Consigli e riflessioni per un Natale senza stress

Le festività natalizie dovrebbero essere un periodo di gioia e serenità, almeno in teoria. Per alcuni, però, invece che essere un’occasione per rilassarsi e staccare dalla vita di tutti i giorni, questo periodo può diventare fonte di stress e preoccupazioni. Cosa possiamo fare per rendere questo periodo dell’anno il più possibile piacevole e senza inutili stress?

natale stress

Eccoci qua: un altro anno sta finendo («e meno male!», aggiungerà inevitabilmente qualcuno) e le festività natalizie sono alle porte! Per qualcuno è senz’altro una buona notizia: c’è chi le considera una specie di “stacco” invernale, spesso atteso già da settembre, e per i bambini è sicuramente un periodo di soprese e regali, ma anche di pausa dalla scuola (che non guasta).

Ma non è così per tutti. In teoria, questo periodo di feste dovrebbe essere uno dei periodi più gioiosi dell’anno, ma per qualcuno può diventare un vero incubo: tra regali da fare all’ultimo minuto, in tempi sempre più stretti, in negozi affollati e con i portafogli piangenti, e gli incontri forzati con parenti solitamente evitati nel resto dell’anno, il rischio è di vedere salire il proprio livello di stress invece di semplicemente rilassarsi e godersi queste giornate.

Insomma, tra aspettative irrealistiche di divertimento e felicità assoluti e i piccoli grandi inconvenienti che sicuramente incontreremo nel nostro cammino, il Natale può trasformarsi nell’ennesima occasione in cui stressarci ulteriormente e, in definitiva, complicarci la vita.

Come limitare al massimo i potenziali “danni” delle feste natalizie? Cosa possiamo fare per rendere questo periodo dell’anno il più possibile piacevole e gioioso? Di seguito una serie di consigli e riflessioni su come affrontare al meglio le festività natalizie in modo da poter trascorrere il più possibile un Buon Natale e un Felice Anno Nuovo!

Scegli le tue priorità

In un periodo così denso di impegni e cose da fare, spesso l’ultima cosa che ci passa per la testa è proprio ciò che potrebbe essere più piacevole e utile per noi. Per questo, cominciamo con un consiglio pratico: fai una lista delle tue priorità.

Scegli le tre cose per te più importanti e più in linea con i tuoi valori, in modo da rendere davvero queste festività il più possibile positive e realmente piacevoli. Una volta scelti i tuoi “obiettivi”, usa questa lista come guida per organizzare le prossime giornate.

Ad esempio, se per te è molto importante passare del tempo con i tuoi familiari o con i tuoi amici, stabilisci questa come priorità e organizzati affinché i prossimi giorni siano ricchi di occasioni di incontro e di tempo da passare insieme a chi vuoi più bene. Ovviamente questo potrebbe significare mettere da parte altre cose (ad esempio, girovagare per centri commerciali alla caccia dell’ultimo, disperato regalo), ma il senso dello stabilire delle priorità è proprio questo.

Cosa ti piace? Cosa ti fa star bene? Attivati per farlo!

Un’ultima cosa: sii realista con il tempo che hai a disposizione. Se ti metti in testa di fare troppe cose potresti stressarti ancora di più: lasciati guidare dal cuore e scegli con intelligenza come spendere il tuo tempo.

Regali imperfetti

Un altro aspetto piuttosto stressante delle feste possono essere i regali, specialmente se abbiamo il conto in arancione tendente al rosso. Personalmente, ritengo abbastanza inutile sprecare tempo e denaro per regalare qualcosa a qualcuno che potrebbe anche non averne bisogno, o col rischio che il nostro regalo possa addirittura non piacere. Ma questa è solo la mia opinione.

Ma cos’è un regalo, in fin dei conti? Se si tratta di una “semplice” manifestazione di affetto e di attenzione, perché svenarsi o rompersi la testa alla ricerca del regalo perfetto? Non è meglio qualcosa di autentico, di sentito, che viene dal cuore, anche se è qualcosa di semplice? Potrebbe trattarsi anche solo di una buffa foto in cornice di te e la persona a cui destinare questo dono, oppure dei coupon per regalare delle “pulizie in casa” (perfetto per la mamma!). Che importa? Alla fine quello che conta non è sorprendere e far sorridere?

Se invece sei come me, che quando si tratta di fare dei doni mi vengono le palpitazioni al solo pensiero di cosa potrei regalare, perché non fare qualcosa di più estremo? Che ne dici di una donazione in beneficenza a nome della persona a cui fare il regalo? Un dono sicuramente più utile dell’ennesimo maglioncino con le renne a chi sicuramente non ne avrebbe bisogno.

Eventi inutili e cene tranquille

È arrivata anche a te la richiesta di partecipazione al party aziendale? Improvvisamente hai avvertito un fastidioso prurito per tutto il corpo? È normale, fa parte del pacchetto natalizio. Ma non sarebbe meglio declinare con gentilezza ed eliminare dalla tua agenda eventi di questo genere, potenzialmente assai stressanti? Non sarebbe meglio dedicarsi a frequentare posti e persone con le quali vuoi davvero stare? Insomma, ritorniamo al punto di sopra: stabilisci le tue priorità e cancella il superfluo.

Molto meglio i mega menù delle feste, a casa tua, con decine e decine di persone in attesa delle tue prelibatezze, vero? Già, sto parlando proprio di quelle cene in cui TU devi cucinare ogni singola pietanza per nutrire orde di affamati commensali, vivendo nella perenne ansia che l’arrosto in forno possa irrimediabilmente bruciarsi se solo ti soffermi a parlare un po’ di più con un invitato. Non proprio delle cene all’insegna della gioia e del relax.

Scherzi a parte, se questi “cenoni delle feste” ti stressano, semplicemente non farli. O meglio: fai qualcosa di semplice che possa permettere anche a te di godere della serata, della compagnia dei tuoi amici e di un buon calice di vino, in un’atmosfera di natalizia serenità. Ah, potresti anche chiedere ai signori ospiti di aiutarti a cucinare e a sparecchiare, qualcuno disposto a farlo si trova sempre!

Dinamiche familiari e dispute culinarie

Ah, le cene in famiglia! Se anche tu hai un parente che sembra aspettare l’arrivo delle feste solo per poterti sottoporre a veri e propri interrogatori con domande quali “Quando ti laurei?”, “Quando ti sposi?”, “Quando lo fate un figlio?”, o per condividere con te gioviali commenti come “Ti vedo ingrassata”, “Mamma mia quanti capelli bianchi!”, “La lasagna la faccio meglio io” … ti scongiuro: respira e mantieni la calma.

Certe persone sono fatte così (e purtroppo sono nostri parenti), non c’è motivo per prendersela. Ma già che lo sai, pianifica in anticipo come rispondere a queste simpatiche interazioni. Non è necessario essere sarcastici o imbufalirsi, a volte può bastare un sorriso sornione o un’alzata di spalle, l’importante è che passi il messaggio: “nulla di ciò che puoi dire mi rovinerà questa giornata di gioia e di amore”.

In generale, comunque, consiglio in queste occasioni di evitare argomenti “caldi” quali, ad esempio, la politica, l’immigrazione o la classica disputa su guanciale o pancetta nella carbonara (SPOILER: ci va il guanciale).

Ok, torno serio. Il Natale e le altre feste del periodo sono una splendida occasione per un po’ di leggerezza, che spesso sembra mancare nel resto dell’anno. Quindi perché non restare “leggeri”, evitando baruffe, polemiche e frecciatine? Ad ogni modo, se sai di poter andare incontro a situazioni difficili da gestire o semplicemente spiacevoli, anche (e soprattutto) se si tratta di parenti, imponi loro i tuoi limiti. Anche al costo di limitare il tempo da dedicare loro: ne hai tutto il diritto e ne va del tuo benessere.

Perché a Natale siamo tutti più buoni, ma zia Adelina no.

Spiritualità e prospettiva

Con il termine spiritualità non intendo parlare di religione. Mi riferisco invece a quel qualcosa che a volte si riesce a percepire, come flebile sottofondo a questo particolare periodo dell’anno. Forse è l’eccitazione per un nuovo anno che sta per cominciare e promette un destino migliore di quello precedente, o forse è qualcosa di completamente diverso, che ha a che fare più con il presente che con il dopo o il prima: la sottile sensazione che tutto sia a posto così.

Ti guardi intorno: c’è la tavola riccamente imbandita, le risate e le corse dei bambini, il calore del camino, le luci e i colori dell’albero di Natale, le persone a cui vuoi bene riunite attorno a te.

Allora senti di poter prendere un po’ di distanza dai problemi di ogni giorno (puoi permetterti di mollarli, almeno per po’, tanto non andranno da nessuna parte) e aprirti a una prospettiva diversa. Scegliere di guardare a quello che di buono c’è, piuttosto che a quello che manca o che non vorresti.

Se sei preoccupata per quei chili di troppo al punto da immedesimarti con Babbo Natale; se ti fa arrabbiare che la promozione al lavoro che aspettavi da tanto se l’è beccata il nipote preferito di zia Adelina; se sei rimasto deluso dall’ennesimo maglioncino con le renne (che poi ti sentirai pure obbligato a mettere), fermati. Questi sono problemi da “primo mondo”.

Guardati intorno.

Apprezzare quel che si ha, pure se è poco, anche se spesso lo si dà per scontato, ed essere grati per il fatto di averlo: questo, per me, è lo spirito del Natale. Anche questa, per me, è spiritualità.

natale stress

Propositi e speranze

Abbiamo un’idea di come dovrebbero essere queste festività, ma inevitabilmente qualcosa non va per il verso giusto, e finiamo così per stressarci e stare male. Prova invece ad affrontare i prossimi giorni seguendo quelle che sono le tue priorità, eliminando il superfluo o ciò che potrebbe mettersi in mezzo tra te e questo periodo di potenziale serenità e positività.

E, se riesci, prova a “colorare” l’atmosfera natalizia con quello spirito di gratitudine che ci consente di apprezzare e di gioire di ciò che abbiamo. Non c’è antidoto migliore per contrastare lo stress delle festività. Alla fine può bastare davvero poco per rendere queste “feste da calendario” dei giorni di festa veri e propri.

A questo punto non mi resta che augurarti, di tutto cuore, delle splendide giornate da passare all’insegna della gioia, della pace e dell’armonia!

Buone Feste, e prenditi cura di te.

Condividi, se ti va 🙂

Come aiutare chi soffre d’ansia: dall’ascolto al supporto

Quando qualcuno a cui vogliamo bene soffre a causa dell’ansia spesso non sappiamo come possiamo davvero aiutarlo. Vediamo insieme cosa si può fare concretamente per supportare al meglio chi ci è vicino e soffre di un disturbo d’ansia.

aiutare ansia

Non è facile, per un amico, un familiare o un partner, vedere qualcuno al quale si vuole bene soffrire quotidianamente a causa dell’ansia. Vorresti aiutarli ad affrontare e superare la loro condizione, ma non sai come fare. Vorresti trovare le parole giuste per sostenerli, ma non sai cosa dire.

Quella con l’ansia è una lotta quotidiana per chi ne soffre, ma anche chi sta loro vicino paga un prezzo alto. Sentimenti di impotenza e di frustrazione sono decisamente comuni: assistere ogni giorno alla sofferenza di chi vogliamo bene può essere fonte di grande dolore, e c’è chi addirittura comincia a sviluppare a sua volta dei problemi d’ansia. Quando il dolore e il risentimento raggiungono livelli limite, c’è anche il rischio concreto che la relazione possa incrinarsi. Questi e altri possono essere gli effetti collaterali dei disturbi d’ansia.

Proviamo a vedere insieme cosa si può fare concretamente per aiutare e sostenere una persona che soffre d’ansia, ma anche cosa fare per cercare di evitare, per quanto possibile, alcune conseguenze negative per chi offre la propria vicinanza e il proprio supporto.

C’è ansia e Ansia

Innanzitutto bisogna capire che soffrire di un disturbo d’ansia non è come quando si prova un’ansia “normale”. Non è l’ansia che si prova quando devi uscire con una persona che ti piace tanto, né quella che si prova quando sei in ritardo per un appuntamento importante e la metro non passa.

È qualcosa di molto più complesso, più intenso, più “totale”. È un’esperienza decisamente molto più spiacevole di quanto normalmente si possa sperimentare, qualcosa che può sembrare incontrollabile e che ti fa sentire impotente davanti a qualcosa che sembra molto più grande di te, degli altri, di ogni cosa.

Ad esempio: hai idea di cosa si prova durante un attacco di panico? Sai che uno dei possibili sintomi è la sensazione di una morte o di una pazzia imminente, assieme a sintomi fisici che ricordano molto degli attacchi cardiaci? Prova a immaginare cosa può essere vivere più volte un’esperienza del genere.

Insomma, se l’ansia fosse soltanto nervosismo e sudorazione non ci sarebbe bisogno di prenderla così seriamente (e io sarei disoccupato). Invece l’ansia, quando è così intensa, è un qualcosa di maledettamente serio.

Se non hai mai provato quell’ansia può essere molto difficile empatizzare con chi ne soffre e capire cosa stia passando, quanto stia soffrendo e quanto sia difficile affrontarla. Quindi se provi a “curare” l’ansia del tuo amico credendo di capire cosa sta passando, sei fuori strada. Anzi, rischi di fare ulteriore danno: all’altra persona, ma, come vedremo, anche a te stesso. Questo non significa che non puoi fare nulla per aiutarla, ma piuttosto che, a volte, conviene fare un passo indietro e dimenticare ciò che si pensa di sapere sull’ansia.

Non ci resta, a questo punto, che cominciare dalle basi.

Cosa dire e cosa non dire

Quando ci troviamo di fronte a una persona in preda all’ansia non è semplice capire cosa dire (o non dire) in quel momento. Alcune frasi sono sicuramente da evitare, come queste:

  • “Stai bene? Tutto ok?”. Durante un attacco d’ansia il cuore batte a più non posso, tutto il corpo è in tensione, le mani tremano, il respiro sembra mancare… quindi meglio evitare di chiedere come va o se stanno bene. Perché no, non stanno bene. E sì, pensano che il mondo gli stia crollando sotto i piedi. Prova a chiederti: stai cercando di rassicurare loro o te stesso?
  • “Non c’è motivo per stare in ansia”. Parla per te! È chiaro che un motivo c’è, magari può sembrare assurdo e assolutamente irrazionale, ma in quei momenti non è così semplice riuscire a osservare con distacco cosa sta succedendo. Inoltre, è una frase che fa (giustamente) arrabbiare parecchio.
  • “Ma smettila! Perché non ti rilassi?”. Beh, se fosse così semplice l’avrebbe già fatto, credimi! Anche espressioni di questo tipo fanno particolarmente girare le scatole, e certamente non è quello che una persona in ansia vorrebbe sentirsi dire da qualcuno che in teoria dovrebbe volergli bene.

Cosa dire allora? Innanzitutto dipende molto dalla persona che abbiamo davanti. Potrebbe essere lei stessa a suggerirci cosa è meglio dirle (e non dirle) in quei momenti. Premesso che a volte è meglio stare semplicemente in silenzio e aspettare che tutto passi, in generale l’atteggiamento migliore è quello di mostrarsi pazienti, presenti e disponibili: se puoi anche solo semplicemente ascoltare ciò che l’altro dice stai già offrendo un grande supporto.

Nel migliore dei casi, la persona ha già cominciato un percorso terapeutico. Se così fosse, chiedile di condividere le strategie concordate con il terapeuta, così da poterle suggerire nei momenti di crisi.

Ascoltare e parlare

Non è facile per chi soffre d’ansia riuscire a parlare del loro problema, perché è difficile non sentirsi giudicati quando si condividono paure così intime. È anche difficile non giudicare, perché a volte il desiderio di vedere l’altra persona stare meglio fa affrettarci a dare consigli e indicazioni, più che semplicemente stare ad ascoltare.

Semplicemente stare ad ascoltare può sembrare poco, ma in realtà è tutto: comunica disponibilità, apertura, accettazione. Significa far capire alla persona a cui vuoi bene che con te può parlare liberamente e senza timore di essere giudicata, che sei a lei vicina e che qualunque cosa dirà (anche se la sentirai più e più volte nel corso del tempo), ciò che provi per lei e ciò che pensi di lei non cambierà.

E solo dopo, quando il momento sarà quello giusto, sarà il tempo dei consigli e delle opinioni. E dopo ancora, quando la tempesta sarà ben lontana, sarà il tuo turno di parlare. Perché vedere una persona a cui teniamo soffrire così ha un effetto anche su di te, e lo sai bene: non c’è solo il dispiacere, la preoccupazione, la compassione, ma anche il risentimento, la frustrazione, l’impotenza.

Esprimere ciò che proviamo e come ci sentiamo, quando la situazione è appropriata e con la giusta dose di tatto e buon senso, è l’antidoto al tenersi tutto dentro per poi esplodere rinfacciando questo e quello, in una spirale di sensi di colpa e vergogna. Ma anche per evitare che la relazione si raffreddi, a causa di un “non detto” che in realtà potrebbe dire molto di più di quanto potrebbero le parole, e con molta più forza. Facendo così ancora più danno al rapporto dell’ansia stessa.

Cosa non fare

Come abbiamo visto, avere a che fare con chi soffre d’ansia non è semplice: anche noi possiamo risentire enormemente di questo problema, anche se sulla carta appartiene esclusivamente all’altro.

Non sempre è facile capire cosa è possibile fare di concreto per aiutare l’altro, ma di sicuro ci sono alcune cose che sarebbe meglio evitare quando ci relazioniamo a un nostro caro che soffre d’ansia:

  • Non andare in ansia! Avere a che fare con una persona in preda all’ansia può …mettere ansia! Lavora sulle tue reazioni a queste situazioni: è importante non solo per te, ma anche perché il tuo modo di reagire può avere un effetto anche su ciò che prova l’altro (che poi è lo stesso meccanismo che hai vissuto sulla tua pelle!). Insomma: se vai in ansia tu, l’altra persona sarà ancora più in ansia!
  • Non prenderla sul personale. Se avete dovuto cancellare dei piani all’ultimo momento a causa di un attacco d’ansia, non è un qualcosa che è stato “fatto apposta”. Se l’altra persona ti risponde in maniera sprezzante o irritata, se ti viene detto che è stato un tuo gesto o una tua parola a innescare l’ansia, potrebbe non essere la persona a parlare, ma la sua ansia. Si tratta di effetti collaterali dell’ansia, che potrebbero avere un impatto anche su di te. Quindi, anche se non è facile, non prendertela e prova a perdonare, per quanto ti è possibile.
  • Non è compito tuo salvarla. Le puoi stare vicino, ascoltarla, metterti a disposizione, supportarla, mostrare il tuo amore e la tua comprensione… ma quella con l’ansia è una battaglia personale che non puoi combattere al posto suo. Puoi motivarla e fare il tifo per lei (e te ne sarà grata, credimi), ma se vuoi davvero aiutare la persona alla quale vuoi bene c’è tanto altro che puoi fare.

Cosa fare

Ecco, cosa si può fare allora? Di seguito alcune indicazioni generali sul come essere concretamente d’aiuto per l’altra persona:

  • Fai capire che ci sei. L’ansia fa sentire le persone perse e sole, e sapere che c’è qualcuno disponibile ad ascoltarle quando ne hanno più bisogno può essere d’aiuto nel ridurre questi vissuti negativi. Resta comunque in ascolto anche dei tuoi vissuti: il rischio di farsi eccessivamente carico della situazione c’è sempre.
  • Proponi qualcosa da fare insieme. Qualunque attività che possa mettere da parte l’ansia anche solo se per poco e che permetta di sperimentare nuove emozioni positive va più che bene. Fare qualcosa che possa farvi divertire e sentire attivi è utile a entrambi per non cadere nell’apatia dell’ansia e per rinforzare la relazione. È importante comunque non forzare l’altro e scegliere insieme qualcosa che possa farlo sentire a proprio agio.
  • Conosci il (vostro) nemico. Fondamentale per capire come aiutare l’altro è comprendere cos’è l’ansia, cosa si prova ad averla, cosa si può fare per uscirne. Non è facile, per chi ne soffre, spiegare cosa significa provare ansia, quindi la cosa migliore da fare è cominciare a informarsi da sé! Fai delle ricerche, chiedi informazioni a dei professionisti del settore… ma soprattutto segui il mio blog e la mia pagina Facebook!
  • Aiuta a chiedere aiuto. Essere comprensivi e offrire il proprio supporto sicuramente è utile, ma non risolve il problema. L’unico modo per farlo è lavorarci, ma raramente ci si riesce da soli. Incoraggia chi vuoi bene a cercare aiuto, in modo che possa davvero lavorare sulla propria ansia. Io, come sempre, sono a disposizione! 😉

aiutare ansia

Incoraggia e sostieni

Superare l’ansia è sempre possibile, ma si tratta di un percorso che può essere più o meno lungo, ed è difficile che non compaiano ostacoli lungo il cammino. A volte andrà meglio, altre peggio. A volte le paure cambieranno, si evolveranno, poi andranno via. Spesso l’ansia è lì da molto tempo, al punto da essere diventata una modalità di funzionamento automatica: ci vuole tempo per “riprogrammarsi”.

Il compito di sconfiggere l’ansia non spetta a te, ma in tutto questo tu puoi fare la differenza. Perché nei momenti di difficoltà è importante che ci sia qualcuno che possa infondere speranza e ricordare che l’ansia non ci sarà per sempre. Perché ad ogni passo in avanti della persona a cui vogliamo bene, anche se può sembrare piccolo, c’è bisogno di qualcuno che festeggi con lei, che la incoraggi a continuare a combattere, a farle sentire che c’è qualcuno che è orgoglioso di lei.

E quel qualcuno puoi essere tu.

Se in questo momento c’è una persona nella tua vita che sta soffrendo, qualunque sia il problema, stalle vicino come già fai ma sostienila nel cercare aiuto. Non è tua responsabilità il benessere dell’altro, ma puoi comunque dare un’enorme mano nel cammino verso la guarigione.

Credimi: al suo posto vorresti qualcuno che facesse lo stesso per te.

Condividi, se ti va 🙂

Ci vorrebbe un amico: come fare nuove amicizie da adulti

Gli amici sono una parte importante della vita di ciascuno di noi, ma non sempre è facile farsi dei nuovi amici, soprattutto in età adulta. Come conoscere persone nuove e scoprire nuove amicizie? Come si coltiva una nuova amicizia e come fare per mantenerla nel tempo?

amicizia

Facciamo un tuffo nel passato, in particolare negli anni della scuola: quanto ci sembrava semplice, allora, farsi dei nuovi amici?

Si cominciava presto: dalle prime uscite al parco o dall’ingresso alla materna c’era sempre un compagnuccio col quale condividere (o litigarsi!) una palla, una bambola, cose così. Negli anni successivi, tra le ore passate a scuola sempre in compagnia, le uscite per i compleanni e le feste, e le infinite partite a pallone per le strade sotto casa, le occasioni di stringere amicizia non sono mai mancate.

Anche dopo, al tempo delle superiori, le amicizie sembravano accendersi in maniera naturale: dalle uscite in comitiva alle prime manifestazioni di indipendenza, dalle prime crisi esistenziali a quelle con i propri genitori, dalle prime cotte alle prime delusioni, abbiamo scoperto quanto preziosi possano essere dei veri amici.

Poi è successo qualcosa, qualcosa che ha reso tutto più complicato: non solo creare nuove amicizie, ma anche mantenere quelle già in piedi. Questo qualcosa si chiama “vita adulta”, che è fatta sempre di tanti (troppi) impegni e poco tempo da investire nelle amicizie, a vantaggio soprattutto delle relazioni romantiche e familiari. Ma non è detto che non si possano più fare amicizie: forse è solo diventato meno facile, per il poco tempo e le poche occasioni a disposizione.

L’importanza dell’amicizia

Eppure, esattamente come per l’infanzia e l’adolescenza, avere dei buoni amici in età adulta può essere fondamentale per il nostro benessere. Gli amici si sostengono a vicenda, si confortano, si apprezzano e si motivano, perché hanno a cuore il bene dell’altro, senza particolari interessi personali. È una forma d’amore, per certi versi più altruistico dell’amore romantico.

Un’amicizia non è qualcosa che nasce per caso: gli amici si scelgono, perché sentiamo che si tratta di qualcuno che è in sintonia con noi, qualcuno con il quale sentirci a casa.

Gli amici ci ricordano chi siamo, ci proteggono dalla solitudine e ci fanno forza nei momenti difficili, ma sono anche i primi con i quali stappare una bottiglia per festeggiare un traguardo. Un buon amico è innanzitutto un partner, un alleato fedele, pronto al nostro fianco quando ne abbiamo più bisogno. E noi per loro.

I limiti della libertà

Tutto molto bello, sì. Ma come si fa? Come si fa a curare un rapporto di questo tipo, intimo e leggero allo stesso tempo, se non si ha il tempo per coltivarlo e mantenerlo? Come si fa, quando per lavoro, per amore o per mille altri motivi, si cambia città e si cambia vita? Quando abbiamo dei figli da crescere, una carriera da sostenere, una relazione da portare avanti, come si fa?

Gli amici di sempre, quelli con i quali siamo cresciuti, spesso restano presenti nelle nostre vite. Anche se il tempo, le distanze e gli impegni possono aver richiesto un certo prezzo da pagare, in termini soprattutto di frequentazioni, queste amicizie possono durare per tutta una vita. Se parliamo invece di fare nuove amicizie, può sembrarci molto difficile. Ma soprattutto può spaventare.

Quando eravamo piccoli non sembravano esserci molte “regole” per fare amicizia: ci si trovava e si giocava, basta. Se poi l’amichetto ci stava simpatico e avevamo modo di ritrovarlo (a scuola, al parco, a casa), si riprendeva a giocare. Da “grandi”, invece, siamo molto più complessi: “Dove lo trovo un amico con cui giocare? Come mi avvicino? Cosa gli dico? E se gli sto antipatico? E se è lui a stare antipatico a me?”.

Noi adulti generalmente abbiamo bisogno di struttura, la spontaneità l’abbiamo un po’ persa per strada. Paradossalmente, siamo molto più liberi di prima ma il campo sembra troppo ampio per sapere esattamente cosa fare. E poi ci sono i dubbi, le nostre insicurezze, le delusioni passate, il poco tempo da investire. Così finiamo per rinunciare: “Ormai è troppo tardi per farmi un nuovo amico…”.

Come trovare nuove amicizie

Eppure proprio questa grande libertà di azione – finalmente siamo grandi, e possiamo fare come ci pare! – può essere l’aiuto più importante per stabilire nuove amicizie in età adulta. Gli amici si scelgono, e noi possiamo scegliere, nel modo che ci è più comodo, con quali persone possiamo entrare in contatto. E da lì, magari, costruire un’amicizia.

La strategia migliore è quella di cercare persone con le quali possiamo stabilire una relazione basata sui nostri interessi, le nostre preferenze, la nostra visione della vita. Cioè, qualcuno con un terreno a noi comune, qualcuno di simile a noi. Perché amicizia è anche vedere sé stessi nell’altro.

Ok, ma da dove si comincia?

  • Un primo passo può essere partire dalla nostra già esistente rete sociale. Familiari, colleghi, persino gli amici che già abbiamo, possono presentarci nuove persone con le quali iniziare una frequentazione. Una persona amica di una persona a noi amica è già una potenziale amica! Inoltre così possiamo iniziare una frequentazione in un ambiente protetto, in compagnia di persone che già ci vogliono bene e con le quali già ci troviamo a nostro agio.

Se hai già battuto questa strada senza risultati forse è giunto il momento di mettersi in gioco. Cioè uscire dalla tua confort zone e fare il piccolo sforzo di uscire dal terreno a te familiare per sperimentarti nel mondo.

  • Al giorno d’oggi ci sono tantissime opportunità di socializzazione (al di fuori dei social): corsi, eventi, gruppi sportivi, associazioni culturali (a proposito, se siete di Monterotondo o dintorni vi consiglio di cominciare dall’Associazione PETRA!). Le possibilità sono infinite. Il consiglio, in questi casi, è di scegliere un’attività che possa piacerci realmente (se non ci piace cucinare non ha senso iscriversi a un corso di cucina solo per fare nuove amicizie!), non solo perché probabilmente troveremo persone con interessi in comune, ma anche perché se ci concentriamo sull’attività piuttosto che sul fare amicizia, potremmo anche sentire meno pressioni nel “trovare un amico” e così, indirettamente, rendercelo più facile!
  • Se ti trovi in una determinata fase della vita, come quella della gravidanza, avrai modo di trovare persone “sulla tua stessa barca” in contesti specifici, come un corso preparto: questi compagni di avventura non solo potrebbero esserti di aiuto nel gestire un momento particolare della tua vita, ma potrebbero anche rivelarsi delle potenziali nuove amicizie.
  • Sfrutta la rete locale partecipando ad attività ed eventi del tuo quartiere o della tua città: i nostri vicini di casa – che spesso immaginiamo come molto lontani anche se vivono a pochi metri da noi – possono rappresentare una grande opportunità per amicizie a km 0!
  • Il volontariato è un’altra grande opportunità per conoscere nuove persone appassionate alle cause che ci stanno più a cuore, oltre a essere una gran bella occasione per fare un po’ di bene a chi ne bisogno.
  • I “social”, dal mio punto di vista, sono l’ultima spiaggia. È vero che è molto più facile parlare dietro l’anonimia della rete, ma quanto vigore potrebbe avere un’amicizia nata in questo modo? Meglio sfruttare il web per individuare gruppi e forum tematici su argomenti di tuo interesse, per poi partecipare agli eventi organizzati… Occhio però!

Ingredienti per una (nuova) amicizia

Come l’amore, possono esserci amicizie stile “colpo di fulmine” e altre che richiedono più tempo e cura. La maggior parte delle volte, comunque, i conoscenti si trasformano in amici solo dopo un certo periodo, ammesso che in questo lasso di tempo ci si sia dedicati a coltivare la relazione. L’amicizia è un processo: si comincia dal presentarsi e da lì si costruisce.

Non esiste un regolamento universale sul come costruire e mantenere un’amicizia, ma possiamo comunque individuare alcuni ingredienti fondamentali per stabilire una sana e solida amicizia:

  • Disponibilità e interesse. Una frequentazione costante è decisiva per costruire una nuova amicizia, quindi è molto importante trovare del tempo da dedicare a esperienze condivise. Quindi di fronte a offerte o inviti, cerca sempre di dire di sì, per quanto ti è possibile. Lo so, il tuo tempo è prezioso… ma chi trova un amico trova anche un tesoro, giusto?
  • Intimità e fiducia sono alla base dell’amicizia, ma non c’è bisogno di snocciolare tutti i vostri segreti e pensieri più intimi immediatamente! Condividi qualcosa di te a piccole dosi e lascia che l’altro faccia lo stesso: pian piano si creerà il contesto migliore per il giusto grado di confidenza.
  • Affidabilità e coerenza. Rimani fedele alla tua parole e alle promesse fatte: se ti sei impegnato in qualcosa, portala a termine. Un amico è qualcuno su cui sentiamo di poter fare affidamento, ma dobbiamo essere noi stessi affidabili prima di poterlo richiedere all’altro. Fin dall’inizio, occorre dare il buon esempio.
  • Reciprocità e uguaglianza. Ci vuole uno sforzo comune per costruire un’amicizia, quindi non puoi essere sempre e solo tu a impegnarti in questo processo. Se dall’altra parte non c’è lo stesso investimento difficilmente potrà svilupparsi una vera e profonda amicizia. Non si tratta di tenere il conto di quanto fa uno e quanto fa l’altro, si tratta di capire se tutto l’investimento di tempo, energie ed emotività ci sta conducendo verso una relazione importante o se è il caso di restare solo buoni conoscenti.

amicizia

Se proprio non riesci

Se pensi di aver già tentato ogni strada ma continui ad avere difficoltà nel trovare nuove opportunità o nell’instaurare una nuova amicizia, ti invito a soffermarti su alcuni aspetti:

  • Attenzione a come interpreti un rifiuto. Sii consapevole di come ti approcci: se parti già con l’idea di non piacere agli altri, potresti tendere a interpretare alcuni eventi come conferme della tua idea iniziale. Ti avvicini cioè all’altro con un pregiudizio, ma non nei suoi confronti, bensì nei tuoi! Quando ti trovi di fronte a un ostacolo o a un problema nel rapporto con un potenziale amico, cerca di considerare spiegazioni alternative oltre all’idea che nessuno vorrà mai essere tuo amico. Ad esempio, è possibile che quella persona non abbia accettato un tuo invito perché davvero aveva un impegno che non poteva annullare?
  • Sii paziente verso te stesso e gli altri. Raramente capita di diventare amici per la pelle al primo sguardo, spesso il processo di costruzione di un’amicizia è molto più lungo e non sempre è facile: ci vuole tempo e fiducia per raggiungere quel giusto grado di intimità che caratterizza un’amicizia con la A maiuscola. Non cercare un risultato immediato e non scoraggiarti se con alcune persone non riesci proprio a trovare un legame: nell’amicizia, come nell’amore, l’importante è la qualità, non la quantità. Continua a metterti in gioco, i risultati non tarderanno ad arrivare.
  • Se hai bisogno di supporto, non ti senti pronto o non sai proprio come fare, non esitare a chiedere aiuto. Forse provi un po’ di ansietta al pensiero di dover parlare con uno sconosciuto, o pensi di non sapere nemmeno da dove cominciare: qualunque sia il motivo, se senti di aver bisogno di aiuto, sono a tua disposizione.

In ogni caso, vai avanti e non mollare. Anche se non sempre è facile, ricorda che ne vale sempre la pena. Per dirla con Epicuro:

«Di tutte le cose che la saggezza procura per ottenere un’esistenza felice, la più grande è l’amicizia.»

Condividi, se ti va 🙂

Quando l’esito è incerto: andare oltre l’incertezza

L’incertezza è parte delle nostre vite, una condizione inevitabile della natura delle cose. Spesso la tolleriamo senza nemmeno saperlo, altre volte ci paralizza perché riusciamo a pensare solo a ciò che potrebbe accadere di negativo. Eppure, dietro l’incertezza, possono nascondersi infinite possibilità.

incertezza

Hai paura di prendere la metro per paura di incappare in un attacco terroristico? Passi le tue notti a pensare che il partner al tuo fianco potrebbe lasciarti? Tendi a controllare di continuo se hai lasciato il gas aperto? Se ti ritrovi in un bagno pubblico ti preoccupi di poter prendere chissà quale malattia? Non chiudi occhio se tuo figlio esce la sera per la paura che possa succedergli qualcosa? Quando pensi di dover prendere l’aereo finisci sempre per immaginartelo mentre si schianta al suolo?

Cos’hanno in comune queste preoccupazioni? Si tratta di problematiche molto diverse tra loro, ma ciascuna di queste, in fondo in fondo, riguarda sempre la stessa cosa: un’intolleranza verso l’incertezza.

Che significa? Significa che anche se sai bene che le probabilità di incappare in un attacco terroristico, di prendere qualche strana malattia utilizzando un bagno pubblico o di precipitare con l’aereo sono praticamente pari a zero, resti sempre dell’idea che comunque potrebbe accadere. E ti basi su questa possibilità, anche se decisamente remota, condizionando alcune delle tue scelte e dei tuoi comportamenti.

Possibilità vs. Probabilità

Il fatto è che, in un mondo perlopiù incerto e governato dal caos, siamo sempre alla ricerca della certezza che ciò che temiamo non possa accadere. Purtroppo ciò non è assolutamente possibile. Non è pessimismo il mio, ma una semplice considerazione dettata dalla logica: non è possibile escludere alcuna possibilità. Una certa quota di rischio c’è sempre.

Ma il fatto che un certo esito sia possibile non lo rende più probabile di altri. Un primo errore, infatti, è quello di confondere la possibilità che una cosa accada con la probabilità che questa effettivamente si verifichi. Può sembrare una differenza di poco conto, ma in realtà già questo può essere un primo modo di rivalutare le nostre preoccupazioni.

Ad esempio, se abbiamo paura di prendere l’aereo e ci soffermiamo solo sulla possibilità che possa esserci un incidente (mortale), da un punto di vista logico non staremmo sbagliando: un incidente (mortale) è sempre possibile, come per qualunque altra cosa al mondo. Se però non consideriamo anche la reale probabilità di incidenti (mortali), rischiamo di dare a quella singola possibilità un peso enormemente maggiore rispetto a quello che, nei fatti, potrebbe avere. Con la conseguenza di non prendere più l’aereo per la sola possibilità che possa cadere.

Per la cronaca: uno studio (e non è nemmeno il più ottimista) stima la probabilità di incidente aereo mortale pari a 1 su 11 milioni. Possibile, ma molto poco probabile.

Incertezza tendente al negativo

Non solo. Se parliamo di esiti possibili, possono essercene di molti tipi. Metti il caso che tuo figlio sia in ritardo dopo essere uscito con i suoi amici (si, proprio “quelli che me lo stanno portando per una brutta strada!”). Cosa pensi? Cosa può mai essere accaduto?

Un altro problema dell’incertezza è che tende quasi sempre verso il negativo. L’esito incerto, cioè, è quasi sempre quello temuto. Quindi è possibile che tuo figlio sia stato: ucciso, sequestrato, rapinato, svenuto ubriaco per la strada, coinvolto in una rissa, finito in commissariato, fuggito all’estero. E se invece stesse facendo tardi perché si è trovato in dolce compagnia?

Quando non sappiamo cosa potrebbe accadere, la prima conseguenza che ci viene in mente è quasi sempre negativa. Ma gli esiti potrebbero anche essere del tutto neutri, oppure positivi, a volte persino più che positivi. Insomma, perché pensare sempre che se c’è qualcosa di incerto debba per forza finire male?

Incertezza non significa inevitabilità che accada qualcosa di negativo. Anzi, è l’esatto contrario.

L’incertezza quotidiana

È strano, perché l’incertezza si affaccia nelle nostre vite solo in determinate situazioni, di solito quelle che – per una ragione o per l’altra – temiamo di più. Eppure l’incertezza è sempre presente nelle nostre vite.

Diamo per scontate tante cose, specialmente quelle più ordinarie. Quando andiamo a lavoro, la mattina, diamo per scontato che la macchina parta. Eppure, c’è sempre la possibilità che questa ci lasci a piedi. Questo però non ci fa pensare che è meglio avviarsi a piedi. Quando andiamo a cena nel nostro ristorante preferito, non pensiamo alla possibilità che il cibo possa essere contaminato da un qualche pericoloso batterio. Infatti ci andiamo, e spesso non accade proprio un bel niente.

Che senso ha, allora, angosciarsi per la possibilità che possa accadere qualcosa, e limitare la propria vita di conseguenza?

Con questi esempi non era mia intenzione suscitarti nuove fobie, ma piuttosto farti riflettere su una cosa: non sappiamo mai con certezza cosa potrebbe accaderci, eppure questa incertezza il più delle volte la accettiamo e non ci facciamo condizionare più di tanto. Anche perché se pretendessimo sempre la certezza di un determinato esito, finiremmo per passare le nostre vite a letto, paralizzati da ciò che potrebbe accadere. Sempre che non ci crolli il pavimento sotto il letto.

Il margine di rischio

Ricapitolando: anche se non si può escludere in partenza la possibilità che l’esito temuto si realizzi davvero, tendiamo comunque a pensare che questo sia l’esito che effettivamente si realizzerà, ignorando qualunque legge sulle probabilità o qualunque altro esito possibile, soprattutto se positivo.

La conseguenza è che sperimentiamo un certo tipo di emozioni negative e modelliamo i nostri comportamenti in base a queste credenze su ciò che – secondo noi – accadrà. In sostanza, ci facciamo bloccare da queste idee, rinunciando a fare qualsiasi cosa per la paura che ciò che temiamo possa accadere, anche se fosse decisamente improbabile.

Il punto è che non riusciamo a sbloccarci da queste situazioni perché – e questo è verissimo – c’è sempre un margine di rischio. Cioè la possibilità, anche se molto bassa, che ciò che temiamo possa realizzarsi davvero.

Come eliminare questo margine di rischio? Mi spiace, ma non si può. Vorremmo che il mondo fosse un posto dove tutto può essere previsto: malattie, lutti, incidenti, crisi economiche, tradimenti, interruzioni della fornitura di acqua a metà agosto. Mi spiace davvero tanto, ma il mondo non funziona così. L’incertezza è parte integrante del mondo. L’incertezza non la si può eliminare.

incertezza

Rimediare all’incertezza

Il problema, semmai, è che siamo noi a non tollerare questa incertezza. E ci illudiamo di poterla in qualche modo “gestire”. Ma è, appunto, solo un’illusione. Perché, per far finta di gestirla, spesso dobbiamo rinunciare a qualcosa che per noi è importante. Che sia un viaggio, un nuovo lavoro o una serata da sola con tuo marito che attendevi da almeno 16 anni.

Vale davvero la pena mettere da parte ciò che vogliamo solo perché immaginiamo che possa succedere qualcosa di spiacevole? Te lo dico io: decisamente no.

Pensando a ciò che di brutto potrebbe capitarci, oltre che considerarlo come l’esito più probabile, tendiamo anche a dimenticare un’altro aspetto altrettanto importante: la nostra capacità di rimediare a ciò che potrebbe succede. Oppure, nei casi peggiori, la nostra capacità di tollerarne le conseguenze.

Curioso, no? Passiamo il tempo a pensare a cosa di negativo potrebbe succedere e non ci soffermiamo mai su come potremmo rimediare a ciò che ci capita.

Le domande che ci sfuggono

Quando ci troviamo di fronte a una situazione per noi incerta e che ci fa provare una certa quota di ansia, di preoccupazione o di angoscia, proviamo a sederci a tavolino, carta e penna alla mano, e facciamoci delle domande:

  1. Qual è la cosa peggiore che può accadere?
  2. E se accadesse, come potrei affrontarla?
  3. Qual è invece la cosa migliore che può accadere?
  4. Qual è l’esito più realistico?

Cerchiamo una prospettiva diversa rispetto a quella che il nostro cervello, condizionato dalle nostre storie e dalle nostre paure, ci suggerisce in automatico. Prendiamoci spazio per riflettere su ciò che potrebbe davvero accadere. Senza paura, tanto quella ce l’abbiamo già.

Prova a farti queste domande, e prenditi il tuo tempo per riflettere sulle risposte. E, se ti va, fammi sapere com’è andata. Intanto, ti lascio con una riflessione di un grande poeta:

«Il forse è la parola più bella del vocabolario italiano, perché apre delle possibilità, non certezze… Perché non cerca la fine, ma va verso l’infinito.»

E se è arrivato a vederla così Leopardi…

Condividi, se ti va 🙂

Ansia: nemica da evitare o alleata da ascoltare?

L’ansia non è soltanto un disturbo, ma è soprattutto una condizione essenziale del nostro essere umani: quella sensazione di incertezza, di smarrimento, di qualcosa che non va. Cosa c’è dietro questo senso di insoddisfazione? È un qualcosa da evitare a tutti i costi o in realtà potrebbe rivelarsi una inaspettata risorsa?

ansia

Tutti noi siamo in viaggio. Un cammino di alti e bassi, di gioie e dolori, di cose belle e cose brutte, iniziato nel momento in cui siamo venuti al mondo. Tutti noi, senza eccezione, condividiamo questo destino.

L’ansia, in quanto parte del ventaglio delle nostre emozioni, è un altro elemento che abbiamo in comune. Ce l’ha il ricco, ce l’ha il povero. Ce l’ha l’uomo, ce l’ha la donna. Ce l’ha il giovane, ce l’ha l’anziano. L’importante è qualificarsi come essere umano.

L’ansia, di per sé, viene sempre intesa come qualcosa di negativo. Ma se invece potessimo vederla in maniera differente? E se scoprissimo che l’ansia, in realtà, potrebbe rivelarsi una grande e inaspettata risorsa, un invito a conoscersi meglio e a migliorarsi, in modo da proseguire il nostro cammino con una diversa consapevolezza?

Ansia esistenziale

Si, c’è ansia e ansia. Ma qui non stiamo parlando di quel tipo di ansia che ti incatena e che sembra diventare sempre più grande, sempre più importante a ogni passo che fai. Non stiamo parlando dell’ansia come disturbo clinico, come malessere specifico che comporta dolorose problematiche.

Parliamo dell’ansia come parte della condizione umana, quel senso di indefinita insoddisfazione, di incertezza, di dubbio. Di qualcosa che non va. La sensazione di aver imboccato una strada sbagliata, di sentirsi smarriti ad un certo punto del cammino. Ciò che inevitabilmente proviamo quando, a un certo punto, ci fermiamo a contemplare la nostra stessa vita. O quando pensiamo alla morte, al ricordo che lasceremo in chi ci sopravvivrà. Oppure quando riflettiamo su quanto ci sentiamo diversi, unici, forse difettosi, forse non parte di questa società.

Chi siamo? Dove andiamo? Perché siamo qui? Ecco, parliamo di quell’ansia lì. Un’ansia esistenziale, perché i suoi argomenti riguardano la nostra stessa esistenza. L’ansia che si accompagna alla ricerca di chi siamo davvero noi.

Sotto la superficie

Generalmente, l’ansia è un segnale. Un avviso di pericolo, un messaggio che ci comunica che c’è qualcosa che non quadra. A volte siamo ben consapevoli di quale sia l’oggetto della nostra paura in quel momento, altre volte invece non ne abbiamo assolutamente idea. Sentiamo solo un certo prurito, ma non sappiamo dove grattarci.

È un qualcosa che può accompagnarci in certi periodi del nostro vivere ordinario, che si traveste come sensazione di dubbio e confusione rispetto alle scelte che abbiamo fatto, al nostro stile di vita, ai nostri progetti, a come sarà il nostro futuro. In superficie, quest’ansia ci parla dei nostri problemi attuali, di come le cose non stiano andando come dovrebbero, di come le cose non sembrano avere senso.

Ma sotto, scendendo in profondità, c’è molto, molto di più. Negli abissi del nostro vivere c’è una condizione che ci accomuna tutti: l’impotenza che avvertiamo di fronte all’inevitabile incertezza della vita. È una condizione naturale dell’essere umani. Siamo alla perenne ricerca di un qualcosa che, improvvisamente, darebbe un senso a tutto.

Questione di prospettiva

Spesso questa ricerca si traduce nel desiderio profondo di avere uno scopo, di non essere una semplice comparsa nella commedia umana, di raggiungere stabilmente felicità e serenità. Ma non riusciamo mai, per quanto fortemente lo desideriamo, a sentirci pienamente soddisfatti.

Perché c’è sempre qualcosa che ci manca. “Forse, se facessi questo o quest’altro, le cose andrebbero meglio”. “Forse, se fossi una persona diversa, migliore, potrei finalmente sentirmi in pace”. E così continuiamo a oscillare tra ciò che pensiamo di essere e ciò che vorremmo essere. Una corsa senza meta tra dubbi, colpe e delusioni.

Occorre cambiare prospettiva. Occorre comprendere che tenderemo sempre a una condizione migliore, anche quando pensiamo di essere finalmente “arrivati”. Andando avanti, l’orizzonte semplicemente andrà avanti con noi. Per questo, quando avvertiamo quel sottile senso di insoddisfazione, è necessario guardare le cose da un altro punto di vista: invece che concentrarci sul “grande disegno”, sul nostro destino o sul senso della nostra esistenza su questo pianeta, portiamo il nostro sguardo all’adesso.

Cosa c’è che concretamente non va in questo momento nella mia vita? Cosa posso fare per incanalare questa angoscia esistenziale in un qualcosa di davvero rilevante per me?

In ascolto

Dicevamo che l’ansia è un segnale. Ma se non riguarda qualcosa di specifico, se è più una sensazione di “qualcosa che non va”, forse dovremmo prenderci un attimo e cercare di comprendere cosa vuole dirci. Perché è chiaro che vuole comunicarci qualcosa.

Quando compare quest’ansia è perché sta accadendo qualcosa nelle nostre vite, qualcosa che richiede la nostra presenza e attenzione. Non una presenza giudicante e catastrofica, ma una presenza attenta, comprensiva e amorevole. Perché una sterile critica a noi stessi non avrebbe altro effetto che paralizzarci, mentre aprire il nostro cuore e la nostra mente alla sofferenza che stiamo provando è l’unico modo per poter davvero capire di cosa abbiamo realmente bisogno in questo momento.

Cosa vuole dirci quest’ansia? Cosa vuole insegnarci di noi stessi? C’è forse qualcosa che non sta funzionando, qualcosa che potremmo fare diversamente? Cosa ci sta suggerendo?

Non bisogna avere paura delle risposte che potremmo trovare. Ignorarle non farebbe altro che continuare a farci vagare in un mare di incertezza e sofferenza. È inutile fare come i bambini, che portano le mani alle orecchie per non sentire: l’ansia continuerà a presentarsi, perché c’è qualcosa di urgente che vuole dirci.

Ascoltala, ascóltati.

ansia

In cammino

Il senso di quest’ansia esistenziale, in ultima analisi, è quella di invitarci a vivere in maniera significativa, in modo che la nostra vita possa davvero avere un senso. Ma lasciando da parte le grandi domande sul senso della vita, alle quali personalmente non so dare risposta, cosa significa allora “vivere in maniera significativa”?

Forse, portebbe significare semplicemente che bisogna prendersi cura di sé stessi. Che significa ascoltarsi, con onestà e senza pregiudizio, per capire cos’è che ci fa stare bene e cos’è che ci fa stare male. E poi, con la stessa onestà verso sé stessi, muoversi con risolutezza in quella direzione.

Quando sentiamo questo senso di insoddisfazione, di confusione o di incertezza, non respingiamolo: avviciniamoci lentamente alla riva, prendiamo un po’ di fiato e poi immergiamoci in profondità. Sfruttiamo questi segnali, lavoriamo con loro invece che contro di loro. In fondo, da un certo punto di vista, ne va proprio della nostra vita!

Vista così, alla fine l’ansia potrebbe non essere nostra nemica, ma piuttosto potrebbe rivelarsi come la nostra più preziosa alleata. Forse è solo una piccola parte di un qualcosa di più grande: la segnaletica in un percorso che ci guida verso la crescita e che, in definitiva, ci indirizza verso un cammino migliore.

Un’esperienza strettamente personale, ma in un certo senso anche collettiva. Perché fa parte di tutti noi, esseri umani. Che lottiamo, giorno dopo giorno, alla ricerca della felicità. Quindi, anche se a volte senti che è proprio così, in realtà non sei solo. Perché, in fondo, siamo tutti sulla stessa barca.

Condividi, se ti va 🙂

Stili di attaccamento: dall’infanzia alla coppia – Seconda parte

L’attaccamento in età adulta e l’attaccamento di coppia

attaccamento

Nel primo articolo abbiamo visto come, secondo la teoria dell’attaccamento, nel corso dei primi anni di vita vengano costruiti dei primi modelli di relazione a partire da quella tra il bambino e chi se ne prende cura.

In questa seconda parte facciamo un salto all’età adulta, per vedere in che modo le basi poste durante l’infanzia si esprimono nel rapporto con l’altro, e in particolare nella coppia.

Dall’infanzia all’età adulta

Gli stili di attaccamento sviluppati nel corso dell’infanzia tendono a influenzare le modalità con le quali ciascuno di noi reagisce ai propri bisogni e cerca di soddisfarli all’interno della relazione con l’altro. Questo perché i primi modelli di relazione diventano una specie di “copione” che ci dice cosa fare quando abbiamo bisogno di supporto e di conforto, ma anche a chi rivolgerci.

In questo senso, gli stili di attaccamento possono avere una forte influenza sulle modalità di selezione del partner, su cosa ci aspettiamo da questi e su come ci comportiamo con l’altro quando sentiamo che i nostri bisogni (di sicurezza, di amore, di intimità, ecc.) vogliono essere soddisfatti.

Insomma: anche se ormai siamo grandicelli, quello che da piccoli abbiamo imparato su cosa aspettarci quando ci affidiamo (o meno) a qualcuno tende a lasciare una traccia, visibile anche in età adulta.

È anche vero però che non tutto resta uguale. Con il passare degli anni –per fortuna!– i comportamenti di attaccamento si evolvono con l’evolversi della persona. Difficilmente, infatti, vedremo un adulto attaccarsi alle gonne della mamma e piangere disperato.

La sostanza, comunque, resta: i modelli di relazione che abbiamo assimilato nei primi anni di vita non svaniscono nel nulla.

Le dimensioni dell’attaccamento

In particolare, nell’articolo precedente, si è parlato di come i nostri modelli relazionali prevedano due protagonisti principali: il sé e l’altro. Ovvero il nostro modo di intendere noi stessi (meritevoli o meno di supporto) e le persone a noi vicine (disponibili o meno a fornirci supporto).

Questi “ruoli interni” guidano il nostro modo di relazionarci con i nostri partner, e si manifestano secondo due dimensioni comportamentali che possono essere utilizzate per misurare l’attaccamento in età adulta: quella dell’ansia e quella dell’evitamento.

  • Ansia. Questa dimensione si correla a quanto una persona si preoccupa dell’essere abbandonata, respinta o non apprezzata dal partner. Si parla di individui sempre pronti a rimuginare sulle loro relazioni e sulle reali intenzioni della persona amata, specialmente quando non in prossimità del partner o di fronte a espressioni di indipendenza di quest’ultimo. Quando persone con alti livelli di ansia si sentono insicure dei sentimenti del loro partner o della relazione, tendono a diventare appiccicose e possessive, ma così facendo possono spingere il partner ad allontanarsi, rinforzando proprio le loro insicurezze.
  • Evitamento. Questa dimensione si correla invece a quanto una persona è a proprio agio con l’intimità emotiva in una relazione. Individui con alti livelli di evitamento tendono ad essere meno coinvolti nelle lore relazioni e cercano di rimanere psicologicamente ed emotivamente indipendenti dai loro partner. Questo perché temono di sentirsi vulnerabili e, allo stesso tempo, ritengono che il partner non potrà aiutarli quando ne avranno realmente bisogno: cercano così di sentirsi forti e sicuri facendo affidamento solo su loro stessi e sulla loro autonomia. Ed è così che solitamente rispondono di fronte a situazioni stressanti o conflittuali.

È importante sottolineare che non stiamo parlando di “categorie” (o ci sei o non ci sei), ma di “dimensioni”, il che sta a significare che può esserci una certa variabilità nel proprio essere “ansiosi” o “evitanti”. Potremmo considerarle più delle “tendenze” che delle reazioni rigide, e questo è molto importante perché significa che è qualcosa su cui ci si può lavorare.

L’attaccamento da adulti

In ogni caso, considerando le due dimensioni dell’ansia e dell’evitamento, possiamo notare una certa continuità con gli stili di attaccamento caratteristici dell’infanzia:

  • Stile sicuro. Coloro che hanno un’immagine sostanzialmente positiva di sé e dell’altro, ritenendo loro stessi amabili e gli altri come disponibili e degni di fiducia. Per tale motivo, manifestano bassi livelli di ansia e di evitamento nelle loro relazioni.
  • Stile distanziante. L’aspetto principale è un’immagine negativa dell’altro, considerato come generalmente non disponibile o supportante, il che porta l’individuo a puntare solo su sé stesso. I livelli di ansia nella relazione sono bassi, ma la dimensione dell’evitamento è molto consistente.
  • Stile preoccupato. In questo caso è l’immagine di sé che tende ad essere negativa, perennemente alla ricerca di conferme sulla propria amabilità. Qui i livelli di ansia relazionale sono decisamente alti, mentre la dimensione dell’evitamento è praticamente inesistente.
  • Stile timoroso. Caratteristico di chi presenta un’immagine negativa sia di sé stesso che dell’altro. Risultano particolarmente presenti sia la dimensione dell’ansia che quella dell’evitamento, oscillando perennemente tra la ricerca dell’altro e il timore nei confronti di quest’ultimo.

È importante sottolineare come questi “stili” non sono sempre attivi e non guidano ogni aspetto di una relazione. Rappresentano piuttosto delle tendenze a gestire in un certo modo lo stress nelle relazioni. Quando le cose vanno bene, specialmente nel periodo “luna di miele” all’inizio di un nuovo amore, questi stili non risultano così espliciti. È solo nei momenti di difficoltà che possono emergere in tutta la loro forza: allo stesso modo che nell’infanzia, infatti, questi schemi relazionali si attivano solo quando abbiamo un bisogno di sicurezza o di conforto da soddisfare.

Così, nel caso dello stile “preoccupato”, se il nostro partner si dimentica di chiamarci o non risponde subito a un nostro messaggio, potrebbero immediatamente attivarsi dei comportamenti di ricerca di rassicurazioni (ansia). Se l’altra persona presenta invece uno stile “distanziante”, di fronte a queste richieste potrebbe affiorare una tendenza a starsene alla larga (evitamento).

Questo esempio ci fa intravedere un altro aspetto fondamentale dell’attaccamento in età adulta: come si combinano tra di loro gli stili di attaccamento dei partner in una relazione. Fino ad ora abbiamo parlato di questi stili dal punto di vista dell’individuo, ma non dobbiamo dimenticare che i comportamenti di attaccamento in realtà si manifestano esclusivamente all’interno della relazione con l’altro.

Attaccamento di coppia

A differenza dell’attaccamento in età infantile, l’attaccamento in età adulta è caratterizzato dalla reciprocità: entrambi i partner possono trovarsi in una posizione di ricerca di rassicurazione e di sicurezza o nella posizione di dover supportare e sostenere l’altro.

In questo senso, diventa molto importante considerare l’attaccamento “di coppia”, ovvero le possibili combinazioni di stili di attaccamento tra i due partner:

  • Attaccamento di coppia sicuro/sicuro. Tutti e due i partner sono in grado di esprimere il bisogno di conforto e di accoglierlo in maniera adeguata. Si tratta della combinazione “migliore”, che idealmente dovrebbe coincidere con una buona qualità della relazione di coppia.
  • Attaccamento di coppia distanziante/distanziante. Entrambi i partner tendono a non mostrare le proprie vulnerabilità all’altro, che comunque tenderebbe a reagire mettendo un muro tra sé e il partner. La parola chiave, in questi rapporti, è “autonomia”.
  • Attaccamento di coppia preoccupato/preoccupato. La combinazione più “scoraggiante”, nel senso che entrambi i partner vivono nella costante sensazione di non poter essere soddisfatti nei propri bisogni di conforto, sentendosi continuamente deprivati della possibilità di essere supportati.
  • Attaccamento di coppia distanziante/preoccupato. Probabilmente l’accoppiamento più “drammatico” e conflittuale, con uno dei due che cerca costantemente rassicurazioni da parte dell’altro, che di suo reagisce allontanandosi ancora di più. È il tipico siparietto dove uno dei due insegue, mentre l’altro scappa.
  • Attaccamento di coppia sicuro/insicuro (preoccupato o distanziante). Questa combinazione può essere considerata in qualche modo “incerta”, ma è anche quella che forse più di tutte può portare in qualche modo a “correggere” le tendenze negative degli attaccamenti insicuri. Questo perché il partner sicuro potrebbe fornire un modello diverso e più bilanciato del come vivere una relazione, specialmente nei momenti di maggiore difficoltà.

Esaminando in particolare quest’ultima combinazione, emerge un altro aspetto importante: anche se il nostro stile di attaccamento ci accompagna fin da quando siamo piccoli, riecheggiando nelle relazioni che possiamo avere in età adulta, non è detto che questo non possa essere in qualche modo “corretto” da nuove e diverse relazioni.

attaccamento

La scelta del partner

Come abbiamo visto nel primo articolo, lo stile di attaccamento che “impariamo” da bambini diventa una sorta di modello che ci guida nel come gestire i nostri bisogni di conforto e di sicurezza. Sviluppiamo, in questo senso, anche delle aspettative rispetto a chi siamo noi e a chi è l’altro. E queste aspettative sono attive anche nella fase di scelta del partner.

Questo significa che quando siamo alla ricerca di una persona con la quale instaurare una relazione, è possibile che le nostre scelte possano dipendere dalla nostra idea di come deve essere l’altro. In altre parole, cerchiamo qualcuno che possa confermare le nostre aspettative su come l’altro possa rispondere ai nostri bisogni.

In questo caso, il detto “chi si somiglia si piglia” non sembra applicabile! Infatti “ci pigliamo” chi può confermare i nostri modelli interni, non chi può smentirli. È il tipico esempio della combinazione distanziante/preoccupante, dove si finisce incastrati in relazioni in cui tendono a ripetersi le stesse sequenze che abbiamo vissuto durante l’infanzia, in cui i nostri bisogni non venivano accolti o non era il caso di esprimerli, e dall’altra parte qualcuno che non rispondeva in maniera adeguata alle nostre richieste di conforto e rassicurazione.

Altre volte, però, se si è fortunati, è possibile trovarsi in relazioni diverse, che in qualche modo mettono in discussione la nostra idea di come devono andare le cose nei rapporti di coppia. È il caso, ad esempio, dell’incontro tra un individuo sicuro e uno insicuro, in cui quest’ultimo può –forse per la prima volta– sperimentare un modo diverso di fidarsi e di affidarsi all’altro.

Vecchi modelli, nuove opportunità

Insomma, anche se tendenzialmente stabile, il nostro stile di attaccamento può essere “modificato”. Ciò che cambia, in questo senso, è il nostro modo di intendere noi e l’altro, ovvero la possibilità che i nostri bisogni possano essere adeguatamente accolti in quanto meritevoli del supporto e dell’affetto dell’altro.

Se è questo ciò che deve cambiare, non è detto che per farlo bisogna per forza troncare la relazione attuale a andare alla ricerca di un individuo “sicuro” per poterci liberare dal giogo delle nostre insicurezze.  Se il nostro partner non lo è, allora non resta che diventarlo noi.

Significa cioè imparare a essere consapevoli dei nostri modi di reagire, ma anche dei modi di reagire dell’altro. E poi essere consapevoli nel rispondere in maniera diversa quando ci sentiamo sopraffatti da qualcosa, o quando è il nostro partner a sentirsi sopraffatto.

Imparare a conoscere le proprie modalità di relazionarsi all’altro è il primo passo, per mettere poi in discussione i nostri modi di reagire e i meccanismi che ci tengono ancorati alla continua riconferma delle nostre idee su di noi e sugli altri. Idee vecchie, che in passato possono anche essere risultate utili, ma che adesso, in un diverso campo di gioco, non possono più applicarsi.

In amore, però, le cose si fanno in due. È importante che entrambi i partner si impegnino a cercare un nuovo equilibrio e a rispondere in nuovi modi quando arrivano i momenti difficili. Non è un lavoro facile, per questo spesso la cosa migliore da fare è rivolgersi a un professionista che possa aiutarvi in questo percorso.

In ogni caso, comincia a portare attenzione ai tuoi modi di reagire nella tua relazione. Chissà che già questo possa portarti a vedere le cose in maniera diversa. E magari spingerti a trovare nuove strade quando pensi di aver imboccato l’ennesimo vicolo cieco.

Condividi, se ti va 🙂

,

Stili di attaccamento: dall’infanzia alla coppia – Prima parte

La teoria dell’attaccamento e lo sviluppo dell’attaccamento nell’infanzia

attaccamento

Le modalità con le quali ci relazioniamo con i nostri partner o con le persone per noi significative non sono casuali. Si tratta in realtà di modelli di comportamento vecchi almeno quanto noi, imparati nei primi anni di vita a partire dalle relazioni con i nostri genitori. Per capire perché tendiamo a relazionarci in certi modi con le persone a noi più vicine, è quindi necessario comprendere come e perché abbiamo imparato a interagire così.

In questo primo articolo esploreremo come nel corso dell’infanzia si pongono le basi per le relazioni con gli altri significativi, a partire da un particolare tipo di legame che si sviluppa tra il bambino e il proprio genitore: il legame di attaccamento.

Cos’è l’attaccamento?

Secondo la teoria dell’attaccamento, elaborata originariamente da John Bowlby, gli esseri umani nascono con una particolare predisposizione innata a formare dei profondi legami con chi si prende cura di loro. Questo legame, definito per l’appunto attaccamento, ha principalmente una funzione protettiva: un bambino piccolo non è in grado di sopravvivere da solo né tantomeno ha la capacità di gestire la propria sofferenza nei momenti di difficoltà. Per questo motivo, è necessario che ci sia una figura di riferimento alla quale il bambino potrà rivolgersi quando ne sentirà il bisogno.

Il legame di attaccamento si forma nei primi anni di vita a partire dalle modalità con cui le figure di riferimento risponderanno ai bisogni di rassicurazione e conforto del bambino. Se tutto va bene, queste figure di riferimento – solitamente i genitori – rappresenteranno poi la “base sicura” dalla quale il bambino potrà partire per esplorare il mondo e alla quale ritornare in caso di bisogno, garantendo conforto fisico e supporto emotivo.

Ovviamente la cosa non finisce qui. Il sistema di attaccamento non è semplicemente una strategia per stabilire relazioni significative con chi deve proteggerci così da sentirci al sicuro nel nostro percorso verso l’indipendenza. Il rapporto privilegiato che si costruisce in questi primi anni farà sentire la sua influenza per tutta la vita, condizionando profondamente le modalità con le quali entriamo in relazione con l’altro in età adulta. L’attaccamento sarà il modello per i sentimenti, i pensieri e le aspettative che esporteremo nelle nostre relazioni.

Pattern di attaccamento

Di fronte al bisogno innato di protezione del proprio bambino, non tutti i genitori rispondono allo stesso modo. Alcuni possono rivelarsi adeguatamente presenti e supportivi nei confronti del piccolo, altri possono essere incoerenti oppure distaccati, altri ancora potrebbero persino rappresentare una fonte di pericolo per il bambino.

Diversi anni fa, Mary Ainsworth, un’importante ricercatrice dell’attaccamento, ha ideato una procedura sperimentale per identificare quali e quanti fossero gli stili di attaccamento possibili. L’esperimento era tanto semplice quanto geniale: dei bambini piccoli venivano osservati in diverse condizioni, come quando in presenza di un estraneo, in assenza della madre e al ricongiungimento con la stessa.

La Ainsworth è così riuscita a individuare quattro pattern di attaccamento:

  • Attaccamento sicuro: i bambini con questo tipo di attaccamento utilizzano il genitore come “base sicura” dalla quale esplorare il mondo e alla quale ritornare in caso di “pericolo”. Il bambino, cioè, si sente sicuro che la figura di riferimento potrà rispondere ai suoi bisogni di protezione e di conforto quando ne avrà bisogno; per questo motivo si sente anche libero di esplorare l’ambiente circostante e di avviarsi, quindi, sul lungo cammino verso l’indipendenza sapendo di potersi affidare a qualcuno in caso di necessità.
  • Attaccamento insicuro-evitante: caratterizza quei bambini che, nel corso delle interazioni con le figure di riferimento, hanno imparato che, in caso di difficoltà, non troveranno nessuno in grado di accogliere i propri bisogni di protezione. I genitori di questi bambini tendono a essere poco disponibili emotivamente e poco consapevoli dei bisogni dei loro figli; il bambino perciò dovrà, giocoforza, imparare a gestire i propri bisogni da solo e diventare quindi precocemente autonomo. Imparano dunque a inibire le proprie emozioni (“che senso ha mostrarle se poi nessuno mi aiuta?”), ma sviluppano anche l’idea di non essere degni di supporto e di amore da parte degli altri.
  • Attaccamento insicuro-ambivalente: lo stile che si associa a quei bambini che appaiono confusi e insicuri, perché non sanno quale trattamento potrebbero aspettarsi. La figura di riferimento risponde sì alle richieste del piccolo, ma non sempre allo stesso modo: si tratta quindi di genitori poco costanti e imprevedibili, mostrando a volte presenza e supporto, altre volte insensibilità e rifiuto. Come risultato, il bambino non sa se considerarsi amabile o no, e nel dubbio resta appiccicato al genitore in modo da poterlo monitare constantemente. Hanno quindi paura di una separazione, per questo motivo l’esplorazione dell’ambiente (e lo sviluppo della possibilità di agire in maniera indipendente) risulta inibita.
  • Attaccamento insicuro-disorganizzato: è il caso più estremo, quando la figura di riferimento diventa anche la figura che rappresenta il pericolo. Si tratta di una situazione molto grave, spesso determinata da abusi e crudeltà vissute in ambito famigliare, nella quale il bambino è incastrato in un dilemma terribile: da una parte vorrebbe raggiungere la sua fonte di sicurezza (il genitore), che però è la stessa figura dalla quale vorrebbero scappare. Si tratta di un conflitto praticamente irrisolvibile, manifestato anche da comportamenti particolarmente paradossali e incongrui del bambino in situazioni di allontamento o di riavvicinamento alle figure di riferimento.

Modelli di relazioni

Ciascuno di noi, nel corso della propria vita e proprio a partire dalle prime esperienze relazionali, elabora una serie di schemi mentali che guideranno le nostre percezioni e le nostre interpretazioni, e quindi anche i nostri comportamenti, quando abbiamo a che fare con gli altri. Questi “modelli di relazione”, quasi dei copioni teatrali, prevedono essenzialmente due protagonisti:

  • L’altro: il modello di come sono le figure di riferimento, vale a dire se ci si può fidare della loro capacità di fornire supporto quando ne abbiamo bisogno;
  • Il sé: il modello di come siamo noi, ovvero se i nostri bisogni possono o meno essere soddisfatti dagli altri, ma anche se siamo meritevoli di ricevere il loro supporto.

Se siamo in presenza di una relazione di attaccamento di tipo “sicuro”, il nostro modello dell’altro sarà certamente positivo, poiché percepiremo che la nostra figura di riferimento sarà presente e capace quando ne avremo bisogno; quindi, in caso di necessità, sappiamo di poterci appoggiare agli altri, e che gli altri saranno lì a sostenerci.

Ma se si trattasse di un attaccamento di tipo “insicuro”, le percezioni di noi stessi e degli altri potrebbero non essere così rassicuranti. Potremmo arrivare a considerarci poco o per nulla degni di amore, persino odiati. Potremmo irrigidirci nell’idea che nessuno potrà mai aiutarci o di quanto possa essere sconveniente o inutile esprimere i propri bisogni, oppure di doverli esprimere necessariamente strepitando e disperandosi. Potremmo considerare gli altri, coloro che sulla carta dovrebbero volerci bene, come delle persone insensibili o dalle quali doversi guardare di continuo, da controllare o persino da temere.

Diventa più chiaro, a questo punto, capire come lo stile di attaccamento che caratterizza la prima infanzia possa riecheggiare in tutti le relazioni che vivremo da quel momento in avanti.

attaccamento

Conclusioni

Il sistema di attaccamento è il primo motore dello sviluppo sociale, emotivo e cognitivo di ciascuno di noi. E da lì che può nascere il nostro senso di sicurezza e di fiducia nei confronti degli altri o, al contrario, una percezione di insicurezza e di sfiducia nel rapporto con l’altro.

I modelli appressi nel corso dell’infanzia sono relativamente stabili per tutta la vita, anche perché le modalità con le quali ci mettiamo in relazione con l’altro tendono alla riconferma dei presupposti di base, rinforzando quindi i modelli originali. Ma non tutto è perduto.

Anche se particolarmente resistenti, stiamo sempre parlando di modelli, di copioni da seguire quando ci troviamo in una relazione. Come se fossero dei manuali di istruzione. Ma ciò non significa che saremo condannati per tutta la vita a seguire quello che abbiamo appreso nei nostri primi anni, ma che c’è una forte tendenza a mettere in atto quelle stesse scene.

Nuove relazioni possono portare a nuovi e diversi modi di vivere sé stessi e l’altro. È importante però comprendere da dove derivano i nostri comportamenti relazionali, e che forma assumono in età adulta, in modo da potersene sbarazzare. Sarà proprio questo il tema del prossimo articolo: gli stili di attaccamento nell’adulto.

Condividi, se ti va 🙂

Dalla preoccupazione all’azione: come smettere di preoccuparsi

Preoccuparsi è normale, a volte persino utile. Quando però la preoccupazione diviene un’attività fine a sé stessa, che non porta a nulla se non a disperarci, l’unica cosa che ci resta da fare è passare all’azione. O accettare l’incertezza.

preoccupazione

Preoccuparsi può sembrare una buona cosa. E, in effetti, in certi casi lo è. Ad esempio, quando le nostre preoccupazioni ci aiutano nel mantenere un buono stato di salute: sottoporsi a screening periodici, seguire una dieta salutare o rivolgersi ad uno psicologo(!) sono tutti esempi di comportamenti motivati da una qualche preoccupazione.

Insomma: potremmo dire che una preoccupazione è “buona” quando ci porta ad agire nel nostro interesse, ovvero a misurare i rischi potenziali di alcune situazioni e prendere provvedimenti per scongiurarli. Preoccuparsi può diventare un problema quando diventa un’attività fine a sé stessa, senza alcuna rilevanza pratica. Cioè un semplice esercizio di pensiero con contenuti ripetitivi, intrusivi, incontrollabili e, soprattutto, decisamente catastrofici.

Preoccuparsi in maniera eccessiva può essere fortemente debilitante. Le preoccupazioni attivano inevitabilmente una normale e funzionale reazione di stress nel nostro organismo, ma quando questa reazione viene sollecitata frequentemente può portare a conseguenze decisamente negative. Inoltre preoccupazioni eccessive possono facilmente portarci a sperimentare vissuti di impotenza e di mancanza di controllo, che, oltre ad essere di per sé spiacevoli, non hanno altro che generare ulteriori preoccupazioni o potenziare quelle che già abbiamo.

Viaggio nelle preoccupazioni

Anna lavora come segretaria in uno studio medico. È una ragazza precisa, puntuale e affidabile. In un giorno qualunque, però, si ritrova alla fermata dell’autobus insieme a molti altri pendolari che aspettano, ormai da molto tempo, un mezzo che non accenna ad arrivare. Già dopo i primi minuti di ritardo comincia ad affacciarsi una prima preoccupazione: “Farò sicuramente tardi… E se il dottore dovesse arrabbiarsi?”

I minuti passano, le persone in attesa aumentano, ma dell’autobus non c’è traccia. Anna cammina su e giù, persa nel filo dei suoi pensieri: “Ci saranno delle persone in attesa di entrare, sicuramente arrabbiate per averle fatte aspettare tutto questo tempo. E se se ne lamentassero con il dottore? Potrebbe arrabbiarsi ancora di più! E se decidesse di licenziarmi?”

Quando finalmente arriva il mezzo, Anna si prepara all’assalto dell’autobus. Sgomitando, riesce a salire a bordo, ma si ritrova stipata tra una moltitudine di persone arrabbiate e infreddolite, qualcuna pure maleodorante. Al suo fianco, un signore di una certa età starnutisce senza sosta. Costui purtroppo ha le mani occupate a reggerlo agli “appositi sostegni”, quindi non può disporle a conchetta per contenere i germi espulsi dal naso e dalla bocca.

Anna vede i germi atterrare dolcemente sui suoi vestiti, sui suoi capelli, sul suo viso. “Che schifo! Ci manca soltanto che mi ammali! Oddio, non voglio ammalarmi! Se dovessi prendermi dei giorni al lavoro… non voglio nemmeno pensarci! Il dottore andrà su tutte le furie! Dopo il ritardo e tutti i disagi che ho causato, sarebbe la goccia che fa traboccare il vaso!”

Il tragitto verso il lavoro è, ovviamente, costellato da ulteriori ritardi: traffico, lavori in corso, resse e risse ad ogni successiva fermata. Anna ha avuto tutto il tempo di continuare a rimuginare su tutte le preoccupazioni che le sono passate per la testa, ed ormai è praticamente convinta che verrà disprezzata e umiliata dal datore di lavoro e dai pazienti, perderà quindi il lavoro e si troverà senza una lira. E per di più ammalata.

Il rimuginio

In psicologia, la preoccupazione “patologica” viene chiamata rimuginio. Il rimuginio consiste essenzialmente in una modalità di pensiero che presenta le seguenti caratteristiche:

  • Ripetitivo: il pensiero si ripresenta di continuo
  • Negativo: il contenuto del pensiero è incentrato su eventi negativi che potrebbero succedere o che sono già accaduti
  • Incontrollabile: il pensiero sembra non possa essere fermato
  • Astratto: il pensiero non è orientato all’azione, ma solo alla produzione di altri pensieri
  • Assorbente: il pensiero impedisce di concentrarsi su altri pensieri al di fuori di quelli legati alla preoccupazione

Ma a che serve un pensiero di questo tipo? Lo scopo del rimuginio, in ultima analisi, è quello di ridurre l’incertezza. Se ci sentiamo poco capaci di controllare eventi dall’esito incerto, ecco che il rimuginio ci aiuta, seppure in modo perverso, a darci un falso senso di prevedibilità e di controllo.

Questa modalità di pensiero si serve infatti della nostra immaginazione per presentarci diversi scenari possibili (di solito decisamente catastrofici) in modo da poter anticipare e indirettamente controllare un futuro evento temuto (o le conseguenze di un evento passato). E qui si scopre la trappola:

  • se l’evento temuto si verifica (può sempre capitare, ma di solito non in maniera così catastrofica come immaginato), rimuginare si rivela utile perché effettivamente ci ha fatto prevedere cosa sarebbe accaduto (“Te l’avevo detto io!”)
  • se l’evento temuto non si verifica, rimuginare può averci aiutato a preparci al peggio o a risolvere un problema, o addirittura ha “magicamente” impedito che l’evento si verificasse

Perché è un trappola? Perché, di riffa o di raffa, il rimuginare ha funzionato. E puoi scommetterci che la prossima volta sarà più probabile adottare questa strategia. Che, come la prima volta, continuerà a funzionare. Fin quando non diventerà, inevitabilmente, una delle modalità di fronteggiamento dell’incertezza più efficaci (!?) del tuo repertorio.

Oltre al rafforzamento di questa risposta, però, c’è un altro aspetto che tenderà ad ingigantirsi: la tua percezione di essere insicuro, debole, spaventato e in balia degli eventi. Il che ti renderà ancora più preoccupato di fronte a eventi del cui esito sei incerto o che sono al di fuori del tuo totale controllo.

Insomma, il rimuginio ci illude di poterci fornire una qualche forma di controllo di fronte all’ignoto ma ci mantiene in una condizione di ansia che diventerà via via sempre più invalidante.

Tra palco e realtà

Possiamo quindi immaginare il rimuginio come una versione estremizzata della tipica preoccupazione. Un’importante differenza tra le due è che il rimuginio è una strategia che viene scelta dall’individuo come strategia per risolvere un problema, che però sfugge di mano fino ad essere percepita come incontrollabile.

Di base, però, sia il rimuginio che la “normale” preoccupazione si presentano come catene di pensieri di carattere negativo, ridondanti e orientati all’astratto. Queste catene di pensieri – composte da frasi, immagini, ricordi – finiscono per piazzarsi al centro del palco, mentre noi puntiamo un bel riflettore a illuminarli. A un certo punto, non vediamo che loro. Non sentiamo che loro, sia con la testa che con il cuore.

Noi, ignari spettatori, pendiamo dalle loro labbra e, in men che non si dica, il veleno è entrato in circolo. Ma se invece che semplici spettatori fossimo dei registi o degli sceneggiatori, cosa noteremmo in realtà? Che questi lunghi e tormentati monologhi interiori sono quasi sempre poco credibili. Insomma, suscitano un’emozione nello spettatore, ma di per sé non hanno molto senso.

I pensieri che accompagnano le preoccupazioni, insomma, risultano piuttosto artificiosi a ben guardare. Questo perché:

  • Non sono importanti: nella prospettiva generale della propria vita, quanto può essere importante il prendersi un raffreddore o fare tardi un giorno al lavoro? Quante cose ci sono successe in passato che lì per lì ci sembravano immense e che ora nemmeno ricordiamo? Si tratta davvero di eventi significativi?
  • Non sono probabili: l’immaginare scenari catastrofici – e le preoccupazioni vanno tutte in quella direzione – non li rende necessariamente probabili. Vabbè che la realta a volta supera la fantasia, ma quanto è probabile che Anna venga licenziata o trattata male perché ha fatto ritardo? Quanto è probabile che finisca a elemosinare a causa di circostanze totalmente al di fuori del suo controllo?

Occuparsi del preoccuparsi

Le argomentazioni che ci presentano le preoccupazioni sono, quindi, piuttosto deboli. Basta un po’ di attenzione ai contenuti e le immense costruzioni che abbiamo immaginato finiscono per dissolversi. Quando sei preoccupato per qualcosa, quindi, puoi provare a porti alcune domande per “tornare” alla realtà:

  • Ammesso che ciò che temo dovesse succedere davvero, qual è il peggior esito possibile? Qual è l’esito più realistico?
  • Ammesso che ciò che temo dovesse succedere davvero, quanto è probabile che fra una o due settimane lo ricordi ancora?
  • Quanto mi è utile, in questo momento, concentrarmi sull’immaginare possibili scenari negativi? Cosa posso fare in questo momento per scongiurare le conseguenze temute? E se non c’è niente che io possa fare, a cosa mi serve perdermi in questi pensieri?

Se hai difficoltà a rispondere a queste domande è possibile che tu sia più dalle parti del rimuginio che della “semplice” preoccupazione. Forse ritieni il preoccuparsi una strategia utile e funzionale, ovvero hai investito le tue preoccupazioni di una rilevanza e di un valore che semplicemente non meritano. In questo caso, il mio consiglio è di cercare una guida e un supporto professionale per uscire da questa trappola, che ha come ultimo effetto soltanto il prolungare la tua sofferenza.

Esistono però anche delle preoccupazioni “pratiche” e maggiormente orientate alla realtà. In questi casi lo scopo non sarà quello di sbugiardare i pensieri negati, ma di trovare delle soluzioni ai problemi per poi lasciar andare le preoccupazioni. Tutto quello che devi fare è agire:

  • Se puoi fare qualcosa, fallo. Considera le varie opzioni, prepara un piano di azione e mettilo in pratica.
  • Se puoi farlo adesso, fallo. Se non puoi farlo adesso aspetta il momento di poterlo fare, ma nel frattempo smetti di angustiarti rimuginando sulle tue preoccupazioni: sposta la tua attenzione verso qualcosa di piacevole o di utile.
  • Se devi necessariamente affrontare qualcosa, non evitarla. Se hai una scadenza da rispettare non ha alcun senso preoccuparsene per giorni: non ti fa bene né ti porta a risolvere il problema. La soluzione, anche qui, è solo una: agire.
  • Se non puoi far nulla, non ha senso preoccuparsi.

preoccupazione

Preoccup-azioni!

Preoccuparsi è normale, fa parte del gioco. Il problema è quando il preoccuparsi non porta a nulla di concreto, se non a una concreta sofferenza.

Spesso dimentichiamo che abbiamo più potere di quanto pensiamo. Ci facciamo schiacciare da prospettive immaginate di disastri incombenti e inevitabili, ma il più delle volte – per fortuna – si tratta sono di innocue allucinazioni.

Perdiamo di vista il fatto che ciò che immaginiamo, le fantasie catastrofiche che ci proiettiamo in testa, anche se incredibilmente coinvolgenti, non sono nulla di reale. Non esistono. Esiste solo la possibilità di prendere in mano la propria vita e affrontare, concretamente, ciò che ci fa stare male.

Invece che perderci in sceneggiati immaginari, agiamo. Perché c’è sempre qualcosa che possiamo fare. Fosse anche l’accettare di non poter fare nulla.

Che non sia questa la chiave per la liberazione?

Condividi, se ti va 🙂

Disinnescare la bomba: come gestire le reazioni emotive

Come mai alcune persone reagiscono sempre nello stesso modo in alcune situazioni? E come mai non riescono a smettere di farlo, anche quando le conseguenze sono sempre decisamente negative? Scopriamo insieme come cambiare le nostre reazioni emotive e come gestirle in maniera più consapevole.

reazioni emotive

Martina è una donna forte, con un lavoro importante e una vita piena e soddisfacente. È sposata da qualche anno con un uomo che la ama follemente. Eppure, negli ultimi tempi, sente che suo marito si sta allontanando sempre più da lei.

«Non ce la faccio più» le ha confessato, «non riesco più a sopportare le tue ripicche, le tue urla, le tue accuse». Martina sa di cosa sta parlando, comprende le sue motivazioni ed è molto dispiaciuta per il dolore che lui sta provando. Ma non sa come controllarsi.

Basta poco per innescare una reazione in Martina. Un’osservazione innocente come “forse la pasta manca un po’ di sale” è in grado di trasformare questa donna, solitamente ironica e gentile, in una furia assetata di sangue. Per farla breve: qualunque comunicazione che comprenda anche solo una piccola critica verso Martina finisce per innescare una sua violenta reazione, con urla, insulti, accuse, dispetti e piatti lanciati.

Di solito, dopo questo simpatico siparietto, finisce che suo marito, che da persona comprensiva qual è si è sorbito ogni cosa senza fiatare, alza i tacchi e si allontana, ferito ma anche risentito per il trattamento subito.

Scenari di guerra

A questo punto Martina, rimasta sola, inizia a sentirsi in colpa. E inizia a cercare del cibo. Biscotti, merendine, la pasta con poco sale rimasta nei piatti ormai freddi. Quando sente quel dolore, in automatico cerca conforto mangiando.

Non si tratta di un episodio isolato, ormai è una sequenza che entrambi conoscono a memoria. E che, purtroppo, li sta inevitabilmente allontanando. Nonostante l’amore che provano l’uno per l’altra.

Insomma, ogniqualvolta Martina riceve una critica è come se si accendesse un interruttore in lei. Allora comincia a urlare e a offendere, a volte alza pure le mani. Non solo, dopo l’arrabbiatura cerca conforto nel cibo.

Ma anche Maurizio, il marito, reagisce a modo suo a questa situazione: davanti all’aggressività della moglie tende a chiudersi, a farsi piccolo piccolo, e – appena può – se la dà a gambe. E questo fa arrabbiare ancora di più Martina.

Le conseguenze di queste loro reazioni sono ben chiare ad entrambi. Eppure, non riescono in alcun modo ad evitarle. È come se fosse più forte di loro: le loro sono reazioni automatiche che sembrano lontane da qualsiasi possibilità di controllo.

Meccanismi di innesco

Ma come mai alcune persone tendono a reagire sempre allo stesso modo in certe situazioni? Ma soprattutto, perché continuano a mettere in atto determinati comportamenti anche se alla fine portano sempre agli stessi risultati negativi?

Ciascuno di noi ha imparato, nel tempo, a rispondere ad alcuni stimoli con delle reazioni automatiche. Solitamente si tratta di stimoli che attivano in noi un qualche stato emotivo spiacevole: ansia, tristezza, rabbia. La reazione che ne consegue, quindi, è un tentativo di gestire le emozioni negative che si provano in determinate circostanze.

Non siamo quasi mai consapevoli del perché reagiamo proprio con quella modalità, eppure tendiamo a riproporla in maniera automatica ogniqualvolta ci troviamo di fronte a uno stimolo scatenante. Si tratta, per l’appunto, di automatismi appresi nel corso del tempo, soluzioni adottate in passato e che in qualche modo hanno “funzionato”. Si sono cioè rivelate efficaci nello smorzare o nell’eliminare la sofferenza di quella situazione.

Se poi la “soluzione” comporta altre conseguenze, a volte persino peggiori della sofferenza che mirano a estinguere, pazienza. Non è che i nostri meccanismi automatici di gestione vadano troppo per il sottile: stiamo parlando di reazioni che potremmo definire “istintive”, non di risposte ponderate dove si distinguono conseguenze a breve e a lungo termine.

Polveri da sparo

Ma al di là degli automatismi appresi, cioè delle reazioni che inconsapevolmente si scatenano di fronte ad alcune situazioni-stimolo, perchè alcuni eventi hanno questo “potere” su di noi?

Ritorniamo a Martina: cosa significa per lei ricevere una critica? Perché se la prende così tanto? Nel suo caso, ogni volta che si trova di fronte a una comunicazione che sottintende un suo errore o un suo difetto, è come se si trovasse a rivivere alcune scene del suo passato. Ricorda molto bene suo padre, un uomo distante e severo, che non perdeva occasione per rimarcare ogni errore della figlia con aspre critiche.

Quando nell’aria c’è odore di critica, Martina rivive quel trauma. Sente di nuovo tutto quel dolore, quella sensazione di non essere all’altezza, di non essere abbastanza. Ovviamente di tutto questo lei non ne è consapevole. Riferisce soltanto di sentire un “fuoco dentro”, e ha imparato che l’unico modo per spegnerlo è difendersi. Ad ogni costo.

Per molto tempo l’è andata piuttosto bene. Reagire con decisione quando il suo valore veniva messo in discussione ha fatto sì che gli altri la vedessero come una donna molto forte e determinata, ma anche decisamente “permalosa”. Nessuno osava muovergli critiche, così Martina si sentiva al sicuro.

A un bivio

Eppure, adesso, questo suo modo di reagire di fronte al proprio dolore sta iniziando a costarle caro. Lei lo sa bene, ed è sinceramente dispiaciuta per la sofferenza che causa in Maurizio quando sbotta a quel modo.

Non vuole ferirlo, non vuole fargli del male. Eppure sente di non poter fare a meno di comportarsi così, di non essere in grado di reagire in maniera diversa. Altra ferita, altro dolore.

Capisce però che il suo matrimonio è ormai a un bivio: o fa qualcosa, o inevitabilmente la relazione imploderà. Non sa perché si comporta a quel modo, ma sa bene cos’è che la fa infuriare. Sa bene cos’è che innesca la miccia che la porterà poi ad esplodere.

Reagire o rispondere?

Il primo passo è comprendere quali sono le situazioni che ci fanno reagire in un certo modo. Che la reazione sia quella di raggomitolarsi in posizione fetale, di aggredire l’altro, di scolarsi una bottiglia o di svuotare il frigo non importa. Il fattore in comune di tutte queste reazioni è che, anche se apparentemente ci aiutano a gestire una qualche sofferenza, comportano conseguenze che, alla lunga, ci fanno pagare un prezzo altissimo.

Anche se automatiche, queste reazioni non sono inevitabili. Portando un po’ di attenzione a quel momento, possiamo decidere di rispondere in modi diversi, che siano più utili o salutari per noi e chi ci sta attorno. Insomma, dobbiamo riuscire a spezzare quei meccanismi automatici che ci fanno reagire con modalità disfunzionali.

Come? Creandone di nuovi! Stavolta, però, saremo noi a decidere come rispondere.

Riprogrammarsi

Iniziamo prendendo carta e penna. Sul foglio bianco creiamo tre colonne. Sulla prima scriviamo Stimolo, sulla seconda Reazione e sulla terza Nuova risposta.

Nella prima colonna scriveremo quali sono le situazioni (gli stimoli) che ci fanno reagire in un certo modo; questa reazione la scriveremo nella seconda colonna. Nella terza colonna, quella della Nuova risposta, scriviamo come vorremmo invece rispondere a quegli stimoli.

reazioni emotive

Martina ha compilato così la sua tabella (e già che c’era, ha aggiunto anche altre reazioni che vorrebbe modificare)

 

Ora viene la parte difficile: mettere in atto le nuove risposte quando si presentano gli stimoli. Nessuno può pretendere a se stesso di non reagire più nel “vecchio modo” d’ora in avanti, ma ciò che puoi fare è, con pazienza e perseverenza, impegnarti a rispondere nel “nuovo modo”. C’è voluto molto tempo per imparare a reagire in un certo modo, molto tempo ci vorrà per “riprogrammarsi” a rispondere diversamente.

Non si cambia dall’oggi al domani, quindi non scoraggiarti se ogni tanto ricadi nelle vecchie abitudini. Piuttosto, sii felice quando riesci rispondere in maniera diversa. Premiati se vuoi, ma i benefici vedrai che non tarderanno ad arrivare.

Porta con te questo foglio, rileggilo, usalo come guida. Sperimenta, cambia risposta, aggiungine di nuove. Mettiti alla prova. E se hai bisogno, contattami.

Com’è andata a finire?

Martina può dire di esserci riuscita. Si è impegnata, ci ha messo tutta sé stessa. All’inizio ha avuto molte difficoltà, era difficile per lei ricordarsi di rispondere in maniera diversa. E quando le veniva in mente, non sempre è riuscita a mettere in atto i buoni propositi.

Ne ha parlato con Maurizio, che l’ha aiutata molto. Le ricordava del foglio, la incoraggiava e cercava di “prendersela di meno”. Martina si è sentita ancora più motivata. Poco alla volta, giorno dopo giorno, è riuscita a esprimere il proprio dolore e la propria rabbia in modi diversi in sempre più occasioni.

Ogni tanto si arrabbia ancora, ma non c’è paragone con prima. Gli episodi sono meno intensi e meno frequenti. Tra loro le cose vanno meglio, il pericolo di separarsi sembrerebbe scongiurato. Ora però tocca a lui, perché le cose si fanno in due.

reazioni emotive

Finalmente scegliere

Capire le cause dietro alcuni nostri comportamenti può aiutarci a fare luce sui motivi che sostengono alcune nostre reazioni. Può aiutarci anche a fare pace con noi stessi, a dare un senso a ciò che sembra non averne. Ma capire il perché non necessariamente si traduce in un cambiamento vero e proprio.

L’aspetto più importante, forse, è comprendere che non siamo destinati a reagire sempre allo stesso modo. Possiamo cambiare. Possiamo scegliere come rispondere. Una volta imparato questo, dopo aver tastato con mano le possibilità che un nuovo modo di rispondere può regalarci, diventa difficile tornare indietro.

Vivere è inevitabilmente essere costantemente sottoposti a stimoli, alcuni positivi e altri negativi. Ciò che non è inevitabile è come decidiamo di rispondere. È tutto nelle nostre mani.

Condividi, se ti va 🙂

Nessuno è perfetto tranne me: la trappola del perfezionismo

Non c’è niente di male nel fare del proprio meglio o nell’avere obiettivi elevati, ma quando facciamo coincidere i risultati ottenuti con il nostro valore come persona ci esponiamo inevitabilmente al fallimento. Ma cosa c’è dietro il perfezionismo e quando questo diventa un problema?

perfezionismo

Claudia è una perfezionista. L’attenzione al dettaglio è sempre stato un suo grande vanto, e in ogni pagina che scrive cerca di descrivere al meglio ogni particolare, in modo da riuscire a trasmettere al lettore ogni emozione presente nelle sue storie.

Claudia è un’affermata scrittrice e una perfezionista, ma sono tre mesi che non riesce più a completare il capitolo finale del suo ultimo libro. Scrive una frase, a volte due, poi torna indietro e cancella. “Così non va bene”, si dice ogni volta, “non ci siamo”.

Claudia è una perfezionista ma ha delle scadenze. L’editore le ha chiesto più volte la bozza del suo ultimo romanzo, ma non riesce a completarlo. Sembra arrivata al limite: ci sono giorni che non ci prova nemmeno a scrivere, sente che non sarebbe in grado di farlo in maniera accettabile. Non solo in quei giorni, ma praticamente sempre, si sente tesa, stressata ed estremamente triste.

Claudia è una perfezionista, eppure in questo periodo si sente inutile, una nullità. Si vergogna di sé stessa, passa il tempo a ripetersi che non è in grado di fare niente, di essere una perdente, un fallimento completo.

Il problema della perfezione

Per molti, la ricerca della perfezione è una pregio. Specialmente per chi si ritiene un perfezionista. È chiaro che avere degli standard elevati e fare del proprio meglio è, generalmente, una buona cosa.

Il problema nasce quando quegli stessi standard elevati sono l’unica e sola meta da raggiungere. A volte può andare bene, se si lavora sodo e l’obiettivo è realistico. Ma cosa succede se l’asticella viene posta troppo in alto e non è possibile raggiungere quel livello?

E quali sono i costi da sostenere per arrivare fin lassù? E, una volta arrivati, il beneficio che se ne potrebbe trarre potrebbe giustificare tutti i sacrifici, le rinunce e le notti in bianco?

Perfezione a tutti i costi?

Non sempre le cose vanno nel verso giusto, o certi obiettivi si rivelano irraggiungibili. Chi ha tendenze perfezionistiche non sa quando è il momento di alzare bandiera bianca e di accettare che ciò che si poteva fare è già stato fatto. No, il vero perfezionista persevera. Semmai, è che non si è impegnato abbastanza.

Specialmente davanti a un obiettivo irrealistico, l’effetto di raddoppiare gli sforzi è di aumentare anche lo stress, la tensione e la fatica. E in queste condizioni di solito si commettono anche più errori. Diventa un circolo vizioso, dove a un maggiore sforzo corrisponde una performance peggiore, che viene compensata da uno sforzo ancora maggiore.

Ammesso e non concesso che si raggiungano gli standard desiderati, quale sarebbe il costo in termini di benessere personale? Tutti i sacrifici, la tensione, l’isolamento dagli altri o dai semplici piaceri della vita, visti come distrazioni che distolgono dall’obiettivo ultimo, hanno davvero senso? Il gioco vale davvero la candela?

O perfetti, o nulla

La domanda che viene spontanea, quando ci si trova davanti a persone che sacrificano tutto pur di tentare di raggiungere la “perfezione”, è piuttosto ovvia: perchè?

La risposta, spesso, ha a che fare con l’idea che il proprio valore personale dipende dagli obiettivi raggiunti. Per un vero perfezionista, il valore di una persona coincide con ciò che si fa, non con ciò che si è. E quando è così, la prospettiva di “fallire” equivale al proprio fallimento come persona.

Così, ogni qualvolta ci si trova davanti a un obiettivo da raggiungere per confermare il proprio valore come essere umano, ci si espone inevitabilmente al fallimento. Se l’obiettivo è di prendere 30 e lode a ogni esame, cosa accadrà quando il professore-cerbero proporrà un 28? Cosa significherà per il perfezionista in erba quel “misero” voto?

Che non è stato abbastanza bravo? Che non si è impegnato abbastanza? Che non è in grado di andare avanti nel proprio percorso di studi? Che è un fallimento completo, una persona inutile, nemmeno in grado di superare degnamente uno stupido esame?

Vivere così è decisamente stressante. Ogni occasione può essere un pretesto per mettere in discussione il proprio valore, per considerarsi un fallimento, una persona indegna. Tutto questo perché si parte da una premessa tanto estrema quanto errata: io valgo per ciò che faccio.

Dietro la perfezione

Questa ricerca della perfezione come unico mezzo per confermare il proprio valore spesso ha radici antiche. Questa credenza potrebbe essersi sviluppata in un ambiente familiare in cui l’unico modo per ricevere affetto e attenzione era quello di eccellere. Ogni fallimento veniva decisamente criticato, ogni successo fortemente incoraggiato.

Non è l’unica spiegazione possibile, ovviamente. Ciò che è probabile, però, è che dietro il perfezionismo ci siano all’opera uno o più dei seguenti meccanismi:

  • L’illusione del controllo. La vita è innanzitutto incertezza, e l’incertezza spaventa. L’idea di avere controllo in determinate aree della propria vita è rassicurante, perché sappiamo che, almeno in certi contesti, siamo noi a poter controllare le cose. A patto però che vadano come diciamo noi. Cioè, che sia tutto perfettamente come lo vogliamo noi.
  • Il timore delle conseguenze. Riassumibile nell’assunzione: “se non sono perfetto potrebbero accadere brutte cose”. Se non si è perfetti, tutto potrebbe andare a rotoli. Se non si lavora al massimo, si potrebbe perdere il lavoro, la casa, finire sotto i ponti. Se l’arrosto non è perfettamente delizioso, i miei amici non verrano più a casa mia, nessuno vorrà avere a che fare con me, resterò sola e morirò sola.
  • Il bisogno di approvazione. Forse riflesso di un’infanzia dove l’affetto era condizionato al soddisfare l’altro, alcune persone tendenti al perfezionismo ripropongono la stessa dinamica nelle relazioni interpersonali. Coloro i quali ritengono di dover soddisfare perfettamente i bisogni degli altri per poter essere davvero amati e accettati si trovano davanti a un compito impossibile ed emotivamente assai impegnativo.

 

perfezionismo

Perfetto, così come sei

Che il tuo perfezionismo sia relativo al lavoro, alle relazioni interpersonali, allo status sociale o al vestiario, se sei un vero perfezionista conosci molto bene il prezzo che stai pagando per mantenere certi standard. Ansia, insicurezza, stanchezza, tensione, vergogna, timore di essere umiliati sono solo alcune delle condizioni che possono associarsi al perfezionismo.

Se associ il tuo valore esclusivamente agli standard che ti sei posto, o agli obiettivi che hai in mente di raggiungere, stai dimenticando un concetto tanto semplice quanto realistico: nessuno è perfetto. E la vita, quella vera, non è soltanto raggiungere un obiettivo o mantenere un determinato livello raggiunto. La vita è molto, molto di più. TU sei molto, molto di più.

Prenditi un momento: cosa c’è oltre l’oggetto del tuo perfezionismo? Cos’è che ti piace, che ti scalda il cuore, che ti fa sentire vivo? Cos’è che ti fa ridere?
Pensi di poter dedicare del tempo (per quanto poco pensi di averne) alle cose che ti fanno stare bene? Cosa potrebbe accadere se provassi a farlo davvero?

Pensaci: potrebbe essere un tuo nuovo obiettivo, di quelli però decisamente raggiungibili! Dedicare del tempo a ciò che ti piace e ti fa stare bene, ricercare un po’ di leggerezza in questo mondo sempre più frenetico e pesante.

E magari così scoprire che il tuo valore non si può misurare in base a ciò che fai, ma piuttosto dipende da quanto te ne dai.

Condividi, se ti va 🙂