Dopo aver visto cosa succede durante gli attacchi di panico, questa volta esploriamo i meccanismi che non consentono alla persona di uscire dalla trappola del panico, i cosiddetti “fattori di mantenimento”

In un precedente articolo abbiamo visto cosa succede durante gli attacchi di panico, in particolare abbiamo esaminato il fenomeno del circolo vizioso del panico: una serie di eventi e manifestazioni fisiche e cognitive che si potenziano a vicenda e che comportano elevati livelli di ansia, fino ad arrivare all’attacco di panico vero e proprio.

Secondo il modello del circolo vizioso, gli attacchi di panico sono dunque il risultato di interpretazioni catastrofiche di eventi fisici o mentali che la persona valuta come segnali di pericolo. Una lettura di questo tipo innesca una serie di valutazioni concatenate che tendono a interpretare sensazioni più o meno insolite come segni evidenti di una catastrofe in atto. Sostanzialmente, un falso allarme con implicazioni molto reali: livelli di ansia alle stelle e notevole disagio.

Nella “puntata precedente” abbiamo osservato cosa succede nel corso di un attacco di panico concentrandoci in particolare sugli effetti dell’interpretazione errata dei segni fisici e cognitivi all’inizio e durante un attacco di panico, lasciando però alcune domande aperte. Con questo post cercheremo di rispondere ad almeno due di queste, in particolare:

  • Perché la persona ha continuato a manifestare attacchi di panico anche dopo? O meglio: perché ogni volta si attiva il circolo vizioso?
  • C’è qualcosa che la persona fa o non fa che la rende più vulnerabile agli attacchi di panico?

Fattori di mantenimento del panico

Il circolo vizioso è solo una parte di ciò che accade durante un attacco di panico. A dirla tutta, quello che nell’articolo precedente è stato presentato come “il circolo vizioso del panico” è solo la punta dell’iceberg dell’intero processo alla base degli attacchi di panico. Gli elementi che abbiamo considerato – i sintomi fisici e cognitivi, le emozioni e le interpretazioni, forniscono una spiegazione di come si arriva ad una manifestazione molto elevata di ansia, cioè al panico. Ma non è l’unico meccanismo che può spiegare la complessità del fenomeno.

Altri elementi importanti da considerare sono i cosiddetti fattori di mantenimento, così chiamati perché sono responsabili del mantenimento del problema. In questo caso stiamo parlando del panico, ma in realtà questi fattori sono essenziali nella comprensione di qualunque tipologia di problematica psicologica. In sostanza, i fattori di mantenimento sono la risposta alla domanda: “perché continuo a fare così?”.

Sulla scia del modello di Clark del circolo vizioso, ecco i principali meccanismi psicologici responsabili del mantenimento della sindrome da panico:

  • Attenzione selettiva
  • Comportamenti protettivi
  • Evitamento

È bene ricordare che esistono ovviamente altri fattori, assolutamente personali e unici, che non consentono alla persona di uscire dalla “trappola” del panico. Questi tre meccanismi, tuttavia, sono rintracciabili in tutti coloro che soffrono di attacchi di panico e fungono da base per la comprensione del ciclo di mantenimento di questo particolare problema.

L’attenzione selettiva

In generale, nei disturbi d’ansia c’è sempre qualcosa che temiamo fortemente e che, in seguito a processi di tipo interpretativo, comporta un’attivazione psicofisiologica che viene poi da noi etichettata come “ansia”. Ora, ipotizzando di avere forte paura di una cosa, come ci comporteremmo nel momento in cui il nostro ambiente – esterno o interno – cambia? Molto semplicemente, ci mettiamo in guardia rispetto al pericolo e cerchiamo attivamente di individuarlo nel nuovo contesto. Perché se lo vediamo possiamo prendere provvedimenti efficaci per evitare le conseguenze temute.

L’attenzione selettiva, dunque, consiste nel prestare attenzione in maniera specifica (“selettiva”) ai segnali che tendiamo ad associare a un presunto pericolo. Nel caso del panico, l’attenzione selettiva è rivolta in gran parte ai fenomeni fisici che avvengono nel nostro corpo. Quando la nostra amica Chiara sa di dover uscire, automaticamente comincia a portare la sua attenzione in maniera selettiva sulle sensazioni corporee, focalizzandosi quasi esclusivamente sul proprio corpo (ma non solo: i pensieri catastrofici relativi a cosa potrà accadere nella situazione temuta sono sempre dietro l’angolo).

Cosa succede nel momento in cui l’attenzione è posta esclusivamente su un oggetto? Oltre a non riuscire a vedere nient’altro, accade anche un’altra cosa: si abbassa la soglia di percezione di ciò che si sta osservando. In altre parole, diventa molto più facile individuare le sensazioni che si stanno ricercando. E non solo, tende anche ad aumentare l’intensità di queste sensazioni. In sostanza: le notiamo prima e ci sembrano anche più forti, proprio perché le si stanno attivamente cercando. Il paradosso è che si tratta delle stesse sensazioni che tendiamo a interpretare come segni di una catastrofe in atto.

Questo meccanismo, dunque, comporta automaticamente una predisposizione al verificarsi del circolo vizioso del panico. Ecco perché è così facile “ricascarci” ogni volta. Insomma, come si suol dire: “chi cerca …trova!”

I comportamenti protettivi

Cosa fa Chiara quando ha un attacco di panico? O meglio, cosa fa per proteggersi dal pericolo imminente? In una situazione di panico, Chiara teme che possa avere un attacco cardiaco, e poiché non vuole assolutamente che ciò accada (e come darle torto?), mette in atto delle strategie che ritiene possano aiutarla a tornare a un battito cardiaco “normale”.

Innanzitutto smette di fare qualunque cosa stia facendo, cerca di sedersi e di respirare profondamente per cercare di rilassarsi. Apparentemente sembrano comportamenti innocui e non si andrebbe mai a pensare che possano in realtà contribuire a mantenere il suo problema. Ma in realtà è proprio questo che fanno: non permettono a Chiara di uscire dal circolo vizioso.

Infatti, i cosiddetti comportamenti protettivi, ovvero quei comportamenti che la persona mette in atto per evitare le conseguenze temute del panico, sono in realtà controproducenti, e questo per due ragioni in particolare. La prima è che impediscono alla persona di “disconfermare” le interpretazioni errate, la seconda è che possono addirittura intensificare la sintomatologia fisica.

Impediscono la disconferma per un motivo molto semplice: quando funzionano, diventano la (falsa) prova che l’effetto negativo temuto non c’è stato solo perché si sono messi in atto dei comportamenti per evitarlo. Vale a dire: “l’attacco cardiaco non è avvenuto perché sono riuscita a calmare il cuore”. Così, però, Chiara non saprà mai che in realtà l’attacco cardiaco comunque non si sarebbe verificato (perché nel suo caso non c’è alcun rischio concreto in tal senso), col risultato che ogni volta dovrà ripetere lo stesso “rituale” comportamentale per scongiurare il pericolo. E non è detto che le andrà sempre bene.

L’altro inconveniente dei comportamenti protettivi, infatti, è che in alcuni casi possono persino peggiorare la situazione. Prendiamo, ad esempio, il respirare profondamente per “calmarsi”: cercare di controllare il proprio respiro può portare all’emersione di sintomi fisici legati all’iperventilazione che possono costituire la base per ulteriori interpretazioni catastrofiche relative al manifestarsi o all’intensificarsi di sensazioni sgradevoli. Dalla padella alla brace: i sintomi si intensificano, il circolo riacquisisce vigore e l’ansia urla ancora più forte.

L’evitamento

Come abbiamo visto, la messa in atto di comportamenti protettivi può impedire la disconferma diretta della pericolosità di un certo evento. In altre parole, ciò che ci aiuta in quella situazione ci nasconde una verità fondamentale: ciò che temiamo in realtà non può avvenire.

La manovra più evidente di disconferma delle conseguenze temute è l’evitamento, cioè l’evitare di infilarsi in quelle situazioni che noi associamo al panico. Nel caso di Chiara, evitare i luoghi in cui ha sperimentato gli attacchi di panico. Il funzionamento è tanto semplice quanto letale: se ho paura di una cosa, la evito.

A prima vista sembra una buona soluzione, e per di più perfettamente logica: perché mai dovrei espormi a una situazione che temo? La evito e non sperimento più quella brutta cosa chiamata ansia! All’inizio è una modalità che sembra funzionare molto bene, perché ci consente di stare alla larga dal panico, ma l’ansia è subdola, e non si accontenta di una sola situazione…

Se siamo rimasti scottati da un episodio ne avremo comunque paura. Dentro di noi, l’esperienza drammatica del panico resta viva, anche se, come nel caso di Chiara, non dovessimo più andare al centro commerciale. Col tempo, però, potremmo iniziare ad avvertire quegli stessi sintomi fisici o mentali anche in situazioni differenti, e questo ci porta pian piano ad evitare anche queste nuove situazioni. A lungo andare, sempre più contesti risulteranno “contaminati” dall’ansia, e sempre di più saranno i luoghi da evitare. Fin quando non si arriva al punto, drammatico, di non poter più uscire di casa. Perché nessun luogo è sicuro.

L’evitamento, così come la fuga, cioè la controparte comportamentale che si manifesta durante un attacco di panico, a breve termine ci preservano dal provare ansia, ma a medio-lungo termine ci intrappolano sempre di più. Evitare una situazione (interna o esterna) o scappare da essa, non ci consente, in sostanza, di comprendere che l’ansia è solo un’emozione, che non comporta alcuna catastrofe. Così facendo, contribuiamo a tenere in vita lo spauracchio del panico, sviluppando una sempre più forte “paura della paura”.

attacchi di panico

Uscire dal labirinto

Gli attacchi di panico non dipendono soltanto dal meccanismo del circolo vizioso, che comunque resta fondamentale per capire perché si arriva a sperimentare livelli così elevati di ansia. I fattori di mantenimento sono un altro tassello indispensabile per comprendere gli attacchi di panico, e in questo articolo abbiamo visto come questi elementi contribuiscono a strutturare questo problema.

Come sempre, ritengo necessario specificare che lo scopo di questo post non è presentare una ricetta che funzioni per tutti, semplicemente perché questo non è possibile. Ciascuno di noi è diverso, e non esiste un disturbo di panico uguale all’altro, anche se degli elementi in comune si possono sempre individuare. È preferibile dunque parlare di “modello” del panico, inteso come modalità generale di funzionamento.

A partire da questo modello, però, c’è sempre la possibilità di comprendere in dettaglio le proprie personali manifestazioni del panico. E una volta comprese, è possibile poterle poi affrontare in maniera efficace, smontando, uno ad uno, tutti i meccanismi che ci tengono intrappolati all’incubo del panico.

Farlo da soli però non è facile, e per riuscire davvero a sconfiggere il panico spesso c’è bisogno dell’aiuto di un professionista. Perché, come successe a Dedalo, il più famoso progettista di labirinti, non è detto che chi si è costruito una prigione sappia poi come evaderne.

Per questo, se hai voglia di parlare con me rispetto a questo o a un altro problema, ricorda che io ci sono. E ricorda che l’ansia, in tutte le sue forme, si può sempre superare.

 

Cosa ne pensi dei fattori che “tengono in vita” gli attacchi di panico? Avevi mai pensato a come dei comportamenti che in apparenza sembrano aiutarci in realtà finiscono per intrappolarci sempre di più? Se hai domande, dubbi o curiosità lascia pure un commento, non vedo l’ora di parlarne con te!

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