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L’attaccamento in età adulta e l’attaccamento di coppia

attaccamento

Nel primo articolo abbiamo visto come, secondo la teoria dell’attaccamento, nel corso dei primi anni di vita vengano costruiti dei primi modelli di relazione a partire da quella tra il bambino e chi se ne prende cura.

In questa seconda parte facciamo un salto all’età adulta, per vedere in che modo le basi poste durante l’infanzia si esprimono nel rapporto con l’altro, e in particolare nella coppia.

Dall’infanzia all’età adulta

Gli stili di attaccamento sviluppati nel corso dell’infanzia tendono a influenzare le modalità con le quali ciascuno di noi reagisce ai propri bisogni e cerca di soddisfarli all’interno della relazione con l’altro. Questo perché i primi modelli di relazione diventano una specie di “copione” che ci dice cosa fare quando abbiamo bisogno di supporto e di conforto, ma anche a chi rivolgerci.

In questo senso, gli stili di attaccamento possono avere una forte influenza sulle modalità di selezione del partner, su cosa ci aspettiamo da questi e su come ci comportiamo con l’altro quando sentiamo che i nostri bisogni (di sicurezza, di amore, di intimità, ecc.) vogliono essere soddisfatti.

Insomma: anche se ormai siamo grandicelli, quello che da piccoli abbiamo imparato su cosa aspettarci quando ci affidiamo (o meno) a qualcuno tende a lasciare una traccia, visibile anche in età adulta.

È anche vero però che non tutto resta uguale. Con il passare degli anni –per fortuna!– i comportamenti di attaccamento si evolvono con l’evolversi della persona. Difficilmente, infatti, vedremo un adulto attaccarsi alle gonne della mamma e piangere disperato.

La sostanza, comunque, resta: i modelli di relazione che abbiamo assimilato nei primi anni di vita non svaniscono nel nulla.

Le dimensioni dell’attaccamento

In particolare, nell’articolo precedente, si è parlato di come i nostri modelli relazionali prevedano due protagonisti principali: il sé e l’altro. Ovvero il nostro modo di intendere noi stessi (meritevoli o meno di supporto) e le persone a noi vicine (disponibili o meno a fornirci supporto).

Questi “ruoli interni” guidano il nostro modo di relazionarci con i nostri partner, e si manifestano secondo due dimensioni comportamentali che possono essere utilizzate per misurare l’attaccamento in età adulta: quella dell’ansia e quella dell’evitamento.

  • Ansia. Questa dimensione si correla a quanto una persona si preoccupa dell’essere abbandonata, respinta o non apprezzata dal partner. Si parla di individui sempre pronti a rimuginare sulle loro relazioni e sulle reali intenzioni della persona amata, specialmente quando non in prossimità del partner o di fronte a espressioni di indipendenza di quest’ultimo. Quando persone con alti livelli di ansia si sentono insicure dei sentimenti del loro partner o della relazione, tendono a diventare appiccicose e possessive, ma così facendo possono spingere il partner ad allontanarsi, rinforzando proprio le loro insicurezze.
  • Evitamento. Questa dimensione si correla invece a quanto una persona è a proprio agio con l’intimità emotiva in una relazione. Individui con alti livelli di evitamento tendono ad essere meno coinvolti nelle loro relazioni e cercano di rimanere psicologicamente ed emotivamente indipendenti dai loro partner. Questo perché temono di sentirsi vulnerabili e, allo stesso tempo, ritengono che il partner non potrà aiutarli quando ne avranno realmente bisogno: cercano così di sentirsi forti e sicuri facendo affidamento solo su loro stessi e sulla loro autonomia. Ed è così che solitamente rispondono di fronte a situazioni stressanti o conflittuali.

È importante sottolineare che non stiamo parlando di “categorie” (o ci sei o non ci sei), ma di “dimensioni”, il che sta a significare che può esserci una certa variabilità nel proprio essere “ansiosi” o “evitanti”. Potremmo considerarle più delle “tendenze” che delle reazioni rigide, e questo è molto importante perché significa che è qualcosa su cui ci si può lavorare.

L’attaccamento da adulti

In ogni caso, considerando le due dimensioni dell’ansia e dell’evitamento, possiamo notare una certa continuità con gli stili di attaccamento caratteristici dell’infanzia:

  • Stile sicuro. Coloro che hanno un’immagine sostanzialmente positiva di sé e dell’altro, ritenendo loro stessi amabili e gli altri come disponibili e degni di fiducia. Per tale motivo, manifestano bassi livelli di ansia e di evitamento nelle loro relazioni.
  • Stile distanziante. L’aspetto principale è un’immagine negativa dell’altro, considerato come generalmente non disponibile o supportante, il che porta l’individuo a puntare solo su sé stesso. I livelli di ansia nella relazione sono bassi, ma la dimensione dell’evitamento è molto consistente.
  • Stile preoccupato. In questo caso è l’immagine di sé che tende ad essere negativa, perennemente alla ricerca di conferme sulla propria amabilità. Qui i livelli di ansia relazionale sono decisamente alti, mentre la dimensione dell’evitamento è praticamente inesistente.
  • Stile timoroso. Caratteristico di chi presenta un’immagine negativa sia di sé stesso che dell’altro. Risultano particolarmente presenti sia la dimensione dell’ansia che quella dell’evitamento, oscillando perennemente tra la ricerca dell’altro e il timore nei confronti di quest’ultimo.

È importante sottolineare come questi “stili” non sono sempre attivi e non guidano ogni aspetto di una relazione. Rappresentano piuttosto delle tendenze a gestire in un certo modo lo stress nelle relazioni. Quando le cose vanno bene, specialmente nel periodo “luna di miele” all’inizio di un nuovo amore, questi stili non risultano così espliciti. È solo nei momenti di difficoltà che possono emergere in tutta la loro forza: allo stesso modo che nell’infanzia, infatti, questi schemi relazionali si attivano solo quando abbiamo un bisogno di sicurezza o di conforto da soddisfare.

Così, nel caso dello stile “preoccupato”, se il nostro partner si dimentica di chiamarci o non risponde subito a un nostro messaggio, potrebbero immediatamente attivarsi dei comportamenti di ricerca di rassicurazioni (ansia). Se l’altra persona presenta invece uno stile “distanziante”, di fronte a queste richieste potrebbe affiorare una tendenza a starsene alla larga (evitamento).

Questo esempio ci fa intravedere un altro aspetto fondamentale dell’attaccamento in età adulta: come si combinano tra di loro gli stili di attaccamento dei partner in una relazione. Fino ad ora abbiamo parlato di questi stili dal punto di vista dell’individuo, ma non dobbiamo dimenticare che i comportamenti di attaccamento in realtà si manifestano esclusivamente all’interno della relazione con l’altro.

Attaccamento di coppia

A differenza dell’attaccamento in età infantile, l’attaccamento in età adulta è caratterizzato dalla reciprocità: entrambi i partner possono trovarsi in una posizione di ricerca di rassicurazione e di sicurezza o nella posizione di dover supportare e sostenere l’altro.

In questo senso, diventa molto importante considerare l’attaccamento “di coppia”, ovvero le possibili combinazioni di stili di attaccamento tra i due partner:

  • Attaccamento di coppia sicuro/sicuro. Tutti e due i partner sono in grado di esprimere il bisogno di conforto e di accoglierlo in maniera adeguata. Si tratta della combinazione “migliore”, che idealmente dovrebbe coincidere con una buona qualità della relazione di coppia.
  • Attaccamento di coppia distanziante/distanziante. Entrambi i partner tendono a non mostrare le proprie vulnerabilità all’altro, che comunque tenderebbe a reagire mettendo un muro tra sé e il partner. La parola chiave, in questi rapporti, è “autonomia”.
  • Attaccamento di coppia preoccupato/preoccupato. La combinazione più “scoraggiante”, nel senso che entrambi i partner vivono nella costante sensazione di non poter essere soddisfatti nei propri bisogni di conforto, sentendosi continuamente deprivati della possibilità di essere supportati.
  • Attaccamento di coppia distanziante/preoccupato. Probabilmente l’accoppiamento più “drammatico” e conflittuale, con uno dei due che cerca costantemente rassicurazioni da parte dell’altro, che di suo reagisce allontanandosi ancora di più. È il tipico siparietto dove uno dei due insegue, mentre l’altro scappa.
  • Attaccamento di coppia sicuro/insicuro (preoccupato o distanziante). Questa combinazione può essere considerata in qualche modo “incerta”, ma è anche quella che forse più di tutte può portare in qualche modo a “correggere” le tendenze negative degli attaccamenti insicuri. Questo perché il partner sicuro potrebbe fornire un modello diverso e più bilanciato del come vivere una relazione, specialmente nei momenti di maggiore difficoltà.

Esaminando in particolare quest’ultima combinazione, emerge un altro aspetto importante: anche se il nostro stile di attaccamento ci accompagna fin da quando siamo piccoli, riecheggiando nelle relazioni che possiamo avere in età adulta, non è detto che questo non possa essere in qualche modo “corretto” da nuove e diverse relazioni.

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La scelta del partner

Come abbiamo visto nel primo articolo, lo stile di attaccamento che “impariamo” da bambini diventa una sorta di modello che ci guida nel come gestire i nostri bisogni di conforto e di sicurezza. Sviluppiamo, in questo senso, anche delle aspettative rispetto a chi siamo noi e a chi è l’altro. E queste aspettative sono attive anche nella fase di scelta del partner.

Questo significa che quando siamo alla ricerca di una persona con la quale instaurare una relazione, è possibile che le nostre scelte possano dipendere dalla nostra idea di come deve essere l’altro. In altre parole, cerchiamo qualcuno che possa confermare le nostre aspettative su come l’altro possa rispondere ai nostri bisogni.

In questo caso, il detto “chi si somiglia si piglia” non sembra applicabile! Infatti “ci pigliamo” chi può confermare i nostri modelli interni, non chi può smentirli. È il tipico esempio della combinazione distanziante/preoccupante, dove si finisce incastrati in relazioni in cui tendono a ripetersi le stesse sequenze che abbiamo vissuto durante l’infanzia, in cui i nostri bisogni non venivano accolti o non era il caso di esprimerli, e dall’altra parte qualcuno che non rispondeva in maniera adeguata alle nostre richieste di conforto e rassicurazione.

Altre volte, però, se si è fortunati, è possibile trovarsi in relazioni diverse, che in qualche modo mettono in discussione la nostra idea di come devono andare le cose nei rapporti di coppia. È il caso, ad esempio, dell’incontro tra un individuo sicuro e uno insicuro, in cui quest’ultimo può –forse per la prima volta– sperimentare un modo diverso di fidarsi e di affidarsi all’altro.

Vecchi modelli, nuove opportunità

Insomma, anche se tendenzialmente stabile, il nostro stile di attaccamento può essere “modificato”. Ciò che cambia, in questo senso, è il nostro modo di intendere noi e l’altro, ovvero la possibilità che i nostri bisogni possano essere adeguatamente accolti in quanto meritevoli del supporto e dell’affetto dell’altro.

Se è questo ciò che deve cambiare, non è detto che per farlo bisogna per forza troncare la relazione attuale a andare alla ricerca di un individuo “sicuro” per poterci liberare dal giogo delle nostre insicurezze.  Se il nostro partner non lo è, allora non resta che diventarlo noi.

Significa cioè imparare a essere consapevoli dei nostri modi di reagire, ma anche dei modi di reagire dell’altro. E poi essere consapevoli nel rispondere in maniera diversa quando ci sentiamo sopraffatti da qualcosa, o quando è il nostro partner a sentirsi sopraffatto.

Imparare a conoscere le proprie modalità di relazionarsi all’altro è il primo passo, per mettere poi in discussione i nostri modi di reagire e i meccanismi che ci tengono ancorati alla continua riconferma delle nostre idee su di noi e sugli altri. Idee vecchie, che in passato possono anche essere risultate utili, ma che adesso, in un diverso campo di gioco, non possono più applicarsi.

In amore, però, le cose si fanno in due. È importante che entrambi i partner si impegnino a cercare un nuovo equilibrio e a rispondere in nuovi modi quando arrivano i momenti difficili. Non è un lavoro facile, per questo spesso la cosa migliore da fare è rivolgersi a un professionista che possa aiutarvi in questo percorso.

In ogni caso, comincia a portare attenzione ai tuoi modi di reagire nella tua relazione. Chissà che già questo possa portarti a vedere le cose in maniera diversa. E magari spingerti a trovare nuove strade quando pensi di aver imboccato l’ennesimo vicolo cieco.

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Come mai alcune persone reagiscono sempre nello stesso modo in alcune situazioni? E come mai non riescono a smettere di farlo, anche quando le conseguenze sono sempre decisamente negative? Scopriamo insieme come cambiare le nostre reazioni emotive e come gestirle in maniera più consapevole.

reazioni emotive

Martina è una donna forte, con un lavoro importante e una vita piena e soddisfacente. È sposata da qualche anno con un uomo che la ama follemente. Eppure, negli ultimi tempi, sente che suo marito si sta allontanando sempre più da lei.

«Non ce la faccio più» le ha confessato, «non riesco più a sopportare le tue ripicche, le tue urla, le tue accuse». Martina sa di cosa sta parlando, comprende le sue motivazioni ed è molto dispiaciuta per il dolore che lui sta provando. Ma non sa come controllarsi.

Basta poco per innescare una reazione in Martina. Un’osservazione innocente come “forse la pasta manca un po’ di sale” è in grado di trasformare questa donna, solitamente ironica e gentile, in una furia assetata di sangue. Per farla breve: qualunque comunicazione che comprenda anche solo una piccola critica verso Martina finisce per innescare una sua violenta reazione, con urla, insulti, accuse, dispetti e piatti lanciati.

Di solito, dopo questo simpatico siparietto, finisce che suo marito, che da persona comprensiva qual è si è sorbito ogni cosa senza fiatare, alza i tacchi e si allontana, ferito ma anche risentito per il trattamento subito.

Scenari di guerra

A questo punto Martina, rimasta sola, inizia a sentirsi in colpa. E inizia a cercare del cibo. Biscotti, merendine, la pasta con poco sale rimasta nei piatti ormai freddi. Quando sente quel dolore, in automatico cerca conforto mangiando.

Non si tratta di un episodio isolato, ormai è una sequenza che entrambi conoscono a memoria. E che, purtroppo, li sta inevitabilmente allontanando. Nonostante l’amore che provano l’uno per l’altra.

Insomma, ogniqualvolta Martina riceve una critica è come se si accendesse un interruttore in lei. Allora comincia a urlare e a offendere, a volte alza pure le mani. Non solo, dopo l’arrabbiatura cerca conforto nel cibo.

Ma anche Maurizio, il marito, reagisce a modo suo a questa situazione: davanti all’aggressività della moglie tende a chiudersi, a farsi piccolo piccolo, e – appena può – se la dà a gambe. E questo fa arrabbiare ancora di più Martina.

Le conseguenze di queste loro reazioni sono ben chiare ad entrambi. Eppure, non riescono in alcun modo ad evitarle. È come se fosse più forte di loro: le loro sono reazioni automatiche che sembrano lontane da qualsiasi possibilità di controllo.

Meccanismi di innesco

Ma come mai alcune persone tendono a reagire sempre allo stesso modo in certe situazioni? Ma soprattutto, perché continuano a mettere in atto determinati comportamenti anche se alla fine portano sempre agli stessi risultati negativi?

Ciascuno di noi ha imparato, nel tempo, a rispondere ad alcuni stimoli con delle reazioni automatiche. Solitamente si tratta di stimoli che attivano in noi un qualche stato emotivo spiacevole: ansia, tristezza, rabbia. La reazione che ne consegue, quindi, è un tentativo di gestire le emozioni negative che si provano in determinate circostanze.

Non siamo quasi mai consapevoli del perché reagiamo proprio con quella modalità, eppure tendiamo a riproporla in maniera automatica ogniqualvolta ci troviamo di fronte a uno stimolo scatenante. Si tratta, per l’appunto, di automatismi appresi nel corso del tempo, soluzioni adottate in passato e che in qualche modo hanno “funzionato”. Si sono cioè rivelate efficaci nello smorzare o nell’eliminare la sofferenza di quella situazione.

Se poi la “soluzione” comporta altre conseguenze, a volte persino peggiori della sofferenza che mirano a estinguere, pazienza. Non è che i nostri meccanismi automatici di gestione vadano troppo per il sottile: stiamo parlando di reazioni che potremmo definire “istintive”, non di risposte ponderate dove si distinguono conseguenze a breve e a lungo termine.

Polveri da sparo

Ma al di là degli automatismi appresi, cioè delle reazioni che inconsapevolmente si scatenano di fronte ad alcune situazioni-stimolo, perché alcuni eventi hanno questo “potere” su di noi?

Ritorniamo a Martina: cosa significa per lei ricevere una critica? Perché se la prende così tanto? Nel suo caso, ogni volta che si trova di fronte a una comunicazione che sottintende un suo errore o un suo difetto, è come se si trovasse a rivivere alcune scene del suo passato. Ricorda molto bene suo padre, un uomo distante e severo, che non perdeva occasione per rimarcare ogni errore della figlia con aspre critiche.

Quando nell’aria c’è odore di critica, Martina rivive quel trauma. Sente di nuovo tutto quel dolore, quella sensazione di non essere all’altezza, di non essere abbastanza. Ovviamente di tutto questo lei non ne è consapevole. Riferisce soltanto di sentire un “fuoco dentro”, e ha imparato che l’unico modo per spegnerlo è difendersi. Ad ogni costo.

Per molto tempo l’è andata piuttosto bene. Reagire con decisione quando il suo valore veniva messo in discussione ha fatto sì che gli altri la vedessero come una donna molto forte e determinata, ma anche decisamente “permalosa”. Nessuno osava muovergli critiche, così Martina si sentiva al sicuro.

A un bivio

Eppure, adesso, questo suo modo di reagire di fronte al proprio dolore sta iniziando a costarle caro. Lei lo sa bene, ed è sinceramente dispiaciuta per la sofferenza che causa in Maurizio quando sbotta a quel modo.

Non vuole ferirlo, non vuole fargli del male. Eppure sente di non poter fare a meno di comportarsi così, di non essere in grado di reagire in maniera diversa. Altra ferita, altro dolore.

Capisce però che il suo matrimonio è ormai a un bivio: o fa qualcosa, o inevitabilmente la relazione imploderà. Non sa perché si comporta a quel modo, ma sa bene cos’è che la fa infuriare. Sa bene cos’è che innesca la miccia che la porterà poi ad esplodere.

Reagire o rispondere?

Il primo passo è comprendere quali sono le situazioni che ci fanno reagire in un certo modo. Che la reazione sia quella di raggomitolarsi in posizione fetale, di aggredire l’altro, di scolarsi una bottiglia o di svuotare il frigo non importa. Il fattore in comune di tutte queste reazioni è che, anche se apparentemente ci aiutano a gestire una qualche sofferenza, comportano conseguenze che, alla lunga, ci fanno pagare un prezzo altissimo.

Anche se automatiche, queste reazioni non sono inevitabili. Portando un po’ di attenzione a quel momento, possiamo decidere di rispondere in modi diversi, che siano più utili o salutari per noi e chi ci sta attorno. Insomma, dobbiamo riuscire a spezzare quei meccanismi automatici che ci fanno reagire con modalità disfunzionali.

Come? Creandone di nuovi! Stavolta, però, saremo noi a decidere come rispondere.

Riprogrammarsi

Iniziamo prendendo carta e penna. Sul foglio bianco creiamo tre colonne. Sulla prima scriviamo Stimolo, sulla seconda Reazione e sulla terza Nuova risposta.

Nella prima colonna scriveremo quali sono le situazioni (gli stimoli) che ci fanno reagire in un certo modo; questa reazione la scriveremo nella seconda colonna. Nella terza colonna, quella della Nuova risposta, scriviamo come vorremmo invece rispondere a quegli stimoli.

reazioni emotive

Martina ha compilato così la sua tabella (e già che c’era, ha aggiunto anche altre reazioni che vorrebbe modificare)

 

Ora viene la parte difficile: mettere in atto le nuove risposte quando si presentano gli stimoli. Nessuno può pretendere a sé stesso di non reagire più nel “vecchio modo” d’ora in avanti, ma ciò che puoi fare è, con pazienza e perseveranza, impegnarti a rispondere nel “nuovo modo”. C’è voluto molto tempo per imparare a reagire in un certo modo, molto tempo ci vorrà per “riprogrammarsi” a rispondere diversamente.

Non si cambia dall’oggi al domani, quindi non scoraggiarti se ogni tanto ricadi nelle vecchie abitudini. Piuttosto, sii felice quando riesci rispondere in maniera diversa. Premiati se vuoi, ma i benefici vedrai che non tarderanno ad arrivare.

Porta con te questo foglio, rileggilo, usalo come guida. Sperimenta, cambia risposta, aggiungine di nuove. Mettiti alla prova. E se hai bisogno, contattami.

Com’è andata a finire?

Martina può dire di esserci riuscita. Si è impegnata, ci ha messo tutta sé stessa. All’inizio ha avuto molte difficoltà, era difficile per lei ricordarsi di rispondere in maniera diversa. E quando le veniva in mente, non sempre è riuscita a mettere in atto i buoni propositi.

Ne ha parlato con Maurizio, che l’ha aiutata molto. Le ricordava del foglio, la incoraggiava e cercava di “prendersela di meno”. Martina si è sentita ancora più motivata. Poco alla volta, giorno dopo giorno, è riuscita a esprimere il proprio dolore e la propria rabbia in modi diversi in sempre più occasioni.

Ogni tanto si arrabbia ancora, ma non c’è paragone con prima. Gli episodi sono meno intensi e meno frequenti. Tra loro le cose vanno meglio, il pericolo di separarsi sembrerebbe scongiurato. Ora però tocca a lui, perché le cose si fanno in due.

reazioni emotive

Finalmente scegliere

Capire le cause dietro alcuni nostri comportamenti può aiutarci a fare luce sui motivi che sostengono alcune nostre reazioni. Può aiutarci anche a fare pace con noi stessi, a dare un senso a ciò che sembra non averne. Ma capire il perché non necessariamente si traduce in un cambiamento vero e proprio.

L’aspetto più importante, forse, è comprendere che non siamo destinati a reagire sempre allo stesso modo. Possiamo cambiare. Possiamo scegliere come rispondere. Una volta imparato questo, dopo aver tastato con mano le possibilità che un nuovo modo di rispondere può regalarci, diventa difficile tornare indietro.

Vivere è inevitabilmente essere costantemente sottoposti a stimoli, alcuni positivi e altri negativi. Ciò che non è inevitabile è come decidiamo di rispondere. È tutto nelle nostre mani.

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La ripetitività è nella nostra natura. Ogni singolo apprendimento, sia esso positivo o negativo, è frutto di ripetizioni. Ma così come abbiamo imparato a mettere in atto alcuni comportamenti, è possibile impararne di nuovi per non essere destinati a commettere sempre gli stessi errori.

ripetitività

Chi più, chi meno, ciascuno di noi tende a ripetere sempre gli stessi errori. Che sia la scelta di un partner o il modo di intervenire durante una discussione, nella nostra quotidianità è possibile osservare una certa tendenza a ripetere alcuni comportamenti. Quasi si trattasse di un copione già scritto, in cui non sembra esserci possibilità di uscire dal ruolo che, volenti o nolenti, ci siamo assegnati.

Ma perché continuiamo a ripetere gli stessi comportamenti? Sembra essere più forte di noi: quando ci troviamo in alcune situazioni è come se andassimo in automatico a riviverle come già fatto in passato. Con la conseguenza di mettere in scena sempre le stesse sequenze con l’inevitabile rimprovero del nostro regista interiore.

Già, perché non solo tendiamo a commettere gli stessi sbagli ogni volta che possiamo, in più, quando ce ne accorgiamo, completiamo la sequenza con una buona dose di autorimproveri. Che, spesso, hanno effetti anche peggiori dell’errore appena ripetuto.

Ma come mai siamo soggetti a queste dolorose ripetizioni? Cosa ci impedisce di spezzare l’incantesimo?

Esseri ripetitivi

Che ci piaccia o no, l’essere umano è un essere altamente ripetitivo. Semplicemente, funzioniamo così. Per quanto ci piaccia considerare noi stessi delle persone “senza schemi” e mai banali, la ripetitività fa comunque parte di noi.

Pensiamo anche solo alle piccole routine che ciascuno di noi ha nella vita quotidiana. Ad esempio, ciascuno di noi (me compreso) può facilmente identificare la successione di diversi comportamenti che vengono messi in atto al risveglio. Caffè, colazione, bagno, doccia, eccetera: ad ognuno la sua combinazione, ma la costante è che mettiamo in atto questa routine in maniera sistematica ogni mattina (forse, per alcuni, con l’eccezione del weekend!).

Chiaro, c’è chi è più attaccato a questi piccoli o grandi rituali e chi lo è in misura minore, ma in sostanza siamo tutti portati automaticamente a ripetere alcuni gesti. A dirla tutta, più che di “attaccamento” a queste ripetitività, in realtà sarebbe il caso di parlare di “rigidità”. Come vedremo, infatti, spesso il problema non è nelle routine, ma nella nostra difficoltà a farne a meno.

Ripetuta…mente

Quella della routine mattutina può sembrare un’osservazione banale e poco significativa, ma è comunque un piccolo indizio di come in realtà funziona il nostro cervello.

I diversi circuiti cerebrali, ovvero le reti di neuroni (le cellule del nostro cervello), ad esempio, si sviluppano per ripetitività. Quando una certa combinazione di cellule si attiva più volte, il circuito di rinforza e si stabilizza; al contrario, se non c’è un’attivazione costante, pian piano questa struttura perde di forza fino a estinguersi.

In parole povere, quando ripetiamo un comportamento, le strutture del cervello dedicate a quella funzione diventeranno più solide e si attiveranno più facilmente. Viceversa, se non compiamo più una certa azione, quindi non sollecitando più quel particolare circuito, col tempo questo si indebolirà e scomparirà della “mappa” del nostro cervello.

Un’analogia che mi piace molto è quella con i vecchi dischi in vinile. Ripetere un’azione è come scavare un solco nel disco. Se la puntina del giradischi va a finire in quel solco, quella sarà la musica che verrà suonata. Più è profondo il solco, più è difficile uscirne.

Ripetizione = apprendimento

Detta così può sembrare una cosa negativa, ma in realtà è grazie a questi meccanismi legati alla ripetitività che impariamo a fare ciò che sappiamo fare. Pensiamo, ad esempio, ai noiosissimi esercizi di pianoforte nei quali ripetiamo sempre la stessa scala musicale. Cosa succede se ci applichiamo ogni giorno, costantemente, a questi esercizi?

Arriverà il giorno, quando si saranno sviluppati e rinforzati i circuiti cerebrali legati al movimento delle mani, all’anticipazione della nota seguente e molti altri ancora, che eseguiremo quella stessa scala con grande sicurezza e precisione, senza nemmeno doverci concentrare sui movimenti da fare o sui tasti da suonare.

Quindi, ripetere serve ad imparare una cosa fino a quando il cervello non ce la farà svolgere in automatico… ovvero, senza che ci pensiamo.

Ansia a ripetizione

Quando parliamo di ansia non parliamo soltanto di un’emozione, ma anche di specifici pattern di comportamento dal carattere ripetitivo. Già, perché le sequenze che si possono osservare nei disturbi d’ansia sono decisamente il frutto di apprendimenti causati dalla ripetizione incessante di determinate azioni.

Anche senza considerare l’estrema ripetizione sistematica di alcuni gesti per ridurre l’ansia – come nel caso delle classiche “compulsioni” – possiamo comunque notare che c’è una certa ripetitività nelle azioni compiute da una persona che soffre d’ansia. Cosa fa una persona che teme un attacco di panico? Risponde alla propria paura con un comportamento, che solitamente ha a che fare con la fuga da una certa situazione o l’evitamento della stessa.

Questo perché, a causa delle ripetizioni di questo comportamento, la risposta tipica di fronte a un evento ansiogeno si è strutturata in maniera rigida. La persona ansiosa non ha nemmeno bisogno di pensare a “cosa” fare, quando si trova in quella specifica situazione, risponde automaticamente in base a ciò che nel tempo ha appreso: “se faccio così, l’ansia va via”.

Il problema, ovviamente, è che la fuga o l’evitamento di queste situazioni ha poi degli effetti molto importanti sulla vita di chi li mette in atto. Evitare sistematicamente di uscire di casa, perché, ad esempio, si ha paura di sentirsi male o di perdere il controllo, significa ridurre la propria vita sociale o lavorativa. Significa, in sostanza, che per evitare qualcosa di spiacevole e tremendamente spaventoso, si va incontro a conseguenze altrettanto dolorose ma sicuramente più “reali”.

Tutto questo perché si agisce in maniera automatica, lasciando che il nostro cervello selezioni in maniera ripetitiva sempre la stessa risposta.

Coazione a ripetere

Se è vero che piccole e innocenti routine mattutine sono caratterizzate da ripetitività, e se è vero che tendiamo a rispondere a singoli eventi o situazioni in modo stereotipato, è possibile sostenere che addirittura grosse “fette” della nostra vita siano il frutto di sequenze che tendono a ripetersi?

C’è chi, ad esempio, finisce per ritrovarsi sempre con la stessa tipologia di partner. Non è anche questa una specie di ripetizione? Magari all’inizio è più difficile notare i segnali che ci indicano che stiamo ripercorrendo, ancora una volta, sempre la stessa strada. Anche perché non sempre ci sono! È molto più probabile che sia l’interazione continua tra i due partner a caratterizzare una relazione che si rivelerà “uguale” a quelle già vissute.

Questo perché ciascuno dei due tenderà a “mettere” nella coppia le proprie ripetitività, col risultato che, col tempo, le dinamiche di coppia si organizzeranno in modo da adattarsi alle personali routine dei partner.

ripetitività

Cose già viste

Prendiamo un individuo molto “accudente”, al punto che la sua ultima relazione è finita perché la partner si è sentita “stretta” dalle sue continue attenzioni (vissute come “apprensioni”). Ipotizzando una buona capacità di analisi, il nostro amico potrebbe rendersi conto che i suoi comportamenti potrebbero essere stati la causa della rottura della relazione. Così, si ripromette di non farlo più. All’occasione successiva, infatti, è probabile che partirà in maniera più “soft”, evitando di riproporre le stesse “attenzioni soffocanti”.

All’inizio le cose potrebbero andare bene, non senza fatica dal trattenersi dalla propria “indole”. Arriverà però il giorno in cui inevitabilmente si “rilasserà”, abbasserà la guardia e gli automatismi prenderanno il sopravvento. In pratica, tenderà a rimettere in atto quegli stessi comportamenti “accudenti” che hanno segnato la relazione precedente.

Intendiamoci: a parte il fatto che si tratta di una semplificazione e che il secondo partner potrebbe anche “incastrarsi” bene in questa dinamica, il senso qui è che, nel piccolo e nel grande, la nostra tendenza è quella di essere ripetitivi.

Buone ripetizioni

Ma l’essere ripetitivi è un problema solo quando, nella migliore delle ipotesi, continuiamo a mettere in atto gli stessi comportamenti senza in realtà trarne alcun vantaggio. Nei casi peggiori, finiamo addirittura per complicarci la vita.

Ovviamente, rispetto al “semplice” apprendimento di una singola azione, l’analisi di copioni narrativi così ampi come, ad esempio, il modo in cui viviamo le nostre relazioni, risulta molto più complessa. Ma, nella sostanza, si tratta sempre di pattern ripetitivi.

Solo che, al di là dei circuiti cerebrali, che comunque sono la “base” del nostro funzionamento, spesso entrano in atto altri aspetti, molto più profondi e non immediatamente accessibili alla nostra coscienza, che hanno a che fare con i nostri bisogni, i nostri modi di stare con l’altro, l’immagine che abbiamo della nostra persona, di chi ci è vicino e del mondo in cui viviamo.

Nel concreto, però, la costante è sempre quella: nel bene o nel male, tendiamo a ripeterci. A prima vista potrebbe sembrare quasi una condanna, ma in realtà non è così. Le nostre routine, le nostre ripetizioni, i nostri comportamenti sono tutti frutto di ciò che abbiamo appreso. E quel che è stato appreso, è possibile disimpararlo.

Non è facile, ci vuole sicuramente tempo e pazienza, ma si può imparare nuovi modi di fare e di essere, per uscire dal circolo vizioso della ripetitività. Che sia un modo diverso di organizzarsi il mattino, una modalità differente di affrontare ciò che temiamo o la messa in atto di nuovi comportamenti all’interno di una relazione, c’è sempre la possibilità di conoscersi e di reinventarsi.

Del resto, come si suol dire, nella vita non si finisce mai di imparare.

 

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Ci sono giorni dove tutto è tenebra, mentre altri sembrano fatti di pura luce. Ciò che è diverso, in realtà, è la prospettiva dalla quale li osserviamo, il modo in cui guardiamo a noi stessi e alle cose. A volta basta una piccola deviazione dal percorso e il coraggio di voltare pagina per accorgersene. Per scoprire che in fondo non esistono due giorni uguali. Perché ogni cosa cambia, persino noi stessi.

rinascita

Ieri

Fuori è ancora buio. L’unica luce è lo schermo della sveglia, che segna le 4 e 29. Non ricordo di essermi addormentata, né ricordo quando può essere successo. Sicuramente era passata la mezzanotte, anche se ero a letto da molto prima.

È presto, troppo presto. Ma so già che non potrò più chiudere gli occhi, almeno per un po’. Sono settimane che va avanti così: una manciata di ore a notte prima di un’altra giornata a lavoro, desiderando nient’altro che un po’ di pace. Un po’ di silenzio, un meritato e lungo riposo.

Lui sta dormendo dall’altra parte del letto. Sembra avere un sorriso stampato in faccia anche quando dorme. Mi chiedo come faccia, cosa trovi di bello da sorridere. Per quel che mi riguarda, è molto che non rido.

L’altro giorno è venuta a trovarmi mia sorella assieme al mio nipotino. Quanto vorrei essere come lui: spensierato, entusiasta, leggero. Io di leggero ho solo il sonno. Mi viene spesso in mente cosa mi disse mia sorella quel giorno: «Vale, tesoro mio, non ce la faccio a vederti così. Cos’hai? Cosa ti è successo? Cosa c’è che non va?». Secondo lei ho tutto per essere felice, e nessun motivo per non esserlo.

Già, sulla carta sono d’accordo con lei. Ma quel senso di apatia, quella mancanza di energie anche solo per forzare un sorriso, non è un qualcosa che scelgo di avere. È così e basta. Quando poi mio nipote mi ha chiesto di giocare con lui sono riuscita appena ad annuire. Mi sono seduta sul pavimento assieme a lui, ma in realtà l’ho lasciato giocare da solo, mentre io guardavo quei pupazzetti che aveva in mano e mi sentivo esattamente come loro: fredda e inanimata.

Sono stanca, molto stanca. Non me la sento di andare a lavoro oggi. Ad essere onesti non mi va nemmeno di farmi una doccia, di mangiare, di vestirmi, di sistemare il letto. In realtà non ho voglia nemmeno di stare a letto, ma sempre meglio del pensiero di alzarmi.

Gli dirò che non mi sento bene, che resterò nel letto per riposare. Già lo vedo, con l’espressione di chi non ci crede neanche un po’. Ma che senso ha dirgli che ultimamente non riesco a fare altro che restare sotto le coperte, in posizione fetale, circondata da fazzoletti di carta per cercare di arginare le lacrime in piena? Un fiume che scende dai miei occhi gonfi ma senza provocare alcun lamento, quasi il riflesso di un corpo che soffre.

Non so nemmeno perché piango così tanto. Prima che si aprano i rubinetti sento solo un senso di oppressione al petto, che sembra così passare. Almeno per un po’.

Mi faccio schifo così. Sono sempre stata una donna attiva e solare, almeno così mi dicevano gli altri. Adesso sembro l’ombra di me stessa. L’inutile proiezione del mio corpo esposto alla luce. Basterebbe così poco per eliminare ogni dolore, ogni sensazione di inutilità. Basterebbe spegnere la luce.

Per il momento c’è solo quella della sveglia.

Oggi

Cerco dentro di me la forza per sollevarmi dal mio giaciglio, appoggiare i piedi a terra e sedermi sul bordo del letto. Non ho dormito molto, ma anche se l’avessi fatto per otto ore di fila comunque non mi sentirei riposata.

Mi sono svegliata qualche minuto prima della sveglia, ma non importa più di tanto. Ciò che conta è quel magone che anche oggi ho ritrovato poco dopo aver aperto gli occhi. E il silenzio di questa stanza, senza più il suo lieve russare. Senza più lui.

In queste ultime settimane ho capito una cosa importante. Sono io stessa a nutrire il mio dolore. Anzi, la mia depressione. Già, ho questa malattia. Me l’ha spiegato una persona importante, che mi ha aiutato a dare un nome a ciò che prima era innominabile.

È come se ogni mattina, mentre io restavo a digiuno, servivo una ricca colazione all’ombra di me stessa. Ogni volta che restavo nel letto, con gli occhi lividi a fissare il soffitto, era come servire cornetto e cappuccino alla parte di me che mi trascinava a fondo.

A proposito, mi sta venendo fame. Chi nutro oggi, me stessa o la mia ombra? È molto facile cedere alla tentazione di alzare bandiera bianca, ma ormai so bene quali sarebbero le conseguenze. Se non mi alzo dal letto, so che ci resterò tutto il giorno. E questo non posso permetterlo. So che posso alzarmi dal letto, anche se non mi sento di farlo. Basta appoggiare un piede a terra. Ecco, così.

Che fatica, però. Se penso alla giornata che mi attende quasi quasi mi rimetto giù. Ma non erano questi i patti con me stessa. Ok, prendo la mia agendina sul comodino. So bene cosa fare nei prossimi minuti, ma rileggerlo mi aiuta. Mi aiuta a ricordare che dopo “questo” c’è “quello”, ma soprattutto che a “quello” ci posso arrivare.

Sciaquarsi il viso. Bere un bicchiere d’acqua. Mettere su il caffè. Preparare la colazione (“anche se non ho fame”, ho aggiunto). Doccia. Vestirsi. Truccarsi. Uscire.

Mi è sempre piaciuto mangiare cucinare. Così abbiamo deciso che mi darò la “spinta” così. Nell’agendina c’è una piccola tabella in cui segno come è stato cucinare quel dato giorno. Cioè, quanta soddisfazione ho provato. Quando ho iniziato non pensavo nemmeno alla possibilità di poter provare un briciolo di piacere nel fare qualsiasi cosa, persino quelle che prima mi regalavano un’immensa gioia. Quei numerini che ogni giorno segno in agenda mi dimostrano il contrario. Poco alla volta, ho riscoperto quanto mi piace cucinare. Quanto bene mi fa sentire. Cucinare per me, non per l’ombra.

Dopo aver preparato la colazione di solito mi sento meglio. Giusto un po’, quel tanto che basta per avviare la giornata. Non è facile, non lo è per niente. Ma ho scoperto che alla fine basta poco, e quel poco so di poterlo fare.

Oggi pancakes. Con la Nutella. Alla faccia dell’ombra.

Domani

Uccellini. Strano, prima nemmeno li sentivo. Immagino siano sempre stati lì, ma forse non c’ho mai fatto caso. Anche se è inverno, anche se il sole sembra giocare a nascondino con le nuvole, loro cantano a prescindere.

«Buongiorno», mi dico. Un piccolo sorriso, solo per me. Mi alzo, senza fretta, sbadigliando pigramente. È abbastanza presto, ma c’è un po’ di luce. Vado in soggiorno, ma prima apro l’armadio per prendere il mio cuscino. Lo sistemo sul tappeto e mi ci siedo sopra, le gambe incrociate. Qualche momento per guardarmi attorno e sistemarmi comodamente. Un paio di bei respiri e lascio andare. Semplicemente, siedo con me stessa.

Fuori c’è silenzio, a parte lo sferragliare del camion per la raccolta dei rifiuti, mio fedele compagno di meditazione. Non mi disturba affatto. Anzi, mi aiuta a ricordare che lo scopo non è chiudersi in se stessi, ma aprirsi a ciò che c’è, così com’è.

Porto la mia attenzione al respiro. Sento l’aria che entra dalle narici, la immagino raggiungere ogni cellula del mio corpo, nutrendola di vita. L’aria esce, il corpo si rilassa. Il respiro è già finito, ma ecco che ne arriva un altro. È così che vanno le cose: tutto ha un inizio e una fine. Anche il dolore. Ho scoperto che anche quello, prima o poi, è destinato a sparire.

rinascita

Nei mesi scorsi ho passato molto tempo a osservarmi. E ho scoperto che quella tristezza, quella sofferenza che offuscava ogni momento della mia giornata non era altro che un artificio. Anche se il dolore era più che reale. Ma ero io a tenerlo in vita. Perché non ero abbastanza, perché non avevo ottenuto niente dalla vita, perché non era giusto che gli altri fossero felici e io no. Almeno così credevo.

Ho scoperto che la tristezza c’è, e che è giusto che ci sia. Perché nella vita ce ne sono molte di cose che possono rendere infelici. Ma l’indugiare nel dolore, il darsi addosso per partito preso, non fanno altro che alimentare quella tristezza. Mi sembrava che non ci fosse speranza per me, né oggi né domani, ma era l’ombra di me stessa a parlare, l’ombra lunga della mia depressione.

Poi un giorno ho deciso di fare un piccolo passo. E poi ne ho fatto un altro. E da allora ne ho fatta di strada. Ogni tanto mi sono fermata, esitando, ma anche quei momenti mi sono serviti per capire meglio la mia malattia.

Ogni tanto mi ritornano in mente alcune delle frasi che mi martellavano in testa, anche se all’epoca non riuscivo nemmeno a vederle. Anche oggi, nella pace e nel silenzio, mentre siedo assieme a me, ogni tanto riaffiorano. “Sei una stupida. Non vali niente. Nessuno può amarti. Che campi a fare?”.

Le noto, le osservo, le riconosco. Un altro respiro. Puff, non ci sono più. Anche loro, come il respiro, sono destinate a sparire.

Ancora qualche minuto, ho voglia di sentire ancora il mio corpo che respira. Oggi mi aspetta una dura giornata, ma non più del solito. E poi anche questa finirà. E poi stasera c’è Paolo.

Sento lo stomaco che borbotta. Cos’è questa sensazione? Fame?

Fortuna che ieri ho preparato in anticipo i muffin per la colazione.

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La fine di una storia d’amore può essere un evento molto doloroso, al punto da sentirci completamente sopraffatti e senza speranze di riprovare felicità. Scopriamo insieme alcuni consigli che possono aiutarci a superare questo periodo di intensa sofferenza.

relazione

Notti passate a rigirarsi nel letto, gli occhi gonfi di lacrime. Non mangi più, e quel poco che mangi non ha più sapore, non dà più piacere. Nessun sorriso, nemmeno un accenno, e pensi che non potrai farlo mai più. Ogni cosa ti ricorda quella persona che prima c’era, ma che adesso non c’è più. Senti solo un vuoto enorme, spaventoso e incolmabile, fatto di domande, rimpianti, paure.

Quando una relazione va in pezzi, tutto il resto crolla. I sogni, le speranze, perfino la normale quotidianità: ogni cosa è in frantumi. Tutto è messo in discussione: il tuo senso di sicurezza, la tua autostima, la tua sessualità, le relazioni con gli altri, il tuo ruolo nel mondo. Ci si sente confusi, isolati, impauriti per un futuro così diverso da come era stato immaginato.

“Come sarà la mia vita adesso? Cosa ne sarà di me? Ne uscirò mai? Come faccio a ricominciare?”. Mille dubbi e mille domande, ma nessuna certezza a parte il dolore per un amore che non è più.

Cosa fare quando finisce una relazione? Come fare a riprendere in mano la propria vita e superare tutto questo?

Elaborare il lutto

La fine di una storia d’amore rappresenta un vero e proprio lutto. È la perdita di una persona per noi importante e che adesso non fa più parte della nostra vita, anche se è ancora viva. Ma il lutto non è solo per la perdita di quella persona: è anche la perdita di uno stile di vita, di un supporto costante a livello emotivo, sociale, a volte anche economico. E poi c’è la perdita di speranze, sogni e piani per un futuro che adesso appare quantomai incerto e spaventoso.

Le emozioni associate a queste perdite fanno paura. Sono così intense che sembra di non poterle sopportare in alcun modo, e soprattutto sembra non possano avere mai fine. Anche volendo, non si possono mettere da parte. Certo, si può fare finta di star bene, di avere la scorza dura, ma dentro quelle emozioni restano e urlano forte. La cosa migliore è lasciarle fluire, per quanto doloroso possa essere. Lasciare cioè che il lutto faccia il suo corso.

Più facile a dirsi che a farsi, ma c’è qualcosa che possiamo fare per favorire questo processo:

  • Non soffocare le tue emozioni. Non parliamo solo di tristezza, ma anche di rabbia, risentimento, paura, confusione: è importante riconoscere cosa stiamo provando e non negare ciò che sentiamo. Ignorare queste e altre emozioni non ha altro effetto che prolungare il processo di elaborazione, e quindi prolungare la loro permanenza. Ricorda che queste emozioni non saranno per sempre: col tempo, le proverai sempre meno e diventeranno meno intense.
  • Esprimi ciò che provi. Parlare agli altri delle proprie emozioni può essere difficile a prescindere, ma in una situazione di perdita può davvero fare la differenza. Condividere il tuo dolore con chi ti vuole bene alleggerirà il tuo fardello ti farà sentire meno solo. Un’altra possibilità è mettere per iscritto cosa provi, ma attenzione a non rileggere di continuo quanto messo su carta: c’è il rischio di farsi risucchiare di nuovo nel vortice. Meglio un buon amico.
  • Non sconvolgere la tua vita. Quando si sente di aver perso tutto, la tentazione di cambiare città, lavoro, amicizie o altro è molto forte. Come se cambiando aria cambiasse anche quello che si prova. Ma il dolore c’è, forte e sconvolgente, al punto da non farti ragionare con lucidità: evita quindi di fare grossi cambiamenti nella tua vita, prenditi il tempo per capire cosa è meglio per te e il tuo futuro.
  • Ricorda che l’obiettivo è star meglio. Riconoscere ed esprimere ciò che provi va bene, ma non lasciarti trascinare da emozioni distruttive come rabbia, risentimento e colpa: non faranno altro che trattenerti nella valle di lacrime. Non rimuginare troppo su quanto è successo e non cedere all’impulso di volerlo analizzare in ogni piccolo particolare, soprattutto all’inizio. Concentrati piuttosto su cosa puoi fare per stare meglio.

Prendersi cura di sé

Bisognerebbe sempre prendersi cura di sé stessi, visto che, a prescindere dalle relazioni con gli altri, quella con noi stessi è l’unica che sicuramente durerà tutta la vita. Ma è proprio quando dobbiamo affrontare grandi cambiamenti, e più che mai ci sentiamo vulnerabili e spaventati, che abbiamo bisogno di prenderci cura di noi stessi per poter, pian piano, ricominciare a vivere.

Nel concreto, ci sono diverse cose che si possono fare per aiutarsi attivamente a ricominciare dopo la fine di un amore:

  • Concediti un periodo di pausa. Da quando è finita ti senti devastato, senza forze e non riesci nemmeno a concentrarti su compiti banali. Non darti addosso e non disperarti se ti senti così. È normale, e passerà, ma per il momento non ha senso cercare di fare tutto come prima. Concediti il permesso di non essere al massimo, almeno per il momento.
  • Prenditi del tempo per quello che ti piace e ti fa stare bene. Invece che controllare compulsivamente il profilo Facebook dell’ex, decidi di fare qualcosa che sia davvero utile per te stesso: esci con gli amici, fatti una passeggiata, prenditi un gelato. Cose semplici, ma che ti aiuteranno a riprovare piccoli attimi di felicità che sembravi aver dimenticato. Programma la tua giornata concedendoti del tempo per ciò che ti piace fare e ti dà soddisfazione, e vedi cosa succede.
  • Cura il corpo e la mente. C’è chi si butta sul cibo, chi sull’alcol o sulle droghe: qualunque cosa pur di soffocare il dolore, anche a rischio di sostituire un problema con un altro. Ma non è questo di cui hai bisogno adesso. Hai bisogno di ritornare in forze e di riprenderti la tua vita, e per farlo è importante che tu ti senta bene con te stesso. Tieniti in forma con lo sport o l’attività fisica e cura la tua alimentazione, fai meditazione o esercizi di rilassamento. Qualunque cosa sia, l’importante è trattare bene il tuo corpo così come la tua mente: non c’è ricetta migliore.
  • Non isolarti. Come abbiamo visto prima, le persone che ci vogliono bene, come gli amici o i familiari, possono darci una grande mano per risollevarci. Non dar retta alla vocina che ti ripete che “hai bisogno di stare da solo” (e poi ormai sai bene che non tutto quello che ti passa per la testa è vero), prendersi cura di sé significa anche mantenere una ricca vita sociale. All’inizio potremmo dover lottare un po’ contro l’impulso a sotterrarci sotto le coperte, ma se vogliamo realmente stare bene abbiamo bisogno anche di stare con chi ci vuole bene.

relazione

Respirare, finalmente

All’inizio potrai sentire solo un grande vuoto e il dolore che lo delimita, ma questo non vuol dire che sarà sempre così. Arriverà il giorno in cui starai bene. È semplicemente così, perché ogni cosa ha un inizio e una fine: così come è finita la tua relazione, finirà anche la sofferenza.

Così, giorno dopo giorno, il dolore si placherà, lui o lei smetteranno di tormentare il tuo cuore e la tua vita si riempirà nuovamente di cose belle, nonostante le difficoltà che inevitabilmente incontrerai lungo il cammino.

E forse scoprirai che i tuoi sogni in realtà non si sono mai infranti, ma che semplicemente hanno cambiato forma, mantenendo però lo stesso protagonista di sempre: tu.

È nei momenti di maggiore crisi che possiamo riscoprire quanta forza abbiamo dentro, anche se all’inizio ci sembra impossibile, visto quanto ci sentiamo fragili e inermi. Non abbiamo mai voluto che la nostra relazione finisse, ma così è andata, e non possiamo farci molto. È un’altra dura lezione alla quale può sottoporci la vita, un insegnamento dal quale imparare il più possibile, senza paura. Per capire cos’è che non è andato e cosa fare affinché la prossima volta (perché c’è sempre una “prossima volta”) le cose vadano meglio, Un’opportunità per crescere e migliorarci, anche se non l’avevamo mai richiesta.

Ma all’inizio, quando attorno c’è solo buio, tutto ciò che possiamo fare è prenderci tempo per guarire e ritrovare un po’ di luce, prendendoci cura di noi stessi con pazienza e amore.

Se senti di non farcela, se pensi di aver bisogno di aiuto, io ci sono.

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Dai nostri pensieri dipende ciò che proviamo e ciò che facciamo. È possibile conoscere le ragioni per le quali alcune situazioni ci fanno pensare male e, dunque, ci fanno stare male? E cosa c’è dietro questi pensieri?

pensieri

Molte persone vivono le proprie emozioni o mettono in atto dei comportamenti senza essere consapevoli del perché siano presenti. Gli stati emotivi possono così essere vissuti come misteriosi, improvvisi, inspiegabili. Il che, in molti casi, tende a renderli anche peggiori di quello che già sono. Quando una persona prova una forte ansia all’improvviso, oltre al dover fare i conti con la spiacevolezza di quell’emozione, si trova infatti a fronteggiare un evento emotivo che sembra sbucato dal nulla, e questo aumenta la sensazione di paura e di incertezza.

Anche alcune delle azioni che compiamo vengono spesso agite in maniera pressocché automatica. Pensiamo all’accendersi una sigaretta: cosa c’è dietro? Perché lo facciamo? Spesso non ne siamo per nulla consapevoli, al massimo ci limitiamo a dire che stiamo rispondendo a una “sensazione” interna.

Nei disturbi d’ansia è molto frequente il ricorso ai meccanismi dell’evitamento e della fuga: se c’è qualcosa che temo, la evito; se ci sono già in mezzo, fuggo. Perché lo facciamo? Se ci riflettiamo su, scopriamo molto facilmente che mettiamo in atto questi comportamenti semplicemente perché temiamo quello che potrebbe accadere se affrontassimo la situazione. Quello che temiamo, quindi, ha un ruolo fondamentale nel dettare questo genere di azioni. Di conseguenza, ciò che facciamo (e ciò che proviamo) dipende dal modo in cui valutiamo la situazione come più o meno pericolosa o neutra.

Cogito ergo patior

Detto in parole povere: ciò che pensiamo in una data circostanza è direttamente responsabile di come ci sentiamo e di quello che facciamo.  Con il termine “pensiero” si intende, in questo caso, tutto ciò che ci passa per la testa in merito alla valutazione di una situazione. Da questa lettura dipende in larga parte ciò che proveremo in quella circostanza e come potremmo (re)agire in quel contesto.

Quando si è felici, perché si è felici? Proviamo felicità quando constatiamo che è accaduto qualcosa di bello per noi. E anche i comportamenti che potremmo agire rifletteranno questa valutazione. Potrebbe essere lo stesso anche per emozioni che giudichiamo negative, come l’ansia, la tristezza, la rabbia?

Certo che sì. Inevitabilmente, il modo in cui vediamo e giudichiamo la realtà e cosa ci accade conduce a sperimentare delle reazioni emotive congruenti. Semplificando: se ci sentiamo in ansia, è perché valutiamo che c’è qualcosa che ci mette in allarme; se ci sentiamo tristi, è perché valutiamo in maniera estremamente negativa la situazione nella quale ci troviamo.

Pensieri in superficie

Il modo in cui valutiamo le situazioni è in buona parte “inconsapevole”, quindi non è un qualcosa che si fa di proposito. Si tratta dunque di un meccanismo prevalentemente automatico, con i contenuti della valutazione che rifletteranno alcune delle nostre credenze su chi siamo, su chi sono gli altri e sul mondo che ci circonda. Non è facile riuscire a cogliere l’essenza alla base dei nostri modi di valutare la nostra realtà interna ed esterna, ma alcuni pensieri più superficiali (e quindi più facili da osservare) possono darci indizi importanti sul perché pensiamo in determinati modi.

Spesso basta un minimo di sforzo e di attenzione per cogliere quelle brevi frasi (o immagini, il pensiero può anche esprimersi sotto forma di rappresentazioni visive) che ci passano per la testa un momento prima di sperimentare una determinata emozione. Alcune persone hanno più facilità nel riuscire a cogliere questi pensieri automatici, altre hanno bisogno di maggiore allenamento per poter “fotografare” le rapidissime impressioni che determinano le reazioni emotive, ma in ogni caso è possibile riuscire ad afferrare questi veloci indizi.

Dai pensieri superficiali, poi, è possibile andare via via a ritroso fino a giungere a quelle che vengono definite “credenze di base”, cioè quelle concettualizzazioni su noi stessi, sugli altri e sul mondo che ci portiamo dietro da tutta una vita (ad esempio, “sono un perdente, non valgo niente, sono sbagliato”), e che per tutta la vita hanno avuto un certo grado influenza sul nostro modo di pensare, di sentire e di agire.

Grattando la superficie

Scendendo più in basso, al di sotto della superficie dei pensieri automatici, troviamo inoltre un altro livello, quello delle “credenze intermedie”. Si tratta grossomodo di una serie di assunzioni, regole e atteggiamenti più o meno esplicite che derivano direttamente dalle credenze di base e che dettano la “linea editoriale” dei pensieri più superficiali. Che a loro volta determinano ciò che proviamo e come agiamo.

Le credenze intermedie, semplificando, possono essere viste come una serie di condizioni del tipo “se… allora…”, che connettono le nostre paure più profonde con la lettura della situazione in cui ci troviamo in quel momento. Se quella ragazza mi rifiuta, allora vuol dire che faccio schifo (e nessuno mi può amare). Se non riesco a fare bene questa cosa, allora vuol dire che non sono in grado di fare niente (e sono un fallito). Se non reagisco a questo sopruso, allora vuol dire che gli altri possono approfittare di me (e sono vulnerabile).

Queste condizioni si declinano poi in atteggiamenti, modalità di condotta, regole di comportamento (proprio e altrui) che guidano in maniera molto concreta la vita delle persone. E così come i pensieri automatici si “appoggiano” alle credenze intermedie, queste ultime si declinano a partire dalle credenze di base che ciascuno di noi ha e che spesso si rivelano eccessivamente rigide, ipergeneralizzate e globali, ma soprattutto fondamentalmente sbagliate. Idee sballate che possono purtroppo avere conseguenze molto reali.

L’esame dello studente

Un ipotetico studente universitario potrebbe provare un grado considerevole di ansia nel momento in cui è chiamato a sostenere un esame, mentre un suo collega potrebbe avvicinarsi al professore fischiettando con nonchalance. Qual è la differenza tra i due? Il primo, molto probabilmente, ha valutato la situazione come in qualche modo “pericolosa”, mentre il secondo no. Ma perché la situazione viene valutata come “pericolosa”?

Provando a immaginare quello che può essere successo nella mente del primo studente, potremmo individuare un pensiero [automatico] del tipo: “Non sono abbastanza preparato, non riuscirò a rispondere e farò una figuraccia” (di solito questi pensieri sono molto più coloriti), forse c’è stata anche la visualizzazione di un’immagine degli altri esaminandi che ridono di lui. Questo però non ci dice un granché sul perché gli siano venuti in mente proprio queste cognizioni.

Andando ad esaminare un po’ più in dettaglio questi pensieri, magari si va a scoprire che per il nostro amico “fare una figuraccia” sarebbe semplicemente terribile perché per lui significherebbe che, a differenza degli altri, non è in grado di sostenere una situazione di esame [credenza intermedia]. E cosa implicherebbe il non essere in grado di sostenere una situazione di esame? Sarebbe la prova dell’idea che lo studente ha di non essere in grado di fare nulla, di essere un fallimento, di essere un perdente [credenze di base].

Il ragazzo è all’oscuro di tutto ciò, a malapena può avvertire qualche fuggevole pensiero superficiale (se vi presta abbastanza attenzione) e quello che sente in quella situazione è solo la “strizza”. Cosa fa, allora, il nostro amico? È quasi arrivato il suo turno, l’ansia continua a crescere, e continua a ripetersi “non ce la posso fare!”. Allora, zitto zitto, ripone i libri nello zainetto, si alza e, mestamente, se ne va a casa.

L’esame non l’ha dato (e starà male per questo), ma vuoi mettere questo con il rischio di trovarsi faccia a faccia con un fallimento e con tutto quelle che ne conseguirebbe?

pensieri

Sconfiggere i cattivi pensieri

Come abbiamo visto, i pensieri sono strettamente legati a cosa si prova e a cosa si fa. Cioè alle conseguenze più concrete che possiamo sperimentare nelle nostre vite, che potrebbero diventare i motivi che ci spingono, in determinati momenti, a cercare un aiuto per le nostre sofferenze psicologiche.

A ogni emozione e a ogni comportamento corrispondono dei pensieri che li hanno originati. Vedere questi eventi mentali, comprenderne il significato e imparare a gestirli, a dibatterli, a verificarli (cioè a non darli per scontati) comporta un cambiamento in quello che si prova e in quello che si fa. Cosa sarebbe successo se il nostro amico studente avesse pensato: “Sì, l’esame potrebbe anche andarmi male… ma sarebbe davvero così terribile? Cosa potrebbe davvero accadermi? Rinunciare e andare a casa non sarebbe stato comunque un fallimento?”. Avrebbe provato lo stesso grado di ansia?

L’obiettivo è passare dalla sofferenza automatica e passiva a una maggiore consapevolezza di ciò che viviamo e di come agiamo. Arrivando a mettere in discussione anche le credenze su noi stessi, sugli altri e sul mondo che si trovano più nascoste, in profondità, ma che riecheggiano costantemente nella nostra quotidianità.

Non è facile compiere da soli questo viaggio all’interno di noi stessi, ma è un’esplorazione che vale la pena di tentare, così da raggiungere il centro delle nostre paure e da lì ripartire con maggiore serenità e consapevolezza. Per riprendersi la vita, un passo dopo l’altro.

Se vuoi, possiamo farlo insieme.

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Al giorno d’oggi si punta sempre più a diventare “qualcuno”, ma sempre più spesso invece ci si sente “nessuno”. Ma chi l’ha detto che per stare bene con sé stessi occorra essere per forza “eccezionali”?

soddisfatti

A chi non piacerebbe un bel lavoro, magari con uno stipendio considerevole? Chi non vorrebbe raggiungere degli importanti traguardi professionali o personali? Chi non vorrebbe stare meglio di come sta adesso? Beh, quasi nessuno. E non c’è niente di male nel desiderare queste e altre cose. Anzi, è assolutamente giusto cercare di migliorare il proprio tenore di vita e il proprio livello di soddisfazione.

Il problema, però, è quando tendiamo a dare un’eccessiva importanza a tutte queste cose, al punto da identificarle come “prove” del nostro essere degni, adeguati o realmente importanti. Qualcosa che possa farci emergere dalla massa, dalla noiosa normalità, per sentirci persone eccezionali, con uno scopo nella vita.

Succede, allora, che se per qualche motivo non riusciamo a raggiungere alcuni dei nostri obiettivi o a soddisfare alcuni dei nostri desideri, possiamo sentirci manchevoli, condannati a una vita a metà, dove non si è ottenuto nulla (o quasi) e non abbiamo potuto esprimere tutto il nostro potenziale.

Ma è davvero così che stanno le cose? Occorre necessariamente “arrivare da qualche parte” per potersi sentire bene e soddisfatti di sé stessi? E se dovessimo ottenere ciò che desideriamo, siamo sicuri che resteremmo felici a lungo?

Volere, fortissimamente volere

Tutti noi desideriamo qualcosa. O meglio, vogliamo qualcosa. Vorremmo essere più belli, più alti, più in forma, più intelligenti, più felici. Oppure, al contrario, ci sono cose che non vorremo mai: malattie, isolamento, perdite, fallimenti, morte. Desiderandone quindi il contrario: salute, rapporti, guadagni, successi, vita eterna.

Insomma, semplicemente vorremo che le cose per noi fossero diverse, che la nostra vita sia migliore, che noi fossimo migliori. Niente di male in questo, però è importante considerare che noi esseri umani tendiamo costantemente a inseguire una condizione che noi giudichiamo migliore, non riuscendo mai ad accontentarci per quello che abbiamo o per quello che siamo.

Facciamoci caso: ci poniamo un obiettivo in mente, lo raggiungiamo – a volte anche con grandi sforzi e sacrifici – e subito dopo ce ne poniamo un altro. Raggiunto anche questo, cosa accadrà?

Insoddisfazione esistenziale

Da quando gli esseri umani hanno acquisito la capacità di pensare in maniera critica, ci si è resi subito conto di come la condizione umana sia essenzialmente improntata all’insoddisfazione. Si tratta di una visione comune a molte filosofie, sia occidentali che orientali, e in sostanza non c’è molto da contestare: basta guardarsi dentro e capire che è proprio così che siamo fatti.

Di per sè non è un problema. Anzi, dovremmo essere grati per la nostra tendenza all’essere insoddisfatti. È proprio perché si è sempre cercato di andare oltre la passiva rassegnazione alle circostanze esterne che l’essere umano è riuscito a sopravvivere, migliorando le proprie condizioni di vita e raggiungendo livelli di benessere e di sicurezza sempre maggiori.

L’insoddisfazione, infatti, diventa un problema solo quando attribuiamo a quel “di più” che ci manca e desideriamo fortemente la funzione di farci sentire, finalmente, completi e soddisfatti.

Ciò che ci rende (in)soddisfatti

L’idea cioè è quella di potersi sentire davvero soddisfatti, funzionali e adeguati solo se riusciamo a raggiungere gli oggetti dei nostri desideri. Che siano materiali (soldi, auto di lusso, jet privato) o immateriali (potere, fama, successo) non importa: è tutto ciò che ci manca e che potrebbe dare un senso alla nostra vita. Siamo convinti che per stare bene con noi stessi, per sentirci degni di valore, abbiamo per forza bisogno di qualcosa di eccezionale.

E anche qualora riuscissimo a ottenere ciò che riteniamo indispensabile per sentirci pienamente soddisfatti, la tendenza è sempre quella di cercare qualcosa di più. A un desiderio se ne sostituisce sempre un altro: l’insoddisfazione quindi tornerà inevitabilmente, e presto o tardi troveremmo qualche altra cosa da bramare per sentirci nuovamente bene con noi stessi.

In poche parole: fin quando continueremo ad associare l’ottenimento di ciò che pensiamo possa renderci soddisfatti con l’esserlo realmente, corriamo il rischio di restare impantanati nella continua ricerca di una felicità che, in definitiva, non arriverà mai.

La ricetta per l’insoddisfazione

L’errore fondamentale quindi è il cercare una soddisfazione, per di più illusoria e temporanea, al di fuori di noi, misurando il proprio livello di felicità con le cose che si sono ottenute. E stare male se non ci si riesce.

Intendiamoci: il problema non è il desiderare di per sé, piuttosto quando ciò che si desidera diventa necessario per poter stare bene con sé stessi e sentirsi soddisfatti di quello che si è o si ha.  Condizionare la propria felicità alla presenza o meno di alcune cose è la ricetta perfetta per sentirsi infelici.

E se riteniamo di aver bisogno di questo o quello per poter finalmente stare bene, forse il problema è più a fondo, probabilmente nel nostro modo di vedere noi stessi. Perché troppo spesso, pensando a cosa ci manca, tendiamo a dimenticare cosa già abbiamo. E se non riusciamo a vederlo o se ci sentiamo manchevoli fin dentro le ossa, allora continuare a inseguire desideri e obiettivi è del tutto inutile.

Sarebbe un po’ come cercare di riempire una botte con un buco nel fondo. È inutile continuare a versare acqua: se non ripariamo la falla non basterà tutta l’acqua del mondo. E alla fine non resterà nemmeno una goccia di felicità.

soddisfatti

Il normale eccezionale

In un mondo dove ogni giorno ci viene ripetuto che bisogna essere “qualcuno”, il rischio concreto è di sentirsi “nessuno”. L’aspetto tragicomico di tutto questo è che davvero siamo convinti che basta rendersi in qualche modo “eccezionali” per poter stare davvero bene con se stessi e sentirsi di essere arrivato “da qualche parte”, di essere “qualcuno”.

Si tratta soltanto di una triste illusione. Ciascuno di noi, in fondo, è già di per sé eccezionale, anche nella propria normalità; ciascuno di noi, se ci pensiamo bene, è già unico e inimitabile, con i propri difetti ma anche, e soprattutto, con i propri pregi.

Giudicarsi per quello che si vorrebbe essere o si vorrebbe avere rischia dunque di essere un lavoro inutile e perdipiù controproducente, perché non ci porta che a concentrarci sulle nostre mancanze. Quello che possiamo fare, invece, è lavorare sulle cose che di noi non ci piacciono (i nostri difetti), e valorizzare quello che ci piace e ci rende unici (i nostri pregi).

Occorre partire da quello che siamo siamo già, così come siamo. Per evolversi e migliorarsi nella propria eccezionalità. Ed è solo così che potremmo arrivare a sentirci pienamente soddisfatti, non inseguendo qualcosa di esterno che ora c’è e domani potrebbe non esserci più.

Perciò fatti coraggio, e sii te stesso, normale come sei. Questo sì che sarebbe eccezionale!

 

Cos’è che pensi siano necessario affinché tu possa sentirti finalmente felice e soddisfatto? Di cosa hai bisogno per poterti sentire una persona unica e di valore? Ti è mai capitato di raggiungere qualcosa che pensavi avrebbe cambiato la tua vita, per poi ritrovarti al punto di partenza? Dì la tua, lascia un commento!

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Ogni nuovo anno ci ripromettiamo qualcosa: perdere peso, studiare di più, fare attività fisica, dedicare più tempo a noi stessi e tanto altro. Come ogni anno, però, spesso ci ritroviamo con tante belle promesse ma con niente che cambia davvero.

nuovo anno

Puntualmente, nei giorni precedenti allo scoccare di un nuovo anno, realizziamo che proprio adesso, con l’anno nuovo, è finalmente giunto il tempo di impegnarci per apportare quei cambiamenti nella nostra vita che da tanto sognavamo.

Così, ad esempio, se abbiamo notato di avere un po’ di pancetta, ci ripromettiamo che con l’anno nuovo le cose saranno diverse: ci immaginiamo più belli e magri, a sudare in palestra ma con i muscoli scolpiti, contenti e soddisfatti dell’impegno e dei risultati. È tutto così facile, immediato… “perché non c’ho pensato prima?”

Scatta la mezzanotte. Come ogni anno, è un nuovo anno. Un anno ricco di promesse, di novità, forse anche di riscatti. “Quest’anno cambio!”: così decidiamo quando saltano i primi tappi di spumante.

“Certo, non domani però: è il primo dell’anno. Sicuramente stanotte si farà tardi, domattina sarà difficile svegliarsi presto. E poi c’è il pranzo con i parenti. Magari nel pomeriggio sonnecchio un po’. Sai che c’è? Comincio dopodomani! Ho deciso: il 2 mi iscrivo in palestra!”

Anno nuovo, vita nuova

Ed eccoci qui, agli inizi di Febbraio. C’è chi in palestra ci si è iscritto davvero. C’è anche chi l’ha frequentata con costanza, e magari continuerà ancora ad andare. Ma tu? Alla fine ti ci sei iscritto in palestra?

Che sia il perdere peso, lo studiare di più, il fare attività fisica, il prendersi del tempo per se stessi e per ciò che sia ama, cioè per qualunque tipo di cambiamento che vogliamo apportare nelle nostre vite, spesso si aspetta solo il momento giusto per cominciare. E spesso, quel momento viene fatto coincidere con l’inizio di un nuovo anno.

È un fenomeno strano, quasi magico, l’idea che da un giorno all’altro possa davvero cambiare qualcosa. Diciamoci la verità: se il Capodanno fosse stato il primo di Agosto, avremmo immaginato comunque una sorta di passaggio, di cambiamento. Fa parte della nostra natura attribuire certi significati a degli eventi speciali, come l’inizio di un nuovo anno. E come ogni inizio, è spesso ricco di tante cose: speranze, ansie, fantasie… Un momento perfetto per cambiare ciò che non ci va.

A questo punto, però, mi chiedo: se c’è qualcosa che non ci va, perché aspettare l’inizio di un nuovo anno?

Cambiare è difficile

Proprio così: cambiare non è per nulla facile. E non parliamo del cambiare in senso generico, cioè diventare una persona diversa. Parliamo di quei piccoli grandi cambiamenti che desideriamo profondamente e che, siamo sicuri, possono modificare la nostra vita in meglio.

Sembra sempre così facile inserire nelle nostre giornate delle nuove attività o modificare alcune delle nostre abitudini. Eppure, per quanto intensamente ci sforziamo, a volte capita di cominciare con il piede giusto ma di perdersi, dopo pochi giorni, per un motivo o per un altro. All’improvviso, ci accorgiamo di non avere più il tempo per quella cosa, o magari un giorno non ne abbiamo molta voglia, così rimandiamo al giorno dopo. Se ci va bene magari riprendiamo! Altrimenti… “Beh! Per quest’anno è andata così… Ma l’anno prossimo, lo giuro, cambio davvero!”.

Il problema, ovviamente, non è nel fatto di avere intrapreso un cambiamento in questo periodo nell’anno. Il problema, semmai, è relativo al come si è avviato questo tentativo di cambiamento. Spesso si parte in quarta, allo sbaraglio, senza un piano preciso. Per qualcuno funziona (beati loro!), ma per altri non è così semplice.

Non basta decidere di iscriversi in palestra per frequentarla con costanza. Allora cosa ci serve per andare fino in fondo?

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Alcuni consigli per cambiare (davvero)

Intendiamoci: non è possibile fornire una semplice ricetta da seguire per arrivare al cambiamento che si desidera, grande o piccolo che sia. Innanzitutto perché non tutte le attività o intenzioni sono uguali, ma anche perché noi tutti non siamo uguali. Ci sono però dei principi che possono generalmente risultare utili.

Quello che segue è un piccolo elenco di consigli su come impostare un percorso che ci conduca agli obiettivi che desideriamo. È importante comunque considerare che per alcuni cambiamenti può rivelarsi necessario l’aiuto di un esperto (ad esempio, un personal trainer per l’attività fisica) per raggiungere dei risultati.

  • Motivazione. Inutile girarci intorno: per qualunque attività, dalla più semplice alla più complessa, per fare le cose (e per farle bene!) bisogna essere motivati. Quando si tratta di cambiare, la motivazione è ancora più importante. Scegli obiettivi per i quali sei realmente motivato.
  • Sii realistico. Se lavori tutto il giorno e la sera non ce la fai nemmeno a pensare di fare degli addominali, non porti come obiettivo quello di frequentare una palestra tutti i giorni. Meglio fare dei semplici esercizi a casa con regolarità: non è lo stesso che frequentare una palestra, ma chi l’ha detto che non si possano comunque raggiungere degli ottimi risultati?
  • Sii specifico. Quando progetti un cambiamento, cerca di essere specifico: è meglio un obiettivo semplice ma misurabile come “perdere 6 chili in 6 mesi” piuttosto che un generico “perdere peso”. Ovviamente ricorda di essere realistico: puoi anche pensare di perderne 30 di chili, ma in 6 mesi è possibile?
  • Impara dagli errori. Hai già provato a raggiungere questo cambiamento in passato? Che cos’è che non ha funzionato? Cosa, invece, sembrava esserti di aiuto? Il fatto che una cosa non sia andata bene in passato comporta comunque qualcosa di positivo: possiamo fare tesoro di ciò che non è andato e ripartire da questo.
  • Programma e spezzetta. Non buttarti a capofitto verso l’obiettivo, fermati e programma al meglio il tuo percorso. Prendi carta e penna: butta giù i tuoi obiettivi, definisci i tempi, cerca di capire quanto tempo puoi dedicare all’attività e in quali momenti della giornata. Non cercare di fare tutto e subito: insegui il cambiamento poco alla volta, procedi per gradi. Non partire con l’idea di fare 50 flessioni il primo giorno: quello può essere un obiettivo, non un punto di inizio.
  • Prevedi cosa può andare storto (e cosa fare in alternativa). Anche se programmi tutto a puntino, è possibile che le cose non vadano esattamente come avevi previsto. Per quanto possibile, cerca di prevedere le difficoltà che puoi incontrare e stabilisci in anticipo come aggirarle.
  • Dichiara agli altri le tue intenzioni. Rendi partecipi i tuoi familiari e i tuoi amici delle tue intenzioni. Prendendoti un impegno pubblicamente sarà più difficile abbandonare. Inoltre, potrai contare sul loro supporto nel momento in cui ne sentirai il bisogno.
  • Se fallisci, riprova. Come per ogni cosa nella vita, non sempre tutto va come previsto. Può capitare di saltare una sessione o di non raggiungere alcuni obiettivi, non è però un buon motivo per smettere di provarci. Se c’è qualcosa che non è andato, correggi. In ogni caso, persevera e i risultati arriveranno.
  • Sii regolare. Il segreto per eccellere in un ambito o per raggiungere un obiettivo è la regolarità. Non basta programmare al meglio, serve agire con costanza. Cerca di essere il più regolare possibile e tutto andrà bene. E se qualche volta non riesci, non farne un dramma. Come sopra: se fallisci, riprova.
  • Premiati per ogni successo. Una cosa che spesso si dimentica quando si cerca di raggiungere un obiettivo è quanto sia importante premiarsi per i risultati raggiunti, anche se piccoli. Siamo sempre pronti a trattarci male quando falliamo o rinunciamo al cambiamento desiderato, perché non trattarci bene quando ce lo meritiamo? Un piccolo premio, anche solo una caramella, è il simbolo di un risultato raggiunto. Non dimentichiamo di celebrare i nostri successi (visto che per le sconfitte siamo sempre pronti!).
  • Credi in te stesso. Forse questo è l’elemento più importante. Credi in te e nelle tue capacità, perché cambiare è difficile ma è comunque possibile. Non fermarti ai primi ostacoli e vai oltre l’idea che non riuscirai, che è troppo difficile o che non sei in grado: impegnati con tutto te stesso e datti fiducia. Non dare per scontato che non puoi farcela, l’unico modo per scoprirlo è andare fino in fondo. E chissà cosa ci aspetta davvero alla fine del percorso…

In sintesi

Ogni giorno può essere un nuovo anno. Dopo solo un mese i buoni propositi sono andati a farsi friggere? Non c’è problema, oggi stesso può essere il tuo Capodanno. Stavolta, però, credici fortemente e impegnati con tutto te stesso. Non importa quale sia il tuo obiettivo: se è realistico, lo puoi fare.

 

E tu? La tua voglia di cambiamento è riuscita a sopravvivere alle prime difficoltà dell’anno o stai già aspettando il prossimo? Cosa ti eri ripromesso di fare? Quali ostacoli hai incontrato? Se hai voglia di contribuire alla discussione lascia pure un commento all’articolo, non vedo l’ora di sentire la tua esperienza!

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