ben più grandi? Cosa possiamo arrivare a dirci quando finisce una relazione (“Non me ne va mai bene una, resterò solo per tutta la vita) o quando perdiamo il lavoro (“Sono rovinato, resterò per sempre disoccupato e finirò sotto i ponti”)?

Tra l’arciere e il bersaglio

Ma se la prima freccia viene scagliata, diciamo così, “dalla vita” …chi è che scaglia la seconda? Esatto, siamo noi stessi a scagliarla. Noi, che in quei momenti siamo sia vittima che carnefice, sia arciere che bersaglio.

È chiaro che non è un qualcosa che facciamo volontariamente (chi mai lo farebbe, e soprattutto: perché farlo?!), eppure le cose stanno così. Non è colpa nostra, sia ben chiaro: sono abitudini che abbiamo appreso, sviluppato e rinforzato per tutta la nostra vita, supportati dalla naturale tendenza dell’essere umano a “usare troppo il cervello”.

Non è colpa nostra, sì, ma resta comunque una nostra responsabilità non permettere di farci ferire anche dalla seconda freccia. Se la prima è inevitabile, la seconda si può evitare. Anche se non è sempre facile.

L’esperienza in prospettiva

Non è facile proprio perché questa seconda freccia viene scagliata in maniera automatica, e non abbiamo quasi mai la prontezza di accorgerci di cosa ci sta accadendo in quel momento, osservarlo nella giusta prospettiva e rispondere nella maniera più adeguata. È tutta una vita che ci portiamo dietro queste abitudini a esagerare e ad aspettarci il peggio, a giudicare negativamente non soltanto quello che ci capita, ma spesso soprattutto noi stessi. Per questo non è facile.

Ma le abitudini si possono cambiare, per fortuna. E il primo passo è proprio quello di rendersi conto di come le nostre tendenze a ingigantire, amplificare e dilatare la negatività di ciò che ci succede nella vita fanno sì che la nostra vita appaia ancora più difficile di quanto normalmente lo sia già. E di come la sofferenza che proviamo sia maggiore di quella che potremmo realmente provare.

Occorre cioè mettere le cose in una nuova prospettiva. Come? Puoi provare con le “4 R”:

  1. Respira. Quando succede qualcosa, prenditi qualche istante di pausa. I problemi e gli inconvenienti non scappano, ma tu puoi concederti un piccolo momento per fermare tutto e portare l’attenzione a cosa sta succedendo.
  2. Ricorda che le esperienze spiacevoli, piccole o grandi che siano, o il fatto che le cose non sempre vadano come desideri, sono aspetti inevitabili e normali della vita.
  3. Riconosci i pensieri che sono emersi col sorgere dell’esperienza. Cosa hai pensato? Cosa ti è passato per la testa?
  4. Rivaluta questi pensieri sull’esperienza spiacevole secondo una diversa e più ragionevole prospettiva. È possibile che ciò che hai pensato sia esagerato se non addirittura falso? Come puoi pensarla diversamente?

Piccoli passi

Insomma, sii consapevole del flusso di pensieri che si è innescato in seguito all’esperienza e mettili in discussione adottando una prospettiva più ragionevole su ciò che in realtà è accaduto o sta accadendo in questo momento.

È chiaro che un conto è rivalutare la frustrazione per una lampadina che si è bruciata, un altro è considerare sotto una luce diversa un evento come la fine di una relazione. Ma il meccanismo è lo stesso. Comincia quindi dalle cose più facili, come quando ti si “impalla” il computer o versi una bevanda sul pavimento.

Più diventi bravo a mantenere la calma e a non lasciarti catturare dalla corrente dei pensieri e delle emozioni negative quando ti capita qualcosa di “piccolo”, più sarà facile affrontare anche le situazioni più “grandi”. Tornando alla metafora della seconda freccia: prima impari a evitare le freccette, prima riuscirai a evitare i giavellotti.

sofferenza

Dolore e sofferenza

Il messaggio di fondo, comunque, è una grande verità che purtroppo non è così facile comprendere, almeno all’inizio. Questo messaggio è molto semplice, e viene così riassunto in un bel libro di Henepola Gunaratana: “il dolore è inevitabile, la sofferenza no”.

In pratica: ci sono sì cose che ci fanno male, ma è il nostro modo di reagire a queste cose che può finire per farci ancora più male.

…e visto che siamo in vena di riflessioni, augurandovi (per quanto possibile) la cessazione di ogni sofferenza, vi lascio con una riflessione del saggio Thich Nhat Hanh:

Il dolore può anche essere inevitabile, ma il fatto di soffrire o meno dipende da te. Soffrire è una scelta, tu scegli se soffrire o meno.

Nascita, vecchiaia e malattia sono naturali. È possibile non soffrire a causa loro, quando hai scelto di accettarle come parte della vita. Puoi scegliere di non soffrire benché vi siano dolore o malattia.

Come vedi la vita e la tua particolare situazione dipende dal tuo modo di guardare.

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Chiunque soffra di ansia prima o poi se ne chiederà il perché. Ma da dove nasce l’ansia? Perché c’è chi ne soffre e chi no? L’ansia è una parte di noi, una condanna inevitabile, o è qualcosa che è possibile lasciarsi alle spalle?

origine ansia

C’è una domanda che, prima o poi, chiunque soffri di una qualunque forma di ansia si pone: “Perché sono così ansioso?”. La domanda non è per niente banale, considerato anche che la sofferenza di chi presenta un disturbo d’ansia non deriva soltanto dalla problematica in sé, ma anche dalla netta e soverchiante sensazione che qualcosa di sé stessi non va. Cioè, di essere in qualche modo “sbagliati” o “fatti male”.

Spesso, questa e altre domande simili si originano quando inevitabilmente ci si confronta con gli altri (che non mostrano alcun timore di fronte alle situazioni che l’ansioso invece teme) oppure quando il confronto è tra un passato in cui l’ansia non c’era (o non era così invalidante) e un presente fatto di paure, limitazioni ed eventi inspiegabili.

Ma cos’è l’ansia? Perché alcuni ne soffrono e altri no? È qualcosa che fa parte di noi e che non possiamo eliminare o è possibile fare qualcosa per sconfiggerla?

Perché l’ansia?

L’ansia è un prezioso meccanismo di allarme, senza il quale il genere umano non avrebbe potuto sopravvivere così a lungo. In pratica, la reazione d’ansia ci si segnala che c’è un pericolo che, direttamente o indirettamente, in qualche modo ci minaccia.

Nel tempo, il significato di “sopravvivenza” sembra essersi dilatato: i segnali di pericolo non riguardano più soltanto le minacce concrete al nostro organismo (ad es., un serpente velenoso o un orso pronto ad agguantarci), ma anche qualunque evento o situazione che potrebbe comportare un isolamento dagli altri, la perdita del proprio status sociale o economico, una condizione di salute precaria, la sperimentazione di dolore e di perdita.

Insomma: se c’è qualcosa che temiamo, a torto o a ragione, sperimenteremo ansia quando ci troveremo davanti alla prospettiva che ciò che temiamo possa accadere. Da non sottovalutare, inoltre, è anche un altro aspetto: la fiducia o meno nelle nostre capacità di far fronte a queste minacce.

Da dove viene l’ansia?

Sintetizzando, possiamo dire che i fattori che possono determinare lo sviluppo dell’ansia sono essenzialmente tre:

  • Genetica e temperamento: ovvero la predisposizione di un individuo a reagire o meno con ansia di fronte a degli stimoli;
  • Ambiente familiare: cioè il modo in cui sei stato cresciuto, le paure che circolano in famiglia e le abilità di gestione delle emozioni e degli imprevisti che ti sono state indirettamente insegnate mentre crescevi;
  • Eventi e traumi: tutte le situazioni che hai vissuto che possono aver comportato una minaccia alla tua vita, al tuo status o al tuo benessere in generale.

Prima di addentrarci nel dettaglio di questi fattori, una precisazione: più che di una singola causa specifica sarebbe più corretto parlare di una combinazione di questi fattori.

È raro, infatti, che a seguito di un singolo evento traumatico si sviluppi un disturbo ansioso vero e proprio. Più spesso, invece, è proprio la combinazione tra predisposizione ed eventi significativi, o tra predisposizione e apprendimenti avvenuti in famiglia (o qualsiasi altra associazione tra questi tre fattori) ad essere, in ultima analisi, responsabile dello sviluppo dell’ansia.

Genetica e temperamento

Quando si parla di genetica, eccetto che per determinate condizioni, non bisogna immaginarsi una “condanna” ad avere o meno una certa malattia o a sviluppare o meno determinati comportamenti. Specialmente riguardo i disturbi d’ansia, è decisamente più corretto parlare di predisposizione.

In particolare, di predisposizione del proprio organismo a reagire con intense reazioni emotive di fronte a determinate situazioni. Quindi di avere un minore stabilità emotiva di fronte ad eventi o sollecitazioni ambientali. Ma, come dicevo, non si tratta necessariamente di una condanna: stiamo parlando della planimetria della casa, non di come questa verrà effettivamente costruita. Quello che accadrà dalla nascita in poi sarà altrettanto (se non più) importante di una possibile predisposizione.

Spesso, è facile riscontrare nella propria famiglia “genetica” (i parenti acquisiti non valgono!) uno zio perennemente preoccupato di questo o di quello o una nonna particolarmente incline all’agitazione di fronte agli imprevisti. Insomma, per farla breve: se noti una somiglianza tra alcuni tuoi comportamenti ansiosi con quelli dello zio Nino, potrebbe essere questione di genetica.

Ambiente familiare

Prima di correre ad accusare i propri genitori o parenti di essere responsabili della vostra ansia, tenete bene in mente che:

  • di solito è la combinazione di più fattori a risultare determinante (quindi non si può addossare la colpa a un singolo fattore, in questo caso l’ambiente familiare);
  • qualunque genitore fa del proprio meglio per crescere i propri figli (e non è per nulla un compito facile), il tutto senza manuale di istruzioni!

Alcune persone che soffrono d’ansia sono cresciute in un contesto familiare in cui si trasmette l’idea che il mondo sia, in qualche modo, un posto pericoloso e imprevedibile, ovviamente senza alcuna consapevole intenzione di “traumatizzare” i propri figli. Si tratta, in ogni caso, del riflesso dell’ansia dei genitori stessi, che, direttamente o indirettamente, possono “insegnare” ai propri bambini ad essere ansiosi di fronte ad alcune situazioni.

Stili genitoriali

A volte questo avviene in modo esplicito (“Stai attenta quando esci, il mondo è pieno di malintenzionati!”), altre volte questa trasmissione è più sottile, e dipende dalle modalità con le quali i genitori educano i propri figli. Alcuni stili educativi, infatti, sembrano correlarsi più di altri allo sviluppo di problematiche legate all’ansia. Tra questi troviamo:

  • i genitori iperprotettivi: ovvero coloro che si impegnano costantemente a proteggere o a schermare i propri figli da qualunque possibile minaccia, frustrazione o sofferenza. Sempre pronti a soccorrerli e a trovare soluzioni ai problemi dei propri bambini, non consentono loro di imparare a tollerare e a gestire le proprie ansie e le piccole grandi sfide che inevitabilmente incontreranno nel loro cammino verso l’età adulta;
  • i genitori ipercontrollanti: cioè coloro che (spesso per contenere le proprie, di ansie) tendono a dirigere a controllare qualsiasi aspetto della vita dei propri figli, come le attività e gli sport da fare, i vestiti da mettere, persino cosa bisogna dire e cosa bisogna fare in certe situazioni. È chiaro che i genitori devono essere una guida per i loro figli, ma se si eccede si corre il rischio di smorzare qualunque espressione di autonomia, rinforzando l’idea del bambino (che poi diventerà adulto) di essere dipendente dagli altri e, soprattutto, di non essere in grado di affrontare ciò che teme;
  • i genitori incoerenti: alcuni genitori hanno difficoltà nel definire regole e limiti chiari, ma soprattutto tendono a rispondere in maniera imprevedibile e incoerente in situazioni tra loro simili. Succede dunque che un bambino possa, ad esempio, incontrare difficoltà nel prevedere cosa possa accadere dopo aver confessato una marachella: a volte ne consegue un sorriso comprensivo, altre volte un aspro rimprovero. Ogni volta è un lancio di moneta, e se ogni cosa avviene all’interno di una cornice non ben delimitata, tutto può essere incerto. La sensazione è di non avere il controllo su niente, che il pericolo possa trovarsi dietro l’angolo all’apparenza più innocuo. Come chiamarla, se non ansia?

Eventi e traumi

La predisposizione genetica o un ambiente familiare “ansiogeno” possono sì giocare un ruolo fondamentale nella genesi dell’ansia, ma spesso è possibile individuare un determinato episodio (singolo o presentatosi più volte) che sembra direttamente responsabile dello scatenarsi di un disturbo d’ansia vero e proprio.

Ma vale anche il ragionamento contrario. Un evento decisamente minaccioso per la sopravvivenza di più individui (pensiamo, ad esempio, a un terremoto) non “genera” automaticamente un disturbo d’ansia in tutti coloro che l’hanno vissuto. Quindi, ancora una volta, non è possibile individuare una singola causa per l’origine dell’ansia (predisposizione, apprendimenti o accadimenti), benché sia evidente come alcuni eventi possano rivelarsi un fattore scatenante.

Quando si parla di “traumi” si è portati a immaginare eventi singolari e catastrofici che segnano inevitabilmente la vita di chi li subisce. A volte, però, non si tratta di eventi specifici o ben definiti, ma anche di esperienze che semplicemente possono minacciare il proprio senso di stabilità o cambiamenti significativi con i quali è difficile venire a patti.

Piccoli grandi traumi

In questo senso, anche situazioni apparentemente positive possono favorire lo sviluppo di un disturbo d’ansia. Prendiamo, ad esempio, un avanzamento di carriera: nuove responsabilità, nuovi impegni e nuove sfide possono esacerbare vecchie preoccupazioni, vecchie paure e vecchie convinzioni.

Insomma, qualunque cosa possa spingerci al di fuori della nostra zona di comfort o che in qualche modo minaccia un equilibrio consolidato, può potenzialmente esporci a sviluppare (o a esprimere pienamente) un disturbo d’ansia.

La lista, potenzialmente, è infinita: la fine di una relazione, una malattia temporanea, un trasferimento, la nascita di un figlio, il trovarsi intrappolati nel traffico durante un forte acquazzone. In pratica, qualsiasi evento possa metterci di fronte alle nostre paure e alle nostre fragilità. Qualsiasi situazione possa rappresentare per noi un pericolo: come l’essere abbandonati, il sentirsi deboli e fragili, il trovarsi in una situazione in cui ci sentiamo impotenti.

origine ansia

Ritorno alle origini

Per risolvere la propria ansia non è necessario scoprirne l’origine precisa. Anche perché non è così facile: anche solo pensando alle esperienze vissute durante l’infanzia, possiamo dire con certezza che i ricordi che ci appartengono sono reali? E se in qualche modo si fossero mischiati ad altre memorie, altre ricostruzioni, altre narrazioni, altre interpretazioni?

Anche se non sempre è fondamentale capire l’origine della propria ansia, mettersi sulle tracce di questa può essere utile per due importanti ragioni:

  • Riesaminando alcuni episodi del passato, così come quelli che si verificano nel presente, è possibile individuare alcuni elementi che possono contribuire a dare un senso alle emozioni che si provano, ai pensieri che ci sono dietro e ai comportamenti che ne conseguono. Non tanto per fare luce sul passato (ormai è andato via), piuttosto per capire cosa non va ora e come affrontare l’ansia di adesso.
  • L’ansia non è un qualcosa che ci infliggiamo volontariamente: l’ansia può svilupparsi per molte ragioni, ma certamente la colpa non è di chi ne soffre. Dare un senso alla propria ansia, capire perché è così presente nella nostra vita, aiuta a contrastare la tendenza ad incolparsi, a sentirsi “diversi”, “fatti male” o “inferiori” rispetto ai non-ansiosi.

La colpa e l’autocritica, compagne decisamente dannose e che spesso vanno a braccetto con l’ansia, in questo senso, non hanno motivo di esserci. Nessuno decide di voler “essere ansioso”, né tantomeno è contento di non riuscire ad affrontare determinate situazioni. L’ansia nasce per alcune ragioni, ma nessuna di queste dipende dalla volontà della persona che ne soffre.

Disimparare l’ansia

L’ansia che si prova in determinate situazioni, che così tante limitazioni comporta nella nostra vita, non è un qualcosa caduto dal cielo: l’ansia è qualcosa che si impara. Questo al di là di possibili predisposizioni, che non sono condanne, ma, per l’appunto, solo “predisposizioni”.

Se l’ansia è un qualcosa che abbiamo imparato, allora, perché concentrare le proprie energie sui sensi di colpa, sul sentirsi “diversi”, “stupidi”, “inferiori”? Perché considerare l’ansia come inevitabile, come qualcosa che fa parte di noi e dalla quale non potremmo liberarcene mai?

Al di là di come abbiamo imparato a vivere alcune esperienza con ansia, è sempre possibile imparare un nuovo modo di affrontare quelle stesse situazioni. Quindi perché investire le proprie energie concentrandosi su quanto si è sbagliati, diversi e impotenti? Non sarebbe meglio investirle nel capire come e perché proviamo ansia, per imparare un modo diverso di gestirla?

Smetti quindi di giudicarti perché soffri d’ansia: non ti porta altro che ulteriore sofferenza. Così come è stata appresa, l’ansia può essere disappresa. Se vuoi, possiamo riuscirci insieme.

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Da fuori non si vede, ma dentro è più che reale. Continuare ad andare avanti, giorno dopo giorno, ma sentirsi sempre stanchi e senza energie. È la “depressione ad alto funzionamento”: quando si è in grado di “funzionare” nella propria vita, ma non di essere felici.

depressione ad alto funzionamento

Ilaria si alza ogni mattina per andare a lavoro. Le cose da fare sono sempre tante, ma tutti sanno che Ilaria è una gran lavoratrice e non si lamenta mai. Il capo la loda sempre per l’impegno e la puntualità. Cerca sempre di mettere su un bel sorriso quando è necessario interagire con i suoi colleghi, ma spesso preferisce passare la pausa caffé alla sua scrivania. Spesso viene invitata a unirsi a loro per un aperitivo dopo il lavoro, ma ha sempre qualche scusa pronta e credibile per declinare l’invito.

Ogni giorno Ilaria torna a casa, stanchissima, mette degli abiti comodi e si toglie la maschera. Accende la TV, il canale non è importante, si raggomitola sul divano e si perde nelle vite degli altri. Ogni tanto arriva un messaggio su Whatsapp, spesso amiche che le chiedono di uscire, ma queste proposte si stanno diradando sempre più. Ilaria declina con gentilezza, e se qualcuno le chiede come va, la risposta è sempre: «Bene, grazie».

La serata passa così, con lo sguardo nel vuoto e la sensazione che le cose così proprio non vanno. Domani sarà un altro giorno, ma già pensa alla fatica che farà per alzarsi dopo l’ennesima notte passata a rigirarsi. Pensa alle mille piccole commissioni che dovrà fare al lavoro, e a quanta energia le richiedono. Energia che Ilaria sente di non avere più. Sa che dovrà indossare di nuovo la maschera, perché è importante che gli altri non si accorgano di quanto è triste e vuota la vita di Ilaria.

Depressione o non depressione?

Quando parliamo di depressione, potremmo immaginare una persona raggomitolata su sé stessa nel letto, nel buio della sua indicibile sofferenza. In effetti, è un’immagine molto appropriata per definire la “classica” depressione. Chi è depresso tende a isolarsi, a galleggiare in stati di estrema tristezza e manca di energie e di voglia per svolgere attività relativamente semplici, come alzarsi dal letto la mattina.

Ilaria però riesce ad alzarsi dal letto. E va a lavorare, ogni santo giorno. Anche se ogni piccolo compito è estenuante come scalare una montagna. Tende a evitare il contatto con gli altri, ma se è costretta a interagire riesce a farlo, anche se con gran fatica. Ma dentro di sé c’è un turbinio di pensieri che raccontano di come sia triste e scialba la sua vita, con nessuna prospettiva per il futuro, nessuna voglia di andare avanti. Fa quello che deve fare per tirare avanti giorno dopo giorno.

Gli altri non lo sanno, non lo immaginano nemmeno, ma Ilaria è la classica persona che potrebbe essere definita come “depressa ad alto funzionamento”.

Depressione ad alto funzionamento

Ufficialmente non esiste una diagnosi di questo tipo. Per i manuali diagnostici o si rispettano i criteri per un disturbo oppure non lo si ha o questo non esiste. Ma a Ilaria non le importa un granché nemmeno della sua vita, figuriamoci dei manuali diagnostici.

La differenza fondamentale tra la depressione maggiore e una depressione ad alto funzionamento, al netto dei criteri diagnostici, è che chi soffre di quest’ultima sembra vivere una vita apparentemente normale. Cioè, è in grado di funzionare.

Una persona con una depressione conclamata spesso non è nemmeno in grado di alzarsi dal letto, figuriamoci andare a lavoro o prendersi cura di sé. Quando si è alle prese con una depressione ad alto funzionamento, invece, queste attività vengono sì svolte quotidianamente, ma richiedono un’energia e uno sforzo difficili da immaginare. Insomma, la persona riesce a mantenere una vita più o meno attiva, ma ogni attività è improntata alla semplice sopravvivenza.

Quello che gli altri non vedono

Dall’esterno tutto questo non si vede e nessuno sospetta niente, perché non c’è motivo di considerare Ilaria una persona depressa. È in grado di interagire con le persone, anche se la natura dei discorsi è sempre piuttosto superficiale e ha sempre una buona scusa per declinare degli inviti, ma la realtà è ben diversa. Le interazioni sociali non sono altro che l’ennesimo compito da svolgere, non un piacere.

Ilaria sembra funzionare come chiunque altro, ma diventa ogni giorno più faticoso. Non ha più energie, spesso è stanca e la spiegazione che dà agli altri è un ritornello su come il lavoro ultimamente sia molto stressante.

Solo lei sa cosa significa tornare a casa tutti i giorni e finalmente lasciarsi andare alla tristezza. Togliere la maschera e tirare i remi in barca. E contemplare la propria stanchezza, la mancanza di forza e di stimoli per alzarsi da quel divano, l’assenza di una prospettiva. Certo, in teoria sarebbe bello uscire per strada e parlare con la gente, ma a che pro? Nulla cambia, il dado è tratto: il domani sarà soltanto l’ennesimo oggi.

Vivere, non funzionare

Ilaria fa quello che deve fare andare avanti, ma è un semplice “tirare a campare”. Non ha sogni, non ha obiettivi, non ha speranze. Il futuro è indefinito, tutt’al più è una grigia fotocopia di quello che è stato ieri e oggi. Andare avanti, senza una meta, solo per inerzia.

Ma vivere è molto, molto di più. Significa essere nel presente e apprezzare quanto di buono c’è in ogni giorno, godere dei momenti di felicità ma anche cercarli attivamente, facendo ciò che ci piace e con le persone che ci fanno stare bene. Vivere è anche guardare avanti e sperare in un domani migliore. Porsi degli obiettivi e andare dritti, con fiducia e risolutezza, in direzione del loro raggiungimento.

Questo forse è ciò che manca a Ilaria. Riscoprire le piccole gioie quotidiane che esistono già ma che non riesce più a vedere: l’aroma del caffé che risveglia i sensi quando al mattino gli occhi sono ancora mezzi chiusi, il profumo dei fiori quando passa davanti al fioraio, la soddisfazione di un lavoro fatto bene, l’abbraccio di un’amica che è contenta di vederti.

Riaprire il cassetto, da tempo chiuso con molteplici lucchetti, dove stanno a riposare i sogni: nient’altro che altri momenti belli che non sono qui, non sono ora, ma saranno, forse, un domani.

depressione ad alto funzionamento

Giù la maschera

Quante persone, nella vita di tutti i giorni, lottano per andare avanti avvertendo un angoscioso senso di vuoto dentro di sé? Sono quelle stesse persone che leggono storie sulla depressione e non si riconoscono nell’immagine della persona raggomitolata nel letto, che si dicono: “Io non sono così, ma perché non riesco a essere felice?”.

Vivere è molto più che stamparsi in faccia un sorriso forzato per affrontare l’ennesima giornata che ci è stata concessa. Quanti di noi, però, considerano ogni giorno che passa come l’ennesima prova da superare? Quanti si chiedono cosa c’è di sbagliato in loro e temono la risposta più della domanda?

Andare avanti con indosso la maschera di chi sta bene non è però l’unico modo per cercare di affrontare la tristezza e l’incertezza che assediano la nostra vita. Condividere il proprio dolore con chi ci è accanto, chiedere aiuto a chi ci vuole bene o rivolgersi a un professionista possono fare la differenza tra il restare intrappolati in un indefinito grigiore e il rivedere la luce alla fine del tunnel.

So che non è facile, ma trova il coraggio di togliere la maschera. Perché nessuno deve soffrire in silenzio e affrontare, da solo, un dolore che appare più grande persino di sé stessi.

 

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Al giorno d’oggi si punta sempre più a diventare “qualcuno”, ma sempre più spesso invece ci si sente “nessuno”. Ma chi l’ha detto che per stare bene con sé stessi occorra essere per forza “eccezionali”?

soddisfatti

A chi non piacerebbe un bel lavoro, magari con uno stipendio considerevole? Chi non vorrebbe raggiungere degli importanti traguardi professionali o personali? Chi non vorrebbe stare meglio di come sta adesso? Beh, quasi nessuno. E non c’è niente di male nel desiderare queste e altre cose. Anzi, è assolutamente giusto cercare di migliorare il proprio tenore di vita e il proprio livello di soddisfazione.

Il problema, però, è quando tendiamo a dare un’eccessiva importanza a tutte queste cose, al punto da identificarle come “prove” del nostro essere degni, adeguati o realmente importanti. Qualcosa che possa farci emergere dalla massa, dalla noiosa normalità, per sentirci persone eccezionali, con uno scopo nella vita.

Succede, allora, che se per qualche motivo non riusciamo a raggiungere alcuni dei nostri obiettivi o a soddisfare alcuni dei nostri desideri, possiamo sentirci manchevoli, condannati a una vita a metà, dove non si è ottenuto nulla (o quasi) e non abbiamo potuto esprimere tutto il nostro potenziale.

Ma è davvero così che stanno le cose? Occorre necessariamente “arrivare da qualche parte” per potersi sentire bene e soddisfatti di sé stessi? E se dovessimo ottenere ciò che desideriamo, siamo sicuri che resteremmo felici a lungo?

Volere, fortissimamente volere

Tutti noi desideriamo qualcosa. O meglio, vogliamo qualcosa. Vorremmo essere più belli, più alti, più in forma, più intelligenti, più felici. Oppure, al contrario, ci sono cose che non vorremo mai: malattie, isolamento, perdite, fallimenti, morte. Desiderandone quindi il contrario: salute, rapporti, guadagni, successi, vita eterna.

Insomma, semplicemente vorremo che le cose per noi fossero diverse, che la nostra vita sia migliore, che noi fossimo migliori. Niente di male in questo, però è importante considerare che noi esseri umani tendiamo costantemente a inseguire una condizione che noi giudichiamo migliore, non riuscendo mai ad accontentarci per quello che abbiamo o per quello che siamo.

Facciamoci caso: ci poniamo un obiettivo in mente, lo raggiungiamo – a volte anche con grandi sforzi e sacrifici – e subito dopo ce ne poniamo un altro. Raggiunto anche questo, cosa accadrà?

Insoddisfazione esistenziale

Da quando gli esseri umani hanno acquisito la capacità di pensare in maniera critica, ci si è resi subito conto di come la condizione umana sia essenzialmente improntata all’insoddisfazione. Si tratta di una visione comune a molte filosofie, sia occidentali che orientali, e in sostanza non c’è molto da contestare: basta guardarsi dentro e capire che è proprio così che siamo fatti.

Di per sè non è un problema. Anzi, dovremmo essere grati per la nostra tendenza all’essere insoddisfatti. È proprio perché si è sempre cercato di andare oltre la passiva rassegnazione alle circostanze esterne che l’essere umano è riuscito a sopravvivere, migliorando le proprie condizioni di vita e raggiungendo livelli di benessere e di sicurezza sempre maggiori.

L’insoddisfazione, infatti, diventa un problema solo quando attribuiamo a quel “di più” che ci manca e desideriamo fortemente la funzione di farci sentire, finalmente, completi e soddisfatti.

Ciò che ci rende (in)soddisfatti

L’idea cioè è quella di potersi sentire davvero soddisfatti, funzionali e adeguati solo se riusciamo a raggiungere gli oggetti dei nostri desideri. Che siano materiali (soldi, auto di lusso, jet privato) o immateriali (potere, fama, successo) non importa: è tutto ciò che ci manca e che potrebbe dare un senso alla nostra vita. Siamo convinti che per stare bene con noi stessi, per sentirci degni di valore, abbiamo per forza bisogno di qualcosa di eccezionale.

E anche qualora riuscissimo a ottenere ciò che riteniamo indispensabile per sentirci pienamente soddisfatti, la tendenza è sempre quella di cercare qualcosa di più. A un desiderio se ne sostituisce sempre un altro: l’insoddisfazione quindi tornerà inevitabilmente, e presto o tardi troveremmo qualche altra cosa da bramare per sentirci nuovamente bene con noi stessi.

In poche parole: fin quando continueremo ad associare l’ottenimento di ciò che pensiamo possa renderci soddisfatti con l’esserlo realmente, corriamo il rischio di restare impantanati nella continua ricerca di una felicità che, in definitiva, non arriverà mai.

La ricetta per l’insoddisfazione

L’errore fondamentale quindi è il cercare una soddisfazione, per di più illusoria e temporanea, al di fuori di noi, misurando il proprio livello di felicità con le cose che si sono ottenute. E stare male se non ci si riesce.

Intendiamoci: il problema non è il desiderare di per sé, piuttosto quando ciò che si desidera diventa necessario per poter stare bene con sé stessi e sentirsi soddisfatti di quello che si è o si ha.  Condizionare la propria felicità alla presenza o meno di alcune cose è la ricetta perfetta per sentirsi infelici.

E se riteniamo di aver bisogno di questo o quello per poter finalmente stare bene, forse il problema è più a fondo, probabilmente nel nostro modo di vedere noi stessi. Perché troppo spesso, pensando a cosa ci manca, tendiamo a dimenticare cosa già abbiamo. E se non riusciamo a vederlo o se ci sentiamo manchevoli fin dentro le ossa, allora continuare a inseguire desideri e obiettivi è del tutto inutile.

Sarebbe un po’ come cercare di riempire una botte con un buco nel fondo. È inutile continuare a versare acqua: se non ripariamo la falla non basterà tutta l’acqua del mondo. E alla fine non resterà nemmeno una goccia di felicità.

soddisfatti

Il normale eccezionale

In un mondo dove ogni giorno ci viene ripetuto che bisogna essere “qualcuno”, il rischio concreto è di sentirsi “nessuno”. L’aspetto tragicomico di tutto questo è che davvero siamo convinti che basta rendersi in qualche modo “eccezionali” per poter stare davvero bene con se stessi e sentirsi di essere arrivato “da qualche parte”, di essere “qualcuno”.

Si tratta soltanto di una triste illusione. Ciascuno di noi, in fondo, è già di per sé eccezionale, anche nella propria normalità; ciascuno di noi, se ci pensiamo bene, è già unico e inimitabile, con i propri difetti ma anche, e soprattutto, con i propri pregi.

Giudicarsi per quello che si vorrebbe essere o si vorrebbe avere rischia dunque di essere un lavoro inutile e perdipiù controproducente, perché non ci porta che a concentrarci sulle nostre mancanze. Quello che possiamo fare, invece, è lavorare sulle cose che di noi non ci piacciono (i nostri difetti), e valorizzare quello che ci piace e ci rende unici (i nostri pregi).

Occorre partire da quello che siamo siamo già, così come siamo. Per evolversi e migliorarsi nella propria eccezionalità. Ed è solo così che potremmo arrivare a sentirci pienamente soddisfatti, non inseguendo qualcosa di esterno che ora c’è e domani potrebbe non esserci più.

Perciò fatti coraggio, e sii te stesso, normale come sei. Questo sì che sarebbe eccezionale!

 

Cos’è che pensi siano necessario affinché tu possa sentirti finalmente felice e soddisfatto? Di cosa hai bisogno per poterti sentire una persona unica e di valore? Ti è mai capitato di raggiungere qualcosa che pensavi avrebbe cambiato la tua vita, per poi ritrovarti al punto di partenza? Dì la tua, lascia un commento!

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