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È sempre lì in agguato, pronta a farsi a sentire non appena le cose non vanno come avremmo voluto. È la voce dell’autocritica, quella tendenza a darci addosso e a rimproverarci al primo cenno di errore. Come fare per metterla a tacere e smettere di farci del male da soli? È possibile trovare un modo diverso di parlare a noi stessi quando le cose non vanno come previsto?

autocritica

A volte è come una voce nella tua testa che ti assilla, che ti sottolinea come –ancora una volta–  non sei stato all’altezza. Quella stessa voce che ti prende per mano e ti fa rivivere quei momenti in cui hai esitato, o in cui hai risposto in modo poco brillante, o non sei riuscito a importi, o non sei stato in grado di fare bella figura.

A volte è semplicemente una sensazione. Sottile ma prepotente, come un senso di colpa, di vergogna o di inferiorità, che sembra volerti dire come anche questa volta hai rovinato tutto. Come anche questa volta hai fallito.

Non stiamo parlando di una sana valutazione di cosa è andato e cosa no, ma di quella tendenza a darci addosso per ogni piccolo errore, per ogni esitazione, per ogni risultato che non siamo riusciti a conseguire. Parliamo, cioè, di pura e semplice autocritica: quella continua dose di rimprovero che tendiamo a somministrarci ogniqualvolta ci troviamo di fronte a qualcosa che smentisce le nostre aspettative su come dovremmo essere, sui risultati che dovremmo per forza raggiungere.

Ed è un gioco a perdere, perché invece che motivarci verso ciò che realmente desideriamo, il nostro continuo criticarci e rimproverarci non fa altro che erodere, lentamente ma inesorabilmente, ogni traccia di stima per noi stessi. E ci fa vivere costantemente in attesa del prossimo errore, della prossima aspettativa che non riusciremo a soddisfare. Per poi finire a massacrarci nuovamente.

Voci dal passato

Ma da dove nasce questa tendenza all’autocritica? Dove abbiamo imparato a rimproverarci per ogni cosa che non va come vorremmo? Le cause sicuramente possono essere molteplici, e certamente hanno a che fare con ciò che abbiamo imparato nel corso della nostra vita, ma è molto probabile che alcune di queste dipendano dal modo in cui siamo cresciuti.

Può essere che abbiamo avuto genitori autocritici proprio come lo siamo noi, e che questa tendenza sia stata assorbita naturalmente in quanto parte della nostra cultura familiare. Quindi non necessariamente si tratta di qualcosa che ci è stato “insegnato”. In altri casi è possibile che siamo cresciuti in un ambiente carico di aspettative, per cui il riuscire sempre era l’unico modo per evitare di sentire una disapprovazione che, seppure non particolarmente evidente nei comportamenti, poteva comunque essere decisamente palpabile. O, ancora peggio, quella disapprovazione poteva esprimersi in comportamenti rabbiosi e aggressivi, che ci hanno fatto crescere in uno stato di costante paura di sbagliare.

Queste sono solo ipotesi, chiaro, ma è facile intuire come un ambiente caratterizzato da un eccessivo criticismo possa aver condizionato il nostro modo di vedere noi stessi e il nostro stesso valore. È facile anche comprendere come queste esperienze, una volta cresciuti, non vadano via con il nostro andare via di casa. Si tratta di tendenze che si sono sviluppate insieme a noi, ed è molto facile che queste voci dal passato tornino a farsi sentire ogni volta che ci ritroviamo in situazioni in cui le nostre aspettative su noi stessi rischiano di essere messe in discussione.

Ad ogni modo, il passato purtroppo non si può cambiare. Quello che possiamo cambiare, però, è il modo in cui trattiamo noi stessi. Invece che continuare a sentirci dei bambini in cerca di approvazione per ricevere un po’ d’amore, forse sarebbe il caso di iniziare a capire che così facendo rischiamo di passare la vita a correre in una ruota per criceti inseguendo una perfezione che, per fortuna o purtroppo, non arriverà mai.

Inseguire la perfezione

La prima cosa di cui rendersi conto è che non sono i nostri errori, le nostre mancanze, i nostri comportamenti a essere il problema. Non è questo che va affrontato. È tutta una vita che ci proviamo, guidati da una voce dentro di noi che continua a ripeterci come queste cose siano sbagliate. Il problema è la voce stessa.

Se pensiamo che l’unico modo per zittire la voce dell’autocritica è quello di fare di più, di correggere ogni nostro difetto, di non commettere errori, di fare sempre bene e solo ciò che gli altri si aspettano da noi… in realtà ci stiamo preparando una bella trappola con le nostre stesse mani. Perché questa strategia funziona, sì, ma solo temporaneamente (quando funziona!)

Quando pensi di essere riuscito in qualcosa solo perché ti sei impegnato a seguire le indicazioni della tua voce critica, il risultato è che ti sentirai sollevato, soddisfatto, persino felice. Ma quanto può durare questa sensazione? Te lo dico io: fino a quando non ti imbatterai nella prossima aspettativa. E lì ti ritroverai a cominciare da capo. E come andrà questa volta?

Insomma, proseguire su questa strada del continuo rincorrere una perfezione che (mi spiace ricordartelo) non è di questo mondo, significa continuare a sentirsi per sempre “non all’altezza”, se non addirittura sbagliati, inadeguati, dei falliti. Intendiamoci: migliorarsi va bene, ma quando si ha a che fare con l’autocritica la cosa più importante non è inseguire una impossibile perfezione, ma mettere a tacere la voce che ci dice di farlo.

Silenziare la voce

Ok, ma come mettere a tacere questa voce assillante? Innanzitutto occorre ricordare a sé stessi l’origine di queste voci: il nostro passato. Stiamo parlando di nient’altro che commenti da un’epoca lontana, rimasugli di un’infanzia che è finita da tempo, e che non per forza deve essere il tuo presente. Per quanto possa sembrare forte, la voce che senti in realtà è solo un’eco.

Inoltre, potresti provare a vedere la tua voce critica in un altro modo: prova a darle un corpo, una voce, uno scopo. Ad esempio, potresti immaginarla come un cane da guardia talmente nervoso che inizia ad abbaiare al più piccolo rumore: sta solo cercando di proteggerti, avvisandoti quando c’è pericolo di commettere degli errori …solo che tende a esagerare un po’! Quando abbaia, come accadrebbe nella vita reale, non devi far altro che calmare il mastino che è in te, rassicurarlo dicendogli che è tutto a posto, che non c’è niente di cui preoccuparsi, che va tutto bene.

In alternativa, puoi provare a visualizzare la tua voce critica come un bulletto che ti sta aggredendo. Ma tu ora non sei più un bambino: difenditi, digli di lasciarti in pace, di togliersi dai piedi. Scegli tu quale approccio utilizzare, e non limitarti a questi esempi, sfrutta la tua fantasia!

Rispondere a tono

Ribatti ai messaggi critici con altri più realistici e positivi. Invece che cadere nella spirale della catastrofizzazione o della facile generalizzazione, rispondi alla tua voce critica con frasi più equilibrati e, soprattutto, più veritiere: «Ho fatto del mio meglio», «Non è la fine del mondo», «Considerato il grande schema della mia vita, quanto è davvero importante ciò che è successo?», «Rispetto ad altri problemi, questo mi sembra proprio insignificante», «Sono fiero di quanto ho raggiunto fino ad ora», ecc.

Certo, all’inizio questa strategia non sembrerà funzionare un granché: le frasi sembreranno forse un po’ forzate, ma continuando a ripeterle diventeranno sempre più credibili. Perché, in fin dei conti, lo sono più di quelle originali. E poi si tratta dello stesso meccanismo che nel tempo reso “credibili” le frasi negative che ci diciamo adesso, quindi perché non fare la stessa cosa, ma al contrario?

C’è poi un altro passo da fare: ridefinire i tuoi valori e le tue priorità rispetto a chi sei ora, non a chi ti è stato detto di essere. Invece che continuare ad accontentare gli implacabili fantasmi nella tua testa, prova adesso ad accontentare te stesso: cos’è per te essere felice?

Prova a chiederti: hai davvero bisogno di fare ogni cosa alla perfezione? Perché, se non lo fai cosa succede? È davvero necessario essere sempre “i primi della classe”? Chi è che ti darà una pacca sulla spalla per la maratona di lavoro che hai appena concluso? Chi è che ci tiene davvero? Tu o una qualche ombra dal passato? Per ricevere amore, adesso, devi per forza essere perfetto?

autocritica

Nuove voci

La lezione più importante è che bisogna cambiare il modo in cui trattiamo noi stessi quando la voce dell’autocritica prende il sopravvento. Perché non serve a nulla continuare a darsi addosso e inseguire una perfezione impossibile da raggiungere. Ciò che può essere davvero utile è vedere la voce che è dentro di noi per quella che in realtà è: solo una voce.

Una voce che viene da lontano, che è fuori dal tempo e dal contesto. Un meccanismo che può esserci stato in qualche modo utile in passato, ma che adesso non solo non ci aiuta più, ma può essere addirittura dannoso. È il momento di cambiare questa voce, di sostituire i suoi contenuti a partire da quelli che sono i nostri valori e le nostre idee su chi siamo e su chi vogliamo essere. Non su ciò che dovremmo essere. Non su ciò che per qualcuno è giusto o sbagliato.

È il momento di stabilire un rapporto diverso con noi stessi, cominciare a trattarci in maniera differente: più comprensivi, più tolleranti, più amorevoli. Imparare a vederci più come un caro amico, piuttosto che come un bambino incapace da tenere sempre in riga. Quel tempo è finito, siamo grandi ormai.

Ci saranno ricadute, di sicuro. Al minimo errore, alla prima esitazione, la voce critica dal profondo riprenderà ad assillarti. Sarà lì, pronta ad aspettarti dietro l’angolo, con frasi già pronte e sentite mille volte su quanto è schifoso il lavoro che hai fatto, sul fatto che sei un lavativo, una persona che non merita niente e bla bla bla…

Aspettatelo. E quando accadrà, contrattacca con quanto abbiamo detto sopra. E congratulati con te stesso, perché hai avuto il coraggio di contrastare le tue vecchie e ormai inutili e dannose abitudini.

Hai avuto il coraggio di prenderti cura di te.

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Il modo in cui reagiamo di fronte a un evento dipende sostanzialmente dal modo in cui lo valutiamo. Ma se queste valutazioni fossero in realtà frettolose e imprecise? Se ci fossero degli errori nel nostro modo di pensare? Che effetto avrebbero questi errori sul nostro modo di rispondere a quello che ci succede?

distorsioni cognitive

Come rispondiamo a determinate situazioni dipende fondamentalmente dal modo in cui le vediamo, cioè da come vengono automaticamente valutate dalla nostra mente. Il meccanismo, già introdotto in un precedente articolo, è molto semplice: se il nostro sistema cognitivo valuta la situazione come pericolosa, l’intero organismo scatta sull’attenti e si predispone a reagire al presunto pericolo.

Essere in grado di valutare per tempo una situazione potenzialmente pericolosa può fare la differenza tra il vivere e il morire, o quantomeno così è stato così in epoche più remote, quando il pericolo di lasciarci le penne era all’ordine del giorno. Immaginiamo di passeggiare in un bosco e di intravedere una sagoma lunga e sottile e di avvertire un rumore sospetto tra il fogliame: a cosa pensa il nostro cervello? È un serpente o un rametto? Nel dubbio, automaticamente punta sul serpente. La conseguenza è un’attivazione fisiologica che facilita la fuga dal pericolo e l’azione relativa di allontanarsi dal posto.

A questo punto importa poco se si trattasse davvero di un serpente o se fosse invece un rametto inoffensivo: ciò che ci interessa è osservare come ciò che proviamo e ciò che facciamo dipenda da come valutiamo una data situazione, cioè da come la pensiamo.

Falsi allarmi

…alla fine era soltanto un rametto, e il rumore chissà da cosa è stato causato. Per fortuna nessun pericolo immediato. Certo, ci siamo presi un bello spavento, ma alla fine tutto è bene quel che finisce bene, giusto?

Oggigiorno è molto più difficile imbattersi in un serpente mentre si passeggia in mezzo alla natura, ma il meccanismo di valutazione resta comunque attuale ed è più vivo che mai. Tant’è che è esattamente ciò che si attiva quando ci troviamo di fronte a un qualunque evento, piccolo o grande che sia.

E così come per il serpente/rametto, è sempre possibile fare errori di valutazione, soprattutto considerata la chiave di lettura “allarmistica” di un cervello che si è evoluto nel corso di centinaia di migliaia di anni proprio per tenerci alla larga da potenziali pericoli.

Insomma, falsi allarmi possono capitare e alla fine va bene così, soprattutto se parliamo di situazione estreme. “Better safe than sorry”, direbbero gli inglesi. Ma come può tradursi questo meccanismo automatico e dal carattere allarmistico nella vita di tutti i giorni? Cosa succede se sistematicamente tendiamo a valutare delle situazioni come se fossero “pericolose” quando in realtà non lo sono?

Nuovi pericoli, vecchie abitudini

A questo punto potremmo anche chiederci: quante nostre reazioni emotive e comportamentali dipendono da una valutazione troppo frettolosa e imprecisa della realtà?

Pericolo, oggi, non è più il morso velenoso di un serpente. Pericolo, oggi, è restare soli, non avere abbastanza soldi, sentirsi inutili, non riuscire a svolgere un lavoro in tempo. Questo e molto altro è ciò che in quest’epoca si teme, e ognuno di noi teme alcune cose più di altre. Ma anche se il mondo è cambiato, i bisogni sono cambiati e le paure sono cambiate, il modo in cui funziona il nostro cervello è sempre lo stesso: rapido, automatico, prepotente.

Se ci lasciamo trascinare da meccanismi di valutazione immediati ma altamente fallibili, si corre il rischio di commettere errori importanti nel nostro modo di vedere le cose, con conseguenze spesso significative rispetto a come ci sentiamo e a cosa facciamo.

Fumo negli occhi

Già, perché il nostro cervello sbaglia molto più di quanto immaginiamo. E lo fa in maniera molto sottile, forte di un’autorità che acriticamente gli attribuiamo data la nostra tendenza a considerare “verità” qualunque cosa ci passi per la testa.

Se però ci fermiamo un attimo a valutare quei pensieri automatici, frutto di una prima valutazione rapidissima e inconsapevole, potremmo scoprire che alcune delle cose che pensiamo sono in realtà assolutamente sbagliate, se non addirittura assurde.

Siamo davanti a quelle che vengono tecnicamente definite distorsioni cognitive: errori logici del pensiero che influenzano il nostro modo di valutare le situazioni, e quindi ciò che proviamo e le azioni che compiamo. Nient’altro che fumo negli occhi, che ci impedisce di vedere con chiarezza ciò che abbiamo davanti.

Le distorsioni cognitive

Esistono diversi tipi di distorsioni cognitive, ed è importante imparare a riconoscerle in modo da individuarle tempestivamente quando si presentano, così da poter valutare se in quel momento stiamo ragionando in maniera lucida o se invece ci siamo lasciati trascinare dai nostri abituali e a volte controproducenti modi di pensare.

Quella che segue è una lista delle distorsioni cognitive più frequenti:

  • Pensiero “tutto o nulla”. Vedere le cose per categorie opposte e senza gradazioni intermedie: “Se non sono il più bravo significa che faccio schifo”.
  • Catastrofizzazione. La tendenza a considerare solo gli esiti negativi di una situazione, ignorandone possibili altri, specialmente se positivi o neutri: “Se sbaglio la presentazione sarà un disastro, verrò umiliato davanti a tutti e perderò il lavoro”.
  • Doverizzazioni. La visione rigida che alcune cose debbano essere in un determinato modo, altrimenti si andrebbe incontro a conseguenze spiacevoli: “Devo essere sempre gentile e accondiscendente, altrimenti lui si stancherà di me e mi lascerà”.
  • Ipergeneralizzazione. Dare importanza a un singolo evento al punto da considerarlo come prova di un aspetto più generale, o, in parole povere, fare di tutta l’erba un fascio: “Se non ha voluto uscire con me significa che nessuno vorrà mai farlo”.
  • Etichettamento. Attribuire un giudizio globale a sé stessi o agli altri invece che circoscriverlo ad una determinata circostanza: “Non sono in grado di compilare questo documento, quindi sono un fallimento”.
  • Squalificare/sminuire il positivo. Trascurare le prove o le esperienze positive o non dar loro peso quando si valuta una certa situazione: “Se gli altri mi fanno dei complimenti è solo perché sono gentili, in realtà non sono in grado di fare nulla”.
  • Ragionamento emotivo. Confondere ciò che si sente (si crede) con quello che è: “Sento che non ce la farò, quindi sicuramente andrà male”.
  • Astrazione selettiva. Prestare attenzione a un singolo dettaglio piuttosto che considerare il quadro generale. Ad esempio, al termine di un primo appuntamento ricco di momenti positivi: “Non mi ha dato neanche un bacio sulla guancia, si vede che non le piaccio”.
  • Lettura del pensiero. Ritenere di sapere cosa pensano gli altri e valutare la situazione in base a questo senza considerare ulteriori prove: “Ha sbadigliato, starà pensando che sono noioso”.
  • Personalizzazione. Attribuire determinati comportamenti degli altri a fattori personali senza considerare altre possibili spiegazioni: “Se mi ha salutato frettolosamente e non si è fermato a parlare con me è perché gli sto antipatico”.

distorsioni cognitive

Sbagliando si impara?

Insomma, non sempre il nostro modo di ragionare è così “ragionevole”! Anzi, molto spesso ci lasciamo condizionare dalle nostre abituali modalità di pensiero e finiamo per valutare alcune situazioni in maniera sostanzialmente errata.

Cosa può significare per una persona che soffre di depressione etichettarsi come incompetente davanti a una banale difficoltà? Come può una persona gestire la propria ansia se è convinta che ciò che accadrà sarà sicuramente un disastro e non c’è nulla da fare per rimediare? Come può una persona vivere serenamente la relazione con il proprio partner se è sottoposta a doveri, obblighi o regole senza senso?

Che effetto può avere su di noi considerare corrette conclusioni sbagliate alle quali crediamo ciecamente? Quanto di ciò che proviamo, quante delle azioni che facciamo dipendono da errori logici come quelli che abbiamo visto?

Oltre la cortina

La prima impressione conta solo se la accettiamo come vera, senza metterla in alcun modo in discussione. Ma se ci fermiamo a osservare cosa pensiamo e come pensiamo, potremmo scoprire che i nostri atteggiamenti, le nostre emozioni e le nostre azioni potrebbero nascere da semplici errori di ragionamento. Semplici, ma dalle conseguenze a volte estremamente significative.

Ma agli errori, spesso, si può rimediare. Imparare a riconoscere le distorsioni cognitive tipiche del proprio modo di pensare e non saltare immediatamente alle conclusioni può essere il primo passo per una maggiore consapevolezza delle nostre reazioni.

Per imparare a pensare, emozionarsi e agire in maniera più funzionale e adeguata. Oltre che più corretta, per noi stessi e per gli altri.

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Si parla di ansia sociale quando una persona teme il rifiuto e il giudizio degli altri e prova estremo disagio quando si espone in situazioni sociali. Iniziamo a scoprire insieme di cosa si tratta e cosa accade nella mente di chi ne soffre.

ansia sociale

In quest’epoca altamente social, forse più che in passato, è sempre più importante il sentirsi accettati dagli altri. A dirla tutta, il sentirsi parte di un gruppo sociale è un bisogno fondamentale fin dall’alba dei tempi: se un individuo veniva escluso dalla “tribù” poteva tranquillamente dirsi spacciato, visto che avrebbe dovuto sopravvivere in condizioni difficilissime senza il supporto e la collaborazione con gli altri.

Al giorno d’oggi, in teoria, si può sopravvivere benissimo senza far parte di un gruppo sociale, ma qualitativamente non è il massimo. L’uomo è un animale sociale, lo è sempre stato e – probabilmente – sempre lo sarà. Ciascuno di noi ha bisogno degli altri, se non per la loro funzione di supporto quando stiamo male o abbiamo un qualche tipo di problema, quantomeno per l’importanza che gli altri rivestono nel rimandarci un’immagine di chi siamo. Semplicemente, senza la “bussola” dell’opinione altrui non avremmo modo di poterci definire (o almeno così siamo portati a pensare).

Nelle situazioni sociali, cioè quando abbiamo a che fare con altre persone, ciascuno di noi, più o meno consapevolmente, si adopera per far sì che venga ben visto e accettato dagli altri. Solitamente non è un processo forzato, ma ci viene naturale cercare di risultare simpatici, divertenti, affidabili. Non c’è niente di male né di artificioso nel cercare di “conquistare” gli altri o di fare in modo di essere accettati socialmente, poiché tali atteggiamenti rispondono al nostro bisogno di sentirci integrati agli altri.

Il rifiuto è dietro l’angolo

Nonostante i nostri “sforzi”, a volte però può capitare di non riuscire a conquistare i favori dell’altro. Non è che possiamo stare simpatici a tutti, e non è detto che la persona in quel momento si trovi bendisposta verso gli altri. Succede, eccome se succede! Infatti a tutti sarà capitato di non sentirsi pienamente accettati, se non addirittura di essere rifiutati apertamente o giudicati con severità.

Non stiamo parlando del classico “due di picche” da parte della persona che volevamo “conquistare”, ma anche del semplice sentirsi messi da parte e ignorati quando si interagisce con un gruppo di persone che abbiamo appena conosciuto. Nel gioco dell’approvazione sociale si vince e si perde, sarebbe bello se tutti noi riuscissimo a “connetterci” l’un l’altro con uno spirito di accettazione, di curiosità e di sincero interesse, ma purtroppo non è così.

Solitamente, davanti a situazioni di questo tipo ci si resta male per un po’, magari fino a fine serata, ma il più delle volte finisce lì. La maggior parte delle volte tali eventi di “rifiuto” non hanno grossi contraccolpi sul nostro modo di valutarci o di riprovare nuove esperienze di socializzazione. In sostanza, ce ne freghiamo. Ma purtroppo non per tutti è così.

Ansiosi sociali

Alcune persone (molte più di quanto si immagina!), spesso a seguito di eventi in cui si sono sentite rifiutate dagli altri o giudicati in maniera negativa, non riescono ad andare oltre quanto è successo e “se la legano al dito”. Il giusto timore di ricevere un rifiuto in ambito sociale diventa una fobia vera e propria, con conseguenze particolarmente negative sull’immagine di sé e sull’esposizione alle situazioni sociali.

Quello che le persone con ansia sociale temono, sostanzialmente, è l’essere giudicati negativamente dagli altri, magari proprio a causa del proprio modo di comportarsi quando si è in situazioni sociali (“la prestazione”). Per alcune persone le situazioni temute sono relativamente circoscritte (ad es. parlare in pubblico, mangiare davanti agli altri), per altri ancora la paura è più generalizzata e può associarsi a molti eventi sociali.

Paradossalmente, il rischio è la chiusura totale della persona con ansia sociale nei confronti degli altri. Sostanzialmente, dalla paura di essere rifiutati ed esclusi dagli altri, si arriva all’autoesclusione dalla compagine sociale.

Socialmente inadatti?

Come si è visto e come ben sappiamo tutti, a nessuno piace sentirsi rifiutati. Ed è perfettamente normale temere di essere giudicati negativamente dagli altri o di sentirsi esclusi, perché è qualcosa che effettivamente può capitare. Chi soffre di ansia sociale, però, tende a esagerare, e di molto, la probabilità che queste conseguenze possano accadere e i possibili effetti negativi che ne potrebbero derivare.

Questo perché spesso si tende a sottovalutare, e di molto, la propria capacità di agire “normalmente” in ambito sociale (di non sapere cosa dire, di non saper parlare “bene”, di avere una voce poco attraente, di essere goffo).

Ecco dunque che quando a un forte desiderio di dare un’impressione positiva di sé si unisce l’insicurezza e l’incertezza sul riuscirci, le situazioni legate alla socialità diventano fonte di estrema ansia. Gli eventi sociali diventano estremamente pericolosi perché si teme di agire in modo imbarazzante o inadeguato al punto di essere esplicitamente rifiutati e umiliati.

Guardare in direzione sbagliata

Quando si trova in una situazione temuta, la persona che soffre di ansia sociale è, giustamente, molto attenta a individuare segnali di disapprovazione da parte degli altri. Al primo cenno di possibile rifiuto o giudizio negativo, il fobico sociale ottiene la conferma che in lui c’è qualcosa che non va. Ma ciò che vede è davvero ciò che accade?

In realtà, molto spesso capita che la valutazione dei segnali altrui non sia particolarmente oggettiva. Questo perché chi soffre d’ansia sociale, in realtà, tende a fare inferenze su ciò che gli altri possono pensare di lui sulla base di come la persona pensa di apparire agli altri in quel momento. In poche parole: sento di essere goffo, quindi gli altri mi vedranno goffo e perciò verrò giudicato goffo.

Superficialmente, l’attenzione sembra rivolta agli altri, ma in realtà è tutta rivolta verso l’interno, su ciò che si sta provando (e giudicando di sé stessi) in quel particolare frangente. Perciò, se sto facendo un discorso davanti a molte persone e inizio a sentirmi accaldato, immagino che sto arrossendo e mi convinco che quello che sento e vedo io di me stesso è ciò che sicuramente anche gli altri staranno notando. “Guardalo, è tutto rosso! È imbarazzato! Ma cos’è, un bambino che si spaventa di parlare davanti agli altri? Che ridicolo!”. Mentre magari gli altri in realtà sono assolutamente ignari dell’imbarazzo dell’oratore!

E tutto questo che effetto avrebbe sull’effettiva “prestazione”? Com’è parlare in pubblico quando si percepiscono gli altri come ostili? Come andrebbe a finire? Intravedete anche voi un bel circolo vizioso?

ansia sociale

(Non) finisce qui, ma ho un messaggio importante!

A prima vista, l’ansia sociale così delineata potrebbe sembrare una problematica piuttosto banale, ma in realtà quelle che ho descritto sono solo alcune delle componenti che spiegano cosa c’è dietro questa paura delle situazioni sociali.

Molti altri elementi vanno considerati per comprendere a pieno cosa succede nelle mente (e nel corpo) di chi soffre di ansia sociale. Per non dilungarmi troppo e non tediarvi (sempre che non l’avessi già fatto! Ahi, paura del giudizio negativo?), ho preferito mettere da parte altri aspetti, che eventualmente, potrei ripresentare in un secondo post. Spero comunque di essere riuscito a fornire una panoramica, seppur breve, di cosa significa l’ansia sociale.

Vorrei comunque concludere questo articolo introduttivo con un messaggio importante per chi pensa (o sospetta) di soffrire per questa forma di ansia: non pensiate di non poterne uscire. Come per ogni altro problema psicologico, anche questo può essere risolto. Se volete, quando volete, come volete, io ci sono. Se volete parlarne con qualcuno, non preoccupatevi: non vi giudicherò.

 

Ti chiederei di condividere le tue esperienze rispetto al timore del rifiuto o del giudizio, ma se effettivamente per te è un problema non so se lo faresti! Ma se vuoi lasciare un commento o richiedere delle informazioni sentiti libero di farlo!

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