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Possono arrivare all’improvviso e senza un motivo apparente, tra sintomi fisici spaventosi e decisamente reali e la paura di morire o di impazzire: gli attacchi di panico sono eventi terrificanti che possono condizionare la nostra vita in molti modi, fino ad arrivare a diventare un vero e proprio disturbo. Cosa bisogna sapere su di loro? Cosa possiamo fare per affrontarli e superarli?

attacchi di panico

È una serata come tante e sei seduta comodamente sul divano di casa, lo sguardo rivolto alla tv ma la mente attorcigliata tra mille pensieri sulla tremenda giornata che ti aspetta domani. All’improvviso senti come un formicolio alle mani, che iniziano a tremare e a sudare.

Quella sensazione la senti poi salire anche alle braccia (qualcosa ti dice che è soprattutto il braccio sinistro a essere “strano”) e poco dopo senti il cuore che inizia a correre così forte che ti sembra persino di sentirlo battere nel petto. Senti che c’è qualcosa che non va, ti sembra di non essere realmente lì, la testa sembra essere piena d’aria e in quel momento tutto sembra congelarsi. Che sta succedendo? Avresti voglia di alzarti in piedi e di urlare, ma vedi i bambini che giocano sul tappeto davanti a te e non vuoi spaventarli. Allora cerchi di mantenere la calma, ma dentro di te una voce sembra dirti: “ci siamo, stai avendo un infarto”.

Ti alzi col massimo contegno che puoi importi, ovviamente per non far preoccupare i bambini, e raggiungi tuo marito nell’altra stanza. Il tuo corpo continua a tremare e senti distintamente il battito del cuore all’interno dell’orecchio, ma a fatica riesci a trovare le parole da dire: «Mi sento male, portami al pronto soccorso.»

I sintomi di un attacco di panico sono decisamente terrificanti e maledettamente reali

Sperimentare un attacco di panico è qualcosa di assolutamente terrificante. E non solo la prima volta che accade: ogni volta è un’esperienza tremenda. Innanzitutto perché gli attacchi di panico sembrano sempre comparire all’improvviso dal nulla e, non avendo a disposizione spiegazioni plausibili sui sintomi che si sperimentano, si finisce per spiegarsi quelle sensazioni come il segnale che qualcosa di tremendo sta succedendo al nostro corpo o alla nostra mente.

Un attacco di panico, infatti, si accompagna a una serie di sintomi fisici molto allarmanti e inquietanti: battito cardiaco accelerato, dolore al petto, tremori, respiro corto, sensazione di mancanza d’aria, sudorazione, nausea, intorpidimento e formicolio agli arti, capogiri e sensazione di stordimento.

E non solo. Possiamo persino sentirci come se in quel momento non fossimo più noi o come se tutto intorno a noi fosse strano e irreale, come se lo vedessimo dall’esterno. Insomma, se in quei momenti non stiamo temendo di morire, ad esempio per un attacco cardiaco, potremmo benissimo arrivare a pensare che stiamo diventando pazzi, di poter perdere il controllo di noi stessi e delle nostre azioni. E non è per nulla una bella sensazione.

…ma quello che si sperimenta, in realtà, è soltanto una reazione di allarme

I sintomi di un attacco di panico sono essenzialmente il risultato di una risposta di allarme del nostro organismo. In pratica, quando il nostro cervello etichetta un determinato evento come “minaccia”, attiva una serie di reazioni nel nostro corpo allo scopo di prepararci ad affrontare il pericolo, o combattendo o scappando (quella che viene definita reazione di “attacco o fuga”). Quindi i cambiamenti che avvertiamo nel nostro corpo durante un attacco di panico, come l’incremento del battito cardiaco, il respiro accelerato o l’aumento della sudorazione, derivano semplicemente dall’attivazione di questo sistema di allarme.

Ora, prova a immaginare: se durante un safari in Africa ti trovassi faccia a faccia con un leone, cosa proveresti? Cosa pensi accadrebbe al tuo corpo? Molto probabilmente arriveresti a percepire qualcosa di simile a un attacco di panico, ma la differenza è che lì di fronte a te hai un leone in carne e ossa, mentre adesso, sul divano di casa, non c’è alcun leone.

Quando sperimenti questa attivazione in assenza di un pericolo evidente, per poter dare un senso all’esperienza non ti resta che attribuire un significato a ciò che stai provando, come la manifestazione di un infarto improvviso, di uno shock anafilattico, di un imminente svenimento o altro ancora. E che succede se pensi che stai per avere un infarto? Esatto: il cervello percepisce quella possibilità come una minaccia e continua a promuovere la risposta di attacco o fuga, proprio quella responsabile dei sintomi che si sperimentano. In poche parole, ancora più panico.

Gli attacchi di panico sembrano venire dal nulla, ma in realtà non è proprio così

Uno degli aspetti più terrorizzanti degli attacchi di panico è il loro apparire in maniera improvvisa, quasi come se non ci fosse un motivo o una causa che può averli determinati. In alcuni casi si riesce a individuare con facilità quale può essere stato il motivo di un’ansia così intensa, come quando ci troviamo davanti a una situazione particolarmente destabilizzante, come il trovarsi coinvolti in un grave incidente stradale o il perdere il posto di lavoro. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, non sembrerebbe esserci una causa chiara ed evidente.

In realtà c’è sempre un perché agli attacchi di panico, anche se non sempre è così palese da riuscire a vederla con facilità. Spesso gli attacchi di panico si presentano in periodi in cui siamo sottoposti a forti stress, o quando ci troviamo a dover affrontare dei cambiamenti significativi nella nostra vita, ma non è detto che non si possano verificare anche molto tempo dopo aver superato questi momenti difficili. Quindi cos’è realmente che attiva questa risposta di allarme?

Molto spesso, lo stimolo che può dare il via a una reazione di panico è qualcosa di molto sottile e difficile da percepire, come nel caso di un improvviso pensiero disturbante, un’immagine terrificante o l’interpretazione catastrofica di una sensazione fisica. Tanto basta per scatenare una reazione a catena che culminerà in un attacco di panico.

Quindi, anche quando sembra che un attacco di panico sia venuto dal nulla, può essere utile riflettere (da soli, ma anche con l’aiuto di un professionista) su cosa può averlo scatenato: “Cosa stavo facendo prima di avere l’attacco? Cosa ho pensato? Cosa mi è passato per la mente?”.

Come il panico può diventare un disturbo vero e proprio

Potenzialmente ciascuno di noi può avere un attacco di panico nel corso della propria vita. Ma sperimentare un singolo attacco di panico non significa necessariamente che ne seguiranno altri. Si, alcune persone possono in qualche modo essere “predisposte” a provare reazioni d’ansia anche molto intense e in diverse situazioni, ma è anche il modo in cui affrontiamo quel primo attacco di panico che può fare la differenza.

Alcune persone possono sperimentare uno o due attacchi di panico anche in brevi periodi di tempo e non spaventarsi più di tanto. Altri, invece, giù dal primo episodio possono arrivare a preoccuparsi molto per quanto è accaduto loro e sviluppare un’estrema paura di avere altri attacchi di panico. È assolutamente comprensibile preoccuparsi quando succede un qualcosa di spaventoso e apparentemente inspiegabile come un attacco di panico, ma se cominciamo a preoccuparci eccessivamente di riprovare quell’esperienza rischiamo, paradossalmente, di avere altri attacchi di panico.

L’attacco di panico in sé finisce per diventare un pericolo, e come reagisce il nostro cervello quando percepisce la presenza di un pericolo? Cosa succede al nostro organismo se, per qualche motivo, pensiamo che ciò che stiamo provando in questo momento potrebbe sfociare in un attacco di panico? Si crea così un circolo vizioso. Gli attacchi di panico cedono il posto alla paura di avere degli attacchi di panico. È la cosiddetta “paura della paura”.

Non solo, se abbiamo paura di un futuro attacco di panico, potremmo poter cercare di mettere in atto dei comportamenti che in qualche modo possano scongiurare la possibilità di avere altri attacchi di panico. Ad esempio, potremmo finire per evitare quelle situazioni nelle quali abbiamo sperimentato un attacco di panico. Il problema è che le cause non sono quasi mai esterne, e così ci illudiamo che basta evitare determinate situazioni per poterci sentire al sicuro. Ma non funziona così. Di solito, infatti, la lista dei posti da evitare finisce per allungarsi al punto da costringerci a chiuderci in casa pur di non sperimentare altri episodi. E così la paura aumenta ancora di più.

Quando siamo in presenza di numerosi e improvvisi attacchi di panico, assieme a una marcata e persistente paura di avere altri attacchi di panico o alla tendenza a mettere in atto una serie di comportamenti per cercare di evitarli, potremmo trovarci in presenza di un vero e proprio disturbo, il Disturbo da Attacchi di Panico (DAP). In questi casi, è decisamente opportuno rivolgersi a uno psicoterapeuta.

attacchi di panico

Allora cosa fare quando si prova un attacco di panico?

Anche se sembra che non finiscano mai, gli attacchi di panico in realtà non durano a lungo. L’episodio in sé può durare al massimo una decina di minuti, mentre la spossatezza (fisica e mentale) e la paura che seguono all’attacco possono persistere per molto più tempo. È importante quindi tener presente che, qualunque cosa si stia provando, anche se decisamente spaventosa e apparentemente inspiegabile, è destinata a terminare entro pochi minuti. E questo semplicemente perché il nostro organismo non può sostenere per molto tempo questa risposta di allerta.

Ad ogni modo, quando ci si trova nel bel mezzo di un attacco di panico, ci sono alcune strategie che si possono mettere in atto e che potrebbero portare un po’ di beneficio:

  • Rassicurarsi. Lasciarsi andare a una catena di valutazioni e pensieri catastrofici prima, durante e dopo l’episodio di panico non è certamente d’aiuto. In quei momenti è più utile e ragionevole riconoscere che si tratta semplicemente di un attacco di panico e che, come per ogni cosa nella vita, anche questo è destinato a finire.
  • Distrarsi. Fin quando l’attenzione è totalmente centrata sui sintomi fisici c’è il rischio di amplificare ancora di più le sensazioni sgradevoli e, di conseguenza, di mantenere attivo lo stato di allarme. Prova quindi a portare la tua attenzione verso altri stimoli esterni.
  • Respirare. Calmando il ritmo respiratorio si può “disattivare” lo stato di allerta del nostro organismo e tornare a uno stato di maggiore calma. Puoi aiutarti facendo dei respiri lenti e profondi, inspirando con il naso ed espirando con la bocca. Continua a respirare in questo modo fin quando non ti senti più rilassato e disteso.

Queste semplici strategie possono essere d’aiuto in diversi casi, ma il consiglio più importante che posso darti è sicuramente quello di consultare un professionista. Innanzitutto per avere una diagnosi corretta, ma anche per capire quali sono le cause che ti portano a soffrire di attacchi di panico e, soprattutto, per poter sviluppare delle strategie efficaci per aiutarti a gestirli al meglio.

Se già soffri di attacchi di panico potresti pensare che è impossibile uscirne o che sia troppo difficile, ma la verità è che gli attacchi di panico si possono assolutamente affrontare e superare, sia che si tratti di singoli episodi sia che si tratti di un vero e proprio Disturbo da Attacchi di Panico.

Soffrire di attacchi di panico non può e non deve essere una condanna. Si può tornare a vivere la propria vita con maggiore serenità e senza farsi paralizzare dalla paura del prossimo attacco. Per farlo, non devi fare altro che chiedere aiuto.

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Quando qualcuno a cui vogliamo bene soffre a causa dell’ansia spesso non sappiamo come possiamo davvero aiutarlo. Vediamo insieme cosa si può fare concretamente per supportare al meglio chi ci è vicino e soffre di un disturbo d’ansia.

aiutare ansia

Non è facile, per un amico, un familiare o un partner, vedere qualcuno al quale si vuole bene soffrire quotidianamente a causa dell’ansia. Vorresti aiutarli ad affrontare e superare la loro condizione, ma non sai come fare. Vorresti trovare le parole giuste per sostenerli, ma non sai cosa dire.

Quella con l’ansia è una lotta quotidiana per chi ne soffre, ma anche chi sta loro vicino paga un prezzo alto. Sentimenti di impotenza e di frustrazione sono decisamente comuni: assistere ogni giorno alla sofferenza di chi vogliamo bene può essere fonte di grande dolore, e c’è chi addirittura comincia a sviluppare a sua volta dei problemi d’ansia. Quando il dolore e il risentimento raggiungono livelli limite, c’è anche il rischio concreto che la relazione possa incrinarsi. Questi e altri possono essere gli effetti collaterali dei disturbi d’ansia.

Proviamo a vedere insieme cosa si può fare concretamente per aiutare e sostenere una persona che soffre d’ansia, ma anche cosa fare per cercare di evitare, per quanto possibile, alcune conseguenze negative per chi offre la propria vicinanza e il proprio supporto.

C’è ansia e Ansia

Innanzitutto bisogna capire che soffrire di un disturbo d’ansia non è come quando si prova un’ansia “normale”. Non è l’ansia che si prova quando devi uscire con una persona che ti piace tanto, né quella che si prova quando sei in ritardo per un appuntamento importante e la metro non passa.

È qualcosa di molto più complesso, più intenso, più “totale”. È un’esperienza decisamente molto più spiacevole di quanto normalmente si possa sperimentare, qualcosa che può sembrare incontrollabile e che ti fa sentire impotente davanti a qualcosa che sembra molto più grande di te, degli altri, di ogni cosa.

Ad esempio: hai idea di cosa si prova durante un attacco di panico? Sai che uno dei possibili sintomi è la sensazione di una morte o di una pazzia imminente, assieme a sintomi fisici che ricordano molto degli attacchi cardiaci? Prova a immaginare cosa può essere vivere più volte un’esperienza del genere.

Insomma, se l’ansia fosse soltanto nervosismo e sudorazione non ci sarebbe bisogno di prenderla così seriamente (e io sarei disoccupato). Invece l’ansia, quando è così intensa, è un qualcosa di maledettamente serio.

Se non hai mai provato quell’ansia può essere molto difficile empatizzare con chi ne soffre e capire cosa stia passando, quanto stia soffrendo e quanto sia difficile affrontarla. Quindi se provi a “curare” l’ansia del tuo amico credendo di capire cosa sta passando, sei fuori strada. Anzi, rischi di fare ulteriore danno: all’altra persona, ma, come vedremo, anche a te stesso. Questo non significa che non puoi fare nulla per aiutarla, ma piuttosto che, a volte, conviene fare un passo indietro e dimenticare ciò che si pensa di sapere sull’ansia.

Non ci resta, a questo punto, che cominciare dalle basi.

Cosa dire e cosa non dire

Quando ci troviamo di fronte a una persona in preda all’ansia non è semplice capire cosa dire (o non dire) in quel momento. Alcune frasi sono sicuramente da evitare, come queste:

  • “Stai bene? Tutto ok?”. Durante un attacco d’ansia il cuore batte a più non posso, tutto il corpo è in tensione, le mani tremano, il respiro sembra mancare… quindi meglio evitare di chiedere come va o se stanno bene. Perché no, non stanno bene. E sì, pensano che il mondo gli stia crollando sotto i piedi. Prova a chiederti: stai cercando di rassicurare loro o te stesso?
  • “Non c’è motivo per stare in ansia”. Parla per te! È chiaro che un motivo c’è, magari può sembrare assurdo e assolutamente irrazionale, ma in quei momenti non è così semplice riuscire a osservare con distacco cosa sta succedendo. Inoltre, è una frase che fa (giustamente) arrabbiare parecchio.
  • “Ma smettila! Perché non ti rilassi?”. Beh, se fosse così semplice l’avrebbe già fatto, credimi! Anche espressioni di questo tipo fanno particolarmente girare le scatole, e certamente non è quello che una persona in ansia vorrebbe sentirsi dire da qualcuno che in teoria dovrebbe volergli bene.

Cosa dire allora? Innanzitutto dipende molto dalla persona che abbiamo davanti. Potrebbe essere lei stessa a suggerirci cosa è meglio dirle (e non dirle) in quei momenti. Premesso che a volte è meglio stare semplicemente in silenzio e aspettare che tutto passi, in generale l’atteggiamento migliore è quello di mostrarsi pazienti, presenti e disponibili: se puoi anche solo semplicemente ascoltare ciò che l’altro dice stai già offrendo un grande supporto.

Nel migliore dei casi, la persona ha già cominciato un percorso terapeutico. Se così fosse, chiedile di condividere le strategie concordate con il terapeuta, così da poterle suggerire nei momenti di crisi.

Ascoltare e parlare

Non è facile per chi soffre d’ansia riuscire a parlare del loro problema, perché è difficile non sentirsi giudicati quando si condividono paure così intime. È anche difficile non giudicare, perché a volte il desiderio di vedere l’altra persona stare meglio fa affrettarci a dare consigli e indicazioni, più che semplicemente stare ad ascoltare.

Semplicemente stare ad ascoltare può sembrare poco, ma in realtà è tutto: comunica disponibilità, apertura, accettazione. Significa far capire alla persona a cui vuoi bene che con te può parlare liberamente e senza timore di essere giudicata, che sei a lei vicina e che qualunque cosa dirà (anche se la sentirai più e più volte nel corso del tempo), ciò che provi per lei e ciò che pensi di lei non cambierà.

E solo dopo, quando il momento sarà quello giusto, sarà il tempo dei consigli e delle opinioni. E dopo ancora, quando la tempesta sarà ben lontana, sarà il tuo turno di parlare. Perché vedere una persona a cui teniamo soffrire così ha un effetto anche su di te, e lo sai bene: non c’è solo il dispiacere, la preoccupazione, la compassione, ma anche il risentimento, la frustrazione, l’impotenza.

Esprimere ciò che proviamo e come ci sentiamo, quando la situazione è appropriata e con la giusta dose di tatto e buon senso, è l’antidoto al tenersi tutto dentro per poi esplodere rinfacciando questo e quello, in una spirale di sensi di colpa e vergogna. Ma anche per evitare che la relazione si raffreddi, a causa di un “non detto” che in realtà potrebbe dire molto di più di quanto potrebbero le parole, e con molta più forza. Facendo così ancora più danno al rapporto dell’ansia stessa.

Cosa non fare

Come abbiamo visto, avere a che fare con chi soffre d’ansia non è semplice: anche noi possiamo risentire enormemente di questo problema, anche se sulla carta appartiene esclusivamente all’altro.

Non sempre è facile capire cosa è possibile fare di concreto per aiutare l’altro, ma di sicuro ci sono alcune cose che sarebbe meglio evitare quando ci relazioniamo a un nostro caro che soffre d’ansia:

  • Non andare in ansia! Avere a che fare con una persona in preda all’ansia può …mettere ansia! Lavora sulle tue reazioni a queste situazioni: è importante non solo per te, ma anche perché il tuo modo di reagire può avere un effetto anche su ciò che prova l’altro (che poi è lo stesso meccanismo che hai vissuto sulla tua pelle!). Insomma: se vai in ansia tu, l’altra persona sarà ancora più in ansia!
  • Non prenderla sul personale. Se avete dovuto cancellare dei piani all’ultimo momento a causa di un attacco d’ansia, non è un qualcosa che è stato “fatto apposta”. Se l’altra persona ti risponde in maniera sprezzante o irritata, se ti viene detto che è stato un tuo gesto o una tua parola a innescare l’ansia, potrebbe non essere la persona a parlare, ma la sua ansia. Si tratta di effetti collaterali dell’ansia, che potrebbero avere un impatto anche su di te. Quindi, anche se non è facile, non prendertela e prova a perdonare, per quanto ti è possibile.
  • Non è compito tuo salvarla. Le puoi stare vicino, ascoltarla, metterti a disposizione, supportarla, mostrare il tuo amore e la tua comprensione… ma quella con l’ansia è una battaglia personale che non puoi combattere al posto suo. Puoi motivarla e fare il tifo per lei (e te ne sarà grata, credimi), ma se vuoi davvero aiutare la persona alla quale vuoi bene c’è tanto altro che puoi fare.

Cosa fare

Ecco, cosa si può fare allora? Di seguito alcune indicazioni generali sul come essere concretamente d’aiuto per l’altra persona:

  • Fai capire che ci sei. L’ansia fa sentire le persone perse e sole, e sapere che c’è qualcuno disponibile ad ascoltarle quando ne hanno più bisogno può essere d’aiuto nel ridurre questi vissuti negativi. Resta comunque in ascolto anche dei tuoi vissuti: il rischio di farsi eccessivamente carico della situazione c’è sempre.
  • Proponi qualcosa da fare insieme. Qualunque attività che possa mettere da parte l’ansia anche solo se per poco e che permetta di sperimentare nuove emozioni positive va più che bene. Fare qualcosa che possa farvi divertire e sentire attivi è utile a entrambi per non cadere nell’apatia dell’ansia e per rinforzare la relazione. È importante comunque non forzare l’altro e scegliere insieme qualcosa che possa farlo sentire a proprio agio.
  • Conosci il (vostro) nemico. Fondamentale per capire come aiutare l’altro è comprendere cos’è l’ansia, cosa si prova ad averla, cosa si può fare per uscirne. Non è facile, per chi ne soffre, spiegare cosa significa provare ansia, quindi la cosa migliore da fare è cominciare a informarsi da sé! Fai delle ricerche, chiedi informazioni a dei professionisti del settore… ma soprattutto segui il mio blog e la mia pagina Facebook!
  • Aiuta a chiedere aiuto. Essere comprensivi e offrire il proprio supporto sicuramente è utile, ma non risolve il problema. L’unico modo per farlo è lavorarci, ma raramente ci si riesce da soli. Incoraggia chi vuoi bene a cercare aiuto, in modo che possa davvero lavorare sulla propria ansia. Io, come sempre, sono a disposizione! ;)

aiutare ansia

Incoraggia e sostieni

Superare l’ansia è sempre possibile, ma si tratta di un percorso che può essere più o meno lungo, ed è difficile che non compaiano ostacoli lungo il cammino. A volte andrà meglio, altre peggio. A volte le paure cambieranno, si evolveranno, poi andranno via. Spesso l’ansia è lì da molto tempo, al punto da essere diventata una modalità di funzionamento automatica: ci vuole tempo per “riprogrammarsi”.

Il compito di sconfiggere l’ansia non spetta a te, ma in tutto questo tu puoi fare la differenza. Perché nei momenti di difficoltà è importante che ci sia qualcuno che possa infondere speranza e ricordare che l’ansia non ci sarà per sempre. Perché ad ogni passo in avanti della persona a cui vogliamo bene, anche se può sembrare piccolo, c’è bisogno di qualcuno che festeggi con lei, che la incoraggi a continuare a combattere, a farle sentire che c’è qualcuno che è orgoglioso di lei.

E quel qualcuno puoi essere tu.

Se in questo momento c’è una persona nella tua vita che sta soffrendo, qualunque sia il problema, stalle vicino come già fai ma sostienila nel cercare aiuto. Non è tua responsabilità il benessere dell’altro, ma puoi comunque dare un’enorme mano nel cammino verso la guarigione.

Credimi: al suo posto vorresti qualcuno che facesse lo stesso per te.

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L’incertezza è parte delle nostre vite, una condizione inevitabile della natura delle cose. Spesso la tolleriamo senza nemmeno saperlo, altre volte ci paralizza perché riusciamo a pensare solo a ciò che potrebbe accadere di negativo. Eppure, dietro l’incertezza, possono nascondersi infinite possibilità.

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Hai paura di prendere la metro per paura di incappare in un attacco terroristico? Passi le tue notti a pensare che il partner al tuo fianco potrebbe lasciarti? Tendi a controllare di continuo se hai lasciato il gas aperto? Se ti ritrovi in un bagno pubblico ti preoccupi di poter prendere chissà quale malattia? Non chiudi occhio se tuo figlio esce la sera per la paura che possa succedergli qualcosa? Quando pensi di dover prendere l’aereo finisci sempre per immaginartelo mentre si schianta al suolo?

Cos’hanno in comune queste preoccupazioni? Si tratta di problematiche molto diverse tra loro, ma ciascuna di queste, in fondo in fondo, riguarda sempre la stessa cosa: un’intolleranza verso l’incertezza.

Che significa? Significa che anche se sai bene che le probabilità di incappare in un attacco terroristico, di prendere qualche strana malattia utilizzando un bagno pubblico o di precipitare con l’aereo sono praticamente pari a zero, resti sempre dell’idea che comunque potrebbe accadere. E ti basi su questa possibilità, anche se decisamente remota, condizionando alcune delle tue scelte e dei tuoi comportamenti.

Possibilità vs. Probabilità

Il fatto è che, in un mondo perlopiù incerto e governato dal caos, siamo sempre alla ricerca della certezza che ciò che temiamo non possa accadere. Purtroppo ciò non è assolutamente possibile. Non è pessimismo il mio, ma una semplice considerazione dettata dalla logica: non è possibile escludere alcuna possibilità. Una certa quota di rischio c’è sempre.

Ma il fatto che un certo esito sia possibile non lo rende più probabile di altri. Un primo errore, infatti, è quello di confondere la possibilità che una cosa accada con la probabilità che questa effettivamente si verifichi. Può sembrare una differenza di poco conto, ma in realtà già questo può essere un primo modo di rivalutare le nostre preoccupazioni.

Ad esempio, se abbiamo paura di prendere l’aereo e ci soffermiamo solo sulla possibilità che possa esserci un incidente (mortale), da un punto di vista logico non staremmo sbagliando: un incidente (mortale) è sempre possibile, come per qualunque altra cosa al mondo. Se però non consideriamo anche la reale probabilità di incidenti (mortali), rischiamo di dare a quella singola possibilità un peso enormemente maggiore rispetto a quello che, nei fatti, potrebbe avere. Con la conseguenza di non prendere più l’aereo per la sola possibilità che possa cadere.

Per la cronaca: uno studio (e non è nemmeno il più ottimista) stima la probabilità di incidente aereo mortale pari a 1 su 11 milioni. Possibile, ma molto poco probabile.

Incertezza tendente al negativo

Non solo. Se parliamo di esiti possibili, possono essercene di molti tipi. Metti il caso che tuo figlio sia in ritardo dopo essere uscito con i suoi amici (si, proprio “quelli che me lo stanno portando per una brutta strada!”). Cosa pensi? Cosa può mai essere accaduto?

Un altro problema dell’incertezza è che tende quasi sempre verso il negativo. L’esito incerto, cioè, è quasi sempre quello temuto. Quindi è possibile che tuo figlio sia stato: ucciso, sequestrato, rapinato, svenuto ubriaco per la strada, coinvolto in una rissa, finito in commissariato, fuggito all’estero. E se invece stesse facendo tardi perché si è trovato in dolce compagnia?

Quando non sappiamo cosa potrebbe accadere, la prima conseguenza che ci viene in mente è quasi sempre negativa. Ma gli esiti potrebbero anche essere del tutto neutri, oppure positivi, a volte persino più che positivi. Insomma, perché pensare sempre che se c’è qualcosa di incerto debba per forza finire male?

Incertezza non significa inevitabilità che accada qualcosa di negativo. Anzi, è l’esatto contrario.

L’incertezza quotidiana

È strano, perché l’incertezza si affaccia nelle nostre vite solo in determinate situazioni, di solito quelle che – per una ragione o per l’altra – temiamo di più. Eppure l’incertezza è sempre presente nelle nostre vite.

Diamo per scontate tante cose, specialmente quelle più ordinarie. Quando andiamo a lavoro, la mattina, diamo per scontato che la macchina parta. Eppure, c’è sempre la possibilità che questa ci lasci a piedi. Questo però non ci fa pensare che è meglio avviarsi a piedi. Quando andiamo a cena nel nostro ristorante preferito, non pensiamo alla possibilità che il cibo possa essere contaminato da un qualche pericoloso batterio. Infatti ci andiamo, e spesso non accade proprio un bel niente.

Che senso ha, allora, angosciarsi per la possibilità che possa accadere qualcosa, e limitare la propria vita di conseguenza?

Con questi esempi non era mia intenzione suscitarti nuove fobie, ma piuttosto farti riflettere su una cosa: non sappiamo mai con certezza cosa potrebbe accaderci, eppure questa incertezza il più delle volte la accettiamo e non ci facciamo condizionare più di tanto. Anche perché se pretendessimo sempre la certezza di un determinato esito, finiremmo per passare le nostre vite a letto, paralizzati da ciò che potrebbe accadere. Sempre che non ci crolli il pavimento sotto il letto.

Il margine di rischio

Ricapitolando: anche se non si può escludere in partenza la possibilità che l’esito temuto si realizzi davvero, tendiamo comunque a pensare che questo sia l’esito che effettivamente si realizzerà, ignorando qualunque legge sulle probabilità o qualunque altro esito possibile, soprattutto se positivo.

La conseguenza è che sperimentiamo un certo tipo di emozioni negative e modelliamo i nostri comportamenti in base a queste credenze su ciò che – secondo noi – accadrà. In sostanza, ci facciamo bloccare da queste idee, rinunciando a fare qualsiasi cosa per la paura che ciò che temiamo possa accadere, anche se fosse decisamente improbabile.

Il punto è che non riusciamo a sbloccarci da queste situazioni perché – e questo è verissimo – c’è sempre un margine di rischio. Cioè la possibilità, anche se molto bassa, che ciò che temiamo possa realizzarsi davvero.

Come eliminare questo margine di rischio? Mi spiace, ma non si può. Vorremmo che il mondo fosse un posto dove tutto può essere previsto: malattie, lutti, incidenti, crisi economiche, tradimenti, interruzioni della fornitura di acqua a metà agosto. Mi spiace davvero tanto, ma il mondo non funziona così. L’incertezza è parte integrante del mondo. L’incertezza non la si può eliminare.

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Rimediare all’incertezza

Il problema, semmai, è che siamo noi a non tollerare questa incertezza. E ci illudiamo di poterla in qualche modo “gestire”. Ma è, appunto, solo un’illusione. Perché, per far finta di gestirla, spesso dobbiamo rinunciare a qualcosa che per noi è importante. Che sia un viaggio, un nuovo lavoro o una serata da sola con tuo marito che attendevi da almeno 16 anni.

Vale davvero la pena mettere da parte ciò che vogliamo solo perché immaginiamo che possa succedere qualcosa di spiacevole? Te lo dico io: decisamente no.

Pensando a ciò che di brutto potrebbe capitarci, oltre che considerarlo come l’esito più probabile, tendiamo anche a dimenticare un altro aspetto altrettanto importante: la nostra capacità di rimediare a ciò che potrebbe succede. Oppure, nei casi peggiori, la nostra capacità di tollerarne le conseguenze.

Curioso, no? Passiamo il tempo a pensare a cosa di negativo potrebbe succedere e non ci soffermiamo mai su come potremmo rimediare a ciò che ci capita.

Le domande che ci sfuggono

Quando ci troviamo di fronte a una situazione per noi incerta e che ci fa provare una certa quota di ansia, di preoccupazione o di angoscia, proviamo a sederci a tavolino, carta e penna alla mano, e facciamoci delle domande:

  1. Qual è la cosa peggiore che può accadere?
  2. E se accadesse, come potrei affrontarla?
  3. Qual è invece la cosa migliore che può accadere?
  4. Qual è l’esito più realistico?

Cerchiamo una prospettiva diversa rispetto a quella che il nostro cervello, condizionato dalle nostre storie e dalle nostre paure, ci suggerisce in automatico. Prendiamoci spazio per riflettere su ciò che potrebbe davvero accadere. Senza paura, tanto quella ce l’abbiamo già.

Prova a farti queste domande, e prenditi il tuo tempo per riflettere sulle risposte. E, se ti va, fammi sapere com’è andata. Intanto, ti lascio con una riflessione di un grande poeta:

«Il forse è la parola più bella del vocabolario italiano, perché apre delle possibilità, non certezze… Perché non cerca la fine, ma va verso l’infinito.»

E se è arrivato a vederla così Leopardi…

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L’ansia non è soltanto un disturbo, ma è soprattutto una condizione essenziale del nostro essere umani: quella sensazione di incertezza, di smarrimento, di qualcosa che non va. Cosa c’è dietro questo senso di insoddisfazione? È un qualcosa da evitare a tutti i costi o in realtà potrebbe rivelarsi una inaspettata risorsa?

ansia

Tutti noi siamo in viaggio. Un cammino di alti e bassi, di gioie e dolori, di cose belle e cose brutte, iniziato nel momento in cui siamo venuti al mondo. Tutti noi, senza eccezione, condividiamo questo destino.

L’ansia, in quanto parte del ventaglio delle nostre emozioni, è un altro elemento che abbiamo in comune. Ce l’ha il ricco, ce l’ha il povero. Ce l’ha l’uomo, ce l’ha la donna. Ce l’ha il giovane, ce l’ha l’anziano. L’importante è qualificarsi come essere umano.

L’ansia, di per sé, viene sempre intesa come qualcosa di negativo. Ma se invece potessimo vederla in maniera differente? E se scoprissimo che l’ansia, in realtà, potrebbe rivelarsi una grande e inaspettata risorsa, un invito a conoscersi meglio e a migliorarsi, in modo da proseguire il nostro cammino con una diversa consapevolezza?

Ansia esistenziale

Si, c’è ansia e ansia. Ma qui non stiamo parlando di quel tipo di ansia che ti incatena e che sembra diventare sempre più grande, sempre più importante a ogni passo che fai. Non stiamo parlando dell’ansia come disturbo clinico, come malessere specifico che comporta dolorose problematiche.

Parliamo dell’ansia come parte della condizione umana, quel senso di indefinita insoddisfazione, di incertezza, di dubbio. Di qualcosa che non va. La sensazione di aver imboccato una strada sbagliata, di sentirsi smarriti ad un certo punto del cammino. Ciò che inevitabilmente proviamo quando, a un certo punto, ci fermiamo a contemplare la nostra stessa vita. O quando pensiamo alla morte, al ricordo che lasceremo in chi ci sopravvivrà. Oppure quando riflettiamo su quanto ci sentiamo diversi, unici, forse difettosi, forse non parte di questa società.

Chi siamo? Dove andiamo? Perché siamo qui? Ecco, parliamo di quell’ansia lì. Un’ansia esistenziale, perché i suoi argomenti riguardano la nostra stessa esistenza. L’ansia che si accompagna alla ricerca di chi siamo davvero noi.

Sotto la superficie

Generalmente, l’ansia è un segnale. Un avviso di pericolo, un messaggio che ci comunica che c’è qualcosa che non quadra. A volte siamo ben consapevoli di quale sia l’oggetto della nostra paura in quel momento, altre volte invece non ne abbiamo assolutamente idea. Sentiamo solo un certo prurito, ma non sappiamo dove grattarci.

È un qualcosa che può accompagnarci in certi periodi del nostro vivere ordinario, che si traveste come sensazione di dubbio e confusione rispetto alle scelte che abbiamo fatto, al nostro stile di vita, ai nostri progetti, a come sarà il nostro futuro. In superficie, quest’ansia ci parla dei nostri problemi attuali, di come le cose non stiano andando come dovrebbero, di come le cose non sembrano avere senso.

Ma sotto, scendendo in profondità, c’è molto, molto di più. Negli abissi del nostro vivere c’è una condizione che ci accomuna tutti: l’impotenza che avvertiamo di fronte all’inevitabile incertezza della vita. È una condizione naturale dell’essere umani. Siamo alla perenne ricerca di un qualcosa che, improvvisamente, darebbe un senso a tutto.

Questione di prospettiva

Spesso questa ricerca si traduce nel desiderio profondo di avere uno scopo, di non essere una semplice comparsa nella commedia umana, di raggiungere stabilmente felicità e serenità. Ma non riusciamo mai, per quanto fortemente lo desideriamo, a sentirci pienamente soddisfatti.

Perché c’è sempre qualcosa che ci manca. “Forse, se facessi questo o quest’altro, le cose andrebbero meglio”. “Forse, se fossi una persona diversa, migliore, potrei finalmente sentirmi in pace”. E così continuiamo a oscillare tra ciò che pensiamo di essere e ciò che vorremmo essere. Una corsa senza meta tra dubbi, colpe e delusioni.

Occorre cambiare prospettiva. Occorre comprendere che tenderemo sempre a una condizione migliore, anche quando pensiamo di essere finalmente “arrivati”. Andando avanti, l’orizzonte semplicemente andrà avanti con noi. Per questo, quando avvertiamo quel sottile senso di insoddisfazione, è necessario guardare le cose da un altro punto di vista: invece che concentrarci sul “grande disegno”, sul nostro destino o sul senso della nostra esistenza su questo pianeta, portiamo il nostro sguardo all’adesso.

Cosa c’è che concretamente non va in questo momento nella mia vita? Cosa posso fare per incanalare questa angoscia esistenziale in un qualcosa di davvero rilevante per me?

In ascolto

Dicevamo che l’ansia è un segnale. Ma se non riguarda qualcosa di specifico, se è più una sensazione di “qualcosa che non va”, forse dovremmo prenderci un attimo e cercare di comprendere cosa vuole dirci. Perché è chiaro che vuole comunicarci qualcosa.

Quando compare quest’ansia è perché sta accadendo qualcosa nelle nostre vite, qualcosa che richiede la nostra presenza e attenzione. Non una presenza giudicante e catastrofica, ma una presenza attenta, comprensiva e amorevole. Perché una sterile critica a noi stessi non avrebbe altro effetto che paralizzarci, mentre aprire il nostro cuore e la nostra mente alla sofferenza che stiamo provando è l’unico modo per poter davvero capire di cosa abbiamo realmente bisogno in questo momento.

Cosa vuole dirci quest’ansia? Cosa vuole insegnarci di noi stessi? C’è forse qualcosa che non sta funzionando, qualcosa che potremmo fare diversamente? Cosa ci sta suggerendo?

Non bisogna avere paura delle risposte che potremmo trovare. Ignorarle non farebbe altro che continuare a farci vagare in un mare di incertezza e sofferenza. È inutile fare come i bambini, che portano le mani alle orecchie per non sentire: l’ansia continuerà a presentarsi, perché c’è qualcosa di urgente che vuole dirci.

Ascoltala, ascòltati.

ansia

In cammino

Il senso di quest’ansia esistenziale, in ultima analisi, è quella di invitarci a vivere in maniera significativa, in modo che la nostra vita possa davvero avere un senso. Ma lasciando da parte le grandi domande sul senso della vita, alle quali personalmente non so dare risposta, cosa significa allora “vivere in maniera significativa”?

Forse, potrebbe significare semplicemente che bisogna prendersi cura di sé stessi. Che significa ascoltarsi, con onestà e senza pregiudizio, per capire cos’è che ci fa stare bene e cos’è che ci fa stare male. E poi, con la stessa onestà verso sé stessi, muoversi con risolutezza in quella direzione.

Quando sentiamo questo senso di insoddisfazione, di confusione o di incertezza, non respingiamolo: avviciniamoci lentamente alla riva, prendiamo un po’ di fiato e poi immergiamoci in profondità. Sfruttiamo questi segnali, lavoriamo con loro invece che contro di loro. In fondo, da un certo punto di vista, ne va proprio della nostra vita!

Vista così, alla fine l’ansia potrebbe non essere nostra nemica, ma piuttosto potrebbe rivelarsi come la nostra più preziosa alleata. Forse è solo una piccola parte di un qualcosa di più grande: la segnaletica in un percorso che ci guida verso la crescita e che, in definitiva, ci indirizza verso un cammino migliore.

Un’esperienza strettamente personale, ma in un certo senso anche collettiva. Perché fa parte di tutti noi, esseri umani. Che lottiamo, giorno dopo giorno, alla ricerca della felicità. Quindi, anche se a volte senti che è proprio così, in realtà non sei solo. Perché, in fondo, siamo tutti sulla stessa barca.

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Preoccuparsi è normale, a volte persino utile. Quando però la preoccupazione diviene un’attività fine a sé stessa, che non porta a nulla se non a disperarci, l’unica cosa che ci resta da fare è passare all’azione. O accettare l’incertezza.

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Preoccuparsi può sembrare una buona cosa. E, in effetti, in certi casi lo è. Ad esempio, quando le nostre preoccupazioni ci aiutano nel mantenere un buono stato di salute: sottoporsi a screening periodici, seguire una dieta salutare o rivolgersi ad uno psicologo(!) sono tutti esempi di comportamenti motivati da una qualche preoccupazione.

Insomma: potremmo dire che una preoccupazione è “buona” quando ci porta ad agire nel nostro interesse, ovvero a misurare i rischi potenziali di alcune situazioni e prendere provvedimenti per scongiurarli. Preoccuparsi può diventare un problema quando diventa un’attività fine a sé stessa, senza alcuna rilevanza pratica. Cioè un semplice esercizio di pensiero con contenuti ripetitivi, intrusivi, incontrollabili e, soprattutto, decisamente catastrofici.

Preoccuparsi in maniera eccessiva può essere fortemente debilitante. Le preoccupazioni attivano inevitabilmente una normale e funzionale reazione di stress nel nostro organismo, ma quando questa reazione viene sollecitata frequentemente può portare a conseguenze decisamente negative. Inoltre preoccupazioni eccessive possono facilmente portarci a sperimentare vissuti di impotenza e di mancanza di controllo, che, oltre ad essere di per sé spiacevoli, non hanno altro che generare ulteriori preoccupazioni o potenziare quelle che già abbiamo.

Viaggio nelle preoccupazioni

Anna lavora come segretaria in uno studio medico. È una ragazza precisa, puntuale e affidabile. In un giorno qualunque, però, si ritrova alla fermata dell’autobus insieme a molti altri pendolari che aspettano, ormai da molto tempo, un mezzo che non accenna ad arrivare. Già dopo i primi minuti di ritardo comincia ad affacciarsi una prima preoccupazione: “Farò sicuramente tardi… E se il dottore dovesse arrabbiarsi?”

I minuti passano, le persone in attesa aumentano, ma dell’autobus non c’è traccia. Anna cammina su e giù, persa nel filo dei suoi pensieri: “Ci saranno delle persone in attesa di entrare, sicuramente arrabbiate per averle fatte aspettare tutto questo tempo. E se se ne lamentassero con il dottore? Potrebbe arrabbiarsi ancora di più! E se decidesse di licenziarmi?”

Quando finalmente arriva il mezzo, Anna si prepara all’assalto dell’autobus. Sgomitando, riesce a salire a bordo, ma si ritrova stipata tra una moltitudine di persone arrabbiate e infreddolite, qualcuna pure maleodorante. Al suo fianco, un signore di una certa età starnutisce senza sosta. Costui purtroppo ha le mani occupate a reggerlo agli “appositi sostegni”, quindi non può disporle a conchetta per contenere i germi espulsi dal naso e dalla bocca.

Anna vede i germi atterrare dolcemente sui suoi vestiti, sui suoi capelli, sul suo viso. “Che schifo! Ci manca soltanto che mi ammali! Oddio, non voglio ammalarmi! Se dovessi prendermi dei giorni al lavoro… non voglio nemmeno pensarci! Il dottore andrà su tutte le furie! Dopo il ritardo e tutti i disagi che ho causato, sarebbe la goccia che fa traboccare il vaso!”

Il tragitto verso il lavoro è, ovviamente, costellato da ulteriori ritardi: traffico, lavori in corso, resse e risse ad ogni successiva fermata. Anna ha avuto tutto il tempo di continuare a rimuginare su tutte le preoccupazioni che le sono passate per la testa, ed ormai è praticamente convinta che verrà disprezzata e umiliata dal datore di lavoro e dai pazienti, perderà quindi il lavoro e si troverà senza una lira. E per di più ammalata.

Il rimuginio

In psicologia, la preoccupazione “patologica” viene chiamata rimuginio. Il rimuginio consiste essenzialmente in una modalità di pensiero che presenta le seguenti caratteristiche:

  • Ripetitivo: il pensiero si ripresenta di continuo
  • Negativo: il contenuto del pensiero è incentrato su eventi negativi che potrebbero succedere o che sono già accaduti
  • Incontrollabile: il pensiero sembra non possa essere fermato
  • Astratto: il pensiero non è orientato all’azione, ma solo alla produzione di altri pensieri
  • Assorbente: il pensiero impedisce di concentrarsi su altri pensieri al di fuori di quelli legati alla preoccupazione

Ma a che serve un pensiero di questo tipo? Lo scopo del rimuginio, in ultima analisi, è quello di ridurre l’incertezza. Se ci sentiamo poco capaci di controllare eventi dall’esito incerto, ecco che il rimuginio ci aiuta, seppure in modo perverso, a darci un falso senso di prevedibilità e di controllo.

Questa modalità di pensiero si serve infatti della nostra immaginazione per presentarci diversi scenari possibili (di solito decisamente catastrofici) in modo da poter anticipare e indirettamente controllare un futuro evento temuto (o le conseguenze di un evento passato). E qui si scopre la trappola:

  • se l’evento temuto si verifica (può sempre capitare, ma di solito non in maniera così catastrofica come immaginato), rimuginare si rivela utile perché effettivamente ci ha fatto prevedere cosa sarebbe accaduto (“Te l’avevo detto io!”)
  • se l’evento temuto non si verifica, rimuginare può averci aiutato a prepararci al peggio o a risolvere un problema, o addirittura ha “magicamente” impedito che l’evento si verificasse

Perché è una trappola? Perché, di riffa o di raffa, il rimuginare ha funzionato. E puoi scommetterci che la prossima volta sarà più probabile adottare questa strategia. Che, come la prima volta, continuerà a funzionare. Fin quando non diventerà, inevitabilmente, una delle modalità di fronteggiamento dell’incertezza più efficaci (!?) del tuo repertorio.

Oltre al rafforzamento di questa risposta, però, c’è un altro aspetto che tenderà ad ingigantirsi: la tua percezione di essere insicuro, debole, spaventato e in balia degli eventi. Il che ti renderà ancora più preoccupato di fronte a eventi del cui esito sei incerto o che sono al di fuori del tuo totale controllo.

Insomma, il rimuginio ci illude di poterci fornire una qualche forma di controllo di fronte all’ignoto ma ci mantiene in una condizione di ansia che diventerà via via sempre più invalidante.

Tra palco e realtà

Possiamo quindi immaginare il rimuginio come una versione estremizzata della tipica preoccupazione. Un’importante differenza tra le due è che il rimuginio è una strategia che viene scelta dall’individuo come strategia per risolvere un problema, che però sfugge di mano fino ad essere percepita come incontrollabile.

Di base, però, sia il rimuginio che la “normale” preoccupazione si presentano come catene di pensieri di carattere negativo, ridondanti e orientati all’astratto. Queste catene di pensieri – composte da frasi, immagini, ricordi – finiscono per piazzarsi al centro del palco, mentre noi puntiamo un bel riflettore a illuminarli. A un certo punto, non vediamo che loro. Non sentiamo che loro, sia con la testa che con il cuore.

Noi, ignari spettatori, pendiamo dalle loro labbra e, in men che non si dica, il veleno è entrato in circolo. Ma se invece che semplici spettatori fossimo dei registi o degli sceneggiatori, cosa noteremmo in realtà? Che questi lunghi e tormentati monologhi interiori sono quasi sempre poco credibili. Insomma, suscitano un’emozione nello spettatore, ma di per sé non hanno molto senso.

I pensieri che accompagnano le preoccupazioni, insomma, risultano piuttosto artificiosi a ben guardare. Questo perché:

  • Non sono importanti: nella prospettiva generale della propria vita, quanto può essere importante il prendersi un raffreddore o fare tardi un giorno al lavoro? Quante cose ci sono successe in passato che lì per lì ci sembravano immense e che ora nemmeno ricordiamo? Si tratta davvero di eventi significativi?
  • Non sono probabili: l’immaginare scenari catastrofici – e le preoccupazioni vanno tutte in quella direzione – non li rende necessariamente probabili. Vabbè che la realta a volta supera la fantasia, ma quanto è probabile che Anna venga licenziata o trattata male perché ha fatto ritardo? Quanto è probabile che finisca a elemosinare a causa di circostanze totalmente al di fuori del suo controllo?

Occuparsi del preoccuparsi

Le argomentazioni che ci presentano le preoccupazioni sono, quindi, piuttosto deboli. Basta un po’ di attenzione ai contenuti e le immense costruzioni che abbiamo immaginato finiscono per dissolversi. Quando sei preoccupato per qualcosa, quindi, puoi provare a porti alcune domande per “tornare” alla realtà:

  • Ammesso che ciò che temo dovesse succedere davvero, qual è il peggior esito possibile? Qual è l’esito più realistico?
  • Ammesso che ciò che temo dovesse succedere davvero, quanto è probabile che fra una o due settimane lo ricordi ancora?
  • Quanto mi è utile, in questo momento, concentrarmi sull’immaginare possibili scenari negativi? Cosa posso fare in questo momento per scongiurare le conseguenze temute? E se non c’è niente che io possa fare, a cosa mi serve perdermi in questi pensieri?

Se hai difficoltà a rispondere a queste domande è possibile che tu sia più dalle parti del rimuginio che della “semplice” preoccupazione. Forse ritieni il preoccuparsi una strategia utile e funzionale, ovvero hai investito le tue preoccupazioni di una rilevanza e di un valore che semplicemente non meritano. In questo caso, il mio consiglio è di cercare una guida e un supporto professionale per uscire da questa trappola, che ha come ultimo effetto soltanto il prolungare la tua sofferenza.

Esistono però anche delle preoccupazioni “pratiche” e maggiormente orientate alla realtà. In questi casi lo scopo non sarà quello di sbugiardare i pensieri negati, ma di trovare delle soluzioni ai problemi per poi lasciar andare le preoccupazioni. Tutto quello che devi fare è agire:

  • Se puoi fare qualcosa, fallo. Considera le varie opzioni, prepara un piano di azione e mettilo in pratica.
  • Se puoi farlo adesso, fallo. Se non puoi farlo adesso aspetta il momento di poterlo fare, ma nel frattempo smetti di angustiarti rimuginando sulle tue preoccupazioni: sposta la tua attenzione verso qualcosa di piacevole o di utile.
  • Se devi necessariamente affrontare qualcosa, non evitarla. Se hai una scadenza da rispettare non ha alcun senso preoccuparsene per giorni: non ti fa bene né ti porta a risolvere il problema. La soluzione, anche qui, è solo una: agire.
  • Se non puoi far nulla, non ha senso preoccuparsi.

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Preoccup-azioni!

Preoccuparsi è normale, fa parte del gioco. Il problema è quando il preoccuparsi non porta a nulla di concreto, se non a una concreta sofferenza.

Spesso dimentichiamo che abbiamo più potere di quanto pensiamo. Ci facciamo schiacciare da prospettive immaginate di disastri incombenti e inevitabili, ma il più delle volte – per fortuna – si tratta sono di innocue allucinazioni.

Perdiamo di vista il fatto che ciò che immaginiamo, le fantasie catastrofiche che ci proiettiamo in testa, anche se incredibilmente coinvolgenti, non sono nulla di reale. Non esistono. Esiste solo la possibilità di prendere in mano la propria vita e affrontare, concretamente, ciò che ci fa stare male.

Invece che perderci in sceneggiati immaginari, agiamo. Perché c’è sempre qualcosa che possiamo fare. Fosse anche l’accettare di non poter fare nulla.

Che non sia questa la chiave per la liberazione?

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Chiunque soffra di ansia prima o poi se ne chiederà il perché. Ma da dove nasce l’ansia? Perché c’è chi ne soffre e chi no? L’ansia è una parte di noi, una condanna inevitabile, o è qualcosa che è possibile lasciarsi alle spalle?

origine ansia

C’è una domanda che, prima o poi, chiunque soffri di una qualunque forma di ansia si pone: “Perché sono così ansioso?”. La domanda non è per niente banale, considerato anche che la sofferenza di chi presenta un disturbo d’ansia non deriva soltanto dalla problematica in sé, ma anche dalla netta e soverchiante sensazione che qualcosa di sé stessi non va. Cioè, di essere in qualche modo “sbagliati” o “fatti male”.

Spesso, questa e altre domande simili si originano quando inevitabilmente ci si confronta con gli altri (che non mostrano alcun timore di fronte alle situazioni che l’ansioso invece teme) oppure quando il confronto è tra un passato in cui l’ansia non c’era (o non era così invalidante) e un presente fatto di paure, limitazioni ed eventi inspiegabili.

Ma cos’è l’ansia? Perché alcuni ne soffrono e altri no? È qualcosa che fa parte di noi e che non possiamo eliminare o è possibile fare qualcosa per sconfiggerla?

Perché l’ansia?

L’ansia è un prezioso meccanismo di allarme, senza il quale il genere umano non avrebbe potuto sopravvivere così a lungo. In pratica, la reazione d’ansia ci si segnala che c’è un pericolo che, direttamente o indirettamente, in qualche modo ci minaccia.

Nel tempo, il significato di “sopravvivenza” sembra essersi dilatato: i segnali di pericolo non riguardano più soltanto le minacce concrete al nostro organismo (ad es., un serpente velenoso o un orso pronto ad agguantarci), ma anche qualunque evento o situazione che potrebbe comportare un isolamento dagli altri, la perdita del proprio status sociale o economico, una condizione di salute precaria, la sperimentazione di dolore e di perdita.

Insomma: se c’è qualcosa che temiamo, a torto o a ragione, sperimenteremo ansia quando ci troveremo davanti alla prospettiva che ciò che temiamo possa accadere. Da non sottovalutare, inoltre, è anche un altro aspetto: la fiducia o meno nelle nostre capacità di far fronte a queste minacce.

Da dove viene l’ansia?

Sintetizzando, possiamo dire che i fattori che possono determinare lo sviluppo dell’ansia sono essenzialmente tre:

  • Genetica e temperamento: ovvero la predisposizione di un individuo a reagire o meno con ansia di fronte a degli stimoli;
  • Ambiente familiare: cioè il modo in cui sei stato cresciuto, le paure che circolano in famiglia e le abilità di gestione delle emozioni e degli imprevisti che ti sono state indirettamente insegnate mentre crescevi;
  • Eventi e traumi: tutte le situazioni che hai vissuto che possono aver comportato una minaccia alla tua vita, al tuo status o al tuo benessere in generale.

Prima di addentrarci nel dettaglio di questi fattori, una precisazione: più che di una singola causa specifica sarebbe più corretto parlare di una combinazione di questi fattori.

È raro, infatti, che a seguito di un singolo evento traumatico si sviluppi un disturbo ansioso vero e proprio. Più spesso, invece, è proprio la combinazione tra predisposizione ed eventi significativi, o tra predisposizione e apprendimenti avvenuti in famiglia (o qualsiasi altra associazione tra questi tre fattori) ad essere, in ultima analisi, responsabile dello sviluppo dell’ansia.

Genetica e temperamento

Quando si parla di genetica, eccetto che per determinate condizioni, non bisogna immaginarsi una “condanna” ad avere o meno una certa malattia o a sviluppare o meno determinati comportamenti. Specialmente riguardo i disturbi d’ansia, è decisamente più corretto parlare di predisposizione.

In particolare, di predisposizione del proprio organismo a reagire con intense reazioni emotive di fronte a determinate situazioni. Quindi di avere un minore stabilità emotiva di fronte ad eventi o sollecitazioni ambientali. Ma, come dicevo, non si tratta necessariamente di una condanna: stiamo parlando della planimetria della casa, non di come questa verrà effettivamente costruita. Quello che accadrà dalla nascita in poi sarà altrettanto (se non più) importante di una possibile predisposizione.

Spesso, è facile riscontrare nella propria famiglia “genetica” (i parenti acquisiti non valgono!) uno zio perennemente preoccupato di questo o di quello o una nonna particolarmente incline all’agitazione di fronte agli imprevisti. Insomma, per farla breve: se noti una somiglianza tra alcuni tuoi comportamenti ansiosi con quelli dello zio Nino, potrebbe essere questione di genetica.

Ambiente familiare

Prima di correre ad accusare i propri genitori o parenti di essere responsabili della vostra ansia, tenete bene in mente che:

  • di solito è la combinazione di più fattori a risultare determinante (quindi non si può addossare la colpa a un singolo fattore, in questo caso l’ambiente familiare);
  • qualunque genitore fa del proprio meglio per crescere i propri figli (e non è per nulla un compito facile), il tutto senza manuale di istruzioni!

Alcune persone che soffrono d’ansia sono cresciute in un contesto familiare in cui si trasmette l’idea che il mondo sia, in qualche modo, un posto pericoloso e imprevedibile, ovviamente senza alcuna consapevole intenzione di “traumatizzare” i propri figli. Si tratta, in ogni caso, del riflesso dell’ansia dei genitori stessi, che, direttamente o indirettamente, possono “insegnare” ai propri bambini ad essere ansiosi di fronte ad alcune situazioni.

Stili genitoriali

A volte questo avviene in modo esplicito (“Stai attenta quando esci, il mondo è pieno di malintenzionati!”), altre volte questa trasmissione è più sottile, e dipende dalle modalità con le quali i genitori educano i propri figli. Alcuni stili educativi, infatti, sembrano correlarsi più di altri allo sviluppo di problematiche legate all’ansia. Tra questi troviamo:

  • i genitori iperprotettivi: ovvero coloro che si impegnano costantemente a proteggere o a schermare i propri figli da qualunque possibile minaccia, frustrazione o sofferenza. Sempre pronti a soccorrerli e a trovare soluzioni ai problemi dei propri bambini, non consentono loro di imparare a tollerare e a gestire le proprie ansie e le piccole grandi sfide che inevitabilmente incontreranno nel loro cammino verso l’età adulta;
  • i genitori ipercontrollanti: cioè coloro che (spesso per contenere le proprie, di ansie) tendono a dirigere a controllare qualsiasi aspetto della vita dei propri figli, come le attività e gli sport da fare, i vestiti da mettere, persino cosa bisogna dire e cosa bisogna fare in certe situazioni. È chiaro che i genitori devono essere una guida per i loro figli, ma se si eccede si corre il rischio di smorzare qualunque espressione di autonomia, rinforzando l’idea del bambino (che poi diventerà adulto) di essere dipendente dagli altri e, soprattutto, di non essere in grado di affrontare ciò che teme;
  • i genitori incoerenti: alcuni genitori hanno difficoltà nel definire regole e limiti chiari, ma soprattutto tendono a rispondere in maniera imprevedibile e incoerente in situazioni tra loro simili. Succede dunque che un bambino possa, ad esempio, incontrare difficoltà nel prevedere cosa possa accadere dopo aver confessato una marachella: a volte ne consegue un sorriso comprensivo, altre volte un aspro rimprovero. Ogni volta è un lancio di moneta, e se ogni cosa avviene all’interno di una cornice non ben delimitata, tutto può essere incerto. La sensazione è di non avere il controllo su niente, che il pericolo possa trovarsi dietro l’angolo all’apparenza più innocuo. Come chiamarla, se non ansia?

Eventi e traumi

La predisposizione genetica o un ambiente familiare “ansiogeno” possono sì giocare un ruolo fondamentale nella genesi dell’ansia, ma spesso è possibile individuare un determinato episodio (singolo o presentatosi più volte) che sembra direttamente responsabile dello scatenarsi di un disturbo d’ansia vero e proprio.

Ma vale anche il ragionamento contrario. Un evento decisamente minaccioso per la sopravvivenza di più individui (pensiamo, ad esempio, a un terremoto) non “genera” automaticamente un disturbo d’ansia in tutti coloro che l’hanno vissuto. Quindi, ancora una volta, non è possibile individuare una singola causa per l’origine dell’ansia (predisposizione, apprendimenti o accadimenti), benché sia evidente come alcuni eventi possano rivelarsi un fattore scatenante.

Quando si parla di “traumi” si è portati a immaginare eventi singolari e catastrofici che segnano inevitabilmente la vita di chi li subisce. A volte, però, non si tratta di eventi specifici o ben definiti, ma anche di esperienze che semplicemente possono minacciare il proprio senso di stabilità o cambiamenti significativi con i quali è difficile venire a patti.

Piccoli grandi traumi

In questo senso, anche situazioni apparentemente positive possono favorire lo sviluppo di un disturbo d’ansia. Prendiamo, ad esempio, un avanzamento di carriera: nuove responsabilità, nuovi impegni e nuove sfide possono esacerbare vecchie preoccupazioni, vecchie paure e vecchie convinzioni.

Insomma, qualunque cosa possa spingerci al di fuori della nostra zona di comfort o che in qualche modo minaccia un equilibrio consolidato, può potenzialmente esporci a sviluppare (o a esprimere pienamente) un disturbo d’ansia.

La lista, potenzialmente, è infinita: la fine di una relazione, una malattia temporanea, un trasferimento, la nascita di un figlio, il trovarsi intrappolati nel traffico durante un forte acquazzone. In pratica, qualsiasi evento possa metterci di fronte alle nostre paure e alle nostre fragilità. Qualsiasi situazione possa rappresentare per noi un pericolo: come l’essere abbandonati, il sentirsi deboli e fragili, il trovarsi in una situazione in cui ci sentiamo impotenti.

origine ansia

Ritorno alle origini

Per risolvere la propria ansia non è necessario scoprirne l’origine precisa. Anche perché non è così facile: anche solo pensando alle esperienze vissute durante l’infanzia, possiamo dire con certezza che i ricordi che ci appartengono sono reali? E se in qualche modo si fossero mischiati ad altre memorie, altre ricostruzioni, altre narrazioni, altre interpretazioni?

Anche se non sempre è fondamentale capire l’origine della propria ansia, mettersi sulle tracce di questa può essere utile per due importanti ragioni:

  • Riesaminando alcuni episodi del passato, così come quelli che si verificano nel presente, è possibile individuare alcuni elementi che possono contribuire a dare un senso alle emozioni che si provano, ai pensieri che ci sono dietro e ai comportamenti che ne conseguono. Non tanto per fare luce sul passato (ormai è andato via), piuttosto per capire cosa non va ora e come affrontare l’ansia di adesso.
  • L’ansia non è un qualcosa che ci infliggiamo volontariamente: l’ansia può svilupparsi per molte ragioni, ma certamente la colpa non è di chi ne soffre. Dare un senso alla propria ansia, capire perché è così presente nella nostra vita, aiuta a contrastare la tendenza ad incolparsi, a sentirsi “diversi”, “fatti male” o “inferiori” rispetto ai non-ansiosi.

La colpa e l’autocritica, compagne decisamente dannose e che spesso vanno a braccetto con l’ansia, in questo senso, non hanno motivo di esserci. Nessuno decide di voler “essere ansioso”, né tantomeno è contento di non riuscire ad affrontare determinate situazioni. L’ansia nasce per alcune ragioni, ma nessuna di queste dipende dalla volontà della persona che ne soffre.

Disimparare l’ansia

L’ansia che si prova in determinate situazioni, che così tante limitazioni comporta nella nostra vita, non è un qualcosa caduto dal cielo: l’ansia è qualcosa che si impara. Questo al di là di possibili predisposizioni, che non sono condanne, ma, per l’appunto, solo “predisposizioni”.

Se l’ansia è un qualcosa che abbiamo imparato, allora, perché concentrare le proprie energie sui sensi di colpa, sul sentirsi “diversi”, “stupidi”, “inferiori”? Perché considerare l’ansia come inevitabile, come qualcosa che fa parte di noi e dalla quale non potremmo liberarcene mai?

Al di là di come abbiamo imparato a vivere alcune esperienza con ansia, è sempre possibile imparare un nuovo modo di affrontare quelle stesse situazioni. Quindi perché investire le proprie energie concentrandosi su quanto si è sbagliati, diversi e impotenti? Non sarebbe meglio investirle nel capire come e perché proviamo ansia, per imparare un modo diverso di gestirla?

Smetti quindi di giudicarti perché soffri d’ansia: non ti porta altro che ulteriore sofferenza. Così come è stata appresa, l’ansia può essere disappresa. Se vuoi, possiamo riuscirci insieme.

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Il sesso dovrebbe essere un’esperienza piacevole, ma è difficile che sia così quando si soffre della cosiddetta ‘ansia da prestazione’. Vediamo insieme come nasce l’ansia da prestazione e come fare per ritrovare l’intesa di coppia e il piacere del fare l’amore.

ansia da prestazione

Sulla carta, il sesso dovrebbe essere un’esperienza decisamente piacevole. A volte, però, finisce per diventare l’esatto opposto: un’attività che diviene fonte di stress più che di piacere. Questo è vero soprattutto nel caso siano presenti delle disfunzioni sessuali che impediscono di godere a pieno dell’esperienza, come difficoltà legate all’erezione o all’eiaculazione precoce negli uomini oppure assenza di desiderio o anorgasmia nelle donne.

Al di là delle specifiche problematiche, però, uno dei peggiori nemici del sesso resta sicuramente l’ansia da prestazione. In particolare, le preoccupazioni relative al proprio aspetto o alle proprie performance tra le lenzuola, che rendono il rapporto sessuale un’esperienza decisamente stressante e motivo di forte sofferenza. Anche per il partner.

In questo articolo portiamo l’attenzione sul rapporto tra sesso e ansia, in particolare sulle preoccupazioni relative alla prestazione e su cosa si può fare per vivere con maggiore serenità i momenti di intimità con la propria dolce metà.

Ansia e sessualità: una coppia incompatibile

Abbiamo parlato molte volte di come i nostri pensieri possano portarci a sperimentare ansia. Le tipiche preoccupazioni di chi si approccia all’attività sessuale come una “prestazione” non fanno eccezione.

Nel momento in cui si scatena la risposta di ansia, infatti, nel nostro corpo avvengono delle modificazioni che preparano il nostro corpo ad agire: andiamo cioè in modalità “attacco o fuga”. Quando si attivano i circuiti responsabili di questo processo (parliamo del sistema nervoso simpatico, che di simpatico, come stiamo per vedere, non ha proprio nulla), semplicemente non si può avere un’erezione. Nelle donne, invece, è impedita la risposta di lubrificazione.

Insomma, mancano proprio le basi. Non c’è molto altro da aggiungere: ansia e sesso sono decisamente incompatibili!

Pensieri e preoccupazioni

Ci sono diversi tipi di preoccupazioni che possono passare per la testa dello sfortunato amante. Semplificando, possiamo distinguerle in due tipologie: quelle relative alla prestazione e quelle legate alla propria immagine di sé.

Tra le ansie che hanno come oggetto la performance sessuale troviamo in particolare:

  • L’aspettativa di dover soddisfare sessualmente il partner;
  • La preoccupazione (nell’uomo) di raggiungere l’eiaculazione troppo presto o di non riuscire a raggiungerla affatto;
  • La preoccupazione (nella donna) di non essere in grado di raggiungere un orgasmo.

Per quanto riguarda aspetti legati alla propria immagine corporea, si riscontra soprattutto:

  • Il non essere a proprio agio con il proprio corpo, sia rispetto a inestetismi o a problemi di peso, sia relativamente alla conformazione e alle misure degli organi genitali.

Esistono diversi motivi che possono portare una persona a sperimentare ansia in ambito sessuale. Si va da precedenti esperienze traumatiche a cambiamenti fisici dovuti a malattie o gravidanze, passando per molti altri fattori. Tra questi, un ruolo sicuramente importante è occupato dalle credenze relative alla sessualità.

Credenze sul sesso e immagine di sé

Parliamo di idee decisamente inesatte ma purtroppo molto diffuse nella nostra società relative a cosa sia il sesso e come vada fatto, ma anche concezioni relative alla mascolinità o alla femminilità. Ad esempio:

  • l’uomo è davvero uomo solo se è in grado di soddisfare una donna, magari con un certo numero predefinito di orgasmi “da procurare”;
  • l’uomo deve essere sempre avere voglia ed essere pronto e disponibile a fare sesso, a prescindere dalla stanchezza, dalla saluta fisica e dall’ansia;
  • le dimensioni sono l’unica cosa che conta davvero;
  • in una coppia, se ci si ama davvero, si sa già cosa vuole o pensa il proprio partner;
  • il sesso deve essere un’attività naturale e spontanea, non se ne può parlare, altrimenti non sarebbe la stessa cosa;
  • il sesso è realmente soddisfacente solo se entrambi i partner hanno un orgasmo contemporaneamente.

Il problema di queste credenze, oltre al fatto che sono di per sé assolutamente sbagliate, è che inducono una certa idea di cosa è normale e di cosa non lo è, di ciò che va e di ciò che non va. Un uomo che, ad esempio, non è dell’umore giusto per un rapporto sessuale potrebbe ritenere che c’è qualcosa in lui che non va, che non è normale. Allo stesso modo, un uomo che non riesce a sviluppare o a mantenere l’erezione durante un rapporto sessuale, potrebbe pensare di non essere in grado di soddisfare sessualmente la propria partner, quindi di non essere un “vero” uomo.

Che effetto può avere sulla propria immagine di sé credere a queste concezioni sulla sessualità? Cosa succede se crediamo in maniera rigida a queste idee, confrontandoci continuamente con standard irrealistici e per di più inesatti?

Cosa succede in camera da letto?

Come spesso accade quando si ha a che fare con l’ansia, le conseguenze che più temiamo e che vogliamo evitare si presentano drammaticamente proprio a causa della stessa ansia.

Quando una persona vive la sessualità concentrandosi esclusivamente sulla prestazione o sui propri difetti fisici, perde di vista cosa succede tra le lenzuola in quel momento. Non solo, perde di vista il proprio partner.

Un amante distratto da pensieri quali “sto andando bene?”, “si vede la pancia che sobbalza?” o “non devo perdere il controllo!” è un amante disattento, quindi non in grado di prestare realmente attenzione ai bisogni del partner, quindi – paradossalmente – non in grado di soddisfarlo.

Il rischio è che si instauri un circolo vizioso dal quale diventa difficile uscirne: a partire dagli effetti dell’ansia sulla “prestazione”, che già rendono difficile iniziare o portare avanti un rapporto, se l’attenzione è portata esclusivamente alla performance non c’è possibilità di un incontro realmente soddisfacente, il che alimenta le proprie insicurezze e, quindi, la propria ansia.

ansia da prestazione

Come affrontare l’ansia da prestazione

Un consiglio generale e sempre valido quando si parla di difficoltà sessuali, è di rivolgersi al proprio medico di fiducia ed eventualmente a medici specializzati in disturbi della sessualità. È il caso soprattutto di problemi relativi all’erezione o in caso di dolori nel rapporto. Ad ogni modo, è necessario indagare su possibili condizioni mediche o sull’utilizzo di farmaci o altre sostanze che possono essere alla base di una disfunzione sessuale.

Esclusa la possibilità di una causa organica, il mio consiglio è di:

  • Parlarne con il tuo partner. È molto importante confrontarsi in maniera aperta sulle proprie difficoltà o insicurezze, anche perché spesso il partner è già ben consapevole che c’è “qualcosa che non va”. Provate a trovare una soluzione insieme: oltre che avvicinarvi ancora di più come coppia, la vostra vita sessuale potrebbe guadagnare moltissimo da un confronto aperto e sincero.
  • Non concentrarti solo sulla penetrazione. Il sesso è molto più del coito, e il piacere non dipende solo da questo. Ci sono molti modi per provare benessere e soddisfazione nell’intimità con l’altro, dai massaggi sensuali ai baci, dalle carezze al darsi piacere l’un l’altro senza penetrazione. Quello che conta, alla fine, è solo stare bene insieme e godersi il momento.
  • Chiedere aiuto a un terapeuta. Se hai difficoltà a confrontarti con il partner o non sai bene cosa fare, la cosa migliore da fare è consultare uno psicoterapeuta che possa aiutarti nel risolvere queste difficoltà. È comunque la strada migliore da percorrere se una coppia vive delle forti tensioni al di fuori della camera da letto: in questi casi è difficile anche che ci sia il desiderio di fare l’amore, che è sicuramente un prerequisito fondamentale, figuriamoci il resto.

Infine, è importante che tu smetta di darti addosso. Smetti di concentrarti sui tuoi difetti o sullo standard minimo da garantire: come abbiamo visto non è che aiuti molto. Smetti di giudicarti negativamente: non serve a nulla e ti fa stare solo male. Se pensi di avere dei problemi a letto, cerca aiuto: è la decisione più saggia per tornare nuovamente a vivere la sessualità in maniera positiva e soddisfacente.

Se hai bisogno, io ci sono.

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L’ansia, come qualunque altra emozione negativa, è un’esperienza decisamente spiacevole, al punto che certe volte sembra impossibile da tollerare. E se invece non fosse così? Cosa potremmo scoprire se solo provassimo a stare semplicemente con questa emozione?

Tollerare

In breve, un’emozione rappresenta la risposta del nostro corpo a un dato evento. Accade qualcosa, il nostro cervello lo registra, lo interpreta e il nostro organismo risponde con delle modificazioni fisiologiche che ci preparano a una reazione congruente.

Il tutto avviene in pochi millisecondi, non è possibile interrompere il percorso già avviato e prevenire il “sentire” dell’emozione. Quindi mettiamoci l’anima in pace: le emozioni ci sono e si fanno sentire in tutta la loro prepotenza.

Questo però non significa che non sia possibile fare qualcosa al riguardo. Preso atto dell’inevitabilità delle emozioni, non resta che chiederci: è possibile vivere le emozioni senza farci sopraffare da queste?

Ma partiamo dall’inizio, da dove tutto in qualche modo si origina: il nostro cervello.

Emozioni e cervello

La sequenza descritta in precedenza è di una complessità e di una magnificenza uniche, come del resto lo sono tutte le espressioni del nostro organismo, che è una “macchina” meravigliosa e ineguagliabile nella sua efficienza e rapidità.

I meccanismi legati all’espressione delle emozioni hanno un’origine antica, tant’è che i circuiti cerebrali responsabili risiedono nelle parti del cervello più primitive. Sempre per semplificare: quelle che ci accomunano agli animali. Proprio per questo carattere “istintivo”, rapidissimo e automatico, non è per nulla facile riuscire a controllare questi processi. Anzi, a dirla tutta è praticamente impossibile.

Ma l’essere umano, nel corso di moltissimo tempo, ha sviluppato nuove e uniche aree cerebrali che vanno oltre i circuiti più antichi e che ci consentono di vivere le emozioni in maniera più complessa, potendo noi riconoscere, etichettare e, in qualche misura, persino inibire le reazioni emotive.

In ultima analisi, quindi, non siamo completamente schiavi delle nostre emozioni, anche se i meccanismi arcaici che ne sono alla base sfuggono da qualsiasi nostro tentativo di controllo. Ma se non possiamo controllare l’emergere delle emozioni, cosa possiamo fare per gestirle?

Attacco e fuga

Riepilogando, il primo meccanismo che si innesca è una sequenza automatica che è al di fuori del nostro raggio di azione: il cervello interpreta degli eventi e prepara l’organismo a reagire.

Prendiamo ad esempio una delle emozioni più basilari: la paura. Quando proviamo paura è perché c’è qualcosa che sta accadendo (o pensiamo stia per accadere) e che rappresenta una minaccia per la nostra persona. Le risposte possibili, a dar retta al nostro istinto, sono due: o attacchiamo o fuggiamo.

Se davanti a noi c’è un mastino sbavante, chiaramente arrabbiato e minaccioso, sicuramente proveremo paura, ma ancora prima di rendercene conto è probabile che siamo già scappati a gambe levate (di “attaccare” non se ne parla proprio). Qui si vede la potenza del nostro sistema automatico di interpretazione degli eventi e reazione emotiva: non abbiamo bisogno di pensare per sapere cosa fare. Un attimo in più a ragionare sulla situazione e il cagnaccio potrebbe facilmente farci a pezzettini.

In questi casi, gestire l’emozione non avrebbe molto senso. Ma se il cane non c’è? Cioè: se il pericolo non fosse reale, ma solo immaginato?

Pericolo in anteprima

Possiamo dire che, per eccesso di sicurezza, a volte il nostro cervello tende a sovrastimare il pericolo. È, ad esempio, quello che accade quando proviamo ansia. L’ansia, sempre semplificando, è frutto di un’esagerazione della probabilità che possa verificarsi un pericolo, o comunque un evento a noi avverso.

Paura è avere un cane minaccioso davanti, ansia è prefigurarsi la possibilità di trovarselo avanti. E qui le cose si complicano. Se pensiamo di trovarci davanti il temuto Cerbero nel tragitto da percorrere, chiaramente proveremo ansia nel fare quella strada. Come reagiamo allora? Molto semplicemente, evitiamo quel percorso.

Fin qui nulla di male. Impostiamo il navigatore mentale per percorre una strada alternativa e tutto andrà bene. Magari allunghiamo un po’, ma almeno saremo salvi. Non sempre però è possibile percorrere un’altra strada. E se quello che temiamo non fosse un animale (cioè, un qualcosa di tangibile, di concreto), ma qualcosa di più astratto, come ad esempio la paura di sentirsi male? Come si fa a scappare da ciò?

Effetti collaterali

Il nostro cervello, anche se vincolato ad alcuni meccanismi rigidi, è in realtà molto, molto creativo. Che sia un pericolo “fisico” o “mentale”, troverà sempre il modo di evitarlo. Può scoprire e imparare, ad esempio, che se si ha paura di sentirsi male, avere al fianco una persona che può aiutarci in caso di bisogno può farci sentire più sicuri.

Soluzioni come questa, però, anche se geniali e utili nell’immediato, possono avere degli importanti effetti collaterali. Spesso, persino peggiori del pericolo inizialmente temuto. Chi ricerca aiuto psicologico per problematiche legate all’ansia, spesso lo fa perché le soluzioni attuate fino a quel momento sono andate fuori controllo.

Certo, la persona è consapevole che la base di tutto è la paura che c’è dietro certi comportamenti, ma non chiederebbe aiuto se la soluzione individuata funzionasse davvero. Il problema, quindi, è che le strategie attuate non sono più funzionali.

Leggere, rileggere, verificare

Poiché i meccanismi cerebrali inducono una risposta emotiva in seguito a una determinata interpretazione degli eventi, il problema quindi potrebbe essere nella lettura delle situazioni e dei possibili pericoli associati.

Questa è una prima e importantissima chiave di lettura (perdonate il gioco di parole!). Se è l’interpretazione dell’evento a essere sbagliata, è chiaro che è fondamentale imparare a rileggere le situazioni in maniera più oggettiva ed equilibrata. Tenendo inoltre presente che non va valutato solo il presunto pericolo, ma anche le possibilità che abbiamo per poterlo affrontare, spesso fortemente sottostimate (al contrario della minaccia, che viene solitamente ingigantita).

Riuscire a valutare “le cose come stanno” in maniera più obiettiva e razionale è un punto molto importante, ma non è la soluzione definitiva né tantomeno l’unica strategia da perseguire. Un altro elemento fondamentale per riuscire a comprendere e affrontare l’ansia (ma il discorso, tenuto conto delle differenze, è valido per qualunque emozione vissuta come negativa) è affrontarla concretamente.

In sostanza, non è importante solo mettere in discussione il presupposto “ho bisogno di qualcuno che mi stia sempre vicino altrimenti se mi sento male sono spacciato”, è altrettanto importante verificarlo concretamente, in questo caso evitando di ricercare la presenza di una persona che (nella nostra testa) ci tiene al sicuro e vedere cosa succede.

Tra il dire e il fare

Ed è qui che il gioco si fa duro. Non è facile, soprattutto che chi combatte da molto tempo con presupposti e comportamenti disfunzionali, riuscire a mettersi in discussione e affrontare nel concreto l’ansia.

Pur arrivando a comprendere cosa c’è dietro quell’emozione, cioè perché leggiamo la situazione proprio in quel modo (un processo che sopra ho espresso in maniera molto sintetica ma che in realtà è decisamente più complesso), quando ci troviamo davanti all’emozione nuda e cruda ci tremano le gambe.

Del resto, è più che normale. L’ansia è un’emozione assai spiacevole, e siamo automaticamente portati a trovare modi per eliminarla, o comunque per non sentirla. Il pericolo di cadere nelle vecchie abitudini (cioè, le passate strategie disfunzionali per gestirla) è sempre dietro l’angolo.

Ma perché non sopportiamo di sentirla? Perché non tolleriamo assolutamente le possibilità di provare qualcosa di negativo? Perché le emozioni ci fanno così paura?

Tollerare la spiacevolezza

Perché, ancora una volta, entrano in gioco gli automatismi cerebrali. Quando ci troviamo faccia a faccia con l’ansia, ad esempio, noi leggiamo il nostro stato attuale come effettivamente spiacevole, se non pericoloso. Al nostro cervello non piace soffrire (e come biasimarlo?), così urla con forza che dobbiamo scappare da quella situazione, e più cerchiamo di resistere, più le sue grida d’aiuto si intensificano. A un certo punto, quasi inevitabilmente, cediamo. E torniamo al punto di partenza.

Ma se il cervello si sbagliasse? Se l’emozione che proviamo fosse sì spiacevole (inutile negarlo!), ma essenzialmente tollerabile? Cosa succederebbe se, in qualche modo, riuscissimo a stare con la nostra emozione negativa?

Semplicemente, accadrebbe qualcosa di impensabile: se riusciamo a stare abbastanza tempo con le nostre emozioni, ignorando i pianti disperati frutto di un sistema di allarme ricco di pregiudizi sugli effetti delle emozioni, ecco che, a un certo punto, il cervello capìtola.

In sostanza, lo prendiamo per sfinimento. Dopo che si sarà sfogato per bene, capirà che non non gli servirà più urlare, che non c’è niente che possa fare. Allora si zittisce. E l’emozione, pian piano, scemerà. Fino a scomparire.

Tollerare

Stare con l’emozione

Questi miei discorsi, ovviamente, possono solo solleticare la parte razionale del cervello. Per quanto ragionevoli, c’è un solo modo per scoprire se le emozioni sono davvero tollerabili: provare a stare con loro.

Quando ci sentiamo un po’ preoccupati, in ansia o agitati, proviamo semplicemente a stare con queste emozioni. Non c’è bisogno di fare molto altro. Prendiamoci un po’ di tempo, anche solo qualche minuto, e vediamo cosa succede.

Anche se sicuramente sentiremo l’impulso di fare qualcosa (di solito mettere in atto i soliti meccanismi che nel corso del tempo abbiamo escogitato pur di non sentire il dolore, oppure metterci a pensare intensamente alle nostre preoccupazioni), proviamo, solo per questi pochi minuti, a non fare nulla. Volendo, possiamo aiutarci portando la nostra attenzione al respiro, un modo per restare in contatto con noi stessi e non perderci nei bla bla della nostra mente, sempre pronta a farci qualche “sgambetto” per farci desistere.

L’idea di stare semplicemente con un’emozione negativa spaventa, me ne rendo conto. Di solito temiamo che possa accaderci qualcosa di spiacevole, anche se non sappiamo bene cosa. Ma provare a stare con l’emozione, senza cercare di sfuggirvi, è l’unico modo che abbiamo per scoprire cosa succede davvero.

Iniziamo a sperimentare quando le emozioni non sono troppo intense, così sarà più facile metterle alla prova. Dopo un po’ di pratica, nulla ci vieta di provare anche quando le emozioni sono più forti. Se poi hai bisogno di aiuto, io ci sono.

 

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Le emozioni sono il modo che il nostro organismo ha per segnalarci che c’è qualcosa che sta accadendo dentro o fuori di noi. Si tratta quindi di segnali molto importanti, ma quando le emozioni sono troppo intense corriamo il rischio di farci trascinare verso conseguenze che non sempre sono positive per noi.

emozioni

Le emozioni sono una parte fondamentale della nostra vita interiore. Sono il modo che il nostro organismo ha per segnalarci che sta accadendo qualcosa, positivo o negativo che sia, e che istintivamente ci consente di reagire. Vengono elaborate in maniera rapidissima dai circuiti più primitivi del nostro cervello e per questo tendono ad innescarsi in maniera automatica.

Proprio a causa di questa automaticità, a volte non è facile riconoscerle. Quello che potremmo sentire, quando proviamo un’emozione, sono dei cambiamenti a livello fisiologico e un certo “prurito” ad agire. Ad esempio, quando proviamo rabbia potremmo avvertire una generica attivazione  del nostro corpo così come altri segnali più o meno diversi per ciascuno di noi: mani serrate, spalle tese, un “fuoco” dentro. Allo stesso modo, la felicità si può comunemente associare alle classiche “farfalle nello stomaco”.

Ciò che sentiamo può essere così intenso e totalizzante che facilmente si può credere che si tratti di un qualcosa di assolutamente ingestibile o inevitabile. Quasi una forza inarrestabile che agisce contro la nostra volontà, un qualcosa che è altro da noi e che può fortemente condizionare la nostra vita. Ma è davvero così? Davvero non possiamo fare nulla per gestirle?

Quali sono le emozioni?

Non è semplicissimo riuscire a dare una forma a qualcosa di così intimo e “sfuggente” come le emozioni. Numerosi ricercatori e studiosi hanno elaborato altrettante classificazioni degli stati emotivi, ma sicuramente una delle più importanti è quella elaborata da Paul Ekman, un pioniere dello studio delle emozioni.

Lo psicologo statunitense, dal quale tra l’altro hanno preso spunto  i creatori della serie tv “Lie to me”, distingue le diverse emozioni in primarie e secondarie. Le emozioni primarie hanno la caratteristica di essere innate e comuni a tutti gli esseri umani, sono cioè universali. Le emozioni secondarie sono per di più il frutto della combinazione tra quelle primarie e le variabili legate alle diverse culture.

Le emozioni primarie, quelle che sono alla base del patrimonio emotivo di ognuno di noi, sono la gioia, la tristezza, la paura, la rabbia, il disgusto, la sorpresa e il disprezzo (a proposito di cinematografia, forse avrete notato come le prime cinque siano quelle rappresentate nel film “Inside Out”).

Quelle secondarie, che si originano nel corso dello sviluppo individuale a partire dalla cultura di riferimento, sono più numerose e complesse. Tra queste troviamo l’ansia, l’invidia, la vergogna, la nostalgia, la gelosia, la delusione, il rimorso, la speranza e la rassegnazione.

A cosa servono le emozioni?

Per dirla in parole povere, le emozioni sono il punto di incontro tra noi (l’interno) e il mondo che ci circonda (l’esterno). Sono le reazioni che si manifestano dentro di noi quando accade qualcosa di significativo nel “nostro” mondo. In particolare, nascono dalla interazione tra i nostri bisogni e desideri e le circostanze che possono avere un’influenza su questi.

Ad esempio, se sto camminando per strada e mi imbatto in un tipo sospetto con un coltellaccio in mano, proverò immediatamente paura. Questo perché la circostanza esterna (il tipo col coltellaccio) rappresenta una potenziale minaccia al bisogno fondamentale di sopravvivere.

Oppure, tra il banco carni del supermercato sento una puzza tremenda e provo un forte disgusto. Che faccio, lo compro quel filetto? No, perché istintivamente il mio corpo mi ha segnalato: “Se mangi questo puoi sentirti male, potresti addirittura morire”.

Ovviamente, in quanto reazioni, sono piuttosto rapide e automatiche. Ma va benissimo così! Immaginiamo di dover analizzare ogni singolo dettaglio per capire, ad esempio, se scappare o andare avanti ignorando l’altro umano col coltello, o se mangiare comunque quel pezzo di carne perché sempre di cibo si tratta: ci saremmo già estinti da tempo.

Insomma, le emozioni sono il segnale istintivo che il nostro organismo innesca quando si trova in determinate circostanze che possono avere un impatto significativo su noi stessi e la nostra vita (non necessariamente negativo, la gioia infatti ci segnala che c’è qualcosa di positivo per noi). Che questo segnale sia sempre accurato e ci conduca a scelte funzionali, però, non è sempre detto.

Emozioni = Azioni

La parola emozione viene fatta derivare dal latino ex-movere, letteralmente “muovere fuori”, ovvero smuovere, portare fuori. La chiave, qui, è il verbo muovere. Muoversi significa agire. E alle emozioni, di solito, seguono delle azioni.

Se ho paura, scappo. Se provo disgusto, evito. Se provo rabbia, aggredisco. Agire d’istinto, sull’onda dell’emozione, in alcune circostanze può salvarci la vita, ma altre volte può invece complicarcela.

Immaginiamo di aspettare il nostro turno per un temutissimo esame orale e di provare una forte ansia. Siamo estremamente preoccupati di fare una brutta figura davanti al professore e temiamo le conseguenze che ne potrebbero derivare. Percepiamo, cioè, un pericolo. Istintivamente si tratta di un pericolo molto reale, perché per noi è molto importante essere apprezzati dagli altri, e fare una brutta figura è una cosa che assolutamente non vogliamo.

In una situazione del genere, se l’emozione che proviamo è molto forte (alimentata da credenze e desideri rigidi e altrettanto forti) tendiamo a re-agire allontanandoci dal pericolo. Alziamo i tacchi e, quatti quatti, andiamo via dall’aula. Ben fatto! Anche oggi abbiamo evitato di fare una brutta figura! Certo, manca un esame sul libretto (e la prossima volta non è detto che ci sentiremo abbastanza preparati per affrontarlo senza perdere la faccia), ma almeno le apparenze sono salve!

In questo caso, l’emozione si è tradotta effettivamente in azione. Le conseguenze che ne deriveranno (un altro esame da dare, stress, senso di colpa, e-ora-chi-glielo-dice-ai-miei?) saranno il frutto della reazione istintiva che si è innescata in risposta a ciò che è stato provato. La domanda è: potevano andare diversamente le cose?

Emozioni disfunzionali

Le emozioni possono essere un potente strumento per guidarci tra le vicissitudini della vita. In un certo senso, rappresentano il nostro “angelo custode”. Solo che a volte questo angelo custode è un po’ troppo pedante, per non dire paranoico. Per stare sul sicuro, infatti, tende a sopravvalutare qualunque cosa possa rappresentare un pericolo per la nostra sopravvivenza (o meglio, per ciò che riteniamo essere sopravvivenza).

Capita, allora, che un’emozione sia troppo intensa o dolorosa e che possa prendere il sopravvento sulla ragione facendoci re-agire senza starci troppo a pensare, solo perché l’istinto ci dice che è così che dobbiamo fare.

A volte ci va bene, altre volte ci va decisamente male. Pensando soltanto all’emergenza, infatti, si rischia di perdere la prospettiva del quadro più generale: rispondendo solo alle circostanze immediate, rischiamo di compromettere aspetti molto più importanti della nostra vita. Pensando all’esempio di prima, evitare di sostenere un esame ci tiene al riparo dalla sofferenza di quel momento, ma è nulla rispetto alle ripercussioni che alla lunga potrebbero dipendere da quell’evitamento, soprattutto se si ripete nel tempo.

Così, un’emozione può rivelarsi disfunzionale perché, in ultima analisi, potrebbe portarci a reagire in modi che non ci sono utili e che non fanno il nostro interesse. Se l’emozione non ci consente di pensare con chiarezza e quindi di agire in maniera efficace rispetto ai nostri desideri e obiettivi più importanti, allora potrebbe non essere funzionale ai nostri scopi.

Gestire le emozioni

Per farla breve, le emozioni rappresentano nient’altro che dei segnali. Dei segnali sicuramente importanti, visto che in passato hanno salvato la vita ai nostri progenitori e hanno contributo persino a strutturare le prime società, ma che in certe occasioni, specialmente nell’età moderna dove tutto è più facile ma allo stesso tempo tremendamente più complicato, possono rivelarsi inesatti, se non addirittura dannosi.

Il problema, quindi, non sono le emozioni in sé, ma la lettura che ne facciamo. Ignorarle è quasi impossibile (e non è detto che sia utile), seguirle pedissequamente è sbagliato. Se al solo pensiero dell’esame lasciamo che l’ansia prenda il sopravvento, potremmo leggere lo stesso paragrafo per ore ma non saremo in grado di concentrarci al punto da capirne il significato.

Se però ci prendiamo del tempo per capire cosa ci sta succedendo e quali paure e credenze ci sono dietro a quell’emozione, se cioè ci concediamo la possibilità di ascoltare davvero cosa il nostro istinto ci sta comunicando, allora forse potremmo capire davvero cosa fare in quel momento.

“Ho paura di fallire, questo sì, ma se mi lascio prendere da questa paura al punto da non riuscire nemmeno a studiare, non sarebbe ancora più probabile il fallimento? Cosa posso fare per lenire questa sofferenza? Ma, in fondo, sarebbe davvero così tremendo fallire questo esame? Sarebbe davvero irrimediabile?”

emozioni

Tutto scorre

E nel frattempo, mentre cerchiamo di ascoltarci con apertura e senza giudizio, potremmo anche fare una scoperta interessante: quell’ansia non è più. Adesso, proprio ora, non si tratta più di ansia, ma semplice preoccupazione. Un lieve mormorio interno che ci esorta a fare di più se vogliamo riuscire in quell’esame, piuttosto che un tumulto assordante che, invece di aiutarci, non fa altro che spaventarci, confonderci e bloccarci.

Lottare contro il proprio istinto, contro delle emozioni così intense da sentirle nelle ossa e che sembrano essere parte di noi, è molto difficile. In un certo senso, è lottare contro sé stessi.

Le emozioni sono una grande risorsa. Sono la porta che può condurci al nostro mondo interiore, fatto di sogni, desideri, ma anche di paure. Non bisogna avere paura di quale paesaggio ci troveremo a contemplare, perché è un qualcosa che dentro di noi esiste a prescindere da se lo vediamo o no. Osservarlo, conoscerlo e capirlo può invece fare una grande differenza.

Perché è solo se riusciamo a capire cosa vogliamo e cosa non vogliamo, cosa possiamo e cosa non possiamo, che potremo davvero andare incontro alla nostra felicità.

Se vuoi, sono pronto per accompagnarti lungo la tua strada.

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Dai nostri pensieri dipende ciò che proviamo e ciò che facciamo. È possibile conoscere le ragioni per le quali alcune situazioni ci fanno pensare male e, dunque, ci fanno stare male? E cosa c’è dietro questi pensieri?

pensieri

Molte persone vivono le proprie emozioni o mettono in atto dei comportamenti senza essere consapevoli del perché siano presenti. Gli stati emotivi possono così essere vissuti come misteriosi, improvvisi, inspiegabili. Il che, in molti casi, tende a renderli anche peggiori di quello che già sono. Quando una persona prova una forte ansia all’improvviso, oltre al dover fare i conti con la spiacevolezza di quell’emozione, si trova infatti a fronteggiare un evento emotivo che sembra sbucato dal nulla, e questo aumenta la sensazione di paura e di incertezza.

Anche alcune delle azioni che compiamo vengono spesso agite in maniera pressocché automatica. Pensiamo all’accendersi una sigaretta: cosa c’è dietro? Perché lo facciamo? Spesso non ne siamo per nulla consapevoli, al massimo ci limitiamo a dire che stiamo rispondendo a una “sensazione” interna.

Nei disturbi d’ansia è molto frequente il ricorso ai meccanismi dell’evitamento e della fuga: se c’è qualcosa che temo, la evito; se ci sono già in mezzo, fuggo. Perché lo facciamo? Se ci riflettiamo su, scopriamo molto facilmente che mettiamo in atto questi comportamenti semplicemente perché temiamo quello che potrebbe accadere se affrontassimo la situazione. Quello che temiamo, quindi, ha un ruolo fondamentale nel dettare questo genere di azioni. Di conseguenza, ciò che facciamo (e ciò che proviamo) dipende dal modo in cui valutiamo la situazione come più o meno pericolosa o neutra.

Cogito ergo patior

Detto in parole povere: ciò che pensiamo in una data circostanza è direttamente responsabile di come ci sentiamo e di quello che facciamo.  Con il termine “pensiero” si intende, in questo caso, tutto ciò che ci passa per la testa in merito alla valutazione di una situazione. Da questa lettura dipende in larga parte ciò che proveremo in quella circostanza e come potremmo (re)agire in quel contesto.

Quando si è felici, perché si è felici? Proviamo felicità quando constatiamo che è accaduto qualcosa di bello per noi. E anche i comportamenti che potremmo agire rifletteranno questa valutazione. Potrebbe essere lo stesso anche per emozioni che giudichiamo negative, come l’ansia, la tristezza, la rabbia?

Certo che sì. Inevitabilmente, il modo in cui vediamo e giudichiamo la realtà e cosa ci accade conduce a sperimentare delle reazioni emotive congruenti. Semplificando: se ci sentiamo in ansia, è perché valutiamo che c’è qualcosa che ci mette in allarme; se ci sentiamo tristi, è perché valutiamo in maniera estremamente negativa la situazione nella quale ci troviamo.

Pensieri in superficie

Il modo in cui valutiamo le situazioni è in buona parte “inconsapevole”, quindi non è un qualcosa che si fa di proposito. Si tratta dunque di un meccanismo prevalentemente automatico, con i contenuti della valutazione che rifletteranno alcune delle nostre credenze su chi siamo, su chi sono gli altri e sul mondo che ci circonda. Non è facile riuscire a cogliere l’essenza alla base dei nostri modi di valutare la nostra realtà interna ed esterna, ma alcuni pensieri più superficiali (e quindi più facili da osservare) possono darci indizi importanti sul perché pensiamo in determinati modi.

Spesso basta un minimo di sforzo e di attenzione per cogliere quelle brevi frasi (o immagini, il pensiero può anche esprimersi sotto forma di rappresentazioni visive) che ci passano per la testa un momento prima di sperimentare una determinata emozione. Alcune persone hanno più facilità nel riuscire a cogliere questi pensieri automatici, altre hanno bisogno di maggiore allenamento per poter “fotografare” le rapidissime impressioni che determinano le reazioni emotive, ma in ogni caso è possibile riuscire ad afferrare questi veloci indizi.

Dai pensieri superficiali, poi, è possibile andare via via a ritroso fino a giungere a quelle che vengono definite “credenze di base”, cioè quelle concettualizzazioni su noi stessi, sugli altri e sul mondo che ci portiamo dietro da tutta una vita (ad esempio, “sono un perdente, non valgo niente, sono sbagliato”), e che per tutta la vita hanno avuto un certo grado influenza sul nostro modo di pensare, di sentire e di agire.

Grattando la superficie

Scendendo più in basso, al di sotto della superficie dei pensieri automatici, troviamo inoltre un altro livello, quello delle “credenze intermedie”. Si tratta grossomodo di una serie di assunzioni, regole e atteggiamenti più o meno esplicite che derivano direttamente dalle credenze di base e che dettano la “linea editoriale” dei pensieri più superficiali. Che a loro volta determinano ciò che proviamo e come agiamo.

Le credenze intermedie, semplificando, possono essere viste come una serie di condizioni del tipo “se… allora…”, che connettono le nostre paure più profonde con la lettura della situazione in cui ci troviamo in quel momento. Se quella ragazza mi rifiuta, allora vuol dire che faccio schifo (e nessuno mi può amare). Se non riesco a fare bene questa cosa, allora vuol dire che non sono in grado di fare niente (e sono un fallito). Se non reagisco a questo sopruso, allora vuol dire che gli altri possono approfittare di me (e sono vulnerabile).

Queste condizioni si declinano poi in atteggiamenti, modalità di condotta, regole di comportamento (proprio e altrui) che guidano in maniera molto concreta la vita delle persone. E così come i pensieri automatici si “appoggiano” alle credenze intermedie, queste ultime si declinano a partire dalle credenze di base che ciascuno di noi ha e che spesso si rivelano eccessivamente rigide, ipergeneralizzate e globali, ma soprattutto fondamentalmente sbagliate. Idee sballate che possono purtroppo avere conseguenze molto reali.

L’esame dello studente

Un ipotetico studente universitario potrebbe provare un grado considerevole di ansia nel momento in cui è chiamato a sostenere un esame, mentre un suo collega potrebbe avvicinarsi al professore fischiettando con nonchalance. Qual è la differenza tra i due? Il primo, molto probabilmente, ha valutato la situazione come in qualche modo “pericolosa”, mentre il secondo no. Ma perché la situazione viene valutata come “pericolosa”?

Provando a immaginare quello che può essere successo nella mente del primo studente, potremmo individuare un pensiero [automatico] del tipo: “Non sono abbastanza preparato, non riuscirò a rispondere e farò una figuraccia” (di solito questi pensieri sono molto più coloriti), forse c’è stata anche la visualizzazione di un’immagine degli altri esaminandi che ridono di lui. Questo però non ci dice un granché sul perché gli siano venuti in mente proprio queste cognizioni.

Andando ad esaminare un po’ più in dettaglio questi pensieri, magari si va a scoprire che per il nostro amico “fare una figuraccia” sarebbe semplicemente terribile perché per lui significherebbe che, a differenza degli altri, non è in grado di sostenere una situazione di esame [credenza intermedia]. E cosa implicherebbe il non essere in grado di sostenere una situazione di esame? Sarebbe la prova dell’idea che lo studente ha di non essere in grado di fare nulla, di essere un fallimento, di essere un perdente [credenze di base].

Il ragazzo è all’oscuro di tutto ciò, a malapena può avvertire qualche fuggevole pensiero superficiale (se vi presta abbastanza attenzione) e quello che sente in quella situazione è solo la “strizza”. Cosa fa, allora, il nostro amico? È quasi arrivato il suo turno, l’ansia continua a crescere, e continua a ripetersi “non ce la posso fare!”. Allora, zitto zitto, ripone i libri nello zainetto, si alza e, mestamente, se ne va a casa.

L’esame non l’ha dato (e starà male per questo), ma vuoi mettere questo con il rischio di trovarsi faccia a faccia con un fallimento e con tutto quelle che ne conseguirebbe?

pensieri

Sconfiggere i cattivi pensieri

Come abbiamo visto, i pensieri sono strettamente legati a cosa si prova e a cosa si fa. Cioè alle conseguenze più concrete che possiamo sperimentare nelle nostre vite, che potrebbero diventare i motivi che ci spingono, in determinati momenti, a cercare un aiuto per le nostre sofferenze psicologiche.

A ogni emozione e a ogni comportamento corrispondono dei pensieri che li hanno originati. Vedere questi eventi mentali, comprenderne il significato e imparare a gestirli, a dibatterli, a verificarli (cioè a non darli per scontati) comporta un cambiamento in quello che si prova e in quello che si fa. Cosa sarebbe successo se il nostro amico studente avesse pensato: “Sì, l’esame potrebbe anche andarmi male… ma sarebbe davvero così terribile? Cosa potrebbe davvero accadermi? Rinunciare e andare a casa non sarebbe stato comunque un fallimento?”. Avrebbe provato lo stesso grado di ansia?

L’obiettivo è passare dalla sofferenza automatica e passiva a una maggiore consapevolezza di ciò che viviamo e di come agiamo. Arrivando a mettere in discussione anche le credenze su noi stessi, sugli altri e sul mondo che si trovano più nascoste, in profondità, ma che riecheggiano costantemente nella nostra quotidianità.

Non è facile compiere da soli questo viaggio all’interno di noi stessi, ma è un’esplorazione che vale la pena di tentare, così da raggiungere il centro delle nostre paure e da lì ripartire con maggiore serenità e consapevolezza. Per riprendersi la vita, un passo dopo l’altro.

Se vuoi, possiamo farlo insieme.

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