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La fine di una storia d’amore può essere un evento molto doloroso, al punto da sentirci completamente sopraffatti e senza speranze di riprovare felicità. Scopriamo insieme alcuni consigli che possono aiutarci a superare questo periodo di intensa sofferenza.

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Notti passate a rigirarsi nel letto, gli occhi gonfi di lacrime. Non mangi più, e quel poco che mangi non ha più sapore, non dà più piacere. Nessun sorriso, nemmeno un accenno, e pensi che non potrai farlo mai più. Ogni cosa ti ricorda quella persona che prima c’era, ma che adesso non c’è più. Senti solo un vuoto enorme, spaventoso e incolmabile, fatto di domande, rimpianti, paure.

Quando una relazione va in pezzi, tutto il resto crolla. I sogni, le speranze, perfino la normale quotidianità: ogni cosa è in frantumi. Tutto è messo in discussione: il tuo senso di sicurezza, la tua autostima, la tua sessualità, le relazioni con gli altri, il tuo ruolo nel mondo. Ci si sente confusi, isolati, impauriti per un futuro così diverso da come era stato immaginato.

“Come sarà la mia vita adesso? Cosa ne sarà di me? Ne uscirò mai? Come faccio a ricominciare?”. Mille dubbi e mille domande, ma nessuna certezza a parte il dolore per un amore che non è più.

Cosa fare quando finisce una relazione? Come fare a riprendere in mano la propria vita e superare tutto questo?

Elaborare il lutto

La fine di una storia d’amore rappresenta un vero e proprio lutto. È la perdita di una persona per noi importante e che adesso non fa più parte della nostra vita, anche se è ancora viva. Ma il lutto non è solo per la perdita di quella persona: è anche la perdita di uno stile di vita, di un supporto costante a livello emotivo, sociale, a volte anche economico. E poi c’è la perdita di speranze, sogni e piani per un futuro che adesso appare quantomai incerto e spaventoso.

Le emozioni associate a queste perdite fanno paura. Sono così intense che sembra di non poterle sopportare in alcun modo, e soprattutto sembra non possano avere mai fine. Anche volendo, non si possono mettere da parte. Certo, si può fare finta di star bene, di avere la scorza dura, ma dentro quelle emozioni restano e urlano forte. La cosa migliore è lasciarle fluire, per quanto doloroso possa essere. Lasciare cioè che il lutto faccia il suo corso.

Più facile a dirsi che a farsi, ma c’è qualcosa che possiamo fare per favorire questo processo:

  • Non soffocare le tue emozioni. Non parliamo solo di tristezza, ma anche di rabbia, risentimento, paura, confusione: è importante riconoscere cosa stiamo provando e non negare ciò che sentiamo. Ignorare queste e altre emozioni non ha altro effetto che prolungare il processo di elaborazione, e quindi prolungare la loro permanenza. Ricorda che queste emozioni non saranno per sempre: col tempo, le proverai sempre meno e diventeranno meno intense.
  • Esprimi ciò che provi. Parlare agli altri delle proprie emozioni può essere difficile a prescindere, ma in una situazione di perdita può davvero fare la differenza. Condividere il tuo dolore con chi ti vuole bene alleggerirà il tuo fardello ti farà sentire meno solo. Un’altra possibilità è mettere per iscritto cosa provi, ma attenzione a non rileggere di continuo quanto messo su carta: c’è il rischio di farsi risucchiare di nuovo nel vortice. Meglio un buon amico.
  • Non sconvolgere la tua vita. Quando si sente di aver perso tutto, la tentazione di cambiare città, lavoro, amicizie o altro è molto forte. Come se cambiando aria cambiasse anche quello che si prova. Ma il dolore c’è, forte e sconvolgente, al punto da non farti ragionare con lucidità: evita quindi di fare grossi cambiamenti nella tua vita, prenditi il tempo per capire cosa è meglio per te e il tuo futuro.
  • Ricorda che l’obiettivo è star meglio. Riconoscere ed esprimere ciò che provi va bene, ma non lasciarti trascinare da emozioni distruttive come rabbia, risentimento e colpa: non faranno altro che trattenerti nella valle di lacrime. Non rimuginare troppo su quanto è successo e non cedere all’impulso di volerlo analizzare in ogni piccolo particolare, soprattutto all’inizio. Concentrati piuttosto su cosa puoi fare per stare meglio.

Prendersi cura di sé

Bisognerebbe sempre prendersi cura di sé stessi, visto che, a prescindere dalle relazioni con gli altri, quella con noi stessi è l’unica che sicuramente durerà tutta la vita. Ma è proprio quando dobbiamo affrontare grandi cambiamenti, e più che mai ci sentiamo vulnerabili e spaventati, che abbiamo bisogno di prenderci cura di noi stessi per poter, pian piano, ricominciare a vivere.

Nel concreto, ci sono diverse cose che si possono fare per aiutarsi attivamente a ricominciare dopo la fine di un amore:

  • Concediti un periodo di pausa. Da quando è finita ti senti devastato, senza forze e non riesci nemmeno a concentrarti su compiti banali. Non darti addosso e non disperarti se ti senti così. È normale, e passerà, ma per il momento non ha senso cercare di fare tutto come prima. Concediti il permesso di non essere al massimo, almeno per il momento.
  • Prenditi del tempo per quello che ti piace e ti fa stare bene. Invece che controllare compulsivamente il profilo Facebook dell’ex, decidi di fare qualcosa che sia davvero utile per te stesso: esci con gli amici, fatti una passeggiata, prenditi un gelato. Cose semplici, ma che ti aiuteranno a riprovare piccoli attimi di felicità che sembravi aver dimenticato. Programma la tua giornata concedendoti del tempo per ciò che ti piace fare e ti dà soddisfazione, e vedi cosa succede.
  • Cura il corpo e la mente. C’è chi si butta sul cibo, chi sull’alcol o sulle droghe: qualunque cosa pur di soffocare il dolore, anche a rischio di sostituire un problema con un altro. Ma non è questo di cui hai bisogno adesso. Hai bisogno di ritornare in forze e di riprenderti la tua vita, e per farlo è importante che tu ti senta bene con te stesso. Tieniti in forma con lo sport o l’attività fisica e cura la tua alimentazione, fai meditazione o esercizi di rilassamento. Qualunque cosa sia, l’importante è trattare bene il tuo corpo così come la tua mente: non c’è ricetta migliore.
  • Non isolarti. Come abbiamo visto prima, le persone che ci vogliono bene, come gli amici o i familiari, possono darci una grande mano per risollevarci. Non dar retta alla vocina che ti ripete che “hai bisogno di stare da solo” (e poi ormai sai bene che non tutto quello che ti passa per la testa è vero), prendersi cura di sé significa anche mantenere una ricca vita sociale. All’inizio potremmo dover lottare un po’ contro l’impulso a sotterrarci sotto le coperte, ma se vogliamo realmente stare bene abbiamo bisogno anche di stare con chi ci vuole bene.

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Respirare, finalmente

All’inizio potrai sentire solo un grande vuoto e il dolore che lo delimita, ma questo non vuol dire che sarà sempre così. Arriverà il giorno in cui starai bene. È semplicemente così, perché ogni cosa ha un inizio e una fine: così come è finita la tua relazione, finirà anche la sofferenza.

Così, giorno dopo giorno, il dolore si placherà, lui o lei smetteranno di tormentare il tuo cuore e la tua vita si riempirà nuovamente di cose belle, nonostante le difficoltà che inevitabilmente incontrerai lungo il cammino.

E forse scoprirai che i tuoi sogni in realtà non si sono mai infranti, ma che semplicemente hanno cambiato forma, mantenendo però lo stesso protagonista di sempre: tu.

È nei momenti di maggiore crisi che possiamo riscoprire quanta forza abbiamo dentro, anche se all’inizio ci sembra impossibile, visto quanto ci sentiamo fragili e inermi. Non abbiamo mai voluto che la nostra relazione finisse, ma così è andata, e non possiamo farci molto. È un’altra dura lezione alla quale può sottoporci la vita, un insegnamento dal quale imparare il più possibile, senza paura. Per capire cos’è che non è andato e cosa fare affinché la prossima volta (perché c’è sempre una “prossima volta”) le cose vadano meglio, Un’opportunità per crescere e migliorarci, anche se non l’avevamo mai richiesta.

Ma all’inizio, quando attorno c’è solo buio, tutto ciò che possiamo fare è prenderci tempo per guarire e ritrovare un po’ di luce, prendendoci cura di noi stessi con pazienza e amore.

Se senti di non farcela, se pensi di aver bisogno di aiuto, io ci sono.

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Al giorno d’oggi si punta sempre più a diventare “qualcuno”, ma sempre più spesso invece ci si sente “nessuno”. Ma chi l’ha detto che per stare bene con sé stessi occorra essere per forza “eccezionali”?

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A chi non piacerebbe un bel lavoro, magari con uno stipendio considerevole? Chi non vorrebbe raggiungere degli importanti traguardi professionali o personali? Chi non vorrebbe stare meglio di come sta adesso? Beh, quasi nessuno. E non c’è niente di male nel desiderare queste e altre cose. Anzi, è assolutamente giusto cercare di migliorare il proprio tenore di vita e il proprio livello di soddisfazione.

Il problema, però, è quando tendiamo a dare un’eccessiva importanza a tutte queste cose, al punto da identificarle come “prove” del nostro essere degni, adeguati o realmente importanti. Qualcosa che possa farci emergere dalla massa, dalla noiosa normalità, per sentirci persone eccezionali, con uno scopo nella vita.

Succede, allora, che se per qualche motivo non riusciamo a raggiungere alcuni dei nostri obiettivi o a soddisfare alcuni dei nostri desideri, possiamo sentirci manchevoli, condannati a una vita a metà, dove non si è ottenuto nulla (o quasi) e non abbiamo potuto esprimere tutto il nostro potenziale.

Ma è davvero così che stanno le cose? Occorre necessariamente “arrivare da qualche parte” per potersi sentire bene e soddisfatti di sé stessi? E se dovessimo ottenere ciò che desideriamo, siamo sicuri che resteremmo felici a lungo?

Volere, fortissimamente volere

Tutti noi desideriamo qualcosa. O meglio, vogliamo qualcosa. Vorremmo essere più belli, più alti, più in forma, più intelligenti, più felici. Oppure, al contrario, ci sono cose che non vorremo mai: malattie, isolamento, perdite, fallimenti, morte. Desiderandone quindi il contrario: salute, rapporti, guadagni, successi, vita eterna.

Insomma, semplicemente vorremo che le cose per noi fossero diverse, che la nostra vita sia migliore, che noi fossimo migliori. Niente di male in questo, però è importante considerare che noi esseri umani tendiamo costantemente a inseguire una condizione che noi giudichiamo migliore, non riuscendo mai ad accontentarci per quello che abbiamo o per quello che siamo.

Facciamoci caso: ci poniamo un obiettivo in mente, lo raggiungiamo – a volte anche con grandi sforzi e sacrifici – e subito dopo ce ne poniamo un altro. Raggiunto anche questo, cosa accadrà?

Insoddisfazione esistenziale

Da quando gli esseri umani hanno acquisito la capacità di pensare in maniera critica, ci si è resi subito conto di come la condizione umana sia essenzialmente improntata all’insoddisfazione. Si tratta di una visione comune a molte filosofie, sia occidentali che orientali, e in sostanza non c’è molto da contestare: basta guardarsi dentro e capire che è proprio così che siamo fatti.

Di per sè non è un problema. Anzi, dovremmo essere grati per la nostra tendenza all’essere insoddisfatti. È proprio perché si è sempre cercato di andare oltre la passiva rassegnazione alle circostanze esterne che l’essere umano è riuscito a sopravvivere, migliorando le proprie condizioni di vita e raggiungendo livelli di benessere e di sicurezza sempre maggiori.

L’insoddisfazione, infatti, diventa un problema solo quando attribuiamo a quel “di più” che ci manca e desideriamo fortemente la funzione di farci sentire, finalmente, completi e soddisfatti.

Ciò che ci rende (in)soddisfatti

L’idea cioè è quella di potersi sentire davvero soddisfatti, funzionali e adeguati solo se riusciamo a raggiungere gli oggetti dei nostri desideri. Che siano materiali (soldi, auto di lusso, jet privato) o immateriali (potere, fama, successo) non importa: è tutto ciò che ci manca e che potrebbe dare un senso alla nostra vita. Siamo convinti che per stare bene con noi stessi, per sentirci degni di valore, abbiamo per forza bisogno di qualcosa di eccezionale.

E anche qualora riuscissimo a ottenere ciò che riteniamo indispensabile per sentirci pienamente soddisfatti, la tendenza è sempre quella di cercare qualcosa di più. A un desiderio se ne sostituisce sempre un altro: l’insoddisfazione quindi tornerà inevitabilmente, e presto o tardi troveremmo qualche altra cosa da bramare per sentirci nuovamente bene con noi stessi.

In poche parole: fin quando continueremo ad associare l’ottenimento di ciò che pensiamo possa renderci soddisfatti con l’esserlo realmente, corriamo il rischio di restare impantanati nella continua ricerca di una felicità che, in definitiva, non arriverà mai.

La ricetta per l’insoddisfazione

L’errore fondamentale quindi è il cercare una soddisfazione, per di più illusoria e temporanea, al di fuori di noi, misurando il proprio livello di felicità con le cose che si sono ottenute. E stare male se non ci si riesce.

Intendiamoci: il problema non è il desiderare di per sé, piuttosto quando ciò che si desidera diventa necessario per poter stare bene con sé stessi e sentirsi soddisfatti di quello che si è o si ha.  Condizionare la propria felicità alla presenza o meno di alcune cose è la ricetta perfetta per sentirsi infelici.

E se riteniamo di aver bisogno di questo o quello per poter finalmente stare bene, forse il problema è più a fondo, probabilmente nel nostro modo di vedere noi stessi. Perché troppo spesso, pensando a cosa ci manca, tendiamo a dimenticare cosa già abbiamo. E se non riusciamo a vederlo o se ci sentiamo manchevoli fin dentro le ossa, allora continuare a inseguire desideri e obiettivi è del tutto inutile.

Sarebbe un po’ come cercare di riempire una botte con un buco nel fondo. È inutile continuare a versare acqua: se non ripariamo la falla non basterà tutta l’acqua del mondo. E alla fine non resterà nemmeno una goccia di felicità.

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Il normale eccezionale

In un mondo dove ogni giorno ci viene ripetuto che bisogna essere “qualcuno”, il rischio concreto è di sentirsi “nessuno”. L’aspetto tragicomico di tutto questo è che davvero siamo convinti che basta rendersi in qualche modo “eccezionali” per poter stare davvero bene con se stessi e sentirsi di essere arrivato “da qualche parte”, di essere “qualcuno”.

Si tratta soltanto di una triste illusione. Ciascuno di noi, in fondo, è già di per sé eccezionale, anche nella propria normalità; ciascuno di noi, se ci pensiamo bene, è già unico e inimitabile, con i propri difetti ma anche, e soprattutto, con i propri pregi.

Giudicarsi per quello che si vorrebbe essere o si vorrebbe avere rischia dunque di essere un lavoro inutile e perdipiù controproducente, perché non ci porta che a concentrarci sulle nostre mancanze. Quello che possiamo fare, invece, è lavorare sulle cose che di noi non ci piacciono (i nostri difetti), e valorizzare quello che ci piace e ci rende unici (i nostri pregi).

Occorre partire da quello che siamo siamo già, così come siamo. Per evolversi e migliorarsi nella propria eccezionalità. Ed è solo così che potremmo arrivare a sentirci pienamente soddisfatti, non inseguendo qualcosa di esterno che ora c’è e domani potrebbe non esserci più.

Perciò fatti coraggio, e sii te stesso, normale come sei. Questo sì che sarebbe eccezionale!

 

Cos’è che pensi siano necessario affinché tu possa sentirti finalmente felice e soddisfatto? Di cosa hai bisogno per poterti sentire una persona unica e di valore? Ti è mai capitato di raggiungere qualcosa che pensavi avrebbe cambiato la tua vita, per poi ritrovarti al punto di partenza? Dì la tua, lascia un commento!

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Spesso, quando qualcosa ci va male o ci troviamo di fronte a un fallimento importante, è molto facile darsi addosso e trattarsi male. Infatti è più facile essere comprensivi con chi vogliamo bene piuttosto che con sé stessi. Ma davvero meritiamo di trattarci così, proprio quando più avremmo bisogno di conforto e rassicurazione?

amare se stessi

Uno degli insegnamenti più importanti della cristianità è quello di amare gli altri, proprio come si fa con sé stessi. In realtà l’indicazione non fa riferimento è chi è già vicino (prossimo) a noi, ma riguarda soprattutto chi è più lontano da noi. Il nostro vicino che non ci fa dormire alle due del pomeriggio, il collega antipatico che proprio non ci va giù. Insomma i nostri nemici, piccoli o grandi che siano.

Di questi tempi non è facile. Anzi, direi che sta diventando sempre più difficile riuscire a mettere da parte pregiudizi e differenze per amare chi è così lontano dal nostro cuore. Ma quantomeno quando si tratta delle persone che ci sono vicine, per fortuna, siamo sempre pronti e disponibili a mostrare tutto il nostro affetto e la nostra comprensione.

Nella versione ribaltata del titolo («Amerai te stesso come il prossimo tuo»), il riferimento quindi è a chi davvero è più prossimo a noi: i nostri familiari, i nostri amici, le persone che ci sono più care.  Insomma, le persone per le quali ci siamo sempre, nonostante tutto. Coloro i quali, quando sono nei guai o qualcosa va loro male, riceveranno sempre il nostro appoggio. Incondizionatamente.

Ma non era il contrario?

Già, perché ribaltare l’insegnamento originale? Semplicemente, perché tendiamo ad amare più chi c’è vicino che noi stessi. Niente di male ad amare gli altri, ma voler bene anche a sé stessi non è poi una cattiva idea.

Di cosa parlo? Pensaci bene: quando un amico commette un errore, anche importante, cosa gli dici? Generalmente, si tende a consolarlo, a dirgli che può capitare di sbagliare, che le cose andranno meglio e via discorrendo.

Ora immagina che l’errore l’abbia commesso tu. Il tuo amico, da parte sua, probabilmente ti esprimerà la sua vicinanza e la sua solidarietà. Proprio come avresti fatto tu a parti invertite. Ma cosa diresti a te stesso in una situazione del genere?

A meno che tu non sia un narcisista ortodosso, con l’idea di essere perfetto e infallibile, non è insolito che vengano fuori giudizi di questo tipo: “Sei il solito buono a nulla! Sei una frana, un disastro! Hai fallito anche questa volta! Sei un perdente!”

Prova a chiederti: «sono più gentile con gli altri o con me stesso»?

Non c’è peggior giudice di chi giudica se stesso

La tendenza, insomma, è quella di giudicarsi aspramente quando ci troviamo di fronte a un fallimento o a qualcosa che non va. Ci si può sentire inadeguati, sbagliati, non meritevoli di altro destino diverso dalla sofferenza, proprio a causa del modo in cui ci si percepisce.

In realtà, la cosa che più colpisce, più che l’eccesso di autocritica, è la disparità di trattamento che ci riserviamo in situazioni del genere. Perché se lo stesso errore o fallimento l’avesse fatto chi più c’è caro, mai penseremmo di vomitargli addosso tutte le cattiverie e le parolacce che riserviamo a noi stessi.

Eppure, quando si tratta di noi stessi, non ce ne facciamo passare liscia una.

Oltre al danno, la beffa

Insomma, quando ci troviamo davanti a qualcosa che non è andata, che sia un “grande fallimento” o un banale errore di valutazione, invece che consolarci e farci forza, preferiamo prenderci a bastonate. E pensare che sarebbero proprio questi i momenti in cui più avremmo bisogno di starci vicini. Esattamente come faremmo col nostro prossimo.

Quindi non solo soffriamo perché qualcosa c’è andata male, stiamo anche peggio per quello che ci diciamo e per la brutalità con la quale ci diamo addosso. In questo modo, un piccolo errore potrà sembrarci ancora più grande, fino a riempire interamente la nostra visuale.

Rischiando così di non cogliere le opportunità di cercare una soluzione, di analizzare cosa non è andato e cosa si poteva fare meglio. Occupando cioè qualunque spazio per il miglioramento.

amare se stessi

Sbagliando si …è umani

Una cosa molto banale ma che spesso tendiamo a dimenticare, soprattutto quando ha a che fare con noi stessi, è che tutti fanno errori. Tutti, nessuno escluso.

Se è dunque una condizione umana ed essendo noi umani (giusto?), perché mai dovremmo ritenerci infallibili e non soggetti a errore? E nel momento in cui riconosciamo di poter sbagliare, perché darci addosso quando ci capita di farlo?

Quanto ci è utile massacrarci e insultarci quando stiamo già soffrendo per un errore, un fallimento, un qualcosa che è andato storto?

A tutti capita di avere momenti difficili e di grande sofferenza, momenti in cui dubitiamo di noi stessi, delle nostre scelte, dei nostri modi di fare e di non-fare. Ben venga una messa in discussione di noi stessi, ma solo se è improntata al migliorarsi e non al fustigarsi inutilmente. E che sia fatta con gentilezza e con rispetto: lo stesso trattamento che riserviamo agli altri e che, troppo spesso, tendiamo a non applicare quando si tratta di noi stessi.

Amarsi: più facile a dirsi che a farsi

Non è facile, purtroppo, riuscire ad essere gentili e rispettosi verso sé stessi. Forse, presi dai sensi di colpa e dall’autobiasimo, non riusciamo ad andare oltre il nostro errore, trascurando una questione fondamentale: noi stiamo soffrendo. Come possiamo ignorare questo fatto?

Nonostante la nostra prontezza nel rivolgere la nostra compassione verso chi ci è più vicino, non riusciamo a volgere quella stessa compassione verso il nostro interno. Quello di cui avremmo bisogno, quando le cose si mettono male, è soltanto fermarci, ascoltarci, capirci, abbracciarci, consolarci.  Perché stiamo male, e di questo si ha bisogno quando si sta male.

Per farlo, occorre andare oltre il solito modo di vedere noi stessi e riconoscere che anche noi, come tutti, possiamo fallire. E magari non limitarci a vedere soltanto il tremendo errore commesso, il bruciante fallimento a cui siamo andati incontro, la stoltezza dietro alcune nostre decisioni. Vediamo anche noi stessi, il dolore che proviamo.

E troviamo il coraggio di perdonarci, di sostenerci, di incoraggiarci. Di aiutarci.

Di amarci, così come siamo. Perché tutti –proprio tutti- sono degni di amore. Noi per primi.

 

Allora, sei più gentile con gli altri o con te stesso? Cosa ti dici quando sbagli o quando ti trovi di fronte a un fallimento? Ti comporti allo stesso modo se l’errore è di qualcuno che ti è vicino? Riesci a perdonarti in queste situazioni o preferisci fustigarti senza pietà? Lascia un commento, se ti va!

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