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Al giorno d’oggi si punta sempre più a diventare “qualcuno”, ma sempre più spesso invece ci si sente “nessuno”. Ma chi l’ha detto che per stare bene con sé stessi occorra essere per forza “eccezionali”?

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A chi non piacerebbe un bel lavoro, magari con uno stipendio considerevole? Chi non vorrebbe raggiungere degli importanti traguardi professionali o personali? Chi non vorrebbe stare meglio di come sta adesso? Beh, quasi nessuno. E non c’è niente di male nel desiderare queste e altre cose. Anzi, è assolutamente giusto cercare di migliorare il proprio tenore di vita e il proprio livello di soddisfazione.

Il problema, però, è quando tendiamo a dare un’eccessiva importanza a tutte queste cose, al punto da identificarle come “prove” del nostro essere degni, adeguati o realmente importanti. Qualcosa che possa farci emergere dalla massa, dalla noiosa normalità, per sentirci persone eccezionali, con uno scopo nella vita.

Succede, allora, che se per qualche motivo non riusciamo a raggiungere alcuni dei nostri obiettivi o a soddisfare alcuni dei nostri desideri, possiamo sentirci manchevoli, condannati a una vita a metà, dove non si è ottenuto nulla (o quasi) e non abbiamo potuto esprimere tutto il nostro potenziale.

Ma è davvero così che stanno le cose? Occorre necessariamente “arrivare da qualche parte” per potersi sentire bene e soddisfatti di sé stessi? E se dovessimo ottenere ciò che desideriamo, siamo sicuri che resteremmo felici a lungo?

Volere, fortissimamente volere

Tutti noi desideriamo qualcosa. O meglio, vogliamo qualcosa. Vorremmo essere più belli, più alti, più in forma, più intelligenti, più felici. Oppure, al contrario, ci sono cose che non vorremo mai: malattie, isolamento, perdite, fallimenti, morte. Desiderandone quindi il contrario: salute, rapporti, guadagni, successi, vita eterna.

Insomma, semplicemente vorremo che le cose per noi fossero diverse, che la nostra vita sia migliore, che noi fossimo migliori. Niente di male in questo, però è importante considerare che noi esseri umani tendiamo costantemente a inseguire una condizione che noi giudichiamo migliore, non riuscendo mai ad accontentarci per quello che abbiamo o per quello che siamo.

Facciamoci caso: ci poniamo un obiettivo in mente, lo raggiungiamo – a volte anche con grandi sforzi e sacrifici – e subito dopo ce ne poniamo un altro. Raggiunto anche questo, cosa accadrà?

Insoddisfazione esistenziale

Da quando gli esseri umani hanno acquisito la capacità di pensare in maniera critica, ci si è resi subito conto di come la condizione umana sia essenzialmente improntata all’insoddisfazione. Si tratta di una visione comune a molte filosofie, sia occidentali che orientali, e in sostanza non c’è molto da contestare: basta guardarsi dentro e capire che è proprio così che siamo fatti.

Di per sè non è un problema. Anzi, dovremmo essere grati per la nostra tendenza all’essere insoddisfatti. È proprio perché si è sempre cercato di andare oltre la passiva rassegnazione alle circostanze esterne che l’essere umano è riuscito a sopravvivere, migliorando le proprie condizioni di vita e raggiungendo livelli di benessere e di sicurezza sempre maggiori.

L’insoddisfazione, infatti, diventa un problema solo quando attribuiamo a quel “di più” che ci manca e desideriamo fortemente la funzione di farci sentire, finalmente, completi e soddisfatti.

Ciò che ci rende (in)soddisfatti

L’idea cioè è quella di potersi sentire davvero soddisfatti, funzionali e adeguati solo se riusciamo a raggiungere gli oggetti dei nostri desideri. Che siano materiali (soldi, auto di lusso, jet privato) o immateriali (potere, fama, successo) non importa: è tutto ciò che ci manca e che potrebbe dare un senso alla nostra vita. Siamo convinti che per stare bene con noi stessi, per sentirci degni di valore, abbiamo per forza bisogno di qualcosa di eccezionale.

E anche qualora riuscissimo a ottenere ciò che riteniamo indispensabile per sentirci pienamente soddisfatti, la tendenza è sempre quella di cercare qualcosa di più. A un desiderio se ne sostituisce sempre un altro: l’insoddisfazione quindi tornerà inevitabilmente, e presto o tardi troveremmo qualche altra cosa da bramare per sentirci nuovamente bene con noi stessi.

In poche parole: fin quando continueremo ad associare l’ottenimento di ciò che pensiamo possa renderci soddisfatti con l’esserlo realmente, corriamo il rischio di restare impantanati nella continua ricerca di una felicità che, in definitiva, non arriverà mai.

La ricetta per l’insoddisfazione

L’errore fondamentale quindi è il cercare una soddisfazione, per di più illusoria e temporanea, al di fuori di noi, misurando il proprio livello di felicità con le cose che si sono ottenute. E stare male se non ci si riesce.

Intendiamoci: il problema non è il desiderare di per sé, piuttosto quando ciò che si desidera diventa necessario per poter stare bene con sé stessi e sentirsi soddisfatti di quello che si è o si ha.  Condizionare la propria felicità alla presenza o meno di alcune cose è la ricetta perfetta per sentirsi infelici.

E se riteniamo di aver bisogno di questo o quello per poter finalmente stare bene, forse il problema è più a fondo, probabilmente nel nostro modo di vedere noi stessi. Perché troppo spesso, pensando a cosa ci manca, tendiamo a dimenticare cosa già abbiamo. E se non riusciamo a vederlo o se ci sentiamo manchevoli fin dentro le ossa, allora continuare a inseguire desideri e obiettivi è del tutto inutile.

Sarebbe un po’ come cercare di riempire una botte con un buco nel fondo. È inutile continuare a versare acqua: se non ripariamo la falla non basterà tutta l’acqua del mondo. E alla fine non resterà nemmeno una goccia di felicità.

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Il normale eccezionale

In un mondo dove ogni giorno ci viene ripetuto che bisogna essere “qualcuno”, il rischio concreto è di sentirsi “nessuno”. L’aspetto tragicomico di tutto questo è che davvero siamo convinti che basta rendersi in qualche modo “eccezionali” per poter stare davvero bene con se stessi e sentirsi di essere arrivato “da qualche parte”, di essere “qualcuno”.

Si tratta soltanto di una triste illusione. Ciascuno di noi, in fondo, è già di per sé eccezionale, anche nella propria normalità; ciascuno di noi, se ci pensiamo bene, è già unico e inimitabile, con i propri difetti ma anche, e soprattutto, con i propri pregi.

Giudicarsi per quello che si vorrebbe essere o si vorrebbe avere rischia dunque di essere un lavoro inutile e perdipiù controproducente, perché non ci porta che a concentrarci sulle nostre mancanze. Quello che possiamo fare, invece, è lavorare sulle cose che di noi non ci piacciono (i nostri difetti), e valorizzare quello che ci piace e ci rende unici (i nostri pregi).

Occorre partire da quello che siamo siamo già, così come siamo. Per evolversi e migliorarsi nella propria eccezionalità. Ed è solo così che potremmo arrivare a sentirci pienamente soddisfatti, non inseguendo qualcosa di esterno che ora c’è e domani potrebbe non esserci più.

Perciò fatti coraggio, e sii te stesso, normale come sei. Questo sì che sarebbe eccezionale!

 

Cos’è che pensi siano necessario affinché tu possa sentirti finalmente felice e soddisfatto? Di cosa hai bisogno per poterti sentire una persona unica e di valore? Ti è mai capitato di raggiungere qualcosa che pensavi avrebbe cambiato la tua vita, per poi ritrovarti al punto di partenza? Dì la tua, lascia un commento!

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Spesso, quando qualcosa ci va male o ci troviamo di fronte a un fallimento importante, è molto facile darsi addosso e trattarsi male. Infatti è più facile essere comprensivi con chi vogliamo bene piuttosto che con sé stessi. Ma davvero meritiamo di trattarci così, proprio quando più avremmo bisogno di conforto e rassicurazione?

amare se stessi

Uno degli insegnamenti più importanti della cristianità è quello di amare gli altri, proprio come si fa con sé stessi. In realtà l’indicazione non fa riferimento è chi è già vicino (prossimo) a noi, ma riguarda soprattutto chi è più lontano da noi. Il nostro vicino che non ci fa dormire alle due del pomeriggio, il collega antipatico che proprio non ci va giù. Insomma i nostri nemici, piccoli o grandi che siano.

Di questi tempi non è facile. Anzi, direi che sta diventando sempre più difficile riuscire a mettere da parte pregiudizi e differenze per amare chi è così lontano dal nostro cuore. Ma quantomeno quando si tratta delle persone che ci sono vicine, per fortuna, siamo sempre pronti e disponibili a mostrare tutto il nostro affetto e la nostra comprensione.

Nella versione ribaltata del titolo («Amerai te stesso come il prossimo tuo»), il riferimento quindi è a chi davvero è più prossimo a noi: i nostri familiari, i nostri amici, le persone che ci sono più care.  Insomma, le persone per le quali ci siamo sempre, nonostante tutto. Coloro i quali, quando sono nei guai o qualcosa va loro male, riceveranno sempre il nostro appoggio. Incondizionatamente.

Ma non era il contrario?

Già, perché ribaltare l’insegnamento originale? Semplicemente, perché tendiamo ad amare più chi c’è vicino che noi stessi. Niente di male ad amare gli altri, ma voler bene anche a sé stessi non è poi una cattiva idea.

Di cosa parlo? Pensaci bene: quando un amico commette un errore, anche importante, cosa gli dici? Generalmente, si tende a consolarlo, a dirgli che può capitare di sbagliare, che le cose andranno meglio e via discorrendo.

Ora immagina che l’errore l’abbia commesso tu. Il tuo amico, da parte sua, probabilmente ti esprimerà la sua vicinanza e la sua solidarietà. Proprio come avresti fatto tu a parti invertite. Ma cosa diresti a te stesso in una situazione del genere?

A meno che tu non sia un narcisista ortodosso, con l’idea di essere perfetto e infallibile, non è insolito che vengano fuori giudizi di questo tipo: “Sei il solito buono a nulla! Sei una frana, un disastro! Hai fallito anche questa volta! Sei un perdente!”

Prova a chiederti: «sono più gentile con gli altri o con me stesso»?

Non c’è peggior giudice di chi giudica se stesso

La tendenza, insomma, è quella di giudicarsi aspramente quando ci troviamo di fronte a un fallimento o a qualcosa che non va. Ci si può sentire inadeguati, sbagliati, non meritevoli di altro destino diverso dalla sofferenza, proprio a causa del modo in cui ci si percepisce.

In realtà, la cosa che più colpisce, più che l’eccesso di autocritica, è la disparità di trattamento che ci riserviamo in situazioni del genere. Perché se lo stesso errore o fallimento l’avesse fatto chi più c’è caro, mai penseremmo di vomitargli addosso tutte le cattiverie e le parolacce che riserviamo a noi stessi.

Eppure, quando si tratta di noi stessi, non ce ne facciamo passare liscia una.

Oltre al danno, la beffa

Insomma, quando ci troviamo davanti a qualcosa che non è andata, che sia un “grande fallimento” o un banale errore di valutazione, invece che consolarci e farci forza, preferiamo prenderci a bastonate. E pensare che sarebbero proprio questi i momenti in cui più avremmo bisogno di starci vicini. Esattamente come faremmo col nostro prossimo.

Quindi non solo soffriamo perché qualcosa c’è andata male, stiamo anche peggio per quello che ci diciamo e per la brutalità con la quale ci diamo addosso. In questo modo, un piccolo errore potrà sembrarci ancora più grande, fino a riempire interamente la nostra visuale.

Rischiando così di non cogliere le opportunità di cercare una soluzione, di analizzare cosa non è andato e cosa si poteva fare meglio. Occupando cioè qualunque spazio per il miglioramento.

amare se stessi

Sbagliando si …è umani

Una cosa molto banale ma che spesso tendiamo a dimenticare, soprattutto quando ha a che fare con noi stessi, è che tutti fanno errori. Tutti, nessuno escluso.

Se è dunque una condizione umana ed essendo noi umani (giusto?), perché mai dovremmo ritenerci infallibili e non soggetti a errore? E nel momento in cui riconosciamo di poter sbagliare, perché darci addosso quando ci capita di farlo?

Quanto ci è utile massacrarci e insultarci quando stiamo già soffrendo per un errore, un fallimento, un qualcosa che è andato storto?

A tutti capita di avere momenti difficili e di grande sofferenza, momenti in cui dubitiamo di noi stessi, delle nostre scelte, dei nostri modi di fare e di non-fare. Ben venga una messa in discussione di noi stessi, ma solo se è improntata al migliorarsi e non al fustigarsi inutilmente. E che sia fatta con gentilezza e con rispetto: lo stesso trattamento che riserviamo agli altri e che, troppo spesso, tendiamo a non applicare quando si tratta di noi stessi.

Amarsi: più facile a dirsi che a farsi

Non è facile, purtroppo, riuscire ad essere gentili e rispettosi verso sé stessi. Forse, presi dai sensi di colpa e dall’autobiasimo, non riusciamo ad andare oltre il nostro errore, trascurando una questione fondamentale: noi stiamo soffrendo. Come possiamo ignorare questo fatto?

Nonostante la nostra prontezza nel rivolgere la nostra compassione verso chi ci è più vicino, non riusciamo a volgere quella stessa compassione verso il nostro interno. Quello di cui avremmo bisogno, quando le cose si mettono male, è soltanto fermarci, ascoltarci, capirci, abbracciarci, consolarci.  Perché stiamo male, e di questo si ha bisogno quando si sta male.

Per farlo, occorre andare oltre il solito modo di vedere noi stessi e riconoscere che anche noi, come tutti, possiamo fallire. E magari non limitarci a vedere soltanto il tremendo errore commesso, il bruciante fallimento a cui siamo andati incontro, la stoltezza dietro alcune nostre decisioni. Vediamo anche noi stessi, il dolore che proviamo.

E troviamo il coraggio di perdonarci, di sostenerci, di incoraggiarci. Di aiutarci.

Di amarci, così come siamo. Perché tutti –proprio tutti- sono degni di amore. Noi per primi.

 

Allora, sei più gentile con gli altri o con te stesso? Cosa ti dici quando sbagli o quando ti trovi di fronte a un fallimento? Ti comporti allo stesso modo se l’errore è di qualcuno che ti è vicino? Riesci a perdonarti in queste situazioni o preferisci fustigarti senza pietà? Lascia un commento, se ti va!

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Riconoscere e capire cosa proviamo e come reagiamo alle situazioni è la base per poter cambiare. Per farlo, bisogna imparare a guardarsi dentro e osservare cosa ci accade quando siamo in contatto con noi stessi o con gli altri. Vediamo insieme alcune strategie per cominciare a osservare i propri pensieri, il primo passo per conoscersi davvero.

pensieri

Qualche giorno fa, una mia amica e collega mi stava raccontando di come avesse conosciuto una persona molto interessante che le aveva fatto sentire, dopo tanto tempo, le famose “farfalle nello stomaco”. Mi ha anche raccontato di come si fosse trovata spesso a fantasticare di un possibile futuro con lui, e di come, inevitabilmente, queste fantasie finissero sempre male!

Solitamente cominciavano con belle scene di loro che passeggiano sul lungomare, cene a lume di candela, pargoli che scorrazzano di qua e di là… e alla fine inevitabilmente si rivedeva triste e sola, di nuovo single dopo anni felici trascorsi con lui, che l’aveva lasciata perché ormai diventata brutta e noiosa.

Da bravi psicologi, ovviamente, ci siamo confrontati sul perché di questi finali drammatici a seguito di immagini ricche di amore e felicità (ma di che parlano ‘sti psicologi??), e la risposta è arrivata immediatamente: sono il riflesso delle sue paure. In particolare, la paura di essere abbandonata perché non meritevole di amore.

La mia amica era già ben consapevole di questa sua paura sotterranea, infatti una volta emersa non c’è rimasta male più di tanto. Sa benissimo che quello è un suo punto debole ed è in grado sia di vedere i fenomeni mentali che derivano da questa sua paura sia di contrastarli non facendosi coinvolgere emotivamente da queste fantasie. Un’altra stranezza da psicologi!

Pensieri fuori luogo

In letteratura esistono diversi modi per definire quei pensieri che hanno un effetto particolarmente disturbante rispetto alle emozioni che proviamo e ai nostri comportamenti: pensieri irrazionali, pensieri disfunzionali, pensieri inadeguati… In questo caso mi è venuto spontaneo chiamarli “pensieri fuori luogo” perché, in effetti, in quel momento davvero non avevano nulla a che fare con le fantasie di amore e felicità della mia amica.

E anche la reazione che hanno immediatamente scatenato era fuori luogo: un’ombra di tristezza su un dipinto gioioso e luminoso. Fortuna che, essendo consapevole del processo, la mia collega non s’è lasciata “agganciare all’amo” da questi pensieri e la tristezza è stata solo una nuvola passeggera.

La fortuna è che lei è ben consapevole di questi fenomeni e di come gestirli. Ma la maggior parte delle persone non lo è e spesso se ne lascia coinvolgere. E non sto parlando soltanto di quei pensieri “fuori luogo” che sembrano completamente estranei alle fantasie del momento, lo stesso discorso vale per tutti quegli eventi della mente che, in un modo o nell’altro, hanno un effetto sul nostro umore e sul nostro modo di comportarci. Siano essi pensieri, immagini, fantasie, stimoli interni o esterni.

La mente scimmia

La nostra mente saltella di qua e di là, è un incessante flusso di parole, immagini, sensazioni che non si ferma mai. In alcune tradizioni buddhiste viene definita la “mente scimmia”, proprio perché si lancia senza sosta da un ramo all’altro, un’immagine che secondo me rende benissimo l’idea. Pertanto, è difficile riuscire a “fermare” la nostra scimmia interiore e guardarla bene in faccia.

Spesso non ci accorgiamo nemmeno di tutto questo girovagare della nostra mente, perché la maggior parte del tempo siamo troppo occupati a “vivere” la nostra vita e non ci riesce quasi mai di fermarci un attimo per osservare cosa accade dentro di noi. Di passare cioè dal ruolo di attore a quello di spettatore.

Cioè che succede, quindi, è che ci troviamo a “subire” quello che la nostra mente ci propone, senza nemmeno essere consapevoli di qual è stata la molla che ci ha fatto scattare una certa emozione o un qualunque altro tipo di reazione. Senza alcuna capacità di osservazione, restiamo in balìa di ciò che i nostri bisogni più profondi, i nostri abituali modi di fare e di vedere la realtà ci impongono automaticamente. A-criticamente.

Osservare i pensieri

Di per sé, osservare la propria mente al lavoro non è una cosa complicata. In realtà è davvero un’attività molto semplice, anche se alle prime può sembrare un compito arduo. Questo perché, come dicevo prima, non siamo abituati a farlo e non abbiamo alcune idea di come si fa.

Ci sono diversi modi per imparare l’arte dell’autosservazione, ciascuno con le sue metodologie e le sue finalità. In particolare, secondo me, risultano molto utili le tecniche proprie della mindfulness (o meditazione di consapevolezza) e della psicoterapia cognitiva. Entrambe ovviamente richiederebbero una trattazione molto ampia e particolareggiata, perciò qui mi limiterò a fare una brevissima sintesi di ognuna di queste “strategie” per imparare a osservare i propri pensieri.

  • Nella pratica della mindfulness, per osservare davvero i pensieri abbiamo bisogno di due componenti: la concentrazione e la consapevolezza. Semplificando, possiamo dire che la concentrazione serve a predisporci all’osservazione, mentre con la consapevolezza possiamo osservare i pensieri (le immagini, le fantasie, eccetera) per quello che realmente sono: eventi mentali con un inizio, uno sviluppo e una fine. Con la giusta dose di concentrazione e consapevolezza, diventa sempre più facile riuscire a vedere questi fenomeni e osservarli da una prospettiva diversa, così da riuscire a notare anche gli effetti che questi eventi mentali hanno sul nostro modo di emozionarci e di agire.
  • Con le tecniche di automonitoraggio e autosservazione proprie della psicoterapia cognitivo comportamentale, spesso può essere utile iniziare la propria osservazione a partire dalle emozioni che proviamo, per poi andare a ritroso e scoprire i pensieri che le hanno determinate. Ad esempio, quando ci sentiamo tristi, possiamo fermarci un attimo e cercare di andare con la mente a quali pensieri hanno preceduto questa emozione. Se lo facciamo ogni volta che sentiamo un’emozione negativa, poco alla volta impariamo ad essere maggiormente consapevoli dei pensieri che ci sono dietro, così da riconoscerli per tempo ed eventualmente affrontarli con le giuste tecniche. Così da non restare invischiati in reazioni emotive e comportamentali che possono farci del male.

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La punta dell’iceberg

Quella appena presentata è ovviamente una sintesi estrema di due strategie di autosservazione molto potenti che richiedono pratica, tempo, pazienza e costanza per essere applicate al meglio. In ogni caso non si tratta di un’impresa titanica, ed entrambi i percorsi possono essere intrapresi da chiunque; non è richiesto alcun prerequisito specifico, se non un’adeguata motivazione e un approccio equilibrato al fenomeno.

È anche vero, però, che i pensieri che possiamo più facilmente osservare sono spesso “superficiali” e non necessariamente rendono conto di tutto ciò che c’è in profondità. Inizialmente, quindi, saremo in grado di vedere solo la cosiddetta “punta dell’iceberg”. Per andare più in profondità è più utile rivolgersi a un esperto per imparare “come osservare” ciò che davvero ci passa per la testa.

Non è così semplice fare ciò che la mia amica ha fatto: partire da un’immagine e riconoscere i paesaggi del proprio mondo interiore. Ma la buona notizia è che se c’è riuscita lei, possono riuscirci tutti. Basta solo sapere cosa e dove guardare.

Gestire i pensieri

Osservare i pensieri è semplice ma allo stesso tempo difficile, ma solo perché la nostra mente scimmia non è addestrata a farlo. Gestire i pensieri, quello è un altro paio di maniche.

Con questo non voglio dire che non si possa fare, perché in realtà è più che possibile (anzi, direi che anche è consigliato farlo!) ma si tratta di un livello superiore che richiede certamente un’attenzione diversa e, spesso, l’aiuto di un professionista che possa guidarci alla scoperta del nostro mondo interiore.

Nel momento in cui ci fermiamo a osservare davvero, infatti, potremmo accorgerci di alcune cose che potrebbero anche farci provare emozioni particolarmente spiacevoli. Prendendo l’esempio della mia amica, arrivare a vedere chiaramente le nostre paure, come quella di essere soli e abbandonati a sé stessi, può essere un’esperienza disarmante e mortificante. Ma se si impara a farlo nel modo giusto, vedendo ciò che temiamo come una semplice manifestazione dei nostri bisogni, possiamo alla fine capire cosa possiamo realmente fare per soddisfarli, nella maniera migliore possibile e nel rispetto della propria natura.

Guardare in faccia le proprie paure non è per nulla facile. Soprattutto se abbiamo paura di ciò che possiamo trovare. Ma non è il guardare in faccia le proprie paure che fa più male, è ignorarle che ci fa davvero danno. Perché se non siamo consapevoli di ciò che ci accade, di ciò che proviamo, di ciò che facciamo, saremo sempre in balìa degli eventi.

Lasciandoci trascinare dalle onde non andremo mai dove vorremmo davvero andare. Solo imparando a governare la nave possiamo giungere alla serenità e al benessere. E imparare a osservarci è il primo passo verso la felicità.

 

Esercizio! Prova a osservarti, appena te la senti: appena noti un’emozione, fermati un attimo e porta la tua attenzione ai pensieri. Cosa hai pensato un istante prima di sentirti così? A quel pensiero ne sono seguiti altri? Cosa dicevano? Oppure non c’erano pensieri, ma solo immagini? Cosa hai visto?
Se ti va, fammi sapere come è andata lasciando un commento. Sono curioso di sapere cosa ti passa per la testa!

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