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Le emozioni vanno e vengono, ma quando sono negative proprio non ci vanno giù! Ci sono diversi modi con i quali affrontiamo le emozioni, ma non tutti alla fine si rivelano utili o ci proteggono da queste. Vediamo insieme come fare per gestire al meglio le nostre emozioni piuttosto che lasciarci gestire da loro!

gestione delle emozioni

Mettiamola così: a nessuno piace provare emozioni negative. Questo è talmente tanto scontato che tendiamo a dimenticarci completamente di questo aspetto. Ma perché è così importante sottolineare questa ovvietà?

Tutti noi vogliamo provare emozioni positive, come la gioia o la serenità, e facciamo di tutto per ottenerle. Dall’altra parte, tutti noi non vogliamo provare emozioni negative, come la tristezza o la paura, e facciamo di tutto per evitarle. Tutto questo si traduce nel fatto che, quando inevitabilmente ci ritroviamo con delle emozioni negative a bussare alla nostra porta, facciamo di tutto per mandarle via.

Ognuno di noi ha le sue strategie per farlo, ma l’obiettivo di fondo rimane quello: liberarsi delle emozioni sconvenienti. Queste strategie non sono però dei semplici dettagli: il modo in cui proviamo a gestire queste emozioni determina molti dei nostri comportamenti, ma ha anche un’influenza sulle idee che abbiamo su noi stessi, sugli altri e sul mondo che ci circonda, e persino sulle emozioni che proveremo in seguito.

Quando le emozioni bussano alla porta

Esistono ovviamente strategie più o meno evolute, più o meno funzionali, più o meno utili. Ci sono infatti strategie di gestione decisamente “grezze”, come il reagire agli eventi in maniera pressoché automatica e inconsapevole, e altre più raffinate, come ad esempio il rivalutare gli eventi negativi e rispondere ad essi in maniera più consapevole e funzionale.

A me piace pensare che le diverse strategie con le quali cerchiamo di gestire le emozioni indesiderate possano in realtà essere viste come una serie di tappe che possono rivelarci a che punto ci troviamo lungo un percorso di maturità emotiva e psicologica. In parole povere, i modi in cui regoliamo le emozioni possono riflettere il nostro livello di “salute” psicologica.

Uno degli obiettivi più importanti in psicoterapia è di solito proprio quello di promuovere un modo diverso e più maturo – cioè il più possibile adeguato e utile per noi stessi – di rapportarci alle emozioni che vengono a bussare alla nostra porta. Possiamo quindi pensare che esista una specie di “classifica” dei modi in cui vengono gestite le emozioni, e come la psicoterapia possa aiutare a passare da una modalità all’altra, in un percorso che, a partire da strategie non particolarmente utili e funzionali, consenta di sviluppare modi diversi e più psicologicamente maturi di affrontare gli eventi emotivi.

Semplificando, possiamo dire che ci sono 3 modi di approcciarci alle emozioni, descritti nei prossimi paragrafi:

  1. Reazione
  2. Soppressione
  3. Rivalutazione

Ma attenzione, perché potrebbe esserci dell’altro…

1. Reazione

È la modalità più semplice e istintiva, e per questo anche la meno matura. In pratica, tendiamo ad agire come reazione a quello che abbiamo provato. A volte non siamo nemmeno in grado di riconoscerla, l’emozione. La viviamo totalmente ma inconsapevolmente, quasi fossimo in trance.

Così, quando ci arrabbiamo per qualcosa che ci è successo, tendiamo a far un gran casino e a prendercela con tutto e con tutti, urlando, sbraitando e aggredendo ogni cosa sul nostro cammino. Oppure, quando proviamo ansia e sentiamo di essere in pericolo, cerchiamo in tutti i modi di scappare dalla situazione in cui ci troviamo e iniziamo a stare sempre di più all’erta, evitando di ritrovarci nuovamente ad affrontare gli eventi che ci fanno provare quest’emozione.

È chiaro che in questi casi non stiamo assolutamente gestendo le emozioni che proviamo, ma piuttosto sono loro che gestiscono noi. Non ci prendiamo neanche il tempo necessario per capire cosa ci sta succedendo, agiamo e basta. L’obiettivo è liberarsi dall’emozione negativa, costi quel che costi.

2. Soppressione

Questa strategie può essere considerata leggermente più funzionale della reazione, ma solo perché solitamente non prevede conseguenze a breve termine. Sostanzialmente, riconosciamo l’emozione ma cerchiamo in tutti i modi di inibirla. Invece che viverla, la spingiamo dentro.

Se c’è qualcosa che ci fa arrabbiare, proviamo a fare buon viso a cattivo gioco, a ingoiare il rospo mentre magari, dentro di noi, meditiamo vendetta.  Quando invece è l’ansia a bussare alla porta, anche se non scappiamo (subito) dalla situazione, cominciamo a portare attenzione a cosa ci sta succedendo, con l’obiettivo di tenere a freno le nostre possibili reazioni, mentre intanto una gocciolina di sudore scende lungo la fronte…

Di solito, dietro questa modalità si cela una paura delle possibili reazioni alle quali potremmo andare incontro nel caso manifestassimo apertamente cosa proviamo. Reazioni nostre, ma anche quelle degli altri. Il problema è che, tenendo tutto dentro, prima o poi qualcosa dovrà pur uscire… e arriverà il giorno in cui si esplode, in cui si faranno più danni di quanto si era temuto. Mentre, nel frattempo, magari si è già cominciato a farne mettendo in atto comportamenti di tipo passivo-aggressivo (“Ah, non vuoi darmi un passaggio? Bene, vorrà dire che “dimenticherò” di inviarti quel documento…”).

Inoltre, se siamo convinti che soffocando le nostre emozioni gli altri non si accorgeranno di nulla, sbagliamo in partenza. Puoi anche silenziare l’espressione delle emozioni ma, fidati, la maggior parte delle persone “sentiranno” che c’è qualcosa che non va. Tu continuerai a negare, ovviamente, e ovviamente gli altri non ti crederanno. E questo porterà a ulteriore ambiguità, che, in chiave relazionale, non è nient’altro che un invito alle emozioni negative a ricomparire

3. Rivalutazione

Invece che reagire acriticamente o sopprimere preventivamente, c’è un’altra strada, ma che non tutti riescono a praticare da soli: rivalutare quello che ci sta succedendo e solo dopo decidere come rispondere. È decisamente una strategia migliore e più matura rispetto alle precedenti, perché ci consente di essere flessibili e di assumere una prospettiva più equilibrata rispetto alle emozioni che stiamo vivendo.

Quando proviamo rabbia, allora, invece che sbottare o reprimere, ci prendiamo il tempo per capire perché stiamo provando questa emozione, mettiamo in discussione le idee dietro questi perché e l’idea che abbiamo di noi e degli altri, e solo allora, con mente più lucida e una visione delle cose più equilibrata, decidiamo cosa dire e cosa fare. Per l’ansia, come del resto per tutte le altre emozioni, è la stessa cosa: osservare, valutare, mettere in discussione e agire.

Non solo imparare a rivalutare una situazione emotiva ci permette di rispondere in maniera più adeguata, funzionale e più utile per noi stessi, ma anche già soltanto fermarsi a osservare cosa ci succede e perché proviamo questo o quello può di per sé ridurre l’intensità stessa dell’emozione. Insomma, decisamente una buona strategia per riuscire a gestire gli eventi emotivi che inevitabilmente incontreremo per tutto l’arco della nostra vita!

In psicoterapia, imparare a gestire al meglio le emozioni è fondamentale per il proprio benessere psicologico. La psicoterapia a orientamento cognitivo-comportamentale, in particolare, è diretta a sviluppare il più possibile una modalità di gestione delle proprie emozioni che ci consenta di rivalutare cosa ci sta accadendo, così da poter rispondere al meglio e in maniera più funzionale a quanto si presenta nel nostro panorama emotivo.

gestione delle emozioni

Bonus: Accettazione

Ma c’è ancora un’altra modalità di gestione delle emozioni, a prima vista la più assurda e paradossale di tutte… ma, forse, anche la più efficace. Stiamo parlando dell’accettazione, ovvero di un atteggiamento di volontario accoglimento dell’esperienza emotiva, riconoscendo e vivendo pienamente l’emozione, per quanto sgradevole possa essere.

È decisamente un qualcosa di controintuitivo, se consideriamo, come scritto sopra, che la naturale tendenza degli esseri umani è di inseguire le emozioni positive ed evitare ad ogni costo quelle negative! Infatti, non è una strategia che si può “spiegare” o insegnare direttamente (provate a dire a chi è in ansia: “accetta la tua emozione così com’è”), ma piuttosto un traguardo al quale ci si può arrivare o durante un percorso di rivalutazione oppure …per “intuizione”!

Accettare le proprie emozioni, cioè esserne consapevoli senza necessariamente cercare di fare qualcosa per cambiarle, infatti, è una forma di conoscenza che si può acquisire man mano che si pratica con costanza la rivalutazione delle emozioni. È una sorta di effetto collaterale che si manifesta quando, dopo essere riusciti molte volte a gestire le nostre emozioni reinquadrandole e non lasciandole libera di combinare guai, ci rendiamo conto principalmente di due cose:

  1. Le emozioni, come tutti i fenomeni, hanno un inizio e una fine naturale;
  2. Noi non siamo le nostre emozioni né i nostri pensieri.

Ma anche e soprattutto le pratiche di mindfulness, non necessariamente all’interno di una psicoterapia, portano, nel corso del tempo, a sviluppare queste e altre forme di saggezza (come la concentrazione, il non giudizio, la compassione) che hanno come risultato una migliore gestione delle emozioni. Con l’effetto assolutamente paradossale di sperimentare meno e meno intense emozioni negative man mano che si impara ad accettarne la presenza senza reagire. In pratica, il non cercare di regolare le proprie emozioni è forse la migliore strategia di regolazione delle emozioni!

Alla fine del percorso

È chiaro che non è necessario arrivare ad accettare consapevolmente ogni emozione per poterle gestire al meglio. Così come non è detto che una singola strategia sia superiore a tutte le altre e adatta per ogni momento (ogni tanto ci sta pure il reagire impulsivamente o l’ingoiare un rospo bello grosso, l’importante è che non diventi un’abitudine!).

Realisticamente, penso che la migliore capacità di gestione emotiva sia nell’atteggiamento di chi riesce ad accettare come evento naturale la presenza delle proprie emozioni senza spaventarsene più di tanto, nella convinzione che, volendo, ci si può sempre lavorare sopra per rivalutarle e inquadrarle così da poter rispondere nella maniera che ci è più utile.

Essere aperti all’accettare le così come sono, nel bene e nel male, tenendo saldamente nella mente e nel cuore l’idea di poter comunque scegliere come rispondere, è un chiaro segno di una spiccata maturità psicologica.

Sia chiaro, imparare a gestire in questo modo le emozioni rappresenta un punto di arrivo, non un punto di partenza: non è un qualcosa che si “impara” dalla sera alla mattina, che si può leggere in un libro o che può essere imposto da qualche guru-santone. È nient’altro che il frutto di tanto lavoro su noi stessi, un lavoro paziente di intensa e fiduciosa osservazione di chi siamo, di come funzioniamo, di cosa temiamo, di cosa vogliamo. Perché, in fondo, la durata e gli effetti delle emozioni che proviamo non dipende altro che dal modo in cui le accettiamo e da cosa riusciamo a vedere dietro quelle emozioni.

Si, è un viaggio lungo e difficile… ma se accettiamo di provarci, grande sarà la ricompensa.

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L’incertezza è parte delle nostre vite, una condizione inevitabile della natura delle cose. Spesso la tolleriamo senza nemmeno saperlo, altre volte ci paralizza perché riusciamo a pensare solo a ciò che potrebbe accadere di negativo. Eppure, dietro l’incertezza, possono nascondersi infinite possibilità.

incertezza

Hai paura di prendere la metro per paura di incappare in un attacco terroristico? Passi le tue notti a pensare che il partner al tuo fianco potrebbe lasciarti? Tendi a controllare di continuo se hai lasciato il gas aperto? Se ti ritrovi in un bagno pubblico ti preoccupi di poter prendere chissà quale malattia? Non chiudi occhio se tuo figlio esce la sera per la paura che possa succedergli qualcosa? Quando pensi di dover prendere l’aereo finisci sempre per immaginartelo mentre si schianta al suolo?

Cos’hanno in comune queste preoccupazioni? Si tratta di problematiche molto diverse tra loro, ma ciascuna di queste, in fondo in fondo, riguarda sempre la stessa cosa: un’intolleranza verso l’incertezza.

Che significa? Significa che anche se sai bene che le probabilità di incappare in un attacco terroristico, di prendere qualche strana malattia utilizzando un bagno pubblico o di precipitare con l’aereo sono praticamente pari a zero, resti sempre dell’idea che comunque potrebbe accadere. E ti basi su questa possibilità, anche se decisamente remota, condizionando alcune delle tue scelte e dei tuoi comportamenti.

Possibilità vs. Probabilità

Il fatto è che, in un mondo perlopiù incerto e governato dal caos, siamo sempre alla ricerca della certezza che ciò che temiamo non possa accadere. Purtroppo ciò non è assolutamente possibile. Non è pessimismo il mio, ma una semplice considerazione dettata dalla logica: non è possibile escludere alcuna possibilità. Una certa quota di rischio c’è sempre.

Ma il fatto che un certo esito sia possibile non lo rende più probabile di altri. Un primo errore, infatti, è quello di confondere la possibilità che una cosa accada con la probabilità che questa effettivamente si verifichi. Può sembrare una differenza di poco conto, ma in realtà già questo può essere un primo modo di rivalutare le nostre preoccupazioni.

Ad esempio, se abbiamo paura di prendere l’aereo e ci soffermiamo solo sulla possibilità che possa esserci un incidente (mortale), da un punto di vista logico non staremmo sbagliando: un incidente (mortale) è sempre possibile, come per qualunque altra cosa al mondo. Se però non consideriamo anche la reale probabilità di incidenti (mortali), rischiamo di dare a quella singola possibilità un peso enormemente maggiore rispetto a quello che, nei fatti, potrebbe avere. Con la conseguenza di non prendere più l’aereo per la sola possibilità che possa cadere.

Per la cronaca: uno studio (e non è nemmeno il più ottimista) stima la probabilità di incidente aereo mortale pari a 1 su 11 milioni. Possibile, ma molto poco probabile.

Incertezza tendente al negativo

Non solo. Se parliamo di esiti possibili, possono essercene di molti tipi. Metti il caso che tuo figlio sia in ritardo dopo essere uscito con i suoi amici (si, proprio “quelli che me lo stanno portando per una brutta strada!”). Cosa pensi? Cosa può mai essere accaduto?

Un altro problema dell’incertezza è che tende quasi sempre verso il negativo. L’esito incerto, cioè, è quasi sempre quello temuto. Quindi è possibile che tuo figlio sia stato: ucciso, sequestrato, rapinato, svenuto ubriaco per la strada, coinvolto in una rissa, finito in commissariato, fuggito all’estero. E se invece stesse facendo tardi perché si è trovato in dolce compagnia?

Quando non sappiamo cosa potrebbe accadere, la prima conseguenza che ci viene in mente è quasi sempre negativa. Ma gli esiti potrebbero anche essere del tutto neutri, oppure positivi, a volte persino più che positivi. Insomma, perché pensare sempre che se c’è qualcosa di incerto debba per forza finire male?

Incertezza non significa inevitabilità che accada qualcosa di negativo. Anzi, è l’esatto contrario.

L’incertezza quotidiana

È strano, perché l’incertezza si affaccia nelle nostre vite solo in determinate situazioni, di solito quelle che – per una ragione o per l’altra – temiamo di più. Eppure l’incertezza è sempre presente nelle nostre vite.

Diamo per scontate tante cose, specialmente quelle più ordinarie. Quando andiamo a lavoro, la mattina, diamo per scontato che la macchina parta. Eppure, c’è sempre la possibilità che questa ci lasci a piedi. Questo però non ci fa pensare che è meglio avviarsi a piedi. Quando andiamo a cena nel nostro ristorante preferito, non pensiamo alla possibilità che il cibo possa essere contaminato da un qualche pericoloso batterio. Infatti ci andiamo, e spesso non accade proprio un bel niente.

Che senso ha, allora, angosciarsi per la possibilità che possa accadere qualcosa, e limitare la propria vita di conseguenza?

Con questi esempi non era mia intenzione suscitarti nuove fobie, ma piuttosto farti riflettere su una cosa: non sappiamo mai con certezza cosa potrebbe accaderci, eppure questa incertezza il più delle volte la accettiamo e non ci facciamo condizionare più di tanto. Anche perché se pretendessimo sempre la certezza di un determinato esito, finiremmo per passare le nostre vite a letto, paralizzati da ciò che potrebbe accadere. Sempre che non ci crolli il pavimento sotto il letto.

Il margine di rischio

Ricapitolando: anche se non si può escludere in partenza la possibilità che l’esito temuto si realizzi davvero, tendiamo comunque a pensare che questo sia l’esito che effettivamente si realizzerà, ignorando qualunque legge sulle probabilità o qualunque altro esito possibile, soprattutto se positivo.

La conseguenza è che sperimentiamo un certo tipo di emozioni negative e modelliamo i nostri comportamenti in base a queste credenze su ciò che – secondo noi – accadrà. In sostanza, ci facciamo bloccare da queste idee, rinunciando a fare qualsiasi cosa per la paura che ciò che temiamo possa accadere, anche se fosse decisamente improbabile.

Il punto è che non riusciamo a sbloccarci da queste situazioni perché – e questo è verissimo – c’è sempre un margine di rischio. Cioè la possibilità, anche se molto bassa, che ciò che temiamo possa realizzarsi davvero.

Come eliminare questo margine di rischio? Mi spiace, ma non si può. Vorremmo che il mondo fosse un posto dove tutto può essere previsto: malattie, lutti, incidenti, crisi economiche, tradimenti, interruzioni della fornitura di acqua a metà agosto. Mi spiace davvero tanto, ma il mondo non funziona così. L’incertezza è parte integrante del mondo. L’incertezza non la si può eliminare.

incertezza

Rimediare all’incertezza

Il problema, semmai, è che siamo noi a non tollerare questa incertezza. E ci illudiamo di poterla in qualche modo “gestire”. Ma è, appunto, solo un’illusione. Perché, per far finta di gestirla, spesso dobbiamo rinunciare a qualcosa che per noi è importante. Che sia un viaggio, un nuovo lavoro o una serata da sola con tuo marito che attendevi da almeno 16 anni.

Vale davvero la pena mettere da parte ciò che vogliamo solo perché immaginiamo che possa succedere qualcosa di spiacevole? Te lo dico io: decisamente no.

Pensando a ciò che di brutto potrebbe capitarci, oltre che considerarlo come l’esito più probabile, tendiamo anche a dimenticare un altro aspetto altrettanto importante: la nostra capacità di rimediare a ciò che potrebbe succede. Oppure, nei casi peggiori, la nostra capacità di tollerarne le conseguenze.

Curioso, no? Passiamo il tempo a pensare a cosa di negativo potrebbe succedere e non ci soffermiamo mai su come potremmo rimediare a ciò che ci capita.

Le domande che ci sfuggono

Quando ci troviamo di fronte a una situazione per noi incerta e che ci fa provare una certa quota di ansia, di preoccupazione o di angoscia, proviamo a sederci a tavolino, carta e penna alla mano, e facciamoci delle domande:

  1. Qual è la cosa peggiore che può accadere?
  2. E se accadesse, come potrei affrontarla?
  3. Qual è invece la cosa migliore che può accadere?
  4. Qual è l’esito più realistico?

Cerchiamo una prospettiva diversa rispetto a quella che il nostro cervello, condizionato dalle nostre storie e dalle nostre paure, ci suggerisce in automatico. Prendiamoci spazio per riflettere su ciò che potrebbe davvero accadere. Senza paura, tanto quella ce l’abbiamo già.

Prova a farti queste domande, e prenditi il tuo tempo per riflettere sulle risposte. E, se ti va, fammi sapere com’è andata. Intanto, ti lascio con una riflessione di un grande poeta:

«Il forse è la parola più bella del vocabolario italiano, perché apre delle possibilità, non certezze… Perché non cerca la fine, ma va verso l’infinito.»

E se è arrivato a vederla così Leopardi…

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L’ansia non è soltanto un disturbo, ma è soprattutto una condizione essenziale del nostro essere umani: quella sensazione di incertezza, di smarrimento, di qualcosa che non va. Cosa c’è dietro questo senso di insoddisfazione? È un qualcosa da evitare a tutti i costi o in realtà potrebbe rivelarsi una inaspettata risorsa?

ansia

Tutti noi siamo in viaggio. Un cammino di alti e bassi, di gioie e dolori, di cose belle e cose brutte, iniziato nel momento in cui siamo venuti al mondo. Tutti noi, senza eccezione, condividiamo questo destino.

L’ansia, in quanto parte del ventaglio delle nostre emozioni, è un altro elemento che abbiamo in comune. Ce l’ha il ricco, ce l’ha il povero. Ce l’ha l’uomo, ce l’ha la donna. Ce l’ha il giovane, ce l’ha l’anziano. L’importante è qualificarsi come essere umano.

L’ansia, di per sé, viene sempre intesa come qualcosa di negativo. Ma se invece potessimo vederla in maniera differente? E se scoprissimo che l’ansia, in realtà, potrebbe rivelarsi una grande e inaspettata risorsa, un invito a conoscersi meglio e a migliorarsi, in modo da proseguire il nostro cammino con una diversa consapevolezza?

Ansia esistenziale

Si, c’è ansia e ansia. Ma qui non stiamo parlando di quel tipo di ansia che ti incatena e che sembra diventare sempre più grande, sempre più importante a ogni passo che fai. Non stiamo parlando dell’ansia come disturbo clinico, come malessere specifico che comporta dolorose problematiche.

Parliamo dell’ansia come parte della condizione umana, quel senso di indefinita insoddisfazione, di incertezza, di dubbio. Di qualcosa che non va. La sensazione di aver imboccato una strada sbagliata, di sentirsi smarriti ad un certo punto del cammino. Ciò che inevitabilmente proviamo quando, a un certo punto, ci fermiamo a contemplare la nostra stessa vita. O quando pensiamo alla morte, al ricordo che lasceremo in chi ci sopravvivrà. Oppure quando riflettiamo su quanto ci sentiamo diversi, unici, forse difettosi, forse non parte di questa società.

Chi siamo? Dove andiamo? Perché siamo qui? Ecco, parliamo di quell’ansia lì. Un’ansia esistenziale, perché i suoi argomenti riguardano la nostra stessa esistenza. L’ansia che si accompagna alla ricerca di chi siamo davvero noi.

Sotto la superficie

Generalmente, l’ansia è un segnale. Un avviso di pericolo, un messaggio che ci comunica che c’è qualcosa che non quadra. A volte siamo ben consapevoli di quale sia l’oggetto della nostra paura in quel momento, altre volte invece non ne abbiamo assolutamente idea. Sentiamo solo un certo prurito, ma non sappiamo dove grattarci.

È un qualcosa che può accompagnarci in certi periodi del nostro vivere ordinario, che si traveste come sensazione di dubbio e confusione rispetto alle scelte che abbiamo fatto, al nostro stile di vita, ai nostri progetti, a come sarà il nostro futuro. In superficie, quest’ansia ci parla dei nostri problemi attuali, di come le cose non stiano andando come dovrebbero, di come le cose non sembrano avere senso.

Ma sotto, scendendo in profondità, c’è molto, molto di più. Negli abissi del nostro vivere c’è una condizione che ci accomuna tutti: l’impotenza che avvertiamo di fronte all’inevitabile incertezza della vita. È una condizione naturale dell’essere umani. Siamo alla perenne ricerca di un qualcosa che, improvvisamente, darebbe un senso a tutto.

Questione di prospettiva

Spesso questa ricerca si traduce nel desiderio profondo di avere uno scopo, di non essere una semplice comparsa nella commedia umana, di raggiungere stabilmente felicità e serenità. Ma non riusciamo mai, per quanto fortemente lo desideriamo, a sentirci pienamente soddisfatti.

Perché c’è sempre qualcosa che ci manca. “Forse, se facessi questo o quest’altro, le cose andrebbero meglio”. “Forse, se fossi una persona diversa, migliore, potrei finalmente sentirmi in pace”. E così continuiamo a oscillare tra ciò che pensiamo di essere e ciò che vorremmo essere. Una corsa senza meta tra dubbi, colpe e delusioni.

Occorre cambiare prospettiva. Occorre comprendere che tenderemo sempre a una condizione migliore, anche quando pensiamo di essere finalmente “arrivati”. Andando avanti, l’orizzonte semplicemente andrà avanti con noi. Per questo, quando avvertiamo quel sottile senso di insoddisfazione, è necessario guardare le cose da un altro punto di vista: invece che concentrarci sul “grande disegno”, sul nostro destino o sul senso della nostra esistenza su questo pianeta, portiamo il nostro sguardo all’adesso.

Cosa c’è che concretamente non va in questo momento nella mia vita? Cosa posso fare per incanalare questa angoscia esistenziale in un qualcosa di davvero rilevante per me?

In ascolto

Dicevamo che l’ansia è un segnale. Ma se non riguarda qualcosa di specifico, se è più una sensazione di “qualcosa che non va”, forse dovremmo prenderci un attimo e cercare di comprendere cosa vuole dirci. Perché è chiaro che vuole comunicarci qualcosa.

Quando compare quest’ansia è perché sta accadendo qualcosa nelle nostre vite, qualcosa che richiede la nostra presenza e attenzione. Non una presenza giudicante e catastrofica, ma una presenza attenta, comprensiva e amorevole. Perché una sterile critica a noi stessi non avrebbe altro effetto che paralizzarci, mentre aprire il nostro cuore e la nostra mente alla sofferenza che stiamo provando è l’unico modo per poter davvero capire di cosa abbiamo realmente bisogno in questo momento.

Cosa vuole dirci quest’ansia? Cosa vuole insegnarci di noi stessi? C’è forse qualcosa che non sta funzionando, qualcosa che potremmo fare diversamente? Cosa ci sta suggerendo?

Non bisogna avere paura delle risposte che potremmo trovare. Ignorarle non farebbe altro che continuare a farci vagare in un mare di incertezza e sofferenza. È inutile fare come i bambini, che portano le mani alle orecchie per non sentire: l’ansia continuerà a presentarsi, perché c’è qualcosa di urgente che vuole dirci.

Ascoltala, ascòltati.

ansia

In cammino

Il senso di quest’ansia esistenziale, in ultima analisi, è quella di invitarci a vivere in maniera significativa, in modo che la nostra vita possa davvero avere un senso. Ma lasciando da parte le grandi domande sul senso della vita, alle quali personalmente non so dare risposta, cosa significa allora “vivere in maniera significativa”?

Forse, potrebbe significare semplicemente che bisogna prendersi cura di sé stessi. Che significa ascoltarsi, con onestà e senza pregiudizio, per capire cos’è che ci fa stare bene e cos’è che ci fa stare male. E poi, con la stessa onestà verso sé stessi, muoversi con risolutezza in quella direzione.

Quando sentiamo questo senso di insoddisfazione, di confusione o di incertezza, non respingiamolo: avviciniamoci lentamente alla riva, prendiamo un po’ di fiato e poi immergiamoci in profondità. Sfruttiamo questi segnali, lavoriamo con loro invece che contro di loro. In fondo, da un certo punto di vista, ne va proprio della nostra vita!

Vista così, alla fine l’ansia potrebbe non essere nostra nemica, ma piuttosto potrebbe rivelarsi come la nostra più preziosa alleata. Forse è solo una piccola parte di un qualcosa di più grande: la segnaletica in un percorso che ci guida verso la crescita e che, in definitiva, ci indirizza verso un cammino migliore.

Un’esperienza strettamente personale, ma in un certo senso anche collettiva. Perché fa parte di tutti noi, esseri umani. Che lottiamo, giorno dopo giorno, alla ricerca della felicità. Quindi, anche se a volte senti che è proprio così, in realtà non sei solo. Perché, in fondo, siamo tutti sulla stessa barca.

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Ogni genitore vuole il meglio per il proprio figlio ed esercita le proprie funzioni educative con le migliori intenzioni. A volte, però, alcuni modi di educare il proprio bambino possono portare ad alcuni effetti indesiderati…

come educare un figlio

Quando un bambino è ancora piccolo, non ha una chiara idea di chi è, di cosa ci si aspetta da lui e di come ci si comporta in determinate situazioni. Tutti queste cose le imparerà strada facendo e man mano che si relazionerà con l’ambiente esterno, cioè con gli adulti che saranno per lui un riferimento: i nonni, gli insegnanti, gli allenatori, ma soprattutto i genitori.

È quindi in particolare nella relazione con mamma e papà che i piccoli impareranno a relazionarsi con il mondo e svilupperanno una certa immagine di loro stessi. I genitori rappresentano cioè allo stesso tempo l’esempio da seguire e lo “specchio” attraverso il quale il bambino impara a vedere se stesso.

È facile dunque immaginare come le modalità con cui la madre e il padre si prendono cura del proprio figlio possano avere un effetto profondo sullo sviluppo emotivo e comportamentale del proprio bambino, ma non sempre si è consapevoli degli effetti di alcune di queste modalità.

Gli stili educativi genitoriali

Partendo dal presupposto che ogni genitore vuole il meglio per il proprio figlio ed esercita le proprie funzioni educative con le migliori intenzioni, bisogna tuttavia riconoscere che a volte alcune delle modalità messe in atto rischiano in realtà di produrre delle conseguenze negative per il bambino. Sia chiaro, tutto questo avviene in maniera largamente inconsapevole, spesso a causa di idee e convinzioni disfunzionali legate a come si dovrebbe “crescere” un figlio.

Gli stili educativi genitoriali, cioè le modalità con le quali i genitori educano i propri figli, possono essere schematizzati a partire da due caratteristiche genitoriali: la capacità di mostrare affetto e il grado di fermezza dimostrato nella pratica educativa. Dall’incrocio di queste caratteristiche, possiamo individuare quattro stili educativi, caratterizzati da:

  • molto affetto ma scarsa fermezza (“il bonaccione”)
  • poco affetto ed eccessiva fermezza (“l’autoritario”)
  • poco affetto e scarsa fermezza (“il disinteressato”)
  • affetto e fermezza adeguati (“l’equilibrato”)

Si tratta ovviamente di modelli “puri”, nel senso che nella realtà è difficile riscontrare stili così precisi ed estremi, ma rendono bene l’idea di alcune tendenze educative osservabili tra i genitori, specialmente di quei bambini che già presentano difficoltà psicologiche di vario tipo.

Specificato il valore didascalico di queste quattro “categorie” di genitori, passiamo adesso ad esaminarle nel dettaglio, con un’attenzione particolare ai possibili effetti sui figli.

Il bonaccione (affetto senza fermezza)

Questo stile genitoriale è caratterizzato da importanti manifestazioni di affetto ma scarsità di limiti in ambito educativo.  Il genitore “bonaccione” spesso manifesta convinzioni legate all’idea che il bambino non debba provare frustrazioni o che non debba in alcun modo soffrire (quindi niente punizioni), oppure credenze legate al ruolo genitoriale come figura sempre buona e disponibile. Non di rado, è possibile intravedere un eccessivo senso di responsabilità legato al benessere del figlio.

Questa modalità educativa potrebbe portare nel bambino allo sviluppo di scarse capacità di tolleranza alla frustrazione, proprio perché non gli viene permesso di misurarsi con le difficoltà e le responsabilità, che vengono sistematicamente fatte evitare o risolte dal genitore. E poiché a lungo termine diventa praticamente impossibile poter eludere qualunque frustrazione, si corre il rischio di non permettere al bambino di dotarsi di alcune capacità legate alla gestione delle difficoltà e della sofferenza in generale.

L’autoritario (fermezza senza affetto)

Un po’ genitore, un po’ colonnello: il bambino è sottoposto a rigide regole di comportamento («devi fare quello che dico io!»), senza possibilità di poterle mettere in discussione, così come è indiscutibile l’autorità del genitore (che ovviamente ha sempre ragione). L’attenzione è tutta su ciò che il bambino fa di sbagliato, spesso senza distinguere tra il comportamento e la persona, e quando ne fa qualcuna “giusta” non c’è nessun premio nè manifestazione di approvazione («non vorrai mica viziarlo!»).

Nel bambino, l’effetto più probabile di un eccesso di severità unito a scarse manifestazioni di affetto è lo sviluppo di un’immagine di sé come persona debole e priva di valore, con vissuti di forte insicurezza e ansia. Il comportamento che ne conseguirà sarà tipicamente remissivo, sottomesso e improntato all’evitamento dell’espressione della propria “personalità”.

Il disinteressato (niente affetto né fermezza)

È uno stile che spesso si manifesta con una scarsa presenza nella vita del figlio e inefficacia nell’indirizzarne i comportamenti negativi, facendo riferimento più alle critiche che alla messa in atto di pratiche educative adeguate. Molte volte si tratta di genitori totalmente assorbiti da impegni lavorativi e che non riescono a prestare le necessarie attenzioni al proprio figlio, magari cercando di compensare le poche manifestazioni d’affetto con montagne di regali. Alla base di questo stile educativo spesso si riscontrano convinzioni legate alla necessità che il proprio figlio impari a “cavarsela da solo” (a volte perché si pensa di non avere il tempo necessario da dedicargli), e che un eccesso di affetto non abbia altra conseguenza che il “rammollirlo”.

Ciò che potrebbe sviluppare il bambino è un forte senso di frustazione, perfino di rabbia, per le difficoltà nel farsi “vedere” dai genitori o perché non si riesce a compiacerli. Più cresce, inoltre, più potrebbero manifestarsi comportamenti “provocatori” per mettere alla prova l’effettiva presenza dei genitori, alzando sempre di più “l’asticella” fino ad arrivare a mettersi nei guai.

L’equilibrato (affetto e fermezza adeguati)

È il genitore ideale, praticamente perfetto. Ma sebbene la perfezione non esista, questo stile può comunque rappresentare il migliore atteggiamento possibile a cui tendere. Questa modalità genitoriale è infatti caratterizzata da:

  • manifestazioni coerenti e puntuali di affetto, con il giusto riconoscimento delle abilità del proprio figlio;
  • tranquillità nel lasciare il bambino libero di “provare” la frustrazione, senza temere per lui conseguenze catastrofiche ma fornendo invece ascolto, indicazioni e consigli in caso di “sconfitta”;
  • presenza di limiti e regole chiare, con conseguenze ben definite rispetto alle violazioni, quindi punizioni giuste e strettamente connesse alla regola infranta;
  • critiche e rimproveri orientati verso ciò che è stato fatto (il comportamento) più che a come è fatto il bambino (la persona);
  • obiettività nel parlare insieme su cosa va bene e cosa non va bene dei comportamenti del bambino (ma anche di mamma e papà!) e sulle conseguenze di questi.

Con genitori così, è molto facile che il bambino sia sereno, ragionevolmente sicuro di sé, socievole e aperto alle esperienze. Probabilmente è questo lo stile educativo migliore per favorire nel proprio figlio il migliore sviluppo emotivo possibile.

come educare un figlio

Alcuni spunti di riflessione

Quanti, tra le mamme e i papà giunti alla fine di questo articolo, si sono rivisti nella descrizione dell’ultimo stile, quello “equilibrato”? Siate onesti! :)

A dirla tutta, non penso vi siate ritrovati completamente neanche nei primi tre stili, quelli, per così dire, “negativi”. Forse avrete notato qualcosa di voi nel primo, o nel secondo, forse un’altra nel terzo, sicuramente diverse nell’ultimo… In realtà non importa granchè, ma se c’è qualcosa che pensiate vogliate cambiare nel vostro modo di essere mamma e papà, ricordatevi che è sempre possibile migliorarsi, soprattutto se si desidera il bene del proprio bambino.

So che cambiare alcuni atteggiamenti educativi, e soprattutto le idee che ne sono alla base, non è così semplice, volevo però lasciarvi alcune riflessioni che spero possano esservi d’ispirazione per apportare piccoli ma significativi cambiamenti al vostro “stile genitoriale”:

  • Se c’è una persona che, più di tutte, può incidere sui comportamenti del bambino, è sicuramente il genitore. Quindi attenzione a cosa dite e a come lo dite.
  • Non pretendere che tuo figlio si comporti sempre in maniera corretta o secondo ciò che per te è giusto: ha ancora molto da imparare su come ci si comporta in alcune situazioni. Persino gli adulti sbagliano.
  • Arrabbiarsi non aiuta a disciplinare un figlio: porta solo rancore e sofferenza.
  • Premiateli quando si comportano in maniera positiva: non con regali costosi, ma con tutto l’affetto che potete loro trasmettere, che ha valore inestimabile.
  • Se ritenete di dover a tutti i costi proteggere vostro figlio di fronte alle normali sfide della sua età, non gli state facendo un favore. Lasciarlo libero di sbagliare e di provare frustrazione non significa essere un pessimo genitore.
  • Non fatevi prendere dai sensi di colpa se pensate di aver sbagliato in qualcosa: non esistono genitori perfetti, solo genitori che fanno del loro meglio.
  • Essere un genitore presente talvolta è molto difficile e richiede un certo impegno; ma i benefici a lungo termine superano di gran lunga i costi del momento.
  • Siate un esempio per i vostri figli: da voi impareranno come si sta al mondo, come ci si comporta con gli altri, come si superano le inevitabili difficoltà della vita. Voi siete la loro prima e più importante guida.

E se proprio non ci riuscite o non sapete come fare… sono a vostra disposizione per darvi un supporto per aiutarvi a fare al meglio il lavoro più difficile al mondo: quello del genitore.

 

Ti sei rivisto in alcuni di questi stili educativi? Avevi mai pensato alle possibili conseguenze di alcuni modi di interagire con tuo figlio? I tuoi bambini sono ormai grandi, ma hai dei consigli che vuoi condividere con altri genitori? Lascia un tuo commento e parliamone insieme!

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Ogni genitore vorrebbe proteggere i propri figli dalle sofferenza della vita, ma quando non si consente al bambino di sperimentare le difficoltà che incontrerà sul proprio cammino, un eccesso di protezione potrebbe rappresentare in realtà uno svantaggio. Come fare per conciliare il bisogno di proteggere e la necessità di preparare il proprio figlio alle sofferenze, agli insuccessi, alle frustrazioni della vita?

bambini

Un po’ di tempo fa, durante una partita di pallavolo tra ragazzi di prima media, mi è capitato di assistere a un comportamento che mi ha colpito molto. La mamma di uno dei ragazzi cambiava di continuo i punteggi della partita in favore della squadra del figlio, il tutto sotto gli occhi esterrefatti dei presenti (giocatori compresi). Solo gli arbitri non se ne sono accorti, giustamente impegnati a valutare lo svolgimento del gioco.

La partita è stata ovviamente vinta dalla squadra che ha ricevuto questo particolare aiuto, tra le proteste di tutti quelli che si erano accorti del fattaccio. In seguito, la mamma “segnapunti” si è giustificata dicendo che l’aveva fatto per “tutelare” il figlio, perché voleva che vincesse.

Non ho alcuna intenzione di criticare o di giudicare la madre, piuttosto quello che mi colpisce è l’idea che questa mamma ha di “tutela” del proprio ragazzo: evitargli una sconfitta. Forse con l’idea che ne sarebbe uscito devastato, o forse, in qualche misura, questa sconfitta sarebbe stata devastante per lei, non so.

Ma è così che proteggiamo i nostri figli? Rimuovendo dal loro percorso qualsiasi frustrazione o difficoltà? Siamo sicuri che così stiamo facendo loro un favore?

Come si sta in una campana di vetro

L’idea di poter essere al riparo dal dolore, dalle frustrazioni, dalle sconfitte e da ogni altro tipo di sofferenza è decisamente allettante. Chi non vorrebbe una vita così, con il massimo del piacere e zero dolore? Peccato che uno scudo del genere non esista, e lo sa bene qualunque essere umano: nessuno è al riparo dalla sofferenza.

Vedere il proprio bambino soffrire è molto doloroso, e qualunque madre o padre farebbe di tutto per evitare che questo accada. Alcuni genitori sentono così fortemente il bisogno di proteggere il proprio figlio da cercare di mitigare quanto più possibile gli effetti dell’ambiente attorno al bambino. Questo significa, ad esempio, proteggerlo dai litigi con i compagni, difenderlo a spada tratta dalle maestre e dai professori che lo rimproverano, assecondarlo in ogni richiesta o desiderio.

La vita all’interno della campana di vetro è molto facile. Ma non del tutto priva di sofferenza. Del resto, capita a tutti i bambini di cadere giocando e sbucciarsi un ginocchio. Ma, per quanto possibile, il genitore a guardia della campana è all’erta contro qualunque pericolo possa intromettersi tra suo figlio e la serenità.

Quando la campana si solleva

Nonostante l’incessante difesa contro qualunque frustrazione intercettabile, arriverà il giorno in cui la campana si solleverà. Spesso perché il bambino è diventato troppo grande per la campana, e magari sarà proprio lui che vorrà sfilarsi da quelle mura trasparenti (chiamasi adolescenza). Perché che siano di vetro o di cemento, si tratta sempre di mura.

A quel punto, il giovane uomo o la giovane donna si troveranno fuori dal castello che fino a quel momento li ha tenuti al riparo dalle sofferenze della vita. Non stiamo parlando di morti, pestilenze e carestie. Parliamo di quelle piccole cose che, giorno dopo giorno, vanno a logorare il nostro senso di benessere e di autoefficacia.

Chi nella campana non è mai stato intrappolato, ha avuto tempo per “addestrarsi” al confronto con le piccole grandi frustrazioni quotidiane. Chi nella campana c’è rimasto, è cresciuto senza sapere come difendersi da questi lievi ma incessanti attacchi. Perché c’è sempre stato qualcun altro che l’ha fatto al posto suo.

È così, senza nessun tipo di armatura interiore (e forse anche con un’immagine di sé come persona indistruttibile, perché nulla, a parte la sbucciatura sul ginocchio, l’ha mai ferito sul serio fino a quel momento), ogni colpo della vita è un colpo messo a segno. Una ferita che fa un male mai provato.

Un rifugio sicuro

Ma come fare per conciliare il bisogno di proteggere e la necessità di preparare il proprio figlio alle sofferenze, agli insuccessi, alle frustrazioni della vita?

Non dobbiamo spaventarci se vediamo il nostro piccolo soffrire, perché è inevitabile che questo prima o poi accadrà. Quello che possiamo fare, in tutta coscienza, è cercare di aiutarlo il più possibile ad affrontare le difficoltà che incontrerà nel suo cammino.

Non affrontandole al posto suo, ma piuttosto insegnandogli come affrontarle. Fiduciosi delle sue emergenti capacità e coscienti del fatto che ogni caduta sarà occasione di crescita, piuttosto che una tremenda e devastante tragedia. Perché ciò che ci ferisce è anche ciò che può farci crescere, insegnandoci non solo che tutto si può superare, ma che siano noi stessi, con le nostre capacità, a poterlo fare. Quod nocet, docet.

E trasmettergli che, comunque vada l’esplorazione, ci sarà sempre un rifugio sicuro dove poter tornare. Sia per raccontare ciò che di bello ha visto, sia per cercare consolazione per ciò che di brutto ha incontrato. Con mamma e papà che guardano da lontano e aspettano, tranquilli, sull’uscio di casa.

Stare vicino e avere fiducia in loro. Solo così possiamo prepararli davvero a quello che la vita presenterà loro, nel bene e nel male.

 

bambini

«Vai e non aver paura. A ogni ginocchio sbucciato sarò lì con un cerotto e un abbraccio. A ogni tuo successo sarò lì a festeggiare con te. Comunque vada, sarò con te.»

 

Quali sono le tue idee rispetto alle libertà da concedere ai propri figli? Hai mai pensato al modo in cui aiuti tuo figlio o tua figlia ad affrontare le difficoltà di ogni giorno? Che strategie utilizzi? Dì la tua nei commenti, ogni genitore ha qualche insegnamento importante da condividere!

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