Le emozioni vanno e vengono, ma quando sono negative proprio non ci vanno giù! Ci sono diversi modi con i quali affrontiamo le emozioni, ma non tutti alla fine si rivelano utili o ci proteggono da queste. Vediamo insieme come fare per gestire al meglio le nostre emozioni piuttosto che lasciarci gestire da loro!

gestione delle emozioni

Mettiamola così: a nessuno piace provare emozioni negative. Questo è talmente tanto scontato che tendiamo a dimenticarci completamente di questo aspetto. Ma perché è così importante sottolineare questa ovvietà?

Tutti noi vogliamo provare emozioni positive, come la gioia o la serenità, e facciamo di tutto per ottenerle. Dall’altra parte, tutti noi non vogliamo provare emozioni negative, come la tristezza o la paura, e facciamo di tutto per evitarle. Tutto questo si traduce nel fatto che, quando inevitabilmente ci ritroviamo con delle emozioni negative a bussare alla nostra porta, facciamo di tutto per mandarle via.

Ognuno di noi ha le sue strategie per farlo, ma l’obiettivo di fondo rimane quello: liberarsi delle emozioni sconvenienti. Queste strategie non sono però dei semplici dettagli: il modo in cui proviamo a gestire queste emozioni determina molti dei nostri comportamenti, ma ha anche un’influenza sulle idee che abbiamo su noi stessi, sugli altri e sul mondo che ci circonda, e persino sulle emozioni che proveremo in seguito.

Quando le emozioni bussano alla porta

Esistono ovviamente strategie più o meno evolute, più o meno funzionali, più o meno utili. Ci sono infatti strategie di gestione decisamente “grezze”, come il reagire agli eventi in maniera pressoché automatica e inconsapevole, e altre più raffinate, come ad esempio il rivalutare gli eventi negativi e rispondere ad essi in maniera più consapevole e funzionale.

A me piace pensare che le diverse strategie con le quali cerchiamo di gestire le emozioni indesiderate possano in realtà essere viste come una serie di tappe che possono rivelarci a che punto ci troviamo lungo un percorso di maturità emotiva e psicologica. In parole povere, i modi in cui regoliamo le emozioni possono riflettere il nostro livello di “salute” psicologica.

Uno degli obiettivi più importanti in psicoterapia è di solito proprio quello di promuovere un modo diverso e più maturo – cioè il più possibile adeguato e utile per noi stessi – di rapportarci alle emozioni che vengono a bussare alla nostra porta. Possiamo quindi pensare che esista una specie di “classifica” dei modi in cui vengono gestite le emozioni, e come la psicoterapia possa aiutare a passare da una modalità all’altra, in un percorso che, a partire da strategie non particolarmente utili e funzionali, consenta di sviluppare modi diversi e più psicologicamente maturi di affrontare gli eventi emotivi.

Semplificando, possiamo dire che ci sono 3 modi di approcciarci alle emozioni, descritti nei prossimi paragrafi:

  1. Reazione
  2. Soppressione
  3. Rivalutazione

Ma attenzione, perché potrebbe esserci dell’altro…

1. Reazione

È la modalità più semplice e istintiva, e per questo anche la meno matura. In pratica, tendiamo ad agire come reazione a quello che abbiamo provato. A volte non siamo nemmeno in grado di riconoscerla, l’emozione. La viviamo totalmente ma inconsapevolmente, quasi fossimo in trance.

Così, quando ci arrabbiamo per qualcosa che ci è successo, tendiamo a far un gran casino e a prendercela con tutto e con tutti, urlando, sbraitando e aggredendo ogni cosa sul nostro cammino. Oppure, quando proviamo ansia e sentiamo di essere in pericolo, cerchiamo in tutti i modi di scappare dalla situazione in cui ci troviamo e iniziamo a stare sempre di più all’erta, evitando di ritrovarci nuovamente ad affrontare gli eventi che ci fanno provare quest’emozione.

È chiaro che in questi casi non stiamo assolutamente gestendo le emozioni che proviamo, ma piuttosto sono loro che gestiscono noi. Non ci prendiamo neanche il tempo necessario per capire cosa ci sta succedendo, agiamo e basta. L’obiettivo è liberarsi dall’emozione negativa, costi quel che costi.

2. Soppressione

Questa strategie può essere considerata leggermente più funzionale della reazione, ma solo perché solitamente non prevede conseguenze a breve termine. Sostanzialmente, riconosciamo l’emozione ma cerchiamo in tutti i modi di inibirla. Invece che viverla, la spingiamo dentro.

Se c’è qualcosa che ci fa arrabbiare, proviamo a fare buon viso a cattivo gioco, a ingoiare il rospo mentre magari, dentro di noi, meditiamo vendetta.  Quando invece è l’ansia a bussare alla porta, anche se non scappiamo (subito) dalla situazione, cominciamo a portare attenzione a cosa ci sta succedendo, con l’obiettivo di tenere a freno le nostre possibili reazioni, mentre intanto una gocciolina di sudore scende lungo la fronte…

Di solito, dietro questa modalità si cela una paura delle possibili reazioni alle quali potremmo andare incontro nel caso manifestassimo apertamente cosa proviamo. Reazioni nostre, ma anche quelle degli altri. Il problema è che, tenendo tutto dentro, prima o poi qualcosa dovrà pur uscire… e arriverà il giorno in cui si esplode, in cui si faranno più danni di quanto si era temuto. Mentre, nel frattempo, magari si è già cominciato a farne mettendo in atto comportamenti di tipo passivo-aggressivo (“Ah, non vuoi darmi un passaggio? Bene, vorrà dire che “dimenticherò” di inviarti quel documento…”).

Inoltre, se siamo convinti che soffocando le nostre emozioni gli altri non si accorgeranno di nulla, sbagliamo in partenza. Puoi anche silenziare l’espressione delle emozioni ma, fidati, la maggior parte delle persone “sentiranno” che c’è qualcosa che non va. Tu continuerai a negare, ovviamente, e ovviamente gli altri non ti crederanno. E questo porterà a ulteriore ambiguità, che, in chiave relazionale, non è nient’altro che un invito alle emozioni negative a ricomparire

3. Rivalutazione

Invece che reagire acriticamente o sopprimere preventivamente, c’è un’altra strada, ma che non tutti riescono a praticare da soli: rivalutare quello che ci sta succedendo e solo dopo decidere come rispondere. È decisamente una strategia migliore e più matura rispetto alle precedenti, perché ci consente di essere flessibili e di assumere una prospettiva più equilibrata rispetto alle emozioni che stiamo vivendo.

Quando proviamo rabbia, allora, invece che sbottare o reprimere, ci prendiamo il tempo per capire perché stiamo provando questa emozione, mettiamo in discussione le idee dietro questi perché e l’idea che abbiamo di noi e degli altri, e solo allora, con mente più lucida e una visione delle cose più equilibrata, decidiamo cosa dire e cosa fare. Per l’ansia, come del resto per tutte le altre emozioni, è la stessa cosa: osservare, valutare, mettere in discussione e agire.

Non solo imparare a rivalutare una situazione emotiva ci permette di rispondere in maniera più adeguata, funzionale e più utile per noi stessi, ma anche già soltanto fermarsi a osservare cosa ci succede e perché proviamo questo o quello può di per sé ridurre l’intensità stessa dell’emozione. Insomma, decisamente una buona strategia per riuscire a gestire gli eventi emotivi che inevitabilmente incontreremo per tutto l’arco della nostra vita!

In psicoterapia, imparare a gestire al meglio le emozioni è fondamentale per il proprio benessere psicologico. La psicoterapia a orientamento cognitivo-comportamentale, in particolare, è diretta a sviluppare il più possibile una modalità di gestione delle proprie emozioni che ci consenta di rivalutare cosa ci sta accadendo, così da poter rispondere al meglio e in maniera più funzionale a quanto si presenta nel nostro panorama emotivo.

gestione delle emozioni

Bonus: Accettazione

Ma c’è ancora un’altra modalità di gestione delle emozioni, a prima vista la più assurda e paradossale di tutte… ma, forse, anche la più efficace. Stiamo parlando dell’accettazione, ovvero di un atteggiamento di volontario accoglimento dell’esperienza emotiva, riconoscendo e vivendo pienamente l’emozione, per quanto sgradevole possa essere.

È decisamente un qualcosa di controintuitivo, se consideriamo, come scritto sopra, che la naturale tendenza degli esseri umani è di inseguire le emozioni positive ed evitare ad ogni costo quelle negative! Infatti, non è una strategia che si può “spiegare” o insegnare direttamente (provate a dire a chi è in ansia: “accetta la tua emozione così com’è”), ma piuttosto un traguardo al quale ci si può arrivare o durante un percorso di rivalutazione oppure …per “intuizione”!

Accettare le proprie emozioni, cioè esserne consapevoli senza necessariamente cercare di fare qualcosa per cambiarle, infatti, è una forma di conoscenza che si può acquisire man mano che si pratica con costanza la rivalutazione delle emozioni. È una sorta di effetto collaterale che si manifesta quando, dopo essere riusciti molte volte a gestire le nostre emozioni reinquadrandole e non lasciandole libera di combinare guai, ci rendiamo conto principalmente di due cose:

  1. Le emozioni, come tutti i fenomeni, hanno un inizio e una fine naturale;
  2. Noi non siamo le nostre emozioni né i nostri pensieri.

Ma anche e soprattutto le pratiche di mindfulness, non necessariamente all’interno di una psicoterapia, portano, nel corso del tempo, a sviluppare queste e altre forme di saggezza (come la concentrazione, il non giudizio, la compassione) che hanno come risultato una migliore gestione delle emozioni. Con l’effetto assolutamente paradossale di sperimentare meno e meno intense emozioni negative man mano che si impara ad accettarne la presenza senza reagire. In pratica, il non cercare di regolare le proprie emozioni è forse la migliore strategia di regolazione delle emozioni!

Alla fine del percorso

È chiaro che non è necessario arrivare ad accettare consapevolmente ogni emozione per poterle gestire al meglio. Così come non è detto che una singola strategia sia superiore a tutte le altre e adatta per ogni momento (ogni tanto ci sta pure il reagire impulsivamente o l’ingoiare un rospo bello grosso, l’importante è che non diventi un’abitudine!).

Realisticamente, penso che la migliore capacità di gestione emotiva sia nell’atteggiamento di chi riesce ad accettare come evento naturale la presenza delle proprie emozioni senza spaventarsene più di tanto, nella convinzione che, volendo, ci si può sempre lavorare sopra per rivalutarle e inquadrarle così da poter rispondere nella maniera che ci è più utile.

Essere aperti all’accettare le così come sono, nel bene e nel male, tenendo saldamente nella mente e nel cuore l’idea di poter comunque scegliere come rispondere, è un chiaro segno di una spiccata maturità psicologica.

Sia chiaro, imparare a gestire in questo modo le emozioni rappresenta un punto di arrivo, non un punto di partenza: non è un qualcosa che si “impara” dalla sera alla mattina, che si può leggere in un libro o che può essere imposto da qualche guru-santone. È nient’altro che il frutto di tanto lavoro su noi stessi, un lavoro paziente di intensa e fiduciosa osservazione di chi siamo, di come funzioniamo, di cosa temiamo, di cosa vogliamo. Perché, in fondo, la durata e gli effetti delle emozioni che proviamo non dipende altro che dal modo in cui le accettiamo e da cosa riusciamo a vedere dietro quelle emozioni.

Si, è un viaggio lungo e difficile… ma se accettiamo di provarci, grande sarà la ricompensa.

Condividi, se ti va 🙂

È sempre lì in agguato, pronta a farsi a sentire non appena le cose non vanno come avremmo voluto. È la voce dell’autocritica, quella tendenza a darci addosso e a rimproverarci al primo cenno di errore. Come fare per metterla a tacere e smettere di farci del male da soli? È possibile trovare un modo diverso di parlare a noi stessi quando le cose non vanno come previsto?

autocritica

A volte è come una voce nella tua testa che ti assilla, che ti sottolinea come –ancora una volta–  non sei stato all’altezza. Quella stessa voce che ti prende per mano e ti fa rivivere quei momenti in cui hai esitato, o in cui hai risposto in modo poco brillante, o non sei riuscito a importi, o non sei stato in grado di fare bella figura.

A volte è semplicemente una sensazione. Sottile ma prepotente, come un senso di colpa, di vergogna o di inferiorità, che sembra volerti dire come anche questa volta hai rovinato tutto. Come anche questa volta hai fallito.

Non stiamo parlando di una sana valutazione di cosa è andato e cosa no, ma di quella tendenza a darci addosso per ogni piccolo errore, per ogni esitazione, per ogni risultato che non siamo riusciti a conseguire. Parliamo, cioè, di pura e semplice autocritica: quella continua dose di rimprovero che tendiamo a somministrarci ogniqualvolta ci troviamo di fronte a qualcosa che smentisce le nostre aspettative su come dovremmo essere, sui risultati che dovremmo per forza raggiungere.

Ed è un gioco a perdere, perché invece che motivarci verso ciò che realmente desideriamo, il nostro continuo criticarci e rimproverarci non fa altro che erodere, lentamente ma inesorabilmente, ogni traccia di stima per noi stessi. E ci fa vivere costantemente in attesa del prossimo errore, della prossima aspettativa che non riusciremo a soddisfare. Per poi finire a massacrarci nuovamente.

Voci dal passato

Ma da dove nasce questa tendenza all’autocritica? Dove abbiamo imparato a rimproverarci per ogni cosa che non va come vorremmo? Le cause sicuramente possono essere molteplici, e certamente hanno a che fare con ciò che abbiamo imparato nel corso della nostra vita, ma è molto probabile che alcune di queste dipendano dal modo in cui siamo cresciuti.

Può essere che abbiamo avuto genitori autocritici proprio come lo siamo noi, e che questa tendenza sia stata assorbita naturalmente in quanto parte della nostra cultura familiare. Quindi non necessariamente si tratta di qualcosa che ci è stato “insegnato”. In altri casi è possibile che siamo cresciuti in un ambiente carico di aspettative, per cui il riuscire sempre era l’unico modo per evitare di sentire una disapprovazione che, seppure non particolarmente evidente nei comportamenti, poteva comunque essere decisamente palpabile. O, ancora peggio, quella disapprovazione poteva esprimersi in comportamenti rabbiosi e aggressivi, che ci hanno fatto crescere in uno stato di costante paura di sbagliare.

Queste sono solo ipotesi, chiaro, ma è facile intuire come un ambiente caratterizzato da un eccessivo criticismo possa aver condizionato il nostro modo di vedere noi stessi e il nostro stesso valore. È facile anche comprendere come queste esperienze, una volta cresciuti, non vadano via con il nostro andare via di casa. Si tratta di tendenze che si sono sviluppate insieme a noi, ed è molto facile che queste voci dal passato tornino a farsi sentire ogni volta che ci ritroviamo in situazioni in cui le nostre aspettative su noi stessi rischiano di essere messe in discussione.

Ad ogni modo, il passato purtroppo non si può cambiare. Quello che possiamo cambiare, però, è il modo in cui trattiamo noi stessi. Invece che continuare a sentirci dei bambini in cerca di approvazione per ricevere un po’ d’amore, forse sarebbe il caso di iniziare a capire che così facendo rischiamo di passare la vita a correre in una ruota per criceti inseguendo una perfezione che, per fortuna o purtroppo, non arriverà mai.

Inseguire la perfezione

La prima cosa di cui rendersi conto è che non sono i nostri errori, le nostre mancanze, i nostri comportamenti a essere il problema. Non è questo che va affrontato. È tutta una vita che ci proviamo, guidati da una voce dentro di noi che continua a ripeterci come queste cose siano sbagliate. Il problema è la voce stessa.

Se pensiamo che l’unico modo per zittire la voce dell’autocritica è quello di fare di più, di correggere ogni nostro difetto, di non commettere errori, di fare sempre bene e solo ciò che gli altri si aspettano da noi… in realtà ci stiamo preparando una bella trappola con le nostre stesse mani. Perché questa strategia funziona, sì, ma solo temporaneamente (quando funziona!)

Quando pensi di essere riuscito in qualcosa solo perché ti sei impegnato a seguire le indicazioni della tua voce critica, il risultato è che ti sentirai sollevato, soddisfatto, persino felice. Ma quanto può durare questa sensazione? Te lo dico io: fino a quando non ti imbatterai nella prossima aspettativa. E lì ti ritroverai a cominciare da capo. E come andrà questa volta?

Insomma, proseguire su questa strada del continuo rincorrere una perfezione che (mi spiace ricordartelo) non è di questo mondo, significa continuare a sentirsi per sempre “non all’altezza”, se non addirittura sbagliati, inadeguati, dei falliti. Intendiamoci: migliorarsi va bene, ma quando si ha a che fare con l’autocritica la cosa più importante non è inseguire una impossibile perfezione, ma mettere a tacere la voce che ci dice di farlo.

Silenziare la voce

Ok, ma come mettere a tacere questa voce assillante? Innanzitutto occorre ricordare a sé stessi l’origine di queste voci: il nostro passato. Stiamo parlando di nient’altro che commenti da un’epoca lontana, rimasugli di un’infanzia che è finita da tempo, e che non per forza deve essere il tuo presente. Per quanto possa sembrare forte, la voce che senti in realtà è solo un’eco.

Inoltre, potresti provare a vedere la tua voce critica in un altro modo: prova a darle un corpo, una voce, uno scopo. Ad esempio, potresti immaginarla come un cane da guardia talmente nervoso che inizia ad abbaiare al più piccolo rumore: sta solo cercando di proteggerti, avvisandoti quando c’è pericolo di commettere degli errori …solo che tende a esagerare un po’! Quando abbaia, come accadrebbe nella vita reale, non devi far altro che calmare il mastino che è in te, rassicurarlo dicendogli che è tutto a posto, che non c’è niente di cui preoccuparsi, che va tutto bene.

In alternativa, puoi provare a visualizzare la tua voce critica come un bulletto che ti sta aggredendo. Ma tu ora non sei più un bambino: difenditi, digli di lasciarti in pace, di togliersi dai piedi. Scegli tu quale approccio utilizzare, e non limitarti a questi esempi, sfrutta la tua fantasia!

Rispondere a tono

Ribatti ai messaggi critici con altri più realistici e positivi. Invece che cadere nella spirale della catastrofizzazione o della facile generalizzazione, rispondi alla tua voce critica con frasi più equilibrati e, soprattutto, più veritiere: «Ho fatto del mio meglio», «Non è la fine del mondo», «Considerato il grande schema della mia vita, quanto è davvero importante ciò che è successo?», «Rispetto ad altri problemi, questo mi sembra proprio insignificante», «Sono fiero di quanto ho raggiunto fino ad ora», ecc.

Certo, all’inizio questa strategia non sembrerà funzionare un granché: le frasi sembreranno forse un po’ forzate, ma continuando a ripeterle diventeranno sempre più credibili. Perché, in fin dei conti, lo sono più di quelle originali. E poi si tratta dello stesso meccanismo che nel tempo reso “credibili” le frasi negative che ci diciamo adesso, quindi perché non fare la stessa cosa, ma al contrario?

C’è poi un altro passo da fare: ridefinire i tuoi valori e le tue priorità rispetto a chi sei ora, non a chi ti è stato detto di essere. Invece che continuare ad accontentare gli implacabili fantasmi nella tua testa, prova adesso ad accontentare te stesso: cos’è per te essere felice?

Prova a chiederti: hai davvero bisogno di fare ogni cosa alla perfezione? Perché, se non lo fai cosa succede? È davvero necessario essere sempre “i primi della classe”? Chi è che ti darà una pacca sulla spalla per la maratona di lavoro che hai appena concluso? Chi è che ci tiene davvero? Tu o una qualche ombra dal passato? Per ricevere amore, adesso, devi per forza essere perfetto?

autocritica

Nuove voci

La lezione più importante è che bisogna cambiare il modo in cui trattiamo noi stessi quando la voce dell’autocritica prende il sopravvento. Perché non serve a nulla continuare a darsi addosso e inseguire una perfezione impossibile da raggiungere. Ciò che può essere davvero utile è vedere la voce che è dentro di noi per quella che in realtà è: solo una voce.

Una voce che viene da lontano, che è fuori dal tempo e dal contesto. Un meccanismo che può esserci stato in qualche modo utile in passato, ma che adesso non solo non ci aiuta più, ma può essere addirittura dannoso. È il momento di cambiare questa voce, di sostituire i suoi contenuti a partire da quelli che sono i nostri valori e le nostre idee su chi siamo e su chi vogliamo essere. Non su ciò che dovremmo essere. Non su ciò che per qualcuno è giusto o sbagliato.

È il momento di stabilire un rapporto diverso con noi stessi, cominciare a trattarci in maniera differente: più comprensivi, più tolleranti, più amorevoli. Imparare a vederci più come un caro amico, piuttosto che come un bambino incapace da tenere sempre in riga. Quel tempo è finito, siamo grandi ormai.

Ci saranno ricadute, di sicuro. Al minimo errore, alla prima esitazione, la voce critica dal profondo riprenderà ad assillarti. Sarà lì, pronta ad aspettarti dietro l’angolo, con frasi già pronte e sentite mille volte su quanto è schifoso il lavoro che hai fatto, sul fatto che sei un lavativo, una persona che non merita niente e bla bla bla…

Aspettatelo. E quando accadrà, contrattacca con quanto abbiamo detto sopra. E congratulati con te stesso, perché hai avuto il coraggio di contrastare le tue vecchie e ormai inutili e dannose abitudini.

Hai avuto il coraggio di prenderti cura di te.

Condividi, se ti va 🙂

Triste o depresso? Al giorno d’oggi i due termini sono usati come sinonimi, ma si tratta di due condizioni profondamente diverse. Conoscere la differenza tra le due e capire quando è necessario chiedere aiuto è il primo passo per riuscire a superare una grave malattia come la depressione.

tristezza

Ciascuno di noi, nel corso della nostro travagliata vita, sperimenta prima o poi dei sentimenti di forte tristezza. Che sia a causa di un lutto, di un periodo di intensa difficoltà, di una delusione o anche solo una percezione di solitudine, è assolutamente normale sperimentare tristezza. Come le altre emozioni, fa parte del nostro essere umani.

Per qualcuno però non si parla di semplice tristezza: quando il tempo non sembra aiutare, quando il dolore sembra essere assolutamente insopportabile, quando tutto è stancante, difficile e confuso, quando diventa faticoso anche solo alzarsi dal letto la mattina, potremmo essere di fronte a qualcosa di molto più serio e pericoloso della “tipica” tristezza. Potremmo ritrovarci a soffrire di depressione.

Ma come distinguere quando siamo di fronte a una normale tristezza da quando ci troviamo ad annaspare nello scuro oceano della depressione? Qui di seguito una lista di 7 importanti differenze tra tristezza e depressione, nella speranza di fare un po’ di luce tra ciò che si nasconde dietro questi due termini.

1. Perdita di interesse ed energia nelle attività

Quando si è tristi, generalmente non si perde interesse per le attività che di solito ci piace fare. Quando ci dedichiamo a queste attività, come il guardare una serie tv o leggere un libro, riusciamo in qualche modo a “distrarci”uando uan

e il nostro umore tende a migliorare, anche solo temporaneamente. Anche una chiamata da un amico, un aperitivo al bar o una passeggiata in compagnia spesso possono essere di aiuto per superare la tristezza del periodo, e col tempo si riuscirà a tornare nella condizione di trarre nuovamente piacere dalle cose che ci piacciono.

Con la depressione le cose non stanno così. In questi casi si parla di anedonia, ovvero la completa perdita di interesse verso attività che una volta venivano considerate piacevoli e l’apparente impossibilità a provare sentimenti piacevoli da queste. Si tratta di un segnale molto importante, da non sottovalutare: se provi difficoltà a dedicarti e a trarre piacere da attività che per te sono sempre state “piacevoli” è importante che cerchi un aiuto professionale.

Un’altra caratteristica simile della depressione è la cosiddetta abulia, ovvero la sensazione di non avere né energie né volontà di svolgere una qualsiasi attività, anche i normali impegni quotidiani. Invece quando una persona sta vivendo un periodo di “normale” tristezza, solitamente riesce, anche se a volta con più fatica del solito e con minor entusiasmo, a svolgere le proprie attività e ad andare incontro alle proprie responsabilità. Insomma, continua a “funzionare”.

2. Assenza di cause definite

Un’altra importante ma più sfumata differenza tra la tristezza e la depressione è rappresentata dalle cause di un umore basso. Solitamente, la tristezza è conseguenza più o meno diretta di qualcosa (o di più cose) che ci sono successe: può essere la fine di una storia d’amore, la perdita di una persona cara, un importante cambio di vita, una serie di frustrazioni a lavoro, e così via.

Per chi soffre di depressione, invece, tutto appare meno chiaro e diventa difficile individuare una o più cause specifiche che possano giustificare un così forte abbassamento dell’umore. Nella depressione ogni evento viene sperimentato e interpretato secondo una complessa interazione di pensieri, emozioni e comportamenti che potrebbe potenzialmente renderlo “causa” di una forte tristezza, quindi spesso non è facile individuare uno specifico trigger che ha innescato un abbassamento dell’umore.

In parole povere: tutto e niente possono essere causa di depressione, e se si fatica a trovare una causa specifica può essere un indizio di una condizione di vera e propria depressione. Quando una persona è semplicemente triste, sa perché lo è. Chi è depresso, invece, sa solo di stare male.

3. Difficoltà di concentrazione, di attenzione e di pensiero

Quando si prova una forte tristezza diventa difficile riuscire a concentrarsi e a portare la propria attenzione dove vorremmo dirigerla. Spesso questo succede perché si ha la mente “ingombrata” da preoccupazioni e pensieri relativi a cosa ci è successo che ci ha portato a sperimentare questa tristezza (cioè alle “cause” di cui abbiamo parlato sopra). Si tratta comunque di un effetto temporaneo: con il passare delle ore e dei giorni, la nostra mente tende a “sgomberare” questi pensieri e le nostre energie mentali possono nuovamente dirigersi verso le altre funzioni cognitive come l’attenzione, la memoria e la concentrazione.

Nella depressione, invece, l’effetto dell’intricata rete di pensieri, emozioni e comportamenti che la caratterizzano ha un’influenza decisamente più significativa. Ogni cosa diventa più difficile, e persino un compito relativamente semplicemente come leggere poche frasi o svolgere una semplice addizione può diventare praticamente impossibile. Diventa difficile dirigere la propria attenzione, ragionare con fluidità o anche prendere decisioni che normalmente non comportano alcuna difficoltà.

I pensieri di una persona che soffre di depressione risultano spesso impoveriti, ripetitivi, confusi. Tutto diventa faticoso, ogni cosa sembra rallentata, e questo si riflette anche a livello fisico, con la presenza di un forte senso di stanchezza, perdita di energie e rallentamento nei movimenti.

4. Sentimenti di scarso valore, autocritica e perdita di speranza

A seconda del perché ci sentiamo tristi possiamo provare sentimenti di colpa, di inadeguatezza, una percezione di scarso valore o anche una temporanea perdita di speranza per il nostro futuro. Questi pensieri e sentimenti, tuttavia, possono venire facilmente mitigati dal supporto e dalle parole positive di chi ci sta intorno: familiari e amici spesso ci consentono di guardare alle cose da una prospettiva più benevola e rassicurante, e questo infatti ci aiuta a spazzar via i pensieri negativi che si accompagnano a una “normale” tristezza.

Purtroppo questo non vale per chi soffre di depressione. La percezione di non avere uno scopo nella vita, il mancato riconoscimento del proprio valore, la presenza di forti sensi di colpa e di pensieri autopunitivi, la costante e feroce critica verso sé stessi, insieme a una significativa perdita di speranza nella possibilità di essere aiutati e nei confronti di un futuro a tinte fosche: questi elementi sono talmente intensi e pervasivi che difficilmente possono venire intaccati dalle parole di chi ci vuole bene.

Anche qui, dunque, la differenza più evidente tra la depressione e una “semplice” tristezza sembra risiedere nel carattere transitorio e meno intenso dei pensieri negativi di quest’ultima condizione.

5. Pensieri suicidari

Quando una persona sperimenta pensieri legati al suicidio, soprattutto se ricorrenti, e prova un forte desiderio di non voler più vivere, siamo già oltre la tristezza. Questi pensieri spesso sono il risultato finale di una spirale negativa che parte proprio dai sentimenti di scarso valore e perdita di speranza di cui abbiamo parlato sopra.

Chi sperimenta normalmente una condizione di tristezza semplicemente non arriva ad avere intenti suicidari. La presenza di questi pensieri sono quindi un chiarissimo segnale che siamo di fronte a una depressione. Ed è un segnale che non va assolutamente sottovalutato.

Quindi se vi trovate a sperimentare questo tipo di pensieri, o vi accorgete che qualcuno a voi vicino manifesta questo tipo di intenzioni, vi prego di parlarne con qualcuno di fidato e di cercare immediatamente aiuto. Riconoscere di avere bisogno di aiuto non è segno di debolezza, ma un atto di grande forza e coraggio.

tristezza

6. Disturbi del sonno

Quando siamo tristi è normale aspettarsi qualche difficoltà legata al sonno. I pensieri che ci frullano per la testa possono tenerci svegli la notte e rendere difficile l’addormentarsi. Ci sta perdere qualche notte di sonno ogni tanto, non è nulla di grave. Quando finirà la perturbazione emotiva, così come l’infelicità e la tristezza diminuiranno e la mente tenderà a sgombrare i pensieri negativi, anche le nostre routine legate al sonno si ristabiliranno normalmente.

Con la depressione il sonno risulta altamente disturbato: si osservano spesso lunghi periodi di insonnia, difficoltà di addormentamento e risvegli precoci. Quando queste difficoltà persistono per molto tempo, l’effetto sul fisico può essere molto intenso: stanchezza persistente, dolori muscolari, mal di testa sono conseguenze piuttosto tipiche. Quando poi la persona che soffre di depressione ha già forti difficoltà nell’intraprendere anche le attività più semplici o sembra mancare di energia anche solo alzarsi dal letto, si attiva un circolo vizioso di stanchezza, inattività e mancanza di riposo che rende tutto ancora più complicato. E ancora più difficile uscirne.

Insomma: se sperimentiamo importanti problematiche legate al sonno e per lunghi periodi di tempo, potremmo trovarci davanti a qualcosa di più di una “semplice” tristezza.

7. Perdita di appetito e cambiamenti del peso corporeo

A diverse persona capita di sentirsi “lo stomaco chiuso” quando si attraversa un periodo di tristezza, mentre altri ancora si attaccano al cosiddetto “comfort food”. Insomma, l’abbassamento di umore può avere degli effetti significativi anche sui livelli di appetito e sulle routine alimentari, e nelle persone maggiormente predisposte può tradursi anche in un cambiamento del peso. Ad ogni modo, il tipico decorso transitorio di un singolo episodio di tristezza porta solitamente a un ritorno del normale regime alimentare e di attività fisica.

Nella depressione questo periodo di sregolatezza alimentare può persistere per molto più tempo e, come per il sonno, gli effetti sul corpo possono essere più evidenti e addirittura potenziare gli altri sintomi della depressione, ad esempio per quanto riguarda i livelli di energia e l’alterazione di importanti funzioni corporee.

Sperimentare importanti cambiamenti di peso, la forte diminuzione o la completa perdita dell’appetito sono campanelli d’allarme molto importanti che suggeriscono la possibile presenza di una depressione.

In conclusione

Tristezza e depressione sono termini che nel linguaggio comune sono utilizzati in maniera intercambiabile. Fin quando ci si sofferma sulle parole non c’è alcun problema, ma quando si sperimentano sentimenti di infelicità, disperazione e solitudine è invece molto importante capire la differenza che passa da una normale, transitoria (e a volte salutare) esperienza di tristezza e una condizione grave, persistente e decisamente pericolosa come quella della depressione.

Se ti rivedi tra i sintomi elencati sopra, il mio consiglio è di cercare immediatamente un supporto. Parlane con chi ti sta vicino e rivolgiti a un professionista. Dalla depressione si può uscire, ma il primo passo è chiedere aiuto.

Condividi, se ti va 🙂

Ogni giorno la vita ci pone di fronte a eventi, grandi e piccoli, che in qualche modo ci fanno stare male o comunque ci creano un senso di disagio. Si tratta di esperienze che sono parte integrante della vita e che spesso non è possibile evitare. Ma è possibile imparare a comprenderle e a valutarle da un’altra prospettiva, così da evitare di soffrire più del dovuto?

sofferenza

Tanto tempo fa, quando la psicologia come la conosciamo non era ancora nata, un semplice uomo scoprì una verità tanto semplice quanto apparentemente difficile da comprendere e da applicare. E cioè che quando ci capita qualcosa di negativo, non soffriamo solo per l’esperienza dolorosa in sé, ma anche e soprattutto per il modo in cui reagiamo a questa esperienza.

Egli trasmise questo insegnamento tramite l’immagine di un uomo che, dolorante per essere stato colpito da una freccia, si lascia catturare da un vortice di valutazioni sull’esperienza stessa e finisce per soffrire molto più del necessario. Come se fosse stato colpito non da una, ma da due frecce.

Insomma, costui fu tra i primi a rendersi conto dell’effetto che i nostri pensieri possono avere sulle esperienze che viviamo. E certamente fu anche uno dei primi a cercare e a tracciare un sentiero che potesse condurre alla fine dell’universale condizione di sofferenza dell’essere umano. Questo semplice uomo altri non è che colui che viene comunemente riconosciuto come il Buddha.

Le parole che seguiranno non hanno né lo scopo né la pretesa di risolvere una volta per tutte ogni tua sofferenza, ma sono piuttosto una riflessione su alcuni meccanismi, comuni a tutti, che non fanno altro che ingigantire qualunque sofferenza a cui andiamo inevitabilmente incontro …e chissà, magari scoprire cosa si può fare per evitare di soffrire più del necessario.

Tiro al bersaglio

Ogni giorno, inevitabilmente, ci troviamo a vivere esperienze più o meno spiacevoli. Si va dai piccoli inconvenienti, come il pc che si “impalla” all’improvviso o il rosso del semaforo che scatta proprio quando toccava a noi passare (e siamo già in ritardo), a eventi più significativi e dolorosi, come la perdita del lavoro, la fine di una relazione o il ripresentarsi di un dolore cronico.

Queste esperienze, inutile girarci intorno, fanno parte della vita. Alcuni giorni va tutto relativamente bene, e nulla di negativo (o di significativo) sembra colpirci, mentre in altri siamo costantemente bombardati da eventi spiacevoli, piccoli o grandi che siano. Come se fossimo un bersaglio da arciere, impotenti in attesa della prossima freccia che ci verrà scoccata contro.

Insomma: normalmente veniamo sottoposti, contro la nostra volontà, a numerosi stimoli che possono causarci sofferenza. E già così la nostra vita appare già sufficientemente dura. Ma non finisce qua. Non facciamo neanche in tempo a renderci conto di essere stati colpiti da una freccia che, quasi istantaneamente, ne arriva subito una seconda.

La seconda freccia

In pratica, succede questo: quando ci capita qualcosa di spiacevole, piccola o grande che sia, invece che semplicemente riconoscerla e cercare, se possibile, di rimediare, ci lasciamo catturare da un flusso di pensieri ed emozioni negative su quanto orrenda sia la situazione nella quale ci siamo trovati.

Se attiviamo un interruttore e si brucia la lampadina, invece che riconoscere che è un qualcosa che può capitare (e che, a conti fatti, non è poi tutto questo dramma) e che basterebbe sostituirla con una nuova, automaticamente si attiva una reazione negativa sotto forma di pensieri tipo “Perché deve sempre capitare a me? Perché proprio adesso che ho tante cose più importanti da fare? Sono sicuro che anche se la cambio fra una settimana mi capiterà di nuovo!”. Praticamente non ci diciamo mai “Perdindirindina, è saltata la lampadina! Fa nulla, ora la cambio!”, ma piuttosto tendiamo a reagire in maniera spesso spropositatamente negativa.

Questa è la seconda freccia: una serie di reazioni che si attivano automaticamente quando ci capita qualcosa di spiacevole. Ed è proprio questa seconda freccia che può farci più male. Perché è proprio questo flusso di pensieri, emozioni e sensazioni negative a potenziare ulteriormente la sofferenza dell’esperienza originale e a provocare, in ultima analisi, livelli di ansia e di stress ancora più elevati del dovuto.

Quello della lampadina è un esempio di un evento relativamente insignificante, eppure potrebbe scatenare una reazione negativa e stressante che spesso è peggiore dell’esperienza originale in sé. E quanto possono essere dolorose le emozioni e i pensieri che possono scaturire da sofferenze ben più grandi? Cosa possiamo arrivare a dirci quando finisce una relazione (“Non me ne va mai bene una, resterò solo per tutta la vita) o quando perdiamo il lavoro (“Sono rovinato, resterò per sempre disoccupato e finirò sotto i ponti”)?

Tra l’arciere e il bersaglio

Ma se la prima freccia viene scagliata, diciamo così, “dalla vita” …chi è che scaglia la seconda? Esatto, siamo noi stessi a scagliarla. Noi, che in quei momenti siamo sia vittima che carnefice, sia arciere che bersaglio.

È chiaro che non è un qualcosa che facciamo volontariamente (chi mai lo farebbe, e soprattutto: perché farlo?!), eppure le cose stanno così. Non è colpa nostra, sia ben chiaro: sono abitudini che abbiamo appreso, sviluppato e rinforzato per tutta la nostra vita, supportati dalla naturale tendenza dell’essere umano a “usare troppo il cervello”.

Non è colpa nostra, sì, ma resta comunque una nostra responsabilità non permettere di farci ferire anche dalla seconda freccia. Se la prima è inevitabile, la seconda si può evitare. Anche se non è sempre facile.

L’esperienza in prospettiva

Non è facile proprio perché questa seconda freccia viene scagliata in maniera automatica, e non abbiamo quasi mai la prontezza di accorgerci di cosa ci sta accadendo in quel momento, osservarlo nella giusta prospettiva e rispondere nella maniera più adeguata. È tutta una vita che ci portiamo dietro queste abitudini a esagerare e ad aspettarci il peggio, a giudicare negativamente non soltanto quello che ci capita, ma spesso soprattutto noi stessi. Per questo non è facile.

Ma le abitudini si possono cambiare, per fortuna. E il primo passo è proprio quello di rendersi conto di come le nostre tendenze a ingigantire, amplificare e dilatare la negatività di ciò che ci succede nella vita fanno sì che la nostra vita appaia ancora più difficile di quanto normalmente lo sia già. E di come la sofferenza che proviamo sia maggiore di quella che potremmo realmente provare.

Occorre cioè mettere le cose in una nuova prospettiva. Come? Puoi provare con le “4 R”:

  1. Respira. Quando succede qualcosa, prenditi qualche istante di pausa. I problemi e gli inconvenienti non scappano, ma tu puoi concederti un piccolo momento per fermare tutto e portare l’attenzione a cosa sta succedendo.
  2. Ricorda che le esperienze spiacevoli, piccole o grandi che siano, o il fatto che le cose non sempre vadano come desideri, sono aspetti inevitabili e normali della vita.
  3. Riconosci i pensieri che sono emersi col sorgere dell’esperienza. Cosa hai pensato? Cosa ti è passato per la testa?
  4. Rivaluta questi pensieri sull’esperienza spiacevole secondo una diversa e più ragionevole prospettiva. È possibile che ciò che hai pensato sia esagerato se non addirittura falso? Come puoi pensarla diversamente?

Piccoli passi

Insomma, sii consapevole del flusso di pensieri che si è innescato in seguito all’esperienza e mettili in discussione adottando una prospettiva più ragionevole su ciò che in realtà è accaduto o sta accadendo in questo momento.

È chiaro che un conto è rivalutare la frustrazione per una lampadina che si è bruciata, un altro è considerare sotto una luce diversa un evento come la fine di una relazione. Ma il meccanismo è lo stesso. Comincia quindi dalle cose più facili, come quando ti si “impalla” il computer o versi una bevanda sul pavimento.

Più diventi bravo a mantenere la calma e a non lasciarti catturare dalla corrente dei pensieri e delle emozioni negative quando ti capita qualcosa di “piccolo”, più sarà facile affrontare anche le situazioni più “grandi”. Tornando alla metafora della seconda freccia: prima impari a evitare le freccette, prima riuscirai a evitare i giavellotti.

sofferenza

Dolore e sofferenza

Il messaggio di fondo, comunque, è una grande verità che purtroppo non è così facile comprendere, almeno all’inizio. Questo messaggio è molto semplice, e viene così riassunto in un bel libro di Henepola Gunaratana: “il dolore è inevitabile, la sofferenza no”.

In pratica: ci sono sì cose che ci fanno male, ma è il nostro modo di reagire a queste cose che può finire per farci ancora più male.

…e visto che siamo in vena di riflessioni, augurandovi (per quanto possibile) la cessazione di ogni sofferenza, vi lascio con una riflessione del saggio Thich Nhat Hanh:

Il dolore può anche essere inevitabile, ma il fatto di soffrire o meno dipende da te. Soffrire è una scelta, tu scegli se soffrire o meno.

Nascita, vecchiaia e malattia sono naturali. È possibile non soffrire a causa loro, quando hai scelto di accettarle come parte della vita. Puoi scegliere di non soffrire benché vi siano dolore o malattia.

Come vedi la vita e la tua particolare situazione dipende dal tuo modo di guardare.

Condividi, se ti va 🙂

Le festività natalizie dovrebbero essere un periodo di gioia e serenità, almeno in teoria. Per alcuni, però, invece che essere un’occasione per rilassarsi e staccare dalla vita di tutti i giorni, questo periodo può diventare fonte di stress e preoccupazioni. Cosa possiamo fare per rendere questo periodo dell’anno il più possibile piacevole e senza inutili stress?

natale stress

Eccoci qua: un altro anno sta finendo («e meno male!», aggiungerà inevitabilmente qualcuno) e le festività natalizie sono alle porte! Per qualcuno è senz’altro una buona notizia: c’è chi le considera una specie di “stacco” invernale, spesso atteso già da settembre, e per i bambini è sicuramente un periodo di soprese e regali, ma anche di pausa dalla scuola (che non guasta).

Ma non è così per tutti. In teoria, questo periodo di feste dovrebbe essere uno dei periodi più gioiosi dell’anno, ma per qualcuno può diventare un vero incubo: tra regali da fare all’ultimo minuto, in tempi sempre più stretti, in negozi affollati e con i portafogli piangenti, e gli incontri forzati con parenti solitamente evitati nel resto dell’anno, il rischio è di vedere salire il proprio livello di stress invece di semplicemente rilassarsi e godersi queste giornate.

Insomma, tra aspettative irrealistiche di divertimento e felicità assoluti e i piccoli grandi inconvenienti che sicuramente incontreremo nel nostro cammino, il Natale può trasformarsi nell’ennesima occasione in cui stressarci ulteriormente e, in definitiva, complicarci la vita.

Come limitare al massimo i potenziali “danni” delle feste natalizie? Cosa possiamo fare per rendere questo periodo dell’anno il più possibile piacevole e gioioso? Di seguito una serie di consigli e riflessioni su come affrontare al meglio le festività natalizie in modo da poter trascorrere il più possibile un Buon Natale e un Felice Anno Nuovo!

Scegli le tue priorità

In un periodo così denso di impegni e cose da fare, spesso l’ultima cosa che ci passa per la testa è proprio ciò che potrebbe essere più piacevole e utile per noi. Per questo, cominciamo con un consiglio pratico: fai una lista delle tue priorità.

Scegli le tre cose per te più importanti e più in linea con i tuoi valori, in modo da rendere davvero queste festività il più possibile positive e realmente piacevoli. Una volta scelti i tuoi “obiettivi”, usa questa lista come guida per organizzare le prossime giornate.

Ad esempio, se per te è molto importante passare del tempo con i tuoi familiari o con i tuoi amici, stabilisci questa come priorità e organizzati affinché i prossimi giorni siano ricchi di occasioni di incontro e di tempo da passare insieme a chi vuoi più bene. Ovviamente questo potrebbe significare mettere da parte altre cose (ad esempio, girovagare per centri commerciali alla caccia dell’ultimo, disperato regalo), ma il senso dello stabilire delle priorità è proprio questo.

Cosa ti piace? Cosa ti fa star bene? Attivati per farlo!

Un’ultima cosa: sii realista con il tempo che hai a disposizione. Se ti metti in testa di fare troppe cose potresti stressarti ancora di più: lasciati guidare dal cuore e scegli con intelligenza come spendere il tuo tempo.

Regali imperfetti

Un altro aspetto piuttosto stressante delle feste possono essere i regali, specialmente se abbiamo il conto in arancione tendente al rosso. Personalmente, ritengo abbastanza inutile sprecare tempo e denaro per regalare qualcosa a qualcuno che potrebbe anche non averne bisogno, o col rischio che il nostro regalo possa addirittura non piacere. Ma questa è solo la mia opinione.

Ma cos’è un regalo, in fin dei conti? Se si tratta di una “semplice” manifestazione di affetto e di attenzione, perché svenarsi o rompersi la testa alla ricerca del regalo perfetto? Non è meglio qualcosa di autentico, di sentito, che viene dal cuore, anche se è qualcosa di semplice? Potrebbe trattarsi anche solo di una buffa foto in cornice di te e la persona a cui destinare questo dono, oppure dei coupon per regalare delle “pulizie in casa” (perfetto per la mamma!). Che importa? Alla fine quello che conta non è sorprendere e far sorridere?

Se invece sei come me, che quando si tratta di fare dei doni mi vengono le palpitazioni al solo pensiero di cosa potrei regalare, perché non fare qualcosa di più estremo? Che ne dici di una donazione in beneficenza a nome della persona a cui fare il regalo? Un dono sicuramente più utile dell’ennesimo maglioncino con le renne a chi sicuramente non ne avrebbe bisogno.

Eventi inutili e cene tranquille

È arrivata anche a te la richiesta di partecipazione al party aziendale? Improvvisamente hai avvertito un fastidioso prurito per tutto il corpo? È normale, fa parte del pacchetto natalizio. Ma non sarebbe meglio declinare con gentilezza ed eliminare dalla tua agenda eventi di questo genere, potenzialmente assai stressanti? Non sarebbe meglio dedicarsi a frequentare posti e persone con le quali vuoi davvero stare? Insomma, ritorniamo al punto di sopra: stabilisci le tue priorità e cancella il superfluo.

Molto meglio i mega menù delle feste, a casa tua, con decine e decine di persone in attesa delle tue prelibatezze, vero? Già, sto parlando proprio di quelle cene in cui TU devi cucinare ogni singola pietanza per nutrire orde di affamati commensali, vivendo nella perenne ansia che l’arrosto in forno possa irrimediabilmente bruciarsi se solo ti soffermi a parlare un po’ di più con un invitato. Non proprio delle cene all’insegna della gioia e del relax.

Scherzi a parte, se questi “cenoni delle feste” ti stressano, semplicemente non farli. O meglio: fai qualcosa di semplice che possa permettere anche a te di godere della serata, della compagnia dei tuoi amici e di un buon calice di vino, in un’atmosfera di natalizia serenità. Ah, potresti anche chiedere ai signori ospiti di aiutarti a cucinare e a sparecchiare, qualcuno disposto a farlo si trova sempre!

Dinamiche familiari e dispute culinarie

Ah, le cene in famiglia! Se anche tu hai un parente che sembra aspettare l’arrivo delle feste solo per poterti sottoporre a veri e propri interrogatori con domande quali “Quando ti laurei?”, “Quando ti sposi?”, “Quando lo fate un figlio?”, o per condividere con te gioviali commenti come “Ti vedo ingrassata”, “Mamma mia quanti capelli bianchi!”, “La lasagna la faccio meglio io” … ti scongiuro: respira e mantieni la calma.

Certe persone sono fatte così (e purtroppo sono nostri parenti), non c’è motivo per prendersela. Ma già che lo sai, pianifica in anticipo come rispondere a queste simpatiche interazioni. Non è necessario essere sarcastici o imbufalirsi, a volte può bastare un sorriso sornione o un’alzata di spalle, l’importante è che passi il messaggio: “nulla di ciò che puoi dire mi rovinerà questa giornata di gioia e di amore”.

In generale, comunque, consiglio in queste occasioni di evitare argomenti “caldi” quali, ad esempio, la politica, l’immigrazione o la classica disputa su guanciale o pancetta nella carbonara (SPOILER: ci va il guanciale).

Ok, torno serio. Il Natale e le altre feste del periodo sono una splendida occasione per un po’ di leggerezza, che spesso sembra mancare nel resto dell’anno. Quindi perché non restare “leggeri”, evitando baruffe, polemiche e frecciatine? Ad ogni modo, se sai di poter andare incontro a situazioni difficili da gestire o semplicemente spiacevoli, anche (e soprattutto) se si tratta di parenti, imponi loro i tuoi limiti. Anche al costo di limitare il tempo da dedicare loro: ne hai tutto il diritto e ne va del tuo benessere.

Perché a Natale siamo tutti più buoni, ma zia Adelina no.

Spiritualità e prospettiva

Con il termine spiritualità non intendo parlare di religione. Mi riferisco invece a quel qualcosa che a volte si riesce a percepire, come flebile sottofondo a questo particolare periodo dell’anno. Forse è l’eccitazione per un nuovo anno che sta per cominciare e promette un destino migliore di quello precedente, o forse è qualcosa di completamente diverso, che ha a che fare più con il presente che con il dopo o il prima: la sottile sensazione che tutto sia a posto così.

Ti guardi intorno: c’è la tavola riccamente imbandita, le risate e le corse dei bambini, il calore del camino, le luci e i colori dell’albero di Natale, le persone a cui vuoi bene riunite attorno a te.

Allora senti di poter prendere un po’ di distanza dai problemi di ogni giorno (puoi permetterti di mollarli, almeno per po’, tanto non andranno da nessuna parte) e aprirti a una prospettiva diversa. Scegliere di guardare a quello che di buono c’è, piuttosto che a quello che manca o che non vorresti.

Se sei preoccupata per quei chili di troppo al punto da immedesimarti con Babbo Natale; se ti fa arrabbiare che la promozione al lavoro che aspettavi da tanto se l’è beccata il nipote preferito di zia Adelina; se sei rimasto deluso dall’ennesimo maglioncino con le renne (che poi ti sentirai pure obbligato a mettere), fermati. Questi sono problemi da “primo mondo”.

Guardati intorno.

Apprezzare quel che si ha, pure se è poco, anche se spesso lo si dà per scontato, ed essere grati per il fatto di averlo: questo, per me, è lo spirito del Natale. Anche questa, per me, è spiritualità.

natale stress

Propositi e speranze

Abbiamo un’idea di come dovrebbero essere queste festività, ma inevitabilmente qualcosa non va per il verso giusto, e finiamo così per stressarci e stare male. Prova invece ad affrontare i prossimi giorni seguendo quelle che sono le tue priorità, eliminando il superfluo o ciò che potrebbe mettersi in mezzo tra te e questo periodo di potenziale serenità e positività.

E, se riesci, prova a “colorare” l’atmosfera natalizia con quello spirito di gratitudine che ci consente di apprezzare e di gioire di ciò che abbiamo. Non c’è antidoto migliore per contrastare lo stress delle festività. Alla fine può bastare davvero poco per rendere queste “feste da calendario” dei giorni di festa veri e propri.

A questo punto non mi resta che augurarti, di tutto cuore, delle splendide giornate da passare all’insegna della gioia, della pace e dell’armonia!

Buone Feste, e prenditi cura di te.

Condividi, se ti va 🙂

Quando qualcuno a cui vogliamo bene soffre a causa dell’ansia spesso non sappiamo come possiamo davvero aiutarlo. Vediamo insieme cosa si può fare concretamente per supportare al meglio chi ci è vicino e soffre di un disturbo d’ansia.

aiutare ansia

Non è facile, per un amico, un familiare o un partner, vedere qualcuno al quale si vuole bene soffrire quotidianamente a causa dell’ansia. Vorresti aiutarli ad affrontare e superare la loro condizione, ma non sai come fare. Vorresti trovare le parole giuste per sostenerli, ma non sai cosa dire.

Quella con l’ansia è una lotta quotidiana per chi ne soffre, ma anche chi sta loro vicino paga un prezzo alto. Sentimenti di impotenza e di frustrazione sono decisamente comuni: assistere ogni giorno alla sofferenza di chi vogliamo bene può essere fonte di grande dolore, e c’è chi addirittura comincia a sviluppare a sua volta dei problemi d’ansia. Quando il dolore e il risentimento raggiungono livelli limite, c’è anche il rischio concreto che la relazione possa incrinarsi. Questi e altri possono essere gli effetti collaterali dei disturbi d’ansia.

Proviamo a vedere insieme cosa si può fare concretamente per aiutare e sostenere una persona che soffre d’ansia, ma anche cosa fare per cercare di evitare, per quanto possibile, alcune conseguenze negative per chi offre la propria vicinanza e il proprio supporto.

C’è ansia e Ansia

Innanzitutto bisogna capire che soffrire di un disturbo d’ansia non è come quando si prova un’ansia “normale”. Non è l’ansia che si prova quando devi uscire con una persona che ti piace tanto, né quella che si prova quando sei in ritardo per un appuntamento importante e la metro non passa.

È qualcosa di molto più complesso, più intenso, più “totale”. È un’esperienza decisamente molto più spiacevole di quanto normalmente si possa sperimentare, qualcosa che può sembrare incontrollabile e che ti fa sentire impotente davanti a qualcosa che sembra molto più grande di te, degli altri, di ogni cosa.

Ad esempio: hai idea di cosa si prova durante un attacco di panico? Sai che uno dei possibili sintomi è la sensazione di una morte o di una pazzia imminente, assieme a sintomi fisici che ricordano molto degli attacchi cardiaci? Prova a immaginare cosa può essere vivere più volte un’esperienza del genere.

Insomma, se l’ansia fosse soltanto nervosismo e sudorazione non ci sarebbe bisogno di prenderla così seriamente (e io sarei disoccupato). Invece l’ansia, quando è così intensa, è un qualcosa di maledettamente serio.

Se non hai mai provato quell’ansia può essere molto difficile empatizzare con chi ne soffre e capire cosa stia passando, quanto stia soffrendo e quanto sia difficile affrontarla. Quindi se provi a “curare” l’ansia del tuo amico credendo di capire cosa sta passando, sei fuori strada. Anzi, rischi di fare ulteriore danno: all’altra persona, ma, come vedremo, anche a te stesso. Questo non significa che non puoi fare nulla per aiutarla, ma piuttosto che, a volte, conviene fare un passo indietro e dimenticare ciò che si pensa di sapere sull’ansia.

Non ci resta, a questo punto, che cominciare dalle basi.

Cosa dire e cosa non dire

Quando ci troviamo di fronte a una persona in preda all’ansia non è semplice capire cosa dire (o non dire) in quel momento. Alcune frasi sono sicuramente da evitare, come queste:

  • “Stai bene? Tutto ok?”. Durante un attacco d’ansia il cuore batte a più non posso, tutto il corpo è in tensione, le mani tremano, il respiro sembra mancare… quindi meglio evitare di chiedere come va o se stanno bene. Perché no, non stanno bene. E sì, pensano che il mondo gli stia crollando sotto i piedi. Prova a chiederti: stai cercando di rassicurare loro o te stesso?
  • “Non c’è motivo per stare in ansia”. Parla per te! È chiaro che un motivo c’è, magari può sembrare assurdo e assolutamente irrazionale, ma in quei momenti non è così semplice riuscire a osservare con distacco cosa sta succedendo. Inoltre, è una frase che fa (giustamente) arrabbiare parecchio.
  • “Ma smettila! Perché non ti rilassi?”. Beh, se fosse così semplice l’avrebbe già fatto, credimi! Anche espressioni di questo tipo fanno particolarmente girare le scatole, e certamente non è quello che una persona in ansia vorrebbe sentirsi dire da qualcuno che in teoria dovrebbe volergli bene.

Cosa dire allora? Innanzitutto dipende molto dalla persona che abbiamo davanti. Potrebbe essere lei stessa a suggerirci cosa è meglio dirle (e non dirle) in quei momenti. Premesso che a volte è meglio stare semplicemente in silenzio e aspettare che tutto passi, in generale l’atteggiamento migliore è quello di mostrarsi pazienti, presenti e disponibili: se puoi anche solo semplicemente ascoltare ciò che l’altro dice stai già offrendo un grande supporto.

Nel migliore dei casi, la persona ha già cominciato un percorso terapeutico. Se così fosse, chiedile di condividere le strategie concordate con il terapeuta, così da poterle suggerire nei momenti di crisi.

Ascoltare e parlare

Non è facile per chi soffre d’ansia riuscire a parlare del loro problema, perché è difficile non sentirsi giudicati quando si condividono paure così intime. È anche difficile non giudicare, perché a volte il desiderio di vedere l’altra persona stare meglio fa affrettarci a dare consigli e indicazioni, più che semplicemente stare ad ascoltare.

Semplicemente stare ad ascoltare può sembrare poco, ma in realtà è tutto: comunica disponibilità, apertura, accettazione. Significa far capire alla persona a cui vuoi bene che con te può parlare liberamente e senza timore di essere giudicata, che sei a lei vicina e che qualunque cosa dirà (anche se la sentirai più e più volte nel corso del tempo), ciò che provi per lei e ciò che pensi di lei non cambierà.

E solo dopo, quando il momento sarà quello giusto, sarà il tempo dei consigli e delle opinioni. E dopo ancora, quando la tempesta sarà ben lontana, sarà il tuo turno di parlare. Perché vedere una persona a cui teniamo soffrire così ha un effetto anche su di te, e lo sai bene: non c’è solo il dispiacere, la preoccupazione, la compassione, ma anche il risentimento, la frustrazione, l’impotenza.

Esprimere ciò che proviamo e come ci sentiamo, quando la situazione è appropriata e con la giusta dose di tatto e buon senso, è l’antidoto al tenersi tutto dentro per poi esplodere rinfacciando questo e quello, in una spirale di sensi di colpa e vergogna. Ma anche per evitare che la relazione si raffreddi, a causa di un “non detto” che in realtà potrebbe dire molto di più di quanto potrebbero le parole, e con molta più forza. Facendo così ancora più danno al rapporto dell’ansia stessa.

Cosa non fare

Come abbiamo visto, avere a che fare con chi soffre d’ansia non è semplice: anche noi possiamo risentire enormemente di questo problema, anche se sulla carta appartiene esclusivamente all’altro.

Non sempre è facile capire cosa è possibile fare di concreto per aiutare l’altro, ma di sicuro ci sono alcune cose che sarebbe meglio evitare quando ci relazioniamo a un nostro caro che soffre d’ansia:

  • Non andare in ansia! Avere a che fare con una persona in preda all’ansia può …mettere ansia! Lavora sulle tue reazioni a queste situazioni: è importante non solo per te, ma anche perché il tuo modo di reagire può avere un effetto anche su ciò che prova l’altro (che poi è lo stesso meccanismo che hai vissuto sulla tua pelle!). Insomma: se vai in ansia tu, l’altra persona sarà ancora più in ansia!
  • Non prenderla sul personale. Se avete dovuto cancellare dei piani all’ultimo momento a causa di un attacco d’ansia, non è un qualcosa che è stato “fatto apposta”. Se l’altra persona ti risponde in maniera sprezzante o irritata, se ti viene detto che è stato un tuo gesto o una tua parola a innescare l’ansia, potrebbe non essere la persona a parlare, ma la sua ansia. Si tratta di effetti collaterali dell’ansia, che potrebbero avere un impatto anche su di te. Quindi, anche se non è facile, non prendertela e prova a perdonare, per quanto ti è possibile.
  • Non è compito tuo salvarla. Le puoi stare vicino, ascoltarla, metterti a disposizione, supportarla, mostrare il tuo amore e la tua comprensione… ma quella con l’ansia è una battaglia personale che non puoi combattere al posto suo. Puoi motivarla e fare il tifo per lei (e te ne sarà grata, credimi), ma se vuoi davvero aiutare la persona alla quale vuoi bene c’è tanto altro che puoi fare.

Cosa fare

Ecco, cosa si può fare allora? Di seguito alcune indicazioni generali sul come essere concretamente d’aiuto per l’altra persona:

  • Fai capire che ci sei. L’ansia fa sentire le persone perse e sole, e sapere che c’è qualcuno disponibile ad ascoltarle quando ne hanno più bisogno può essere d’aiuto nel ridurre questi vissuti negativi. Resta comunque in ascolto anche dei tuoi vissuti: il rischio di farsi eccessivamente carico della situazione c’è sempre.
  • Proponi qualcosa da fare insieme. Qualunque attività che possa mettere da parte l’ansia anche solo se per poco e che permetta di sperimentare nuove emozioni positive va più che bene. Fare qualcosa che possa farvi divertire e sentire attivi è utile a entrambi per non cadere nell’apatia dell’ansia e per rinforzare la relazione. È importante comunque non forzare l’altro e scegliere insieme qualcosa che possa farlo sentire a proprio agio.
  • Conosci il (vostro) nemico. Fondamentale per capire come aiutare l’altro è comprendere cos’è l’ansia, cosa si prova ad averla, cosa si può fare per uscirne. Non è facile, per chi ne soffre, spiegare cosa significa provare ansia, quindi la cosa migliore da fare è cominciare a informarsi da sé! Fai delle ricerche, chiedi informazioni a dei professionisti del settore… ma soprattutto segui il mio blog e la mia pagina Facebook!
  • Aiuta a chiedere aiuto. Essere comprensivi e offrire il proprio supporto sicuramente è utile, ma non risolve il problema. L’unico modo per farlo è lavorarci, ma raramente ci si riesce da soli. Incoraggia chi vuoi bene a cercare aiuto, in modo che possa davvero lavorare sulla propria ansia. Io, come sempre, sono a disposizione! 😉

aiutare ansia

Incoraggia e sostieni

Superare l’ansia è sempre possibile, ma si tratta di un percorso che può essere più o meno lungo, ed è difficile che non compaiano ostacoli lungo il cammino. A volte andrà meglio, altre peggio. A volte le paure cambieranno, si evolveranno, poi andranno via. Spesso l’ansia è lì da molto tempo, al punto da essere diventata una modalità di funzionamento automatica: ci vuole tempo per “riprogrammarsi”.

Il compito di sconfiggere l’ansia non spetta a te, ma in tutto questo tu puoi fare la differenza. Perché nei momenti di difficoltà è importante che ci sia qualcuno che possa infondere speranza e ricordare che l’ansia non ci sarà per sempre. Perché ad ogni passo in avanti della persona a cui vogliamo bene, anche se può sembrare piccolo, c’è bisogno di qualcuno che festeggi con lei, che la incoraggi a continuare a combattere, a farle sentire che c’è qualcuno che è orgoglioso di lei.

E quel qualcuno puoi essere tu.

Se in questo momento c’è una persona nella tua vita che sta soffrendo, qualunque sia il problema, stalle vicino come già fai ma sostienila nel cercare aiuto. Non è tua responsabilità il benessere dell’altro, ma puoi comunque dare un’enorme mano nel cammino verso la guarigione.

Credimi: al suo posto vorresti qualcuno che facesse lo stesso per te.

Condividi, se ti va 🙂

Gli amici sono una parte importante della vita di ciascuno di noi, ma non sempre è facile farsi dei nuovi amici, soprattutto in età adulta. Come conoscere persone nuove e scoprire nuove amicizie? Come si coltiva una nuova amicizia e come fare per mantenerla nel tempo?

amicizia

Facciamo un tuffo nel passato, in particolare negli anni della scuola: quanto ci sembrava semplice, allora, farsi dei nuovi amici?

Si cominciava presto: dalle prime uscite al parco o dall’ingresso alla materna c’era sempre un compagnuccio col quale condividere (o litigarsi!) una palla, una bambola, cose così. Negli anni successivi, tra le ore passate a scuola sempre in compagnia, le uscite per i compleanni e le feste, e le infinite partite a pallone per le strade sotto casa, le occasioni di stringere amicizia non sono mai mancate.

Anche dopo, al tempo delle superiori, le amicizie sembravano accendersi in maniera naturale: dalle uscite in comitiva alle prime manifestazioni di indipendenza, dalle prime crisi esistenziali a quelle con i propri genitori, dalle prime cotte alle prime delusioni, abbiamo scoperto quanto preziosi possano essere dei veri amici.

Poi è successo qualcosa, qualcosa che ha reso tutto più complicato: non solo creare nuove amicizie, ma anche mantenere quelle già in piedi. Questo qualcosa si chiama “vita adulta”, che è fatta sempre di tanti (troppi) impegni e poco tempo da investire nelle amicizie, a vantaggio soprattutto delle relazioni romantiche e familiari. Ma non è detto che non si possano più fare amicizie: forse è solo diventato meno facile, per il poco tempo e le poche occasioni a disposizione.

L’importanza dell’amicizia

Eppure, esattamente come per l’infanzia e l’adolescenza, avere dei buoni amici in età adulta può essere fondamentale per il nostro benessere. Gli amici si sostengono a vicenda, si confortano, si apprezzano e si motivano, perché hanno a cuore il bene dell’altro, senza particolari interessi personali. È una forma d’amore, per certi versi più altruistico dell’amore romantico.

Un’amicizia non è qualcosa che nasce per caso: gli amici si scelgono, perché sentiamo che si tratta di qualcuno che è in sintonia con noi, qualcuno con il quale sentirci a casa.

Gli amici ci ricordano chi siamo, ci proteggono dalla solitudine e ci fanno forza nei momenti difficili, ma sono anche i primi con i quali stappare una bottiglia per festeggiare un traguardo. Un buon amico è innanzitutto un partner, un alleato fedele, pronto al nostro fianco quando ne abbiamo più bisogno. E noi per loro.

I limiti della libertà

Tutto molto bello, sì. Ma come si fa? Come si fa a curare un rapporto di questo tipo, intimo e leggero allo stesso tempo, se non si ha il tempo per coltivarlo e mantenerlo? Come si fa, quando per lavoro, per amore o per mille altri motivi, si cambia città e si cambia vita? Quando abbiamo dei figli da crescere, una carriera da sostenere, una relazione da portare avanti, come si fa?

Gli amici di sempre, quelli con i quali siamo cresciuti, spesso restano presenti nelle nostre vite. Anche se il tempo, le distanze e gli impegni possono aver richiesto un certo prezzo da pagare, in termini soprattutto di frequentazioni, queste amicizie possono durare per tutta una vita. Se parliamo invece di fare nuove amicizie, può sembrarci molto difficile. Ma soprattutto può spaventare.

Quando eravamo piccoli non sembravano esserci molte “regole” per fare amicizia: ci si trovava e si giocava, basta. Se poi l’amichetto ci stava simpatico e avevamo modo di ritrovarlo (a scuola, al parco, a casa), si riprendeva a giocare. Da “grandi”, invece, siamo molto più complessi: “Dove lo trovo un amico con cui giocare? Come mi avvicino? Cosa gli dico? E se gli sto antipatico? E se è lui a stare antipatico a me?”.

Noi adulti generalmente abbiamo bisogno di struttura, la spontaneità l’abbiamo un po’ persa per strada. Paradossalmente, siamo molto più liberi di prima ma il campo sembra troppo ampio per sapere esattamente cosa fare. E poi ci sono i dubbi, le nostre insicurezze, le delusioni passate, il poco tempo da investire. Così finiamo per rinunciare: “Ormai è troppo tardi per farmi un nuovo amico…”.

Come trovare nuove amicizie

Eppure proprio questa grande libertà di azione – finalmente siamo grandi, e possiamo fare come ci pare! – può essere l’aiuto più importante per stabilire nuove amicizie in età adulta. Gli amici si scelgono, e noi possiamo scegliere, nel modo che ci è più comodo, con quali persone possiamo entrare in contatto. E da lì, magari, costruire un’amicizia.

La strategia migliore è quella di cercare persone con le quali possiamo stabilire una relazione basata sui nostri interessi, le nostre preferenze, la nostra visione della vita. Cioè, qualcuno con un terreno a noi comune, qualcuno di simile a noi. Perché amicizia è anche vedere sé stessi nell’altro.

Ok, ma da dove si comincia?

  • Un primo passo può essere partire dalla nostra già esistente rete sociale. Familiari, colleghi, persino gli amici che già abbiamo, possono presentarci nuove persone con le quali iniziare una frequentazione. Una persona amica di una persona a noi amica è già una potenziale amica! Inoltre così possiamo iniziare una frequentazione in un ambiente protetto, in compagnia di persone che già ci vogliono bene e con le quali già ci troviamo a nostro agio.

Se hai già battuto questa strada senza risultati forse è giunto il momento di mettersi in gioco. Cioè uscire dalla tua confort zone e fare il piccolo sforzo di uscire dal terreno a te familiare per sperimentarti nel mondo.

  • Al giorno d’oggi ci sono tantissime opportunità di socializzazione (al di fuori dei social): corsi, eventi, gruppi sportivi, associazioni culturali (a proposito, se siete di Monterotondo o dintorni vi consiglio di cominciare dall’Associazione PETRA!). Le possibilità sono infinite. Il consiglio, in questi casi, è di scegliere un’attività che possa piacerci realmente (se non ci piace cucinare non ha senso iscriversi a un corso di cucina solo per fare nuove amicizie!), non solo perché probabilmente troveremo persone con interessi in comune, ma anche perché se ci concentriamo sull’attività piuttosto che sul fare amicizia, potremmo anche sentire meno pressioni nel “trovare un amico” e così, indirettamente, rendercelo più facile!
  • Se ti trovi in una determinata fase della vita, come quella della gravidanza, avrai modo di trovare persone “sulla tua stessa barca” in contesti specifici, come un corso preparto: questi compagni di avventura non solo potrebbero esserti di aiuto nel gestire un momento particolare della tua vita, ma potrebbero anche rivelarsi delle potenziali nuove amicizie.
  • Sfrutta la rete locale partecipando ad attività ed eventi del tuo quartiere o della tua città: i nostri vicini di casa – che spesso immaginiamo come molto lontani anche se vivono a pochi metri da noi – possono rappresentare una grande opportunità per amicizie a km 0!
  • Il volontariato è un’altra grande opportunità per conoscere nuove persone appassionate alle cause che ci stanno più a cuore, oltre a essere una gran bella occasione per fare un po’ di bene a chi ne bisogno.
  • I “social”, dal mio punto di vista, sono l’ultima spiaggia. È vero che è molto più facile parlare dietro l’anonimia della rete, ma quanto vigore potrebbe avere un’amicizia nata in questo modo? Meglio sfruttare il web per individuare gruppi e forum tematici su argomenti di tuo interesse, per poi partecipare agli eventi organizzati… Occhio però!

Ingredienti per una (nuova) amicizia

Come l’amore, possono esserci amicizie stile “colpo di fulmine” e altre che richiedono più tempo e cura. La maggior parte delle volte, comunque, i conoscenti si trasformano in amici solo dopo un certo periodo, ammesso che in questo lasso di tempo ci si sia dedicati a coltivare la relazione. L’amicizia è un processo: si comincia dal presentarsi e da lì si costruisce.

Non esiste un regolamento universale sul come costruire e mantenere un’amicizia, ma possiamo comunque individuare alcuni ingredienti fondamentali per stabilire una sana e solida amicizia:

  • Disponibilità e interesse. Una frequentazione costante è decisiva per costruire una nuova amicizia, quindi è molto importante trovare del tempo da dedicare a esperienze condivise. Quindi di fronte a offerte o inviti, cerca sempre di dire di sì, per quanto ti è possibile. Lo so, il tuo tempo è prezioso… ma chi trova un amico trova anche un tesoro, giusto?
  • Intimità e fiducia sono alla base dell’amicizia, ma non c’è bisogno di snocciolare tutti i vostri segreti e pensieri più intimi immediatamente! Condividi qualcosa di te a piccole dosi e lascia che l’altro faccia lo stesso: pian piano si creerà il contesto migliore per il giusto grado di confidenza.
  • Affidabilità e coerenza. Rimani fedele alla tua parole e alle promesse fatte: se ti sei impegnato in qualcosa, portala a termine. Un amico è qualcuno su cui sentiamo di poter fare affidamento, ma dobbiamo essere noi stessi affidabili prima di poterlo richiedere all’altro. Fin dall’inizio, occorre dare il buon esempio.
  • Reciprocità e uguaglianza. Ci vuole uno sforzo comune per costruire un’amicizia, quindi non puoi essere sempre e solo tu a impegnarti in questo processo. Se dall’altra parte non c’è lo stesso investimento difficilmente potrà svilupparsi una vera e profonda amicizia. Non si tratta di tenere il conto di quanto fa uno e quanto fa l’altro, si tratta di capire se tutto l’investimento di tempo, energie ed emotività ci sta conducendo verso una relazione importante o se è il caso di restare solo buoni conoscenti.

amicizia

Se proprio non riesci

Se pensi di aver già tentato ogni strada ma continui ad avere difficoltà nel trovare nuove opportunità o nell’instaurare una nuova amicizia, ti invito a soffermarti su alcuni aspetti:

  • Attenzione a come interpreti un rifiuto. Sii consapevole di come ti approcci: se parti già con l’idea di non piacere agli altri, potresti tendere a interpretare alcuni eventi come conferme della tua idea iniziale. Ti avvicini cioè all’altro con un pregiudizio, ma non nei suoi confronti, bensì nei tuoi! Quando ti trovi di fronte a un ostacolo o a un problema nel rapporto con un potenziale amico, cerca di considerare spiegazioni alternative oltre all’idea che nessuno vorrà mai essere tuo amico. Ad esempio, è possibile che quella persona non abbia accettato un tuo invito perché davvero aveva un impegno che non poteva annullare?
  • Sii paziente verso te stesso e gli altri. Raramente capita di diventare amici per la pelle al primo sguardo, spesso il processo di costruzione di un’amicizia è molto più lungo e non sempre è facile: ci vuole tempo e fiducia per raggiungere quel giusto grado di intimità che caratterizza un’amicizia con la A maiuscola. Non cercare un risultato immediato e non scoraggiarti se con alcune persone non riesci proprio a trovare un legame: nell’amicizia, come nell’amore, l’importante è la qualità, non la quantità. Continua a metterti in gioco, i risultati non tarderanno ad arrivare.
  • Se hai bisogno di supporto, non ti senti pronto o non sai proprio come fare, non esitare a chiedere aiuto. Forse provi un po’ di ansietta al pensiero di dover parlare con uno sconosciuto, o pensi di non sapere nemmeno da dove cominciare: qualunque sia il motivo, se senti di aver bisogno di aiuto, sono a tua disposizione.

In ogni caso, vai avanti e non mollare. Anche se non sempre è facile, ricorda che ne vale sempre la pena. Per dirla con Epicuro:

«Di tutte le cose che la saggezza procura per ottenere un’esistenza felice, la più grande è l’amicizia.»

Condividi, se ti va 🙂

L’incertezza è parte delle nostre vite, una condizione inevitabile della natura delle cose. Spesso la tolleriamo senza nemmeno saperlo, altre volte ci paralizza perché riusciamo a pensare solo a ciò che potrebbe accadere di negativo. Eppure, dietro l’incertezza, possono nascondersi infinite possibilità.

incertezza

Hai paura di prendere la metro per paura di incappare in un attacco terroristico? Passi le tue notti a pensare che il partner al tuo fianco potrebbe lasciarti? Tendi a controllare di continuo se hai lasciato il gas aperto? Se ti ritrovi in un bagno pubblico ti preoccupi di poter prendere chissà quale malattia? Non chiudi occhio se tuo figlio esce la sera per la paura che possa succedergli qualcosa? Quando pensi di dover prendere l’aereo finisci sempre per immaginartelo mentre si schianta al suolo?

Cos’hanno in comune queste preoccupazioni? Si tratta di problematiche molto diverse tra loro, ma ciascuna di queste, in fondo in fondo, riguarda sempre la stessa cosa: un’intolleranza verso l’incertezza.

Che significa? Significa che anche se sai bene che le probabilità di incappare in un attacco terroristico, di prendere qualche strana malattia utilizzando un bagno pubblico o di precipitare con l’aereo sono praticamente pari a zero, resti sempre dell’idea che comunque potrebbe accadere. E ti basi su questa possibilità, anche se decisamente remota, condizionando alcune delle tue scelte e dei tuoi comportamenti.

Possibilità vs. Probabilità

Il fatto è che, in un mondo perlopiù incerto e governato dal caos, siamo sempre alla ricerca della certezza che ciò che temiamo non possa accadere. Purtroppo ciò non è assolutamente possibile. Non è pessimismo il mio, ma una semplice considerazione dettata dalla logica: non è possibile escludere alcuna possibilità. Una certa quota di rischio c’è sempre.

Ma il fatto che un certo esito sia possibile non lo rende più probabile di altri. Un primo errore, infatti, è quello di confondere la possibilità che una cosa accada con la probabilità che questa effettivamente si verifichi. Può sembrare una differenza di poco conto, ma in realtà già questo può essere un primo modo di rivalutare le nostre preoccupazioni.

Ad esempio, se abbiamo paura di prendere l’aereo e ci soffermiamo solo sulla possibilità che possa esserci un incidente (mortale), da un punto di vista logico non staremmo sbagliando: un incidente (mortale) è sempre possibile, come per qualunque altra cosa al mondo. Se però non consideriamo anche la reale probabilità di incidenti (mortali), rischiamo di dare a quella singola possibilità un peso enormemente maggiore rispetto a quello che, nei fatti, potrebbe avere. Con la conseguenza di non prendere più l’aereo per la sola possibilità che possa cadere.

Per la cronaca: uno studio (e non è nemmeno il più ottimista) stima la probabilità di incidente aereo mortale pari a 1 su 11 milioni. Possibile, ma molto poco probabile.

Incertezza tendente al negativo

Non solo. Se parliamo di esiti possibili, possono essercene di molti tipi. Metti il caso che tuo figlio sia in ritardo dopo essere uscito con i suoi amici (si, proprio “quelli che me lo stanno portando per una brutta strada!”). Cosa pensi? Cosa può mai essere accaduto?

Un altro problema dell’incertezza è che tende quasi sempre verso il negativo. L’esito incerto, cioè, è quasi sempre quello temuto. Quindi è possibile che tuo figlio sia stato: ucciso, sequestrato, rapinato, svenuto ubriaco per la strada, coinvolto in una rissa, finito in commissariato, fuggito all’estero. E se invece stesse facendo tardi perché si è trovato in dolce compagnia?

Quando non sappiamo cosa potrebbe accadere, la prima conseguenza che ci viene in mente è quasi sempre negativa. Ma gli esiti potrebbero anche essere del tutto neutri, oppure positivi, a volte persino più che positivi. Insomma, perché pensare sempre che se c’è qualcosa di incerto debba per forza finire male?

Incertezza non significa inevitabilità che accada qualcosa di negativo. Anzi, è l’esatto contrario.

L’incertezza quotidiana

È strano, perché l’incertezza si affaccia nelle nostre vite solo in determinate situazioni, di solito quelle che – per una ragione o per l’altra – temiamo di più. Eppure l’incertezza è sempre presente nelle nostre vite.

Diamo per scontate tante cose, specialmente quelle più ordinarie. Quando andiamo a lavoro, la mattina, diamo per scontato che la macchina parta. Eppure, c’è sempre la possibilità che questa ci lasci a piedi. Questo però non ci fa pensare che è meglio avviarsi a piedi. Quando andiamo a cena nel nostro ristorante preferito, non pensiamo alla possibilità che il cibo possa essere contaminato da un qualche pericoloso batterio. Infatti ci andiamo, e spesso non accade proprio un bel niente.

Che senso ha, allora, angosciarsi per la possibilità che possa accadere qualcosa, e limitare la propria vita di conseguenza?

Con questi esempi non era mia intenzione suscitarti nuove fobie, ma piuttosto farti riflettere su una cosa: non sappiamo mai con certezza cosa potrebbe accaderci, eppure questa incertezza il più delle volte la accettiamo e non ci facciamo condizionare più di tanto. Anche perché se pretendessimo sempre la certezza di un determinato esito, finiremmo per passare le nostre vite a letto, paralizzati da ciò che potrebbe accadere. Sempre che non ci crolli il pavimento sotto il letto.

Il margine di rischio

Ricapitolando: anche se non si può escludere in partenza la possibilità che l’esito temuto si realizzi davvero, tendiamo comunque a pensare che questo sia l’esito che effettivamente si realizzerà, ignorando qualunque legge sulle probabilità o qualunque altro esito possibile, soprattutto se positivo.

La conseguenza è che sperimentiamo un certo tipo di emozioni negative e modelliamo i nostri comportamenti in base a queste credenze su ciò che – secondo noi – accadrà. In sostanza, ci facciamo bloccare da queste idee, rinunciando a fare qualsiasi cosa per la paura che ciò che temiamo possa accadere, anche se fosse decisamente improbabile.

Il punto è che non riusciamo a sbloccarci da queste situazioni perché – e questo è verissimo – c’è sempre un margine di rischio. Cioè la possibilità, anche se molto bassa, che ciò che temiamo possa realizzarsi davvero.

Come eliminare questo margine di rischio? Mi spiace, ma non si può. Vorremmo che il mondo fosse un posto dove tutto può essere previsto: malattie, lutti, incidenti, crisi economiche, tradimenti, interruzioni della fornitura di acqua a metà agosto. Mi spiace davvero tanto, ma il mondo non funziona così. L’incertezza è parte integrante del mondo. L’incertezza non la si può eliminare.

incertezza

Rimediare all’incertezza

Il problema, semmai, è che siamo noi a non tollerare questa incertezza. E ci illudiamo di poterla in qualche modo “gestire”. Ma è, appunto, solo un’illusione. Perché, per far finta di gestirla, spesso dobbiamo rinunciare a qualcosa che per noi è importante. Che sia un viaggio, un nuovo lavoro o una serata da sola con tuo marito che attendevi da almeno 16 anni.

Vale davvero la pena mettere da parte ciò che vogliamo solo perché immaginiamo che possa succedere qualcosa di spiacevole? Te lo dico io: decisamente no.

Pensando a ciò che di brutto potrebbe capitarci, oltre che considerarlo come l’esito più probabile, tendiamo anche a dimenticare un’altro aspetto altrettanto importante: la nostra capacità di rimediare a ciò che potrebbe succede. Oppure, nei casi peggiori, la nostra capacità di tollerarne le conseguenze.

Curioso, no? Passiamo il tempo a pensare a cosa di negativo potrebbe succedere e non ci soffermiamo mai su come potremmo rimediare a ciò che ci capita.

Le domande che ci sfuggono

Quando ci troviamo di fronte a una situazione per noi incerta e che ci fa provare una certa quota di ansia, di preoccupazione o di angoscia, proviamo a sederci a tavolino, carta e penna alla mano, e facciamoci delle domande:

  1. Qual è la cosa peggiore che può accadere?
  2. E se accadesse, come potrei affrontarla?
  3. Qual è invece la cosa migliore che può accadere?
  4. Qual è l’esito più realistico?

Cerchiamo una prospettiva diversa rispetto a quella che il nostro cervello, condizionato dalle nostre storie e dalle nostre paure, ci suggerisce in automatico. Prendiamoci spazio per riflettere su ciò che potrebbe davvero accadere. Senza paura, tanto quella ce l’abbiamo già.

Prova a farti queste domande, e prenditi il tuo tempo per riflettere sulle risposte. E, se ti va, fammi sapere com’è andata. Intanto, ti lascio con una riflessione di un grande poeta:

«Il forse è la parola più bella del vocabolario italiano, perché apre delle possibilità, non certezze… Perché non cerca la fine, ma va verso l’infinito.»

E se è arrivato a vederla così Leopardi…

Condividi, se ti va 🙂

L’ansia non è soltanto un disturbo, ma è soprattutto una condizione essenziale del nostro essere umani: quella sensazione di incertezza, di smarrimento, di qualcosa che non va. Cosa c’è dietro questo senso di insoddisfazione? È un qualcosa da evitare a tutti i costi o in realtà potrebbe rivelarsi una inaspettata risorsa?

ansia

Tutti noi siamo in viaggio. Un cammino di alti e bassi, di gioie e dolori, di cose belle e cose brutte, iniziato nel momento in cui siamo venuti al mondo. Tutti noi, senza eccezione, condividiamo questo destino.

L’ansia, in quanto parte del ventaglio delle nostre emozioni, è un altro elemento che abbiamo in comune. Ce l’ha il ricco, ce l’ha il povero. Ce l’ha l’uomo, ce l’ha la donna. Ce l’ha il giovane, ce l’ha l’anziano. L’importante è qualificarsi come essere umano.

L’ansia, di per sé, viene sempre intesa come qualcosa di negativo. Ma se invece potessimo vederla in maniera differente? E se scoprissimo che l’ansia, in realtà, potrebbe rivelarsi una grande e inaspettata risorsa, un invito a conoscersi meglio e a migliorarsi, in modo da proseguire il nostro cammino con una diversa consapevolezza?

Ansia esistenziale

Si, c’è ansia e ansia. Ma qui non stiamo parlando di quel tipo di ansia che ti incatena e che sembra diventare sempre più grande, sempre più importante a ogni passo che fai. Non stiamo parlando dell’ansia come disturbo clinico, come malessere specifico che comporta dolorose problematiche.

Parliamo dell’ansia come parte della condizione umana, quel senso di indefinita insoddisfazione, di incertezza, di dubbio. Di qualcosa che non va. La sensazione di aver imboccato una strada sbagliata, di sentirsi smarriti ad un certo punto del cammino. Ciò che inevitabilmente proviamo quando, a un certo punto, ci fermiamo a contemplare la nostra stessa vita. O quando pensiamo alla morte, al ricordo che lasceremo in chi ci sopravvivrà. Oppure quando riflettiamo su quanto ci sentiamo diversi, unici, forse difettosi, forse non parte di questa società.

Chi siamo? Dove andiamo? Perché siamo qui? Ecco, parliamo di quell’ansia lì. Un’ansia esistenziale, perché i suoi argomenti riguardano la nostra stessa esistenza. L’ansia che si accompagna alla ricerca di chi siamo davvero noi.

Sotto la superficie

Generalmente, l’ansia è un segnale. Un avviso di pericolo, un messaggio che ci comunica che c’è qualcosa che non quadra. A volte siamo ben consapevoli di quale sia l’oggetto della nostra paura in quel momento, altre volte invece non ne abbiamo assolutamente idea. Sentiamo solo un certo prurito, ma non sappiamo dove grattarci.

È un qualcosa che può accompagnarci in certi periodi del nostro vivere ordinario, che si traveste come sensazione di dubbio e confusione rispetto alle scelte che abbiamo fatto, al nostro stile di vita, ai nostri progetti, a come sarà il nostro futuro. In superficie, quest’ansia ci parla dei nostri problemi attuali, di come le cose non stiano andando come dovrebbero, di come le cose non sembrano avere senso.

Ma sotto, scendendo in profondità, c’è molto, molto di più. Negli abissi del nostro vivere c’è una condizione che ci accomuna tutti: l’impotenza che avvertiamo di fronte all’inevitabile incertezza della vita. È una condizione naturale dell’essere umani. Siamo alla perenne ricerca di un qualcosa che, improvvisamente, darebbe un senso a tutto.

Questione di prospettiva

Spesso questa ricerca si traduce nel desiderio profondo di avere uno scopo, di non essere una semplice comparsa nella commedia umana, di raggiungere stabilmente felicità e serenità. Ma non riusciamo mai, per quanto fortemente lo desideriamo, a sentirci pienamente soddisfatti.

Perché c’è sempre qualcosa che ci manca. “Forse, se facessi questo o quest’altro, le cose andrebbero meglio”. “Forse, se fossi una persona diversa, migliore, potrei finalmente sentirmi in pace”. E così continuiamo a oscillare tra ciò che pensiamo di essere e ciò che vorremmo essere. Una corsa senza meta tra dubbi, colpe e delusioni.

Occorre cambiare prospettiva. Occorre comprendere che tenderemo sempre a una condizione migliore, anche quando pensiamo di essere finalmente “arrivati”. Andando avanti, l’orizzonte semplicemente andrà avanti con noi. Per questo, quando avvertiamo quel sottile senso di insoddisfazione, è necessario guardare le cose da un altro punto di vista: invece che concentrarci sul “grande disegno”, sul nostro destino o sul senso della nostra esistenza su questo pianeta, portiamo il nostro sguardo all’adesso.

Cosa c’è che concretamente non va in questo momento nella mia vita? Cosa posso fare per incanalare questa angoscia esistenziale in un qualcosa di davvero rilevante per me?

In ascolto

Dicevamo che l’ansia è un segnale. Ma se non riguarda qualcosa di specifico, se è più una sensazione di “qualcosa che non va”, forse dovremmo prenderci un attimo e cercare di comprendere cosa vuole dirci. Perché è chiaro che vuole comunicarci qualcosa.

Quando compare quest’ansia è perché sta accadendo qualcosa nelle nostre vite, qualcosa che richiede la nostra presenza e attenzione. Non una presenza giudicante e catastrofica, ma una presenza attenta, comprensiva e amorevole. Perché una sterile critica a noi stessi non avrebbe altro effetto che paralizzarci, mentre aprire il nostro cuore e la nostra mente alla sofferenza che stiamo provando è l’unico modo per poter davvero capire di cosa abbiamo realmente bisogno in questo momento.

Cosa vuole dirci quest’ansia? Cosa vuole insegnarci di noi stessi? C’è forse qualcosa che non sta funzionando, qualcosa che potremmo fare diversamente? Cosa ci sta suggerendo?

Non bisogna avere paura delle risposte che potremmo trovare. Ignorarle non farebbe altro che continuare a farci vagare in un mare di incertezza e sofferenza. È inutile fare come i bambini, che portano le mani alle orecchie per non sentire: l’ansia continuerà a presentarsi, perché c’è qualcosa di urgente che vuole dirci.

Ascoltala, ascòltati.

ansia

In cammino

Il senso di quest’ansia esistenziale, in ultima analisi, è quella di invitarci a vivere in maniera significativa, in modo che la nostra vita possa davvero avere un senso. Ma lasciando da parte le grandi domande sul senso della vita, alle quali personalmente non so dare risposta, cosa significa allora “vivere in maniera significativa”?

Forse, potrebbe significare semplicemente che bisogna prendersi cura di sé stessi. Che significa ascoltarsi, con onestà e senza pregiudizio, per capire cos’è che ci fa stare bene e cos’è che ci fa stare male. E poi, con la stessa onestà verso sé stessi, muoversi con risolutezza in quella direzione.

Quando sentiamo questo senso di insoddisfazione, di confusione o di incertezza, non respingiamolo: avviciniamoci lentamente alla riva, prendiamo un po’ di fiato e poi immergiamoci in profondità. Sfruttiamo questi segnali, lavoriamo con loro invece che contro di loro. In fondo, da un certo punto di vista, ne va proprio della nostra vita!

Vista così, alla fine l’ansia potrebbe non essere nostra nemica, ma piuttosto potrebbe rivelarsi come la nostra più preziosa alleata. Forse è solo una piccola parte di un qualcosa di più grande: la segnaletica in un percorso che ci guida verso la crescita e che, in definitiva, ci indirizza verso un cammino migliore.

Un’esperienza strettamente personale, ma in un certo senso anche collettiva. Perché fa parte di tutti noi, esseri umani. Che lottiamo, giorno dopo giorno, alla ricerca della felicità. Quindi, anche se a volte senti che è proprio così, in realtà non sei solo. Perché, in fondo, siamo tutti sulla stessa barca.

Condividi, se ti va 🙂

L’attaccamento in età adulta e l’attaccamento di coppia

attaccamento

Nel primo articolo abbiamo visto come, secondo la teoria dell’attaccamento, nel corso dei primi anni di vita vengano costruiti dei primi modelli di relazione a partire da quella tra il bambino e chi se ne prende cura.

In questa seconda parte facciamo un salto all’età adulta, per vedere in che modo le basi poste durante l’infanzia si esprimono nel rapporto con l’altro, e in particolare nella coppia.

Dall’infanzia all’età adulta

Gli stili di attaccamento sviluppati nel corso dell’infanzia tendono a influenzare le modalità con le quali ciascuno di noi reagisce ai propri bisogni e cerca di soddisfarli all’interno della relazione con l’altro. Questo perché i primi modelli di relazione diventano una specie di “copione” che ci dice cosa fare quando abbiamo bisogno di supporto e di conforto, ma anche a chi rivolgerci.

In questo senso, gli stili di attaccamento possono avere una forte influenza sulle modalità di selezione del partner, su cosa ci aspettiamo da questi e su come ci comportiamo con l’altro quando sentiamo che i nostri bisogni (di sicurezza, di amore, di intimità, ecc.) vogliono essere soddisfatti.

Insomma: anche se ormai siamo grandicelli, quello che da piccoli abbiamo imparato su cosa aspettarci quando ci affidiamo (o meno) a qualcuno tende a lasciare una traccia, visibile anche in età adulta.

È anche vero però che non tutto resta uguale. Con il passare degli anni –per fortuna!– i comportamenti di attaccamento si evolvono con l’evolversi della persona. Difficilmente, infatti, vedremo un adulto attaccarsi alle gonne della mamma e piangere disperato.

La sostanza, comunque, resta: i modelli di relazione che abbiamo assimilato nei primi anni di vita non svaniscono nel nulla.

Le dimensioni dell’attaccamento

In particolare, nell’articolo precedente, si è parlato di come i nostri modelli relazionali prevedano due protagonisti principali: il sé e l’altro. Ovvero il nostro modo di intendere noi stessi (meritevoli o meno di supporto) e le persone a noi vicine (disponibili o meno a fornirci supporto).

Questi “ruoli interni” guidano il nostro modo di relazionarci con i nostri partner, e si manifestano secondo due dimensioni comportamentali che possono essere utilizzate per misurare l’attaccamento in età adulta: quella dell’ansia e quella dell’evitamento.

  • Ansia. Questa dimensione si correla a quanto una persona si preoccupa dell’essere abbandonata, respinta o non apprezzata dal partner. Si parla di individui sempre pronti a rimuginare sulle loro relazioni e sulle reali intenzioni della persona amata, specialmente quando non in prossimità del partner o di fronte a espressioni di indipendenza di quest’ultimo. Quando persone con alti livelli di ansia si sentono insicure dei sentimenti del loro partner o della relazione, tendono a diventare appiccicose e possessive, ma così facendo possono spingere il partner ad allontanarsi, rinforzando proprio le loro insicurezze.
  • Evitamento. Questa dimensione si correla invece a quanto una persona è a proprio agio con l’intimità emotiva in una relazione. Individui con alti livelli di evitamento tendono ad essere meno coinvolti nelle lore relazioni e cercano di rimanere psicologicamente ed emotivamente indipendenti dai loro partner. Questo perché temono di sentirsi vulnerabili e, allo stesso tempo, ritengono che il partner non potrà aiutarli quando ne avranno realmente bisogno: cercano così di sentirsi forti e sicuri facendo affidamento solo su loro stessi e sulla loro autonomia. Ed è così che solitamente rispondono di fronte a situazioni stressanti o conflittuali.

È importante sottolineare che non stiamo parlando di “categorie” (o ci sei o non ci sei), ma di “dimensioni”, il che sta a significare che può esserci una certa variabilità nel proprio essere “ansiosi” o “evitanti”. Potremmo considerarle più delle “tendenze” che delle reazioni rigide, e questo è molto importante perché significa che è qualcosa su cui ci si può lavorare.

L’attaccamento da adulti

In ogni caso, considerando le due dimensioni dell’ansia e dell’evitamento, possiamo notare una certa continuità con gli stili di attaccamento caratteristici dell’infanzia:

  • Stile sicuro. Coloro che hanno un’immagine sostanzialmente positiva di sé e dell’altro, ritenendo loro stessi amabili e gli altri come disponibili e degni di fiducia. Per tale motivo, manifestano bassi livelli di ansia e di evitamento nelle loro relazioni.
  • Stile distanziante. L’aspetto principale è un’immagine negativa dell’altro, considerato come generalmente non disponibile o supportante, il che porta l’individuo a puntare solo su sé stesso. I livelli di ansia nella relazione sono bassi, ma la dimensione dell’evitamento è molto consistente.
  • Stile preoccupato. In questo caso è l’immagine di sé che tende ad essere negativa, perennemente alla ricerca di conferme sulla propria amabilità. Qui i livelli di ansia relazionale sono decisamente alti, mentre la dimensione dell’evitamento è praticamente inesistente.
  • Stile timoroso. Caratteristico di chi presenta un’immagine negativa sia di sé stesso che dell’altro. Risultano particolarmente presenti sia la dimensione dell’ansia che quella dell’evitamento, oscillando perennemente tra la ricerca dell’altro e il timore nei confronti di quest’ultimo.

È importante sottolineare come questi “stili” non sono sempre attivi e non guidano ogni aspetto di una relazione. Rappresentano piuttosto delle tendenze a gestire in un certo modo lo stress nelle relazioni. Quando le cose vanno bene, specialmente nel periodo “luna di miele” all’inizio di un nuovo amore, questi stili non risultano così espliciti. È solo nei momenti di difficoltà che possono emergere in tutta la loro forza: allo stesso modo che nell’infanzia, infatti, questi schemi relazionali si attivano solo quando abbiamo un bisogno di sicurezza o di conforto da soddisfare.

Così, nel caso dello stile “preoccupato”, se il nostro partner si dimentica di chiamarci o non risponde subito a un nostro messaggio, potrebbero immediatamente attivarsi dei comportamenti di ricerca di rassicurazioni (ansia). Se l’altra persona presenta invece uno stile “distanziante”, di fronte a queste richieste potrebbe affiorare una tendenza a starsene alla larga (evitamento).

Questo esempio ci fa intravedere un altro aspetto fondamentale dell’attaccamento in età adulta: come si combinano tra di loro gli stili di attaccamento dei partner in una relazione. Fino ad ora abbiamo parlato di questi stili dal punto di vista dell’individuo, ma non dobbiamo dimenticare che i comportamenti di attaccamento in realtà si manifestano esclusivamente all’interno della relazione con l’altro.

Attaccamento di coppia

A differenza dell’attaccamento in età infantile, l’attaccamento in età adulta è caratterizzato dalla reciprocità: entrambi i partner possono trovarsi in una posizione di ricerca di rassicurazione e di sicurezza o nella posizione di dover supportare e sostenere l’altro.

In questo senso, diventa molto importante considerare l’attaccamento “di coppia”, ovvero le possibili combinazioni di stili di attaccamento tra i due partner:

  • Attaccamento di coppia sicuro/sicuro. Tutti e due i partner sono in grado di esprimere il bisogno di conforto e di accoglierlo in maniera adeguata. Si tratta della combinazione “migliore”, che idealmente dovrebbe coincidere con una buona qualità della relazione di coppia.
  • Attaccamento di coppia distanziante/distanziante. Entrambi i partner tendono a non mostrare le proprie vulnerabilità all’altro, che comunque tenderebbe a reagire mettendo un muro tra sé e il partner. La parola chiave, in questi rapporti, è “autonomia”.
  • Attaccamento di coppia preoccupato/preoccupato. La combinazione più “scoraggiante”, nel senso che entrambi i partner vivono nella costante sensazione di non poter essere soddisfatti nei propri bisogni di conforto, sentendosi continuamente deprivati della possibilità di essere supportati.
  • Attaccamento di coppia distanziante/preoccupato. Probabilmente l’accoppiamento più “drammatico” e conflittuale, con uno dei due che cerca costantemente rassicurazioni da parte dell’altro, che di suo reagisce allontanandosi ancora di più. È il tipico siparietto dove uno dei due insegue, mentre l’altro scappa.
  • Attaccamento di coppia sicuro/insicuro (preoccupato o distanziante). Questa combinazione può essere considerata in qualche modo “incerta”, ma è anche quella che forse più di tutte può portare in qualche modo a “correggere” le tendenze negative degli attaccamenti insicuri. Questo perché il partner sicuro potrebbe fornire un modello diverso e più bilanciato del come vivere una relazione, specialmente nei momenti di maggiore difficoltà.

Esaminando in particolare quest’ultima combinazione, emerge un altro aspetto importante: anche se il nostro stile di attaccamento ci accompagna fin da quando siamo piccoli, riecheggiando nelle relazioni che possiamo avere in età adulta, non è detto che questo non possa essere in qualche modo “corretto” da nuove e diverse relazioni.

attaccamento

La scelta del partner

Come abbiamo visto nel primo articolo, lo stile di attaccamento che “impariamo” da bambini diventa una sorta di modello che ci guida nel come gestire i nostri bisogni di conforto e di sicurezza. Sviluppiamo, in questo senso, anche delle aspettative rispetto a chi siamo noi e a chi è l’altro. E queste aspettative sono attive anche nella fase di scelta del partner.

Questo significa che quando siamo alla ricerca di una persona con la quale instaurare una relazione, è possibile che le nostre scelte possano dipendere dalla nostra idea di come deve essere l’altro. In altre parole, cerchiamo qualcuno che possa confermare le nostre aspettative su come l’altro possa rispondere ai nostri bisogni.

In questo caso, il detto “chi si somiglia si piglia” non sembra applicabile! Infatti “ci pigliamo” chi può confermare i nostri modelli interni, non chi può smentirli. È il tipico esempio della combinazione distanziante/preoccupante, dove si finisce incastrati in relazioni in cui tendono a ripetersi le stesse sequenze che abbiamo vissuto durante l’infanzia, in cui i nostri bisogni non venivano accolti o non era il caso di esprimerli, e dall’altra parte qualcuno che non rispondeva in maniera adeguata alle nostre richieste di conforto e rassicurazione.

Altre volte, però, se si è fortunati, è possibile trovarsi in relazioni diverse, che in qualche modo mettono in discussione la nostra idea di come devono andare le cose nei rapporti di coppia. È il caso, ad esempio, dell’incontro tra un individuo sicuro e uno insicuro, in cui quest’ultimo può –forse per la prima volta– sperimentare un modo diverso di fidarsi e di affidarsi all’altro.

Vecchi modelli, nuove opportunità

Insomma, anche se tendenzialmente stabile, il nostro stile di attaccamento può essere “modificato”. Ciò che cambia, in questo senso, è il nostro modo di intendere noi e l’altro, ovvero la possibilità che i nostri bisogni possano essere adeguatamente accolti in quanto meritevoli del supporto e dell’affetto dell’altro.

Se è questo ciò che deve cambiare, non è detto che per farlo bisogna per forza troncare la relazione attuale a andare alla ricerca di un individuo “sicuro” per poterci liberare dal giogo delle nostre insicurezze.  Se il nostro partner non lo è, allora non resta che diventarlo noi.

Significa cioè imparare a essere consapevoli dei nostri modi di reagire, ma anche dei modi di reagire dell’altro. E poi essere consapevoli nel rispondere in maniera diversa quando ci sentiamo sopraffatti da qualcosa, o quando è il nostro partner a sentirsi sopraffatto.

Imparare a conoscere le proprie modalità di relazionarsi all’altro è il primo passo, per mettere poi in discussione i nostri modi di reagire e i meccanismi che ci tengono ancorati alla continua riconferma delle nostre idee su di noi e sugli altri. Idee vecchie, che in passato possono anche essere risultate utili, ma che adesso, in un diverso campo di gioco, non possono più applicarsi.

In amore, però, le cose si fanno in due. È importante che entrambi i partner si impegnino a cercare un nuovo equilibrio e a rispondere in nuovi modi quando arrivano i momenti difficili. Non è un lavoro facile, per questo spesso la cosa migliore da fare è rivolgersi a un professionista che possa aiutarvi in questo percorso.

In ogni caso, comincia a portare attenzione ai tuoi modi di reagire nella tua relazione. Chissà che già questo possa portarti a vedere le cose in maniera diversa. E magari spingerti a trovare nuove strade quando pensi di aver imboccato l’ennesimo vicolo cieco.

Condividi, se ti va 🙂