L’ansia, come qualunque altra emozione negativa, è un’esperienza decisamente spiacevole, al punto che certe volte sembra impossibile da tollerare. E se invece non fosse così? Cosa potremmo scoprire se solo provassimo a stare semplicemente con questa emozione?

Tollerare

In breve, un’emozione rappresenta la risposta del nostro corpo a un dato evento. Accade qualcosa, il nostro cervello lo registra, lo interpreta e il nostro organismo risponde con delle modificazioni fisiologiche che ci preparano a una reazione congruente.

Il tutto avviene in pochi millisecondi, non è possibile interrompere il percorso già avviato e prevenire il “sentire” dell’emozione. Quindi mettiamoci l’anima in pace: le emozioni ci sono e si fanno sentire in tutta la loro prepotenza.

Questo però non significa che non sia possibile fare qualcosa al riguardo. Preso atto dell’inevitabilità delle emozioni, non resta che chiederci: è possibile vivere le emozioni senza farci sopraffare da queste?

Ma partiamo dall’inizio, da dove tutto in qualche modo si origina: il nostro cervello.

Emozioni e cervello

La sequenza descritta in precedenza è di una complessità e di una magnificenza uniche, come del resto lo sono tutte le espressioni del nostro organismo, che è una “macchina” meravigliosa e ineguagliabile nella sua efficienza e rapidità.

I meccanismi legati all’espressione delle emozioni hanno un’origine antica, tant’è che i circuiti cerebrali responsabili risiedono nelle parti del cervello più primitive. Sempre per semplificare: quelle che ci accomunano agli animali. Proprio per questo carattere “istintivo”, rapidissimo e automatico, non è per nulla facile riuscire a controllare questi processi. Anzi, a dirla tutta è praticamente impossibile.

Ma l’essere umano, nel corso di moltissimo tempo, ha sviluppato nuove e uniche aree cerebrali che vanno oltre i circuiti più antichi e che ci consentono di vivere le emozioni in maniera più complessa, potendo noi riconoscere, etichettare e, in qualche misura, persino inibire le reazioni emotive.

In ultima analisi, quindi, non siamo completamente schiavi delle nostre emozioni, anche se i meccanismi arcaici che ne sono alla base sfuggono da qualsiasi nostro tentativo di controllo. Ma se non possiamo controllare l’emergere delle emozioni, cosa possiamo fare per gestirle?

Attacco e fuga

Riepilogando, il primo meccanismo che si innesca è una sequenza automatica che è al di fuori del nostro raggio di azione: il cervello interpreta degli eventi e prepara l’organismo a reagire.

Prendiamo ad esempio una delle emozioni più basilari: la paura. Quando proviamo paura è perché c’è qualcosa che sta accadendo (o pensiamo stia per accadere) e che rappresenta una minaccia per la nostra persona. Le risposte possibili, a dar retta al nostro istinto, sono due: o attacchiamo o fuggiamo.

Se davanti a noi c’è un mastino sbavante, chiaramente arrabbiato e minaccioso, sicuramente proveremo paura, ma ancora prima di rendercene conto è probabile che siamo già scappati a gambe levate (di “attaccare” non se ne parla proprio). Qui si vede la potenza del nostro sistema automatico di interpretazione degli eventi e reazione emotiva: non abbiamo bisogno di pensare per sapere cosa fare. Un attimo in più a ragionare sulla situazione e il cagnaccio potrebbe facilmente farci a pezzettini.

In questi casi, gestire l’emozione non avrebbe molto senso. Ma se il cane non c’è? Cioè: se il pericolo non fosse reale, ma solo immaginato?

Pericolo in anteprima

Possiamo dire che, per eccesso di sicurezza, a volte il nostro cervello tende a sovrastimare il pericolo. È, ad esempio, quello che accade quando proviamo ansia. L’ansia, sempre semplificando, è frutto di un’esagerazione della probabilità che possa verificarsi un pericolo, o comunque un evento a noi avverso.

Paura è avere un cane minaccioso davanti, ansia è prefigurarsi la possibilità di trovarselo avanti. E qui le cose si complicano. Se pensiamo di trovarci davanti il temuto Cerbero nel tragitto da percorrere, chiaramente proveremo ansia nel fare quella strada. Come reagiamo allora? Molto semplicemente, evitiamo quel percorso.

Fin qui nulla di male. Impostiamo il navigatore mentale per percorre una strada alternativa e tutto andrà bene. Magari allunghiamo un po’, ma almeno saremo salvi. Non sempre però è possibile percorrere un’altra strada. E se quello che temiamo non fosse un animale (cioè, un qualcosa di tangibile, di concreto), ma qualcosa di più astratto, come ad esempio la paura di sentirsi male? Come si fa a scappare da ciò?

Effetti collaterali

Il nostro cervello, anche se vincolato ad alcuni meccanismi rigidi, è in realtà molto, molto creativo. Che sia un pericolo “fisico” o “mentale”, troverà sempre il modo di evitarlo. Può scoprire e imparare, ad esempio, che se si ha paura di sentirsi male, avere al fianco una persona che può aiutarci in caso di bisogno può farci sentire più sicuri.

Soluzioni come questa, però, anche se geniali e utili nell’immediato, possono avere degli importanti effetti collaterali. Spesso, persino peggiori del pericolo inizialmente temuto. Chi ricerca aiuto psicologico per problematiche legate all’ansia, spesso lo fa perché le soluzioni attuate fino a quel momento sono andate fuori controllo.

Certo, la persona è consapevole che la base di tutto è la paura che c’è dietro certi comportamenti, ma non chiederebbe aiuto se la soluzione individuata funzionasse davvero. Il problema, quindi, è che le strategie attuate non sono più funzionali.

Leggere, rileggere, verificare

Poiché i meccanismi cerebrali inducono una risposta emotiva in seguito a una determinata interpretazione degli eventi, il problema quindi potrebbe essere nella lettura delle situazioni e dei possibili pericoli associati.

Questa è una prima e importantissima chiave di lettura (perdonate il gioco di parole!). Se è l’interpretazione dell’evento a essere sbagliata, è chiaro che è fondamentale imparare a rileggere le situazioni in maniera più oggettiva ed equilibrata. Tenendo inoltre presente che non va valutato solo il presunto pericolo, ma anche le possibilità che abbiamo per poterlo affrontare, spesso fortemente sottostimate (al contrario della minaccia, che viene solitamente ingigantita).

Riuscire a valutare “le cose come stanno” in maniera più obiettiva e razionale è un punto molto importante, ma non è la soluzione definitiva né tantomeno l’unica strategia da perseguire. Un altro elemento fondamentale per riuscire a comprendere e affrontare l’ansia (ma il discorso, tenuto conto delle differenze, è valido per qualunque emozione vissuta come negativa) è affrontarla concretamente.

In sostanza, non è importante solo mettere in discussione il presupposto “ho bisogno di qualcuno che mi stia sempre vicino altrimenti se mi sento male sono spacciato”, è altrettanto importante verificarlo concretamente, in questo caso evitando di ricercare la presenza di una persona che (nella nostra testa) ci tiene al sicuro e vedere cosa succede.

Tra il dire e il fare

Ed è qui che il gioco si fa duro. Non è facile, soprattutto che chi combatte da molto tempo con presupposti e comportamenti disfunzionali, riuscire a mettersi in discussione e affrontare nel concreto l’ansia.

Pur arrivando a comprendere cosa c’è dietro quell’emozione, cioè perché leggiamo la situazione proprio in quel modo (un processo che sopra ho espresso in maniera molto sintetica ma che in realtà è decisamente più complesso), quando ci troviamo davanti all’emozione nuda e cruda ci tremano le gambe.

Del resto, è più che normale. L’ansia è un’emozione assai spiacevole, e siamo automaticamente portati a trovare modi per eliminarla, o comunque per non sentirla. Il pericolo di cadere nelle vecchie abitudini (cioè, le passate strategie disfunzionali per gestirla) è sempre dietro l’angolo.

Ma perché non sopportiamo di sentirla? Perché non tolleriamo assolutamente le possibilità di provare qualcosa di negativo? Perché le emozioni ci fanno così paura?

Tollerare la spiacevolezza

Perché, ancora una volta, entrano in gioco gli automatismi cerebrali. Quando ci troviamo faccia a faccia con l’ansia, ad esempio, noi leggiamo il nostro stato attuale come effettivamente spiacevole, se non pericoloso. Al nostro cervello non piace soffrire (e come biasimarlo?), così urla con forza che dobbiamo scappare da quella situazione, e più cerchiamo di resistere, più le sue grida d’aiuto si intensificano. A un certo punto, quasi inevitabilmente, cediamo. E torniamo al punto di partenza.

Ma se il cervello si sbagliasse? Se l’emozione che proviamo fosse sì spiacevole (inutile negarlo!), ma essenzialmente tollerabile? Cosa succederebbe se, in qualche modo, riuscissimo a stare con la nostra emozione negativa?

Semplicemente, accadrebbe qualcosa di impensabile: se riusciamo a stare abbastanza tempo con le nostre emozioni, ignorando i pianti disperati frutto di un sistema di allarme ricco di pregiudizi sugli effetti delle emozioni, ecco che, a un certo punto, il cervello capìtola.

In sostanza, lo prendiamo per sfinimento. Dopo che si sarà sfogato per bene, capirà che non non gli servirà più urlare, che non c’è niente che possa fare. Allora si zittisce. E l’emozione, pian piano, scemerà. Fino a scomparire.

Tollerare

Stare con l’emozione

Questi miei discorsi, ovviamente, possono solo solleticare la parte razionale del cervello. Per quanto ragionevoli, c’è un solo modo per scoprire se le emozioni sono davvero tollerabili: provare a stare con loro.

Quando ci sentiamo un po’ preoccupati, in ansia o agitati, proviamo semplicemente a stare con queste emozioni. Non c’è bisogno di fare molto altro. Prendiamoci un po’ di tempo, anche solo qualche minuto, e vediamo cosa succede.

Anche se sicuramente sentiremo l’impulso di fare qualcosa (di solito mettere in atto i soliti meccanismi che nel corso del tempo abbiamo escogitato pur di non sentire il dolore, oppure metterci a pensare intensamente alle nostre preoccupazioni), proviamo, solo per questi pochi minuti, a non fare nulla. Volendo, possiamo aiutarci portando la nostra attenzione al respiro, un modo per restare in contatto con noi stessi e non perderci nei bla bla della nostra mente, sempre pronta a farci qualche “sgambetto” per farci desistere.

L’idea di stare semplicemente con un’emozione negativa spaventa, me ne rendo conto. Di solito temiamo che possa accaderci qualcosa di spiacevole, anche se non sappiamo bene cosa. Ma provare a stare con l’emozione, senza cercare di sfuggirvi, è l’unico modo che abbiamo per scoprire cosa succede davvero.

Iniziamo a sperimentare quando le emozioni non sono troppo intense, così sarà più facile metterle alla prova. Dopo un po’ di pratica, nulla ci vieta di provare anche quando le emozioni sono più forti. Se poi hai bisogno di aiuto, io ci sono.

 

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